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del

Pratico Mondo
Il Pratico Mondo per Edunet books

Stralci dalla

Prodeide
di Antonio Selvatici
a cura di
Gianpaolo Pelizzaro

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Libro scomparso dalla vendita.
“Scomparso” dai media come
il giornalista che lo ha scritto.
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Pratico Blog

http://pratico.splinder.com

Per non dimenticare il disastro…


I download gratis del Pratico Mondo
1. Incomincia l’avventura del signor Prodi Romano,
2. con la bici scalatore, lo statista di Scandiano.
3. Fu dell’IRI presidente, di Nomisma fondatore,
4. di denaro, in ogni luogo, incessante incassatore.
5. Del governo grande capo,or delizia il popol tutto
6. con balzelli,con bugie; sol ci resta l’usufrutto
7. dellaIlfaccia di Romano,
Pratico Mondo perdel suo naso
Edunet booksda Pinocchio,
8. del suo modo di mangiarci quasi fossimo un finocchio.
9. Ma con ordin procediamo e per bene spiegheremo
10. l’incredibil facciatosta di codesto crisantemo.
11. Ricordiamo innanzi tutto quel ch’avvenne il triste dì,
12. quando a Roma l’Aldo Moro prigioniero scomparì.
13. Lo cercavan dappertutto, niun sapeva dov’ei fosse,
14. ma Romano,solo lui, ne seguia segrete mosse.
15. Con gli amici un pomeriggio, per giocare un pochettino,
16. ei si mise tutto intorno a un parlante tavolino.
17. Il bicchiere,che girava nelle man per ghiribizzo,
18. della cella del prigione rivelava l’indirizzo.
19. E Romano fe’ sapere,per salvare i suoi amici,
20. che il prigione si trovava di Gradòli in edifici.
21. (Nessun rise,nessun chiese a quel mago e vero Otelma
22. chi gli avesse veramente suggerito quella melma.)
23. Il nostromo,fatto furbo, si convinse a poco a poco
24. che a lui solo era concesso dir cazzate come un gioco.
25. Divenuto nel frattempo pur dell’IRI presidente,
26. si convinse che in quel posto, anche a costo di far niente,
27. potea almeno,ben protetto, metter solide radici
28. e ben presto lavorò per i soliti tre amici.
29. Volle presto farsi bello con il solito Ingegnere,
30. ma finì con l’apparire uno sciocco faccendiere.
31. Di lì a poco venne fuori di Nomisma il patriarcato,
32. grande azienda,specialista nel far soldi dallo stato.
33. Una celebre ricerca della azienda in questione
34. rivelò che i nostri treni per aver l’approvazione
35. dai clienti passeggeri,dovean por sedili a fronte
36. non a schiera per viaggiare,e nemmeno porli a monte.
37. Per le cose ch’avea fatto,di Milano in tribunale,
38. gli fu chiesto il rendiconto di un passato ventennale.
39. Era il tempo di Di Pietro, di Borrelli e di Davigo,
40. e il nostromo fu prostrato;ma poi pianse nell’intrigo,
41. ricordò che per gli amici era stato il suo lavoro ,
42. fe’ presente che la cosa potea volgersi in disdoro.
43. C’è bisogno poi di dire che ancor la fece franca?
44. Non si sta a sinistra invano,presto poi ci si rinfranca.
45. Pur in mezzo alla marea il nostromo proprio adesso
46. si convinse sempre più che a lui tutto era concesso.
47. I suoi studi nella vita gli avean dato per sicuro
48. che conviene con gli amici non trattare in modo duro,
49. vender mezzo e pagar doppio è un sistema originale
50. di trattare una azienda ch’abbia origine statale.
51. Fu così che il nostro eroe, per coprir Miloseviccio,
52. finì dritto col ficcarsi in un grande e bel pasticcio.
53. Telecom ei comprò stoltamente e tutto il resto,
54. ma pagò una cifra enorme e l’affare fu funesto.
55. Non gliene fregò un bel niente,avea il solito sorriso:
56. con i soldi dello stato un amico avea conquiso.
57. Or quest’uomo balbettante, sorridente e strampalato
58. dei ministri presidente di recente è diventato.
59. C’è riuscito con l’aiuto di tantissimi coglioni,
60. che han creduto alle bugie da lui dette all’elezioni.
61. Mette tasse a più non posso, sembra proprio un esaltato,
62. ma le pagan tutti quanti, non sol quei che l’han votato.

Autore ignoto [Ace Ventura (koletri@fes.it) ]


Esiste una sola biografia non autorizzata di Prodi. Il libro è sparito dalla circolazione e le vicende
capitate al suo autore sono di per sé la pagina più interessante della biografia. Si tratta di Prodeide,
edizioni Il Fenicottero, di Antonio Selvatici, giornalista di rango, poi divenuto manovale, andato
all'estero, venditore di appartamenti.
La migliore ricostruzione
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Mondo per quest'opera
booksintrovabile (Selvatici ha quasi querelato Belpietro, per una
pubblicazione non autorizzata dall'autore, cosa smentita dal direttore de Il Giornale) è nel forum del
sito Fini presidente,a firma di Gian Paolo Pelizzaro, giornalista di Area e consulente per la
Commissione stragi. Pelizaro lavora di suo, ma trova molti dati nel testo di Selvatici, quindi è
doveroso citarli entrambi.
[Detto di passaggio: Fini è bravo, è stato in Israele, è per i diritti, ammette di essersi fatto delle
canne etc etc... ma un articolo così ben fatto non va diffuso solo nella cerchia interna, checcavolo...
E' il peccato originale della destra-destra: è brava (quando riesce a sganciarsi dallo statalismo
mussoliniano-cossuttiano) ma incapace di comunicare, di farsi cultura e diventare movimento. E
dagli e ridagli che "i movimenti sono di sinistra". Balle cinesi: i movimenti sono il modo di
interagire delle masse nella società mediale, guai a non sapere navigare nel software sociale, guai a
restare nella forma-partito!].

Torniamo a Prodi. Leggete ogni parola e giudicate da voi. Di seguito alcuni passi significativi:

Antonio Selvatici, nato a Bologna 39 anni fa, si è laureato proprio con Romano Prodi in economia e
politica industriale all’Università di Bologna. Ha poi intrapreso la carriera giornalistica,
collaborando con vari giornali e riviste. Lo conosco da tanti anni. Cronista di razza, gran lavoratore,
scrupoloso e attento, con il fiuto finissimo di un segugio e la presa di un dobermann, Selvatici era
uno dei più brillanti e promettenti giornalisti d’inchiesta italiani della nuova generazione. Celebri i
suoi articoli specie per Il Giornale. A Bologna era temuto come la peste. Il suo stile: chiaro e
semplice. Il suo motto: mai fermarsi davanti alle apparenze. Il suo metodo: scavare fino in fondo per
scoprire la verità nascosta dietro i fatti. Tanto per dirne una, lo aveva preso sotto la propria ala
protettiva il compianto Valerio Riva, un “maestro” del giornalismo investigativo, autore fra l’altro
di monumentali libri come, ad esempio, Oro da Mosca. Riva guardava a Selvatici come al suo
discepolo prediletto. Ebbene, l’ha pagata cara. La sua caduta in disgrazia è coincisa proprio con
l’uscita di Prodeide. Per anni ha combattuto (uscendone vincente) la sua battaglia di verità nelle aule
giudiziarie, abbandonato da tutti, schiacciato sotto il peso di troppe denunce. Più o meno, quello che
accadde al sottoscritto. Ma sull’autore della biografica di Prodi si abbatté un vero e proprio uragano.
La sua “voce” andava spenta. Il suo giornalismo d’inchiesta, serio e implacabile, dava troppo
fastidio. E così venne decretata la sua uscita di scena. Tanto che oggi Antonio Selvatici non fa più il
giornalista. Sono anni che non scrive più un articolo. Ha cambiato lavoro. E nei primi tempi, per
sbarcare il lunario con una famiglia sulle spalle, ha lavorato in cantiere come manovale. Pertanto, un
ringraziamento particolare va proprio all’amico-collega Antonio per aver dato la possibilità ad Area
di poter utilizzare brani del suo libro.

Si entra in medias res:


La carriera accademica e politica del Professore è stata scandita da numerosi incontri pubblici,
quindi non meraviglia se il futuro presidente della Commissione europea lo troviamo come ospite al
convegno “Democrazia cristiana e costituente nella società del dopoguerra” che si svolse a Milano
nel gennaio 1979. L’inizio dell’intervento non fu uno dei più brillanti, anzi. Romano Prodi un po’
imbarazzato di fronte alla platea di democristiani attaccò con: “Chiedo scusa, se dopo una relazione
molto vigorosa, molto compatta, [quella dell’oratore che lo aveva preceduto, nda] seguirà una
relazione fatta più di appunti che non di un testo rigoroso ed esauriente come dovrebbe essere per
un convegno scientifico. Chiedo scusa, e spero che mi comprenderete perché, purtroppo, ho avuto
molte cose da fare”. Il seguito non è stato meglio dell’introduzione.
L'incredibile storia di Romano Prodi. Dalla a alla zeta.
Voleva il Ponte sullo stretto:

Alla corte di De Mita nel 1983, il Professore venne nominato (per volere di Ciriaco De Mita)
presidente dell’Iri, la più grande holding pubblica del mondo. In questa veste, il 14 settembre del
1983, si recò a Bari per partecipare ai festeggiamenti del trentennio di attività dell’Isvimer (era un
istituto finanziario pubblico). Ecco che: “Ci troviamo di fronte ad un’economia mondiale che è
estremamente diversa dal previsto, molto più frustr ante…”. Poi i partecipanti vennero investiti da
frasi che suonavano come una promessa: al Sud “Mancano anche infrastrutture tradizionali. Stiamo
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analizzando a fondo il problema del collegamento stabile (il ponte? nda) sullo stretto di Messina,
perché è uno dei grandi temi che un Paese come l’Italia deve assolutamente svolgere…”..

Il Welf are:

Romano Prodi non poteva non essere uno degli ospiti del convegno “Denaro e coscienza” che si
tenne a Bologna nel 1987: non a caso era l’anno del Congresso eucaristico diocesano. Al convegno
partecipò anche il cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo di Bologna, e il suo collega di Milano,
Carlo Maria Martini. In quella occasione, il presidente dell’Iri in carica aveva curato le valutazioni
conclusive della tavola rotonda. Eccone alcune: “Continuo a ripeterlo, da quando è venuta questa
grande moda liberistica, nelle occasioni in cui posso incontrare i giovani e nelle poche lezioni che in
questo periodo faccio agli studenti, e dico: state attenti perché il Welfare State (il sistema di stato
assistenzialista, nda) sarà ricordato nei libri di storia come la più grande conquista del ventesimo
secolo. Credo che esso sia stato uno dei momenti più forti di penetrazione di idee di solidarietà, di
idee profondamente cristiane dell’economia”.

Risana l'IRI senza denunciare 2000 miliardi di debiti:

Bisogna evidenziare che Ciriaco De Mita e il professore sono amici di vecchia data. Enrico De Mita
(il fratello minore di Ciriaco) all’Università Cattolica era compagno di studi e di stanza di Romano
Pr odi (all’Augustinianum nella camera da quattro oltre a Romano Prodi ed Enrico De Mita,
convivevano Ugo Tori e Tiziano Treu, il futuro ministro del Tesoro). Ma il vero collante della
fraterna amicizia tra Romano Prodi e Cir iaco De Mita è stato l’avere frequentato l’associazione
degli ex allievi dell’Augustinianum (il cui slogan ancor oggi è “Semel Agosti, Sempre Agosti”). Si
trattava di un’amicizia così profonda che sarebbe sfociata nella nomina di Romano Prodi a
presidente della holding industriale pubblica più grande al mondo. Mamma Iri dunque, è stato per
merito di Ciriaco De Mita, il politico democristiano della Banca dell’Irpinia e della ricostruzione
post-terremoto dell’Irpinia, se Romano Prodi è stato nominato presidente dell’Iri dove ha
soggiornato per sette anni, dal 1982 al 1989 (la storia dell’intercessione di Giovanni Spadolini come
si legge con interpretazione “buonista” sull’Espresso del 17 febbraio 1995 è comunque non
determinante). Non è per caso che i sette anni di r eggenza demitiana della Democrazia cristiana
coincidono con i sette anni di Romano Prodi presidente dell’Iri. Lo stesso Professore in
un’intervista avrebbe ammesso: “So benissimo che senza l’indicazione del partito di maggioranza,
non sarei andato all’Iri”. Vale a dire che, senza l’ appoggio dell’amico e compagno di corrente
Ciriaco De Mita, Romano Prodi la presidenza dell’Iri se la sarebbe sognata. Il “santino laico” è stato
così descritto dal giornalista Piero Ostellino: “Romano Prodi è una degnissima persona. Ma non è il
candido professore di provincia, tutto casa, chiesa e bicicletta, sostanzialmente estraneo al mondo
della politica, che la sua macchina elettorale ci ha proposto. Egli è uomo di potere autentico,
nell’Italia dei De Mita, dei Craxi, degli Andreotti non si diventava presidente dell’Iri e non si
restava dieci anni se non si era un abile tessitore di alleanze, un sottile interprete degli equilibri
politici ed economici del Paese”. Giorgio La Malfa in un’intervista pubblicata il 7 ottobre del 1993
così descriveva l’avventura di Romano Prodi timoniere dell’Iri: “I miei amici dell’Economist hanno
presentato Prodi come il risanatore. Ma si sono sbagliati e glielo dimostro con le cifre. Tra il 1982 e
il 1988, il presidente era Prodi, l’Iri ebbe fondi di dotazione e mutui con l’obbligo del rimborso da
parte dello Stato per 17.724 miliardi, più di una volta e mezzo rispetto al complessivo dei fondi che
l’Istituto ebbe dalla sua formazione, nel 1933, fino al 1988. Il bilancio di quell’anno mostrò un utile
di 1.263 miliardi, ma senza considerare la siderurgia. In realtà, nel 1988 la perdita fu di 2.416
miliar di”. Giorgio La Malfa concludeva il suo articolo con un inciso: “Al professor Prodi non
riconosco nessun titolo di privatizzazione di aziende e, tantomeno, di risanatore dell’Iri. Quel che
gli riconosco è invece un preciso ruolo politico. Non è un tecnico, ma un fior di democristiano”.

Nel 1989 vende la Cassa di Risparmio di Roma a prezzo stracciato e ne ricava


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un'interrogazione parlamentare di Bassanini e Visco:

Romano Prodi nel 1989 aveva voluto vendere “la Cassa di Risparmio di Roma di Cesare Geronzi e
Pellegrino Capaldo, amici di Andreotti, senza neppure una perizia sul valore, a un prezzo stracciato.
(In realtà mi risulta che solamente Cesare Geronzi era andreottiano, Pellegrino Capaldo, nato a
Atripalda, un paesino dell’avellinese, era un fedele di Ciriaco De Mita, nda) Era caduto Ciriaco De
Mita, il Caf (il trio Craxi, Andreotti, Forlani, nda) stava trionfando e il mandato di Prodi all’Iri era
in scadenza. Credo che lui volesse acquistare meriti andreottiani per guadagnarsi la conferma all’Iri.
Non gli riuscì. Però ricordo un’interrogazione parlamentare su quella scandalosa vendita, firmata fra
gli altri da Franco Bassanini e Vincenzo Visco, oggi folgorati dall’apparizione del professor Prodi
leader della sinistra. Che strani scherzi fa la politica”.

Rapporti con Ferruzzi e Raul Gardini:

Il Professore vantava [inoltre] una vecchia amicizia con la potente famiglia ravennate Ferruzzi.
Inizialmente con il capostipite Serafino Ferruzzi, poi con Raul Gardini e con la moglie Ida (detta
Idina). Un’amicizia anche interessata, visto che ben presto Raul Gardini diventò un buon cliente di
Nomisma e in seguito entrò a fare parte del consiglio di amministrazione del centro studi bolognese.
Inoltre, non è forse vero che la chiusura della rivista Materie Prime di Nomisma venne evitata
solamente perché acquistata da Gardini? Nel 1987, Raul Gardini pronunciò la famosa frase “la
chimica italiana sono io”. Effettivamente, Raul Gardini scalò il colosso chimico Montedison, poi
concordò “proprio con Cir iaco De Mita, uno sgravio fiscale da mille miliardi per favorire la nascita
di Enimont: entrando così nel girone infernale della chimica di Stato, da cui quasi nessuno dei
protagonisti è uscito indenne”. Non è forse vero che fu Romano Prodi il trait d’union tra Raul
Gardini e Ciriaco De Mita?

N come Nomisma:

Terminato il primo round all’Iri, probabilmente per cambiare un po’ aria, Romano Prodi si recò
negli Stati Uniti dove tenne alcune conferenze. Per Romano Prodi e per Nomisma il 1992
incominciò bene. Ad inizio gennaio, il commissario straordinario delle Ferrovie dello Stato Lorenzo
Necci nominò alcuni consulenti: Susanna Agnelli avrebbe presieduto l’Authority sulla gestione
delle problematiche relative ai rapporti tra le Ferrovie e la città, della quale avrebbero fatto parte
anche l’architetto genovese Renzo Piano, il sociologo Giuseppe De Rita e l’economista Carlo Maria
Guerci. L’ex presidente dell’Iri con l’assistenza di Nomisma si sarebbe occupato dell’altro comitato
sull’alta velocità, di cui sarebbe diventato garante. Una pioggia di miliardi si riversò sul centro studi
di Strada Maggiore. A Bologna, volgendo le spalle alle Due Torri e camminando lungo Str ada
Maggiore per altri duecento metri, sulla sinistra si erge un importante palazzo. Si entra da un
vecchio portone e, dopo aver attraversato un cortile interno, si incontra l’elegante targa di ottone sui
cui si trova inciso “Nomisma Incontri”, la N svolazzante ha un’aria molto nobile. L’ampia ed
elegante sala incontri vanta preziosi affreschi. Ai piani superiori si trovano alcuni uffici di
Nomisma, dove Gualtiero Tamburini (cugino del famoso salumiere bolognese) gestisce il settore
ricerche immobiliari. Tornando su Strada Maggiore, pochi metri più avanti, sullo stesso lato della
strada vi è la sede della casa editrice “Il Mulino”, dove menti preparate si confrontano su temi..
Voleva la separazione tra potere economico e potere politico...:

Parole profetiche nell’ultimo capitolo del saggio Il tempo delle scelte. Lezioni di economia, scritto
da Romano Prodi e pubblicato dalle edizioni Il Sole 24 Ore nel 1992, il Professore scriveva: “Nella
democrazia una regola non scritta molto importante è quella della separazione del potere politico dal
potere economico. Quando fra questi due poteri si crea un corto circuito non c’è democrazia” [cfr.
invece il giudizio di La Malfa, supra].
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Nipot i, zii e "mio cuggino":

Sulle or me del maestro, Alberto Clò, dopo avere ospitato nella sua casa di campagna la famosa
seduta spiritica, è diventato prima collaboratore del maestro quando questi è diventato ministro
dell’Industria, poi è stato nominato ministro dell’Industria (ora è presidente dell’aeroporto
Guglielmo Marconi di Bologna). Alberto Clò nel 1982 ha fondato una società di ricerche (la Rie,
Ricerche Industriali ed Energetiche srl), che aveva gli uffici nello stesso palazzo di Nomisma (di
recente la società si è trasferita in via Castiglione a pochi metri dall’Istituto Ferruccio Parri, meglio
conosciuto come la biblioteca della Resistenza). Patrizio Bianchi [dopo la laurea in scienze politiche
all’Università di Bologna, ndr] si è trasferito all’Università di Ferrara ed è presidente scientifico di
Nomisma. Inoltre, l’allievo del professore eletto nelle file del Pds ha ricoperto la carica di
consigliere comunale al Comune di Ferrara. Massimo D’Alema l’ha voluto come presidente di
Sviluppo Italia per il Sud (da poco si è “dimesso”). Patrizio Bianchi ha fatto parte del consiglio di
amministrazione dell’Iri. Per non smentire la nomea di Strada Maggiore, l’ex presidente del
Consiglio ha voluto che la sede dell’Ulivo regionale avesse sede al numero civico 47, pochi metri
dopo il portone della Facoltà di scienze politiche. Qui tutt’oggi si trova anche l’ufficio politico del
professore, che questi, quando era al governo, compatibilmente con gli impegni, frequentava il
lunedì mattina. Questa è Strada Maggiore, la “Prodi’s Street”.

Insegna a Trento:

Romano Prodi, mentre era impegnato a seguire i lavori del Consiglio comunale di Reggio Emilia
[venne eletto consigliere comunale della Dc il 22 novembre 1964 nella rossa Reggio Emilia, all’età
di 25 anni, ndr], seguì il maestro professore Nino Andreatta (già consigliere economico di Aldo
Moro) prima all’Università di Trento poi a quella di Bologna. Senza dubbio, sia per il maestr o che
per l’allievo, insegnare alla Università di Trento (accademia edificata per volere della Dc che
sperava di formare nuovi quadri, creando università nelle cosiddette zone bianche) sarebbe diventata
un’avventura che entrambi non avrebbero dimenticato. A Trento, nella nuova Facoltà dell’Istituto di
scienze sociali, a seguire le lezioni di Sabino Acquaviva, Umberto Segre, Beniamino Andreatta e
del giovane assistente Romano Prodi vi erano alcuni futuri, famosi terroristi. Da Renato Curcio (il
fondatore delle Brigate rosse) a Duccio Berio, da Vanni Mulinarsi a Marco Pisetta (l’ombra
dell’allora carismatico Renato Curcio). Il maestro Beniamino Andreatta insegnò all’allievo Romano
Pr odi non solo i rudimenti dell’economia applicata, ma anche a muoversi nell’ambiente della
politica. Dal 9 al 12 dicembre del 1968 a Perugia si tenne il convegno economico della Dc
organizzato dalla segreteria del potente partito. Era il periodo in cui la sinistra del partito (la
corrente di Aldo Moro) aveva il sopravvento sulle altre correnti e non è dunque un caso che tra i
relatori spiccassero i nomi dei democristiani “Prodi, Bombardini, Andreatta, Barberis e Mazzocchi”.

Fa il flipper nel 1993 e probabilmente si lega a Soros (il banchiere "no global" che fece saltare
in aria la lira):
L’anno di piena attività del ciclone politico-giudiziario (1993) esaltò la figura di Romano Prodi.
Innanzitutto, teste che saltavano significavano anche posti che si liberavano. Poi il programma di
privatizzazioni imposto da Giuliano Amato aveva riportato in auge il vecchio binomio Prodi-
privatizzatore. Infine, in quei mesi si cercava di ripulire l’industria di Stato dai boiardi e quindi altri
posti ghiotti si liberavano. In quei mesi del 1993, il nome di Romano Prodi rimbalzava come la
pallina impazzita di un flipper : convegni, tavole rotonde, presentazioni, inter viste, commenti,
proposte, visite all’estero, indiscrezioni e bugie, insomma, il Professore era invitatissimo. Non scalfì
la sua candida immagine di buon tecnico-parrocchiano-padano neppure la pubblicazione del suo
nome su un lungo resoconto pubblicato dalla Executive Intelligence Review in cui, in quanto
consulente della banca d’affari di New York Goldman Sachs, veniva accusato di fare parte
dell’entourage dello speculatore George Soros.
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Capo dell'IRI, ancora:

Al Pr ofessore non rimaneva che rivolgersi al mer cato, offrendo quello che era rimasto di appetibile.
Riguardo la prima gestione dell’Iri, vale a dire il settennato 1982-1989, se ne sono scritte e dette di
tutti i colori, ma una chiara visione d’insieme dello stato di salute dell’Iri dopo la presidenza Prodi è
quasi impossibile da tratteggiare. Alcuni hanno scritto che a fine del 1988, la più grande holding
pubblica poteva vantare utili per 1.263 miliardi. Sembrava che si fosse avverato un miracolo, ma a
rovinare la festa vi er ano le perdite patrimoniali della siderurgia (3.000 miliardi) che in base ad un
articolo dello statuto non vennero contabilizzate. Ancora, abbiamo trovato scritto che “Romano
Pr odi ha preso l’Iri con 36mila miliardi di debiti a fine 1982 e l’ha lasciato a fine 1989 con una
esposizione di circa 45mila miliardi”. Rispetto all’Iri-uno, anche il clima politico-economico era
mutato: non si metteva più in dubbio il verbo privatizzare, ma l’argomento del contendere
riguardava le modalità con cui effettuare le privatizzazioni. Sostanzialmente, il bivio di fronte al
quale si trovava Romano Prodi conduceva da una parte verso la soluzione public company,
dall’altra verso la soluzione nocciolo duro. La formazione catto-sinistr orsa del Professore non
poteva che spingerlo a favorire la soluzione più populista della public company. (Per il dizionario
Garzanti della finanza, public company è la “denominazione inglese con cui si indica la società ad
azionariato diffuso, con moltissimi soci titolari ciascuno di un numero ridotto di azioni e in cui non
vi sono soci di riferimento con notevoli possessi azionari, in grado di esercitare un’influenza
dominante, il potere di controllo viene di fatto esercitato dal management. In Italia possono essere
considerate public companies le banche popolari, che giuridicamente sono società cooperative”.
Trattando il tema delle privatizzazioni, una definizione di “nocciolo duro” la troviamo nel libretto Il
capitalismo ben temperato, un’antologia di scritti di Romano Prodi. Quindi: “Per nocciolo duro si
intende la creazione, sul modello seguito dalla Francia nel processo di privatizzazione di un capitale
di comando della nuova impresa, formato da un gruppo d’azionisti previsti appositamente dal
governo”). 1994: vince il Polo. E Prodi lascia mille polemiche, si avviò la privatizzazione delle
banche Credit e Comit. Immediatamente, ci si accorse che erano state seguite delle regole che
avevano permesso a Mediobanca “senza nessun ostacolo di poter giocare un ruolo dominante nella
campagna d’acquisto delle azioni delle due grandi banche”.

Esce dal CdA IRI quando si appalta a Goldman Sachs (poi parla di Berlusconi):

La privatizzazione del Credit può aprire scenari fino ad ora scarsamente considerati. All’inizio di
settembre del 1993, Romano Prodi in veste di presidente dell’Iri comunicò che avrebbe
immediatamente ceduto le quote di controllo degli istituti di credito Comit e Credit. Pochi giorni
dopo, per verificare l’interesse del mercato internazionale Romano Prodi si recò prima a Londra e
poi a New York ed infine a Boston. Quando giunse nella Grande Mela, si incontrò con alcuni illustri
banchieri fra cui alcuni della banca Goldman Sachs, di cui lo stesso Romano Prodi era stato
consulente in veste di senior advisor. In seguito, la banca d’affari statunitense venne scelta dall’Iri
come soggetto che doveva collocare sui mercati esteri le azioni del Credit. Quando questi passaggi
vennero evidenziati, Romano Prodi si difese affermando che quando si era riunito il consiglio di
amministrazione dell’Iri per affidare l’ incarico alla Goldman Sachs lui era uscito. Questo è vero.
Le società con la moglie:

Ma si potrebbe evidenziar e che della banca d’affari americana troviamo traccia all’ interno della
società di consulenza Ase srl (Analisi studi economici) di Bologna i cui soci erano i coniugi Prodi.
Infatti, sembra che nell’esercizio del 1993 della società dei coniugi Prodi risulterebbero pagamenti
da Goldman Sachs per consulenze per una cifra che si aggirerebbe attorno ai 900 milioni di lire (il
corrispondente di mezzo milione di dollari). Stando alle indiscrezioni investigative-giudiziarie,
quandoIlnell’autunno del 1999 la magistratura di Bologna è andata a controllare i conti dell’Ase, si è
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accorta che non si trattava di consulenze vere e proprie....


Ascesa dell'uomo senza qualità.
Quando apre bocca, Romano Prodi fa venire il latte alle ginocchia. Il latte è una prima indicazione.
Quando si indigna, muggisce: «Gr-ra-vi-ss-si-mo». Quando tace, rumina la parola che non gli viene.
Il soprannome è Mortadella. Tutto in lui spira, ispira e respira, casearia e arte norcina, zootecnia e
ruralità. Parla il sangue, che non mente.
Il Liber Focorum del distretto di Reggio Emilia annota già nel 1315 un Petrus de Gadaprodagis che
farebbe pensare al cognome Prodi e alla località tuttora chiamata Ca’ de Prodi. Ma l’avo certo, il
capostipite riconosciuto della futura mortadella, è Tognino de Prodi, vissuto tra il XV e il XVI
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secolo.
Quale che sia la reale antichità della prosàpia, il cognome intero era Prodi di Montebabbio e
l’attività prevalente l’allevamento. Poiché la vacca tipica della zona è la Fromentina, detta così per
il color biondo frumento del mantello, si possono immaginare gli avoli del leader unionista con le
mani occupate nell’atto di mungerla. Paradossalmente, invece, nel blasone di famiglia è disegnata
un mano che tiene alta una spada. Lieve forzatura della realtà e segno del buonumore che scorre
nelle vene dei Prodi.
Queste fin qui ignorate notizie sulle origini sono contenute nel libro di Giovanni Pio Palazzi, Le
radici dei Prodi, ricostruzione dell’albero genealogico fino alla nascita di Romano. Genesi e scopo
dell’operetta sono ignoti. L’aria è di un saggio-omaggio universitario che, per la particolare
importanza, ha avuto l’onore della pubblicazione. Il colophon indica solo la data di stampa, 1977, e
il nome dello stampatore, La Nuova Tipolito. Manca ogni accenno al finanziatore. Il libricino è
corredato da vari disegni di Nani Tedeschi, concentrati sui genitori di Romano: il papà in divisa
militare, la mamma seduta su una sedia di vimini e così via. Chi scrive l’ha consultato alla
Biblioteca Nazionale di Roma. Altre copie saranno certo disponibili, per questa e le prossime
generazioni, nelle maggiori biblioteche d’Italia. Anche così, si alimenta una leggenda.
I Prodi nostri coevi, discesi per li rami da Tognino, sono originari di Scandiano, grosso comune
della provincia di Reggio Emilia, il capoluogo dove poi si trasferirono. Papà Mario era ingegnere
dell’amministrazione provinciale, unico laureato di un folto ceppo contadino. Enrichetta Franzoni,
la mamma, fu protagonista di un’edificante iniziativa. Quando nel 1958 la legge Merlin abolì le case
di tolleranza, si prese cura delle prostitute disoccupate. Creò a Reggio una scuola di taglio e cucito,
cercando di avviarle a un nuovo lavoro. Tra molti grattacapi, vuoi perché le ragazze erano indocili,
vuoi perché le commesse mancavano, l’atelier durò 20 anni.
Mario ed Enrichetta hanno messo al mondo nove rampolli, due femmine e sette maschi. Romano,
classe 1939, è il penultimo. Il nome, come pure quello di Vittorio, il fratello che lo precede,
risentono dell’epoca: sono gli stessi che il Duce aveva imposto ai figli. I maschi hanno tutti la laurea
e cinque sono docenti universitari. Il più giovane, Franco, nato nel 1941, è uno specialista della
grandine. Uno solo è morto, il più intelligente e profondo, Giorgio (1928-1987). Era oncologo e,
fatalità, lo ha ucciso il cancro.
Nel 1965, i fratelli maggiori acquistarono il «Castello di Bebbio» sulle colline a sud-ovest di
Reggio. Un rudere con due torri simili a silos che, una volta restaurato, è diventato il punto di
incontro di tutti i Prodi. Il Castello di Bebbio, il cui nome evoca il predicato familiare di
Montebabbio, ha 50 letti sempre pronti. Non abbastanza per l’intera dinastia che, tra fratelli
superstiti, mogli, figli e nipoti, comprende oggi 101 persone. Tutti suonano violini, flauti e viole,
con l’eccezione di Romano, stonato dalla nascita.
Romano non fu nei primi anni uno studente brillante. Era negato in matematica. Neanche è
migliorato col tempo, nonostante abbia scelto di fare l’economista. Nel 1998, quando da presidente
del Consiglio chiese baldanzoso al Parlamento la votazione di fiducia, sbagliò i calcoli e per un voto
perse la carica. Era però un ragazzo tollerante, con la fama di avere una testa taumaturgica. I
condiscepoli gliela toccavano prima di essere interrogati nella convinzione che avrebbe portato
bene. Con gli anni, la testa-talismano prende la forma a cubo di un masso erratico e Prodi il
soprannome di «Testa quedra» con cui è noto a Reggio.
Scarso era anche in calcio, basket, pallavolo. I compagni non lo volevano in squadra e lo
accettavano solo come ultima scelta, col pari o dispari. Ma era testardo e questo gli ha permesso,
nonostante tutto, di praticare diversi sport. Sugli sci, ha raccontato un amico, «stava rigido e legnoso
sulle gambe, sciava di forza, ma con impressionante determinazione: alle otto era già in pista e non
mollava fino a sera. Resistere è il suo mestiere». Voleva farcela anche senza talento naturale. Una
forma di narcisismo che da adulto gli fece dire: «Io amo anche i miei errori: da loro imparo
moltissimo».
Oggi, come sappiamo, è uno sportivo venerando ma accanito. L’11 dicembre dell’anno scorso ha
partecipato alla maratona di Reggio Emilia, battendo il suo record personale: 42 km in quattro ore,
21 minuti e 50 secondi. Essendo però stato perso di vista per un tratto, è nato il sospetto che l’abbia
percorso sull’auto di scorta per riprendere la corsa sulle sue gambe nelle vicinanze del traguardo. È
seguito un dibattito politico-sportivo che non ha sciolto i dubbi. Resta l’immagine vivace di una
gloria nazionale di 66 anni in pantaloncini bermuda e maglietta azzurri col numero uno sulla
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Ma la vera espressione di un atletismo acquisito a forza di volontà, risale al ’94, poco dopo le
dimissioni dalla seconda presidenza dell’Iri. Con sei amici come lui in bicicletta e le mogli al
seguito su quattro auto, Romano ha pellegrinato fino a Santiago de Compostela. Una certa
agiografia giornalistica lo ha fatto partire da Bologna e percorrere 3.500 km. In realtà, i sette hanno
inforcato le bici già in Spagna, a Roncisvalle, e raggiunto il Santuario in sei tappe di 140 km il
giorno. In ogni caso, una prova sublime di ostinazione per chi aveva esordito fanciullo da
imbranato. Terminata l’impresa, disse, estendendo il pensiero all’insieme della sua vita: «Sono un
Ercolino sempre in piedi, solo che lui dondola, io no».
Con l’andare degli anni, è cresciuto anche negli studi, tanto da ottenere la migliore licenza liceale
dell’Emilia. Di pari passo, aumentavano le ambizioni. Pur avendo nella vicina Bologna la più antica
università di Diritto, Romano si iscrisse alla Cattolica di Milano. Era convittore dell’Augustinianum
come lo era stato anni prima il suo futuro patrono, Ciriaco De Mita. Il giorno che superò l’esame di
Diritto privato, il più ostico del primo anno, urlò con euforia: «Tra me e la presidenza del Consiglio,
non ci sono più ostacoli». Al convitto, ebbe affinità con due pii studenti di sinistra, Tiziano Treu e
Giovanni Maria Flick, poi ministri del suo governo ’96-98.
La scelta della Cattolica era coerente. Romano aveva già rapporti consolidati col mondo
ecclesiastico. I preti avevano messo gli occhi sul giovanotto, ma anche sulla schiera dei suoi fratelli
laureati. Una famiglia, i Prodi, da cui si ripromettevano grandi cose per la Dc, il partito di
riferimento. Al liceo, suo insegnante era stato Ermanno Dossetti attraverso cui conobbe,
diventandone intimo, il fratello don Giuseppe, sacerdote e icona dei cosiddetti «comunistelli di
sacrestia». Negli stessi anni, frequentava, nella parrocchia di San Prospero di Reggio Emilia, il
magro e occhialuto don Camillo Ruini, assistente della locale sezione dell’Azione Cattolica. Fu
l’avvio di una pluridecennale pappa e ciccia col futuro presidente Cei, diradata negli ultimi tempi.
È stato don Camillo a celebrare nel 1969 le nozze di Romano che dopo la laurea aveva iniziato la
carriera accademica e si era fidanzato con una reggiana di otto anni più giovane, Flavia Franzoni.
Stesso cognome della mamma di Romano, la moglie è una lontana cugina. Dopo il delitto di Cogne,
si è parlato di una parentela tra Flavia Prodi e Anna Maria Franzoni, la mamma del piccolo Davide.
Scocciatissima per l’accostamento, Flavia ha tagliato corto: «Non è mia parente. Non l’ho mai
conosciuta o vista».
La carriera universitaria di Romano è stata all’inizio rapida, mai prestigiosa e alla fine bloccata.
Dopo una tesi, nel 1961, sulla barriere doganali con Siro Lombardini, dc di sinistra e ministro, il neo
laureato ha fatto il giro di rito nei templi anglosassoni: London School of Economics, Harvard,
Stanford. Il suo inglese non è mai decollato, arenandosi in un anglo-emiliano fonte di avventure da
brivido durante la presidenza Ue.
Se Prodi non ha dato all’università tanto da lasciare il segno, ne ha però ha ricevuto un celeste dono:
l’incontro con Beniamino Andreatta. Senza Nino, il Romano che conosciamo non sarebbe esistito.
Andreatta era economista di genio e consulente di Aldo Moro, capo della corrente dc più a sinistra.
Trentino di nascita, bolognese d’adozione, pessimo carattere, Andreatta prese in dotazione il
giovane e lo ficcò per anni qua e là. Se voleva chiodare in un posto un suo uomo o dare una
chiodata a un avversario (toccò a Rocco Buttiglione nel ’95), il chiodo di Andreatta fu Prodi.
Cominciò col farlo suo assistente nella facoltà bolognese di Scienze politiche, gli ottenne la cattedra
nel 1971 e lo introdusse al Mulino, ambiente principe dell’intellettualità cittadina. Poi, cominciò a
distoglierlo progressivamente dall’università, avvicinandolo al parastato e alla politica. Così, prima
di piombare nel coma in cui giace dal dicembre 1999, Andreatta inventò Prodi e lo impose.
Mentre il Mentore preordinava i passaggi chiave della sua vita, Romano affinava i poteri medianici
per la fatidica seduta spiritica.
Quella rissa DC che spinse Prodi al governo.
Causa prima dell’apparizione di Romano Prodi nella politica nazionale fu un’abbondante libagione
di Carlo Donat Cattin nel suo ristorante preferito. Prima di dirvi del banchetto, due parole sul
banchettante.
Donat Cattin, ispido dc piemontese capo della corrente Forze Nuove, era stato nominato in quei
giorni (novembre ’78), vice segretario del partito. Ma il segretario, Benigno Zaccagnini, un orfano
di Moro ucciso sei mesi prima, diffidava di lui. Lo aveva accettato obtorto collo, solo per equilibri
interni. A Donat Cattin del disamore di Zac non importava un fico. Il suo rovello era un altro. Da
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mesi ministro dell’Industria del IV governo Andreotti, era ora costretto a lasciare la poltrona,
incompatibile col nuovo incarico. Voleva però passarla a un suo uomo e pensava a Giuseppe
Sinesio, un fedelissimo siciliano. Per riuscire nell’impresa doveva imporlo senza averne l’aria,
aggirando gli appetiti delle correnti rivali. Con questa strategia in testa, Donat Cattin entrò nel
ristorante.
Il «Girarrosto fiorentino» di via Sicilia a Roma è famoso per le carni e il Chianti. Donat Cattin gli
dette sotto con le une e con l’altro e, imprudenza suprema, rilasciò un’intervista durante l'abbuffata.
Sbracò, anticipando le proprie intenzioni. L’indomani, presero cappello il premier, Andreotti, e il
segretario Zaccagnini. «Ci vuole scavalcare. Gli daremo una lezione», dissero all’unisono e per
punire Donat Cattin, ma senza irritarlo con la nomina di un dc di altre parrocchie, ripiegarono su un
«tecnico». Così sulla poltrona ancora calda di Donat Cattin sedette un semisconosciuto professore di
Bologna che divenne, tra lo stupor del mondo, ministro dell’Industria. Per Romano era finalmente il
debutto sulla scena nazionale. Dopo la cattedra nel ’71, aveva cercato in vari modi di imporsi
all’attenzione. Ci era riuscito in parte attraverso i giornali. Agli inizi, telefonava umilmente alle
redazioni offrendo commenti di economia, accettava di scrivere trafiletti e invitava a pranzo i
giornalisti. Col tempo, fu lui a essere cercato. Divenne prima collaboratore dell’Avvenire, giornale
dei vescovi, poi del Sole 24 ore, giornale della Confindustria, infine del Corriere della Sera, giornale
della sinistra ricca. Il suo nome circolava fra i lettori e una certa fama gli dette anche la seduta
spiritica di Zappolino. Ma questa, solo tra gli uomini del Palazzo, giacché la notizia di quell’exploit
filtrò nel grande pubblico a passo di lumaca.
Nominato ministro, la stampa sentenziò che Prodi era nella manica di Andreotti e di Zaccagnini, i
due che lo avevano scelto. Ma l’indispettito Donat Cattin, che credeva di saperla più lunga, affermò:
«L’ha voluto lì la Fiat» e, in un certo senso, aveva ragione.
Come è sempre stato e sarà, dietro la nomina di Romano c’era lo zampino di Beniamino Andreatta.
Nino era il centro di vari snodi. In quanto moroteo era amico di Zaccagnini. Come economista
principe della Dc, era ascoltato da Andreotti. Ma, soprattutto, era l’uomo dell’Arel, l’aggregato di
teste d’uovo che tracciava la linea economica al partito. Tra i soci fondatori dell’Arel era Umberto
Agnelli che proprio in quella legislatura, ’76-79, sedeva alla Camera come deputato democristiano.
Di qui, l’uscita di Donat Cattin. Ma era un’illazione, tipo due più due fa quattro: Andreatta
+Arel+U. Agnelli +nomina all’Industria= Romano uomo Fiat. Solo nei lustri successivi, Prodi
mostrerà di essere agnellista in servizio permanente. Da capo dell’Iri, col semidono dell’Alfa agli
Agnelli. Da capo del governo, tra ’96 e ’98, col marchingegno della rottamazione auto.
Inaugurando quello che sarà il suo vezzo, Romano prima di accettare il dicastero fece il ritroso. Fu
tempestato di telefonate, preghiere, ammonimenti. Infine, emettendo uno dei suoi cavernosi sospiri
e la frase celebre da allora cento volte ripetuta: «Vista la situazione in cui versa il Paese, metto a
disposizione le mie competenze», partì un sabato sera per Roma. La domenica mattina si presentò,
vestito di tutto punto con la valigetta in mano, al ministero di Via Veneto seguito da un codazzo di
giornalisti. Trovò solo il custode, che lo prese per un «pistola». L’uomo gli spiegò con pazienza che,
come è uso in Occidente, il dicastero la domenica era chiuso e, se voleva vendere merce, passasse
l’indomani. «Grazie, tornerò domani. Sono Prodi, il nuovo ministro», rispose Romano che gli
strinse la mano, ammiccando a cronisti e fotografi entusiasti. I titoloni dei giornali del giorno dopo
resero popolare in ogni angolo d’Italia l’ideatore della sceneggiata. Il finto grullo aveva vinto il
primo incontro coi media.
Romano rimase all’Industria 115 giorni. Firmò la legge sul salvataggio delle aziende in crisi che
porta il suo nome. Un provvedimento buonista a parole, che non ha mai funzionato nei fatti. Sapeva,
naturalmente, anche lui che non sono i decreti a salvare le aziende, bensì gli imprenditori con gli
attributi. Ma qualcosa in quelle 16 settimane bisognava pur fare. Negli anni a venire, il suo nome
circolò legato alle legge e ne tenne vivo il ricordo. Anche questo contribuì a sistemarlo nell’archivio
delle riserve della Repubblica in attesa di utilizzo. Il 20 marzo ’79, Andreotti fece il suo V governo.
Romano fu scaricato e al suo posto andò il psdi Franco Nicolazzi. «All’Industria hanno messo un
insegnante elementare», commentò il trombato con l’usuale nobiltà. Il medesimo, 17 anni dopo,
metterà un pm a capeggiare i Lavori pubblici e le grandi opere di ingegneria.
Era giusto, esaminando l’attività politica di Romano, cominciare da un’esperienza importante come
quella di ministro. Ma non era la prima volta che scendeva nell’agone politico. Da giovanotto, era
stato consigliere comunale di Reggio Emilia. Fu nella «legislatura lunga», 1964-1970, come la
chiamano i reggiani. L’unico periodo in cui Romano ebbe la tessera della Dc. Poi restituì il papiello
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e continuò la carriera come dc criptato, simulando indipendenza.


Nulla si sa della sua attività in Consiglio comunale, perché nessuno lo ricorda. Viene però in
soccorso, «Insieme», il recente libro scritto a quattro mani da Romano e Flavia Prodi, la gentil
consorte. Duecentocinquanta pagine dedicate all’armonia coniugale e alla presenza costante, 24 ore
su 24, di Flavia in ogni respiro, sospiro, ambascia e angoscia di Romano. Da spararsi, se non fossero
così simili e fatti l’uno per l’altro.
Da «Insieme» apprendiamo, innanzitutto, che in quegli anni i Prodi, papà, mamma e i nove fratelli,
erano inquilini della Federazione comunista, proprietaria dello stabile in cui abitavano. C’era la sede
del partito e del circolo «Gramsci». «La casa era un po’ come una finestra su una realtà importante,
quella del Pci di allora in una città emiliana», commenta la signora Flavia che alterna col marito i
capitoli del libro, ma il cui stile è più rotondo e cordiale, rispetto a quello di sé compiaciuto e
moralistico di Romano, infarcito di «ho sempre pensato», «assolute priorità» e cenni alla sua «forte
volontà». Il successo alle comunali, ammette la signora, era stato più merito della famiglia che non
di Romano, da anni estraneo a Reggio per gli studi milanesi e le trasferte anglosassoni post laurea.
Molto avevano inciso «il ventennale passaggio dei nove fratelli Prodi nella scuole cittadine... i
legami d’amicizia con molte persone... i legami stretti col mondo cattolico».
Una volta in Consiglio comunale, Romano non fu entusiasta. Il sinedrio comunista si occupava
poco della città e troppo di Vietnam e crimini Usa. Tra i critici più accesi degli yankee, il ferrigno
Rino Serri che era anche l’incaricato del partito a riscuotere la pigione dei Prodi. Trent’anni dopo,
passato a Rifondazione comunista, Serri divenne sottosegretario agli Esteri del governo di Romano.
«Segno delle profonde evoluzioni del sistema politico», commenta serafica Flavia che, accecata
dall’affetto, sorvola sulle evoluzioni ben più profonde del marito opportunista. Dopo cinque anni da
consigliere, visto che si andava per le lunghe, il professorino si dimise con qualche anticipo. «Non
ce la faceva più a stare in Consiglio fino alle 3 di notte e a prendere il treno per Bologna, dove
insegnava, alle 7 del mattino», conclude, comprensiva e amorevole, la simpatica signora.
La digressione di «Insieme» ci ha riproposto con efficacia le relazioni, uno per tutti, tutti per uno,
dei fratelli Prodi. Due di loro, Vittorio e Paolo, hanno fatto politica, ma a tempo perso, lontani anni
luce dai livelli stratosferici di Romano. Vittorio, 67 anni, è oggi parlamentare europeo della
Margherita. Anni fa, era presidente della Provincia di Bologna. Come tale, ha fatto finanziare dalla
Provincia uno studio del germano Paolo sulla storia delle Chiesa bolognese. Familista, direte voi.
Certo, ma come può esserlo un Prodi, con la coscienza a posto, lo spirito puro e il convincimento
che se anche i soldi li cacci tu, il piacere te lo fa lui. Infatti, scoppiata la polemica, Vittorio precisò
seccato che la decisione aveva i crismi della più perfetta legalità e che Paolo era il non plus ultra per
l’incarico. Paolo, più seccato del fratello, confermò che lui era quanto di meglio, che non ci
guadagnava una lira e che i baiocchi erano nudo rimborso.
Paolo, 72 anni, è effettivamente un emerito storico della Chiesa e del Concilio Vaticano II. Bizzarro
e sparagnino, quando insegnava alla Normale di Pisa, abitando a Bologna, faceva una lezione il
lunedì alle 21 appena sceso dal treno, dormiva da un fratello che a Pisa viveva, faceva l’altra il
martedì alle 7, riprendeva la tradotta delle 8,30 e riappariva la settimana successiva. Gli allievi, oggi
sui 55, hanno ancora le occhiaie. Paolo, che è il più radicale dei Prodi, fu responsabile della Dc per
la Cultura ai tempi di De Mita. Ma piantò il partito, considerandolo mafioso, e passò alla Rete di
Leoluca Orlando, diventandone deputato.
Nelle vene del placido Romano scorre anche questo sangue tumultuoso.
L'IRI del Professore. Diario di un disastro.
Negli anni '80, Eugenio Scalfari si vantava di essere al centro di tutti i giochi e assediato da
Eccellenze desiderose del suo consiglio. Non si muove foglia che Scalfari non voglia, era il motto
del suo gonfio blasone. Anche la presidenza di Romano Prodi all'Iri è stata, a suo dire, farina del
proprio sacco.
L'Istituto zoppicava. C'era bisogno di una svolta. Il segretario della Dc, Ciriaco De Mita, ci
rimuginava da giorni finché decise di chiedere lumi a Scalfari che riassume così la vicenda.
«Quando DeIlMita mi disse: “Ovviamente ho in mente Prodi per l'Iri”, io gli risposi: “Ovviamente
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fai benissimo”. Ma poi mi richiamò e mi disse: “Guarda che Prodi non ci sta”. Allora io telefonai a
Prodi e gli dissi: “Tu hai l'obbligo di accettare. Parlate tanto di spirito di servizio e poi...”. E alla
fine accettò». La sintesi, efficace, è però vanagloriosa. Mette in luce la maggiore autorità di Scalfari
rispetto a De Mita, ma oscura le altre illustri paternità di Prodi alla presidenza Iri.
È l'autunno 1982 e capo del governo è il segretario del Pri, Giovanni Spadolini, primo laico a
Palazzo Chigi. Romano ha già fama di essere una «riserva della Repubblica», ossia un uomo
disponibile al bisogno. È il ruolo che ricoprirà per un ventennio. Assopito nell'università, ma
annodato a Beniamino Andreatta, Prodi era già stato, grazie a lui, ministro per qualche mese nel '78.
Si era poi tuffato in Nomisma, lasciando che fosse Nino a programmargli le tappe successive.
Giunta la crisi dell'Iri, Romano era in posizione chiave. La sua forza stava nella proprietà transitiva
che, tra gente di Palazzo, significa che se A è amico di B e B amico di C, anche A e C sono amici.
Prodi, considerato dc di sinistra, perché tale era Andreatta, già consulente del defunto Aldo Moro,
era pure pupillo di De Mita, che di Moro era l'erede. Inoltre Andreatta era l'anima del centro studi
Arel, di cui era finanziatore l'ingegner Carlo De Benedetti, il quale era intimo di Scalfari che aveva
perciò steso la sua ala su Romano, che di Andreatta era il protegé. Infine il premier, Spadolini, che
era compagno di partito di Bruno Visentini, il quale era legato a De Benedetti proprietario della
società Olivetti di cui Visentini era presidente, non poteva non vedere di buon occhio Prodi che era
nella manica di tanti cari conoscenti.
Ricostruita la filiera, torniamo al racconto di Scalfari per coglierne un particolare: la ritrosia di
Romano a accettare l'incarico che De Mita gli offriva. Farsi pregare, minacciare le dimissioni e
dimettersi effettivamente, è stata una caratteristica di Prodi. È la qualità fondamentale delle riserve
repubblicane, che devono essere a disposizione, ma pronte a sgombrare. Capostipite fu Enrico De
Nicola, primo capo dello Stato nel 1948, che rifiutava, accettava, si dimetteva e restò in pole
position fino alla morte. Ci imbastì una carriera Giovanni Leone, ci si adeguò da vecchio Amintore
Fanfani, rimediando una presidenza del consiglio a 80 anni. Campione vivente di questo «spirito di
servizio» è Giuliano Amato. Seguendo la scuola, Romano ha tagliato tutti i traguardi. Le
inspiegabili altezze che ha raggiunto, si spiegano così. Ma il meccanismo funzionava finché c'era
Andreatta a cavarlo dal cilindro e a riproporlo all'attenzione. Ora che da sei anni deve badarsi da
solo, c'è da dubitare che Prodi sia altrettanto pronto a tirarsi indietro. Il pacioso emiliano è cambia-
to.
Ha ormai il potere nel sangue e si vede a occhio che è cresciuto in grinta e cattiveria.
Romano diventa presidente dell'Iri il 24 settembre '82 e resta in carica fino al 2 novembre 1989. La
stampa accoglie con favore la sua nomina, compreso questo giornale, e lo seguirà con simpatia per
tutto il settennato. Nessuno gli fa le pulci e a fine mandato Prodi proclama di avere restaurato l'Iri.
Ne ha venduti pezzi per fare cassa e i bilanci sono accettabili. Quello che lì per lì nessuno dice, ma
sarà stradetto dopo, è che a fargli fare buona figura è stato Pantalone. Lo Stato, cioè voi e io, ha
versato nei forzieri dell'Iri prodiana tanti di quei soldi da rendere impossibile un giudizio sulla sua
conduzione. Romano poteva anche amministrare come una capra, tanto pagava il governo. Sono
anni in cui l'Italia sballa i conti e contrae il più stratosferico debito pubblico del pianeta. Il
contributo di Prodi al disastro è da Oscar. In sette anni, l'Iri ottiene fondi per 41mila miliardi di lire.
Una volta e mezzo di ciò che aveva incamerato dalla fondazione, 1933, all'ingresso del Nostro.
Diverse le iniziative di Prodi che, dispiace dirlo, sono state autentiche cappellate.
La prima, 1985, è lo sciagurato tentativo di semiregalare all'amico De Benedetti la Sme, ovvero i
Panettoni di Stato. La società raggruppa aziende private fallite e prese in carico dall'Iri, come Motta,
Alemagna, Star, Cirio. Prodi, di testa sua, concorda con la Buitoni di De Benedetti un prezzo di
acquisto di 497,5 miliardi pagabili in vari anni. La somma è irrisoria: 930 lire per azione, contro le
1.290 della quotazione in borsa. In più, nelle casse della Sme ci sono 80 miliardi liquidi che
finirebbero quatti quatti nelle tasche dell'Ingegnere compratore. Si imbufalisce Bettino Craxi,
presidente del Consiglio, e richiama all'ordine Clelio Darida, ministro delle PpSs. Darida annulla il
patto Prodi-De Benedetti e indice una gara al miglior offerente. Un gruppo di imprenditori,
Berlusconi, Barilla e altri, è disposto a pagare di più. L'Ingegnere prende cappello e ricorre al
Tribunale, che gli dà torto. Seguono appelli, cause e controcause, fino ai nostri giorni, con la
sorpresina finale del Cavaliere, accusato di corruzione di giudici e tutto il bla bla. La lizza sfuma e
nessuno compra. Anni dopo, tra il '93 e il '96, la holding è venduta a spizzichi, pelati qua, panettoni
là, e il ricavo è sublime: 2.200 miliardi. Quasi cinque volte il prezzo fissato da Prodi: prova provata
che lui coi numeri è in guerra.
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Prima dell'accordo con l'Ingegnere, Romano aveva rifiutato una proposta di acquisto della Sme da
parte della multinazionale Hainz. Latore, il ministro liberale dell'Industria, Renato Altissimo, al
quale replicò: «La Sme non si tocca. È la cassaforte dell'Iri». Quando seppe che invece vendeva la
cassaforte a Carlo De Benedetti, Altissimo telefonò arrabbiato a Prodi: «Perché a Carlo sì e a me hai
detto no?». «Tu mica ce l'hai il taglietto sul pisello!», rispose Prodi con fine allusione alle origini
ebraiche dell'Ingegnere. Il dialogo è negli atti di un processo.
L'anno dopo, 1986, ne combina un'altra. Inalberando per le auto lo stesso nazionalismo
cipigliosamente rimproverato a Antonio Fazio per le banche, vende l'Alfa Romeo alla Fiat. A
discapito della Ford che offriva di più, in soldi e certezze. Agli Agnelli, coi quali ha un antico
rapporto di cui parleremo, fa sconti mostruosi e rateazioni da capogiro. «Hanno avuto l'Alfa per un
boccone di pane», è il giudizio unanime dell'epoca. In cambio, promettevano rilancio e occupazione.
Si sa come andata. Le Alfa in circolazione sono meno delle Torpedo e le maestranze residue sono
sotto tutela del Wwf. Ora capite perché Cesare Romiti, che orchestrò l'affare, sia oggi tra i fan di
Romano. Vale pure per l'Agnelli adottivo, Luca Cordero di Montezemolo, che esprime la
gratitudine della famiglia con impallinamenti diuturni del Cav.
L'operazione è stata anche una sconfitta dell'economista Prodi. Incamerando l'Alfa, Fiat ha avuto il
monopolio dell'auto italiana e si è impigrita. A furia di Panda, si è semplificata la vita, si sono
ringalluzziti i giapponesi e Mirafiori è finito nella Caienna. E il Professore, che ha aiutato Fiat a
farsi male, ha tradito Adamo Smith e il libero mercato che predica un giorno sì e l'altro pure.
Quando Prodi arriva all'Iri, la siderurgia è in grave crisi. Il problema è di tutto l'Occidente che
produce troppo rispetto al bisogno e troppo caro rispetto agli arrembanti asiatici. L'Iri ha la palla al
piede della Finsider che deve ridurre personale e produzione. Questione delicata che Romano vuole
seguire di persona. Ha un'idea da duca rinascimentale. Nomina alla Finsider un presidente, Lorenzo
Roasio, e un amministratore delegato, Sergio Magliola, dando a entrambi identici poteri. Costringe i
due a litigare per le competenze e a ricorrere a lui per l'arbitraggio. Così, il Machiavelli di
Scandiano ottiene l'auspicata ultima parola e avvia la Finsider, demotivata e depressa, all'ultima
dimora.
Nell'89, disarcionato il protettore De Mita da Palazzo Chigi, Prodi è costretto a lasciare l'Iri al
fiduciario andreottiano, Franco Nobili. Poco male. C'è da lavorare sodo su Nomisma il cui lustro è
stato appannato dalla sentenza micidiale del giudice Casavola. Romano si getta in un'opera triennale
di rilucidatura mentre cominciano, a macchia, come la peste, gli arresti di Tangentopoli. Nobili è
catturato il 12 maggio '93. Carlo Azeglio Ciampi, presidente del Consiglio, telefona personalmente
a Prodi per pregarlo di riprendersi l'Iri. Romano tergiversa, chiede tempo e inforca la bicicletta
(Bianchi, le sue sono tutte rigorosamente di questa marca) per meditare in pace. In sella riflette
meglio che sulle diverse poltrone che ha di volta in volta occupato, all'Iri, al governo, nell'Ue. Per
ore, è introvabile, mentre la moglie Flavia argina Ciampi che continua a tempestare di telefonate. Al
rientro, con le endorfine alle stelle, Romano dice sì. Il 15 maggio, inizia la presidenza bis. La
caratterizza con le privatizzazioni, la nuova moda. Vende le due banche Iri, Comit e Credit, ai
piccoli risparmiatori per creare, moda nella moda, un democratico «azionariato diffuso». Il vecchio
Cuccia di Mediobanca, che voleva invece il «nocciolo duro» di un gruppo scelto di azionisti, gli
toglie il saluto. La vittoria di Prodi è breve. Cuccia prende presto il controllo delle due banche senza
neanche versare le enormi somme che aveva promesso all'Iri per ottenere il «nocciolo». Ennesima
botta per l'Istituto.
A togliere Prodi dall'imbarazzo, pensa Berlusconi vincendo le elezioni del '94. Non volendo
conviverci, Romano proclama: «Non sono uomo per tutte le stagioni» e si dimette. L'Iri per un po' è
salva.
Quando Prodi rimase schiacciato dai debiti lasciati dall'IRI di Prodi.
In un quinquennio, Romano Prodi brucia le tappe. Fa una carriera politica a passo di lepre e, in un
amen, da pivello diventa un vecchio arnese.
Quando, nel maggio ’94, lasciò definitivamente l’Iri, era un parastatale di lungo corso con una
minuscola esperienza da ministro. Quando nell’autunno ’99, lascia l’Italia per l’Ue, è un avvizzito
veterano della politica. Nell’arco, è stato deputato, leader dell’Ulivo, capo del governo e ha fatto a
ritroso la strada: cacciato da Palazzo Chigi, emarginato dai suoi, la bile in fiamme. Altare e polvere,
come i Titani Il della Storia.
Pratico L’epopea
Mondo merita
per Edunet il racconto.
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Nel ’94, dopo 18 anni come riserva della Repubblica, Romano non ha una fisionomia politica
definita. Noi già sappiamo che è un dossettiano e un dc di sinistra. Ma per i più, era un tecnico.
Tanto vero che An, parte integrante del primo governo Berlusconi, ma a corto di persone per il
sottogoverno, pensa di utilizzare Prodi in quota dell’ex Msi. L'idea non si concreta in una proposta,
ma è indicativo che sia nata. Un po’ com’è successo recentemente con Mario Monti che la solita An
avrebbe visto volentieri come ministro dell’Economia, quando due anni fa defenestrò Giulio
Tremonti. Indubbio che il partito di Gianfranco Fini abbia problemi di strabismo, ma anche vero che
Prodi allora, come Monti oggi, civettino con un’ingannevole equidistanza che in realtà non hanno.
A schierare decisamente quel mollaccione di Romano, intervengono due duri, ossessionati dal Cav.
Oscar Luigi Scalfaro e a ruota Beniamino Andreatta.
Dopo la defenestrazione del suo governo nel gennaio ’95, Berlusconi, indica Lamberto Dini per la
successione a Palazzo Chigi. Scalfaro se ne impipa, convoca Prodi al Quirinale e gli dice chiaro che
preferirebbe fosse lui a presiedere il nuovo governo. Romano tergiversa, si arrovella, cincischia e
perde il treno. Non era ancora abbastanza gasato.
La Dc intanto rantola. Anzi, muore e al suo posto nasce il Ppi. Per rocambolesche circostanze,
segretario è Rocco Buttiglione, odiato dalla sinistra del partito. Temono che stia per fare un accordo
con Berlusconi. Una volta di più, Andreatta cava Prodi dal cilindro e ne fa circolare il nome come
colui che può rianimare il Ppi e portarlo a sinistra. Romano nel frattempo è alle prese con un
diversivo. Si è improvvisato divulgatore e impartisce lezioni di economia in tv sulla Terza Rete. Ha
una sua rubrica, «Il tempo delle scelte», in cui parla di privatizzazioni, welfare state, ecc.,
coadiuvato dall'immancabile consorte Flavia che svolge l'essenziale funzione di «spettatore critico»
(«Insieme», pag. 88). De Mita, che lo segue assiduamente sul teleschermo, esclama: «Romano è
meglio come giornalista che come presidente dell’Iri», diventa un suo fan e si accoda a Beniamino
nel ritenerlo l’uomo giusto. Comincia il passaparola e in breve sono in molti a pensarlo. Dai sinistri
Rosy Bindi e Sergio Mattarella, ai moderati Gerardo Bianco e Franco Marini.
I ferri corti con Buttiglione non bastano più e si passa alle rasoiate. «Traditore Buttiglione,
cappellano dei neofascisti», urla dieci volte al giorno Beniamino e nelle pause enuncia la strategia:
«Ora ci vuole la guerra di liberazione dal filosofo traditore». Il mite Rocco che febbricita alla sola
idea di un’alleanza con gli ex comunisti del Pds, accelera i contatti con Cav e si isola come il
Battista nel deserto. Inizia una melina tra chi impiccherebbe Buttiglione al pero e i pochi che lo
sostengono.
Ve la faccio breve. Un bel giorno, Andreatta, che era capogruppo Ppi alla Camera, e Nicola
Mancino, suo omologo al Senato, annunciano che Prodi è il candidato leader del centrosinistra per
le elezioni politiche. Buttiglione è di fronte al fatto compiuto. Filosoficamente, cede alla brutalità,
fugge dal Ppi, fonda il Cdu, si schiera col centrodestra e esce dal racconto.
Ora, sotto i riflettori, c’è solo Romano.
In pochi mesi, da personaggio periferico, Prodi si trasforma in protagonista. Il ruolo che gli è
assegnato è quello di maschera presentabile di un guazzabuglio di ex comunisti, neo comunisti,
Verdi vocianti, giustizialisti che la decenza consiglia di nascondere. Inalberando la sua innata faccia
parrocchiale, Romano entra nel ruolo senza fare una piega. Lo incarna perfettamente ancora oggi,
come se glielo avesse assegnato il Signore dall’inizio dei tempi. Lui non ha fatto nulla per montare
sul piedistallo. Gli altri hanno fatto per lui. Ma adesso non lo schioda più nessuno.
Avuta l’investitura, decolla. Compra ad Assisi un pullman usato, il che fa, in un sol colpo,
francescano e democratico. Lo allestisce di fax e frigo, e comincia la campagna elettorale col giro
delle «cento città». I pullman sono forse due, gemelli, come sospetta il suo eccezionale biografo,
Antonio Selvatici, che fornisce le targhe di entrambi: Pg 709626 e AC 862 Fg. La cosa resta segreta
e Romano passa per ubiquo come Padre Pio. La mattina fa l’ingresso col pullman a Bari, a
mezzogiorno gira col pullman bis a Milano, nel quale è salito dopo essere sceso dall'aereo.
Sul torpedone, ben attrezzato, sfoglia i giornali. Nota con disappunto che tre colleghi docenti
universitari scrivono articoli tra il tiepido e lo scettico. Gli dicono: parla chiaro, meno slogan, più
cose. Gli chiedono: come manterrai le promesse? I soldi dove li trovi? Decidi tu o sei in balìa dei
comunisti versipelle ex, post, neo? I tre sono Nicola Matteucci del Giornale, Angelo Panebianco e
Ernesto Galli della Loggia del Corriere della Sera. Prodi e il trio si conoscono da decenni e non solo
per ragioni accademiche. Li lega anche il Mulino, i Lincei di Bologna, di cui sono associati, autori e
pezzi grossi. Per Romano quella libera critica è uno sgarro e... Ma lasciamo parlare Matteucci:
«Seppi che Prodi aveva convocato a casa sua il presidente dell'associazione il Mulino per protestare
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duramente contro gli articoli... Insomma: i soci dell’associazione dovevano (questa la pretesa del
furibondo Prodi, ndr) fornire la base culturale del suo partito. Un amico socio del Mulino (se la
memoria non mi tradisce, Michele Salvati) mi disse di stare attento perché Romano era un essere
vendicativo. L’avvertimento mi lasciò indifferente perché nel campo scientifico il potere di Prodi
era nullo e il Mulino avrebbe continuato a pubblicare i miei libri». Da allora, Matteucci ha tolto il
saluto a Prodi.
L’Ulivo vince le elezioni del 21 aprile 1996 e Romano entra a Palazzo Chigi. Non è una gran
vittoria, anzi una truffa legale. Il Polo ha preso 300.000 voti più dell’Ulivo. Ma, per un perverso
meccanismo elettorale, l’Ulivo ha più eletti.
Dei due anni e mezzo di governo Prodi, c'è poco da dire. Diciamo quel poco.
È imminente l’avvento dell’euro. L’Italia, per adottare la nuova moneta, deve risanare i suoi terribili
conti pubblici. A pesare sulle casse del Tesoro, è l’indebitatissimo Iri, reduce da otto anni di cura
Prodi. Il destino beffardo affida alle mani del guastatore la riparazione del guasto. La più bella
azienda dell’Iri è la Stet, oggi Telecom. Venderla ai privati sembra l’unico modo per ridurre i debiti
dell’Istituto. Prodi convoca il presidente della Stet, Ernesto Pascale, e l’amministratore delegato,
Biagio Agnes, che gli espongono un piano alternativo. Lui neanche li ascolta e caccia entrambi
dall’azienda. A trovarsi la strada spianata è l’Ifil di Umberto Agnelli che, con uno zero virgola del
capitale Stet, nomina amministratore un suo uomo: Gian Marco Rossignolo. Ignoro come sia stato
possibile, ma sono le delizie del capitalismo all’italiana. Prodi appoggia in toto la manovra Ifil
(Fiat) e si sdebita così con Umberto che, 20 anni prima, aveva propiziato la sua nomina a ministro
dell’Industria. Poi, come ricorderete, tutto va a rotoli. Max D’Alema, che subentra a Romano nella
guida del governo, dà la Stet-Telecom all’amico ragioniere Roberto Colaninno che rivende, con una
fantastica plusvalenza, al dottor Marco Tronchetti Provera, l’attuale proprietario. Conclusione: lo
Stato non ha ridotto di un centesimo il debito pubblico, ha dato via gratis il suo gioiello e l’Italia è
oggi il solo Paese al mondo con un monopolio telefonico in mano a un privato signore. Ovunque, o
sono società a azionariato diffuso o aziende a controllo statale. Ma questo fa parte del libro, ancora
da scrivere, sugli amorosi sensi tra movimento operaio e confindustriali.
Vi faccio grazia dell’altro mistero Telecom scaturito sotto il governo di Romano: l’acquisto di
Telekom Serbia. Al minimo, è stato un pessimo affare: comprata a cento, l’azienda è stata
rivenduta, anni dopo, a cinquanta. Il sospetto, non provato, è che ci siano state tangenti politiche. La
magistratura lo ha escluso. La commissione parlamentare d’inchiesta ha invece puntato il dito su tre,
che secondo testimonianze e carte, sarebbero stati i maneggioni. In arte, Mortadella, Cicogna e
Rospo. Chi si nasconda dietro, è stato supposto, ma non accertato.
Prima di inciampare sullo sgambetto di D’Alema, il governo Prodi ha fatto altre due cose. Per la
Fiat, la legge che incentiva la rottamazione delle auto. Per l’Italia, l’ingresso in zona euro: gli va
riconosciuto, lasciandogliene la responsabilità.
Defenestrato dagli alleati, Romano lascia Palazzo Chigi a metà legislatura. Sfoga la rabbia in bici e
smette di pedalare solo quando è certo che diventerà presidente dell’Ue. Deve lasciare il seggio alla
Camera e candida al subentro l’austero ex alunno della Scuola militare della Nunziatella, Arturo
Parisi, come lui uomo del Mulino e collega nell’università felsinea. Ne cura di persona la campagna
elettorale a Bologna contro il candidato Cdl, Sante Tura, popolare ematologo, salvatore di molte
vite. Ma lo zelo tradisce Romano che telefona al cardinale Biffi, arcivescovo di Bologna, e gli
ingiunge: «Lei deve schierarsi con Parisi. O, comunque, non con Tura». Ma Biffi, che di Prodi se ne
pappa dieci, replica duro: «Non si permetta. Non prendo ordini da nessuno», e lo esclude dalle sue
preghiere.
Privato del pio appoggio, Romano si avvia al disastro di Bruxelles.
Quelle consulenze all'IRI che Romano commissionò alla sua Nomisma.
Sorretto per le braccia da Nino Andreatta, Prodi diventa professore ordinario dell’Ateneo di
Bologna a 32 anni. Raggiunge il traguardo, ma nulla cambia nella sua vita. La facoltà è la stessa,
Scienze politiche, che bazzica da un decennio come aspirante docente. Ottiene una stanza più
grande, ma è sempre a un tiro di voce da Andreatta, pronto a correre a un suo richiamo. Estote
parati, come un lupetto col capo scout.
Beniamino, questo il nome di Andreatta al fonte battesimale, lo aveva preso come assistente nel ’63,
promosso associato nelMondo
Il Pratico ’66, imposto ordinario
per Edunet books nel ’71. Molto altro farà per lui, ma senza dargli più
di tanto confidenza. Nonostante l’intreccio di interessi da cui erano uniti, Nino ha sempre dato e
preteso il lei da Romano. Dispettoso per natura, inventava continui espedienti per marcare le
distanze. Da ministro degli Esteri di Ciampi nel ’93, non telefonava mai personalmente all’allievo,
come usa tra parigrado, ma lo faceva cercare, come un sottoposto, dai telefonisti della Batteria, la
segreteria generale del Palazzo politico. Prodi, che sedeva sullo scranno di presidente dell’Iri,
inghiottiva senza fiatare, ma imbestialito assai.
A Romano fu assegnata la cattedra di Economia politica e industriale. La tenne ininterrottamente,
dal ’71 fino alle dimissioni, nel ’99. Ventotto anni davanti a un’unica lavagna sono il segno o di una
supremazia indiscutibile o di un’oasi che non fa gola a nessuno. «Prodi è rimasto sul piano
accademico un isolato», ha scritto Nicola Matteucci che fu preside della facoltà di Scienze politiche.
Come dire, Prodi ha vissuto indisturbato in una comoda nicchia. In altre parole, non è mai stato in
corsa per il Nobel: era un praticone di cose industriali, appassionato del comparto piastrelle in
Emilia Romagna. I titoli delle sue pubblicazioni nei primi lustri, sono indicativi: L’industria della
ceramica per l’edilizia, La riconversione dell’industria italiana, Fusioni di impresa. Solo negli anni
’90, afferrato dall’ambizione politica, cominciò a guardare più in grande e scrisse libri come Il
capitalismo ben temperato e Un’idea dell’Europa. Ma sono ormai manifesti propagandistici, non più
saggi accademici.
Romano come studioso ha il fiato corto. L’università inizia a andargli stretta quando Andreatta lo
dirotta verso lo Stato, con una esperienza da ministro dell’Industria nel ’78, e al parastato con la
presidenza dell’Iri nell’82. Ma è a causa di un mal calcolato gesto di imperio che chiude con la
carriera accademica, come ha rivelato una volta il preside Matteucci. Prodi aveva un allievo, Fabio
Gobbo, che abbiamo già intravisto mescolato ai 17 della seduta spiritica di Zappolino. Volendo
promuoverlo professore ordinario, Romano pretese di fare parte della giuria del concorso a cattedra
e, battendo i pugni, lo impose. «Gobbo era un giovane serio - scrive Matteucci - ma allora non
ancora scientificamente all’altezza di una cattedra: questo suscitò le violente proteste di tutta la
corporazione degli economisti... Si preferì mettere tutto a tacere. Ma la carriera accademica di
Romano Prodi era finita».
Fu così che voltò pagina e si mise in affari creando Nomisma, un istituto di consulenza economica
con sede a Bologna, a due passi da casa sua. Nel nome, c’è il programma: Nomisma era la moneta
aurea dell’impero bizantino, il dollaro di Costantinopoli. L’Istituto diventa la cassaforte del suo
ideatore e trasforma Romano in un sontuoso contribuente che quando oggi discetta di povertà parla
a orecchio. Anche in questo caso, l’ispirazione è andreattiana. Beniamino era un genio della
consulenza. Negli anni ’70, aveva fondato prima l’Arel, Agenzia di ricerche e legislazione, che,
senza fini di lucro, dava consigli economici alla Dc, poi Prometeia che li dava, ma pronta cassa, a
clienti danarosi. Nomisma era la pedissequa imitazione di Prometeia, ma destinata ad avere più
successo dell’originale.
Il laboratorio di cervelli prodiano nasce il 21 marzo 1981 da un accordo con la Banca nazionale del
lavoro che finanzia il progetto. Compito di Nomisma è fare ricerche sull’economia reale dell’Italia,
lavorando soprattutto nell’interesse di Bnl. A capo della banca c’è Nerio Nesi che, con Prodi, è
l’anima dell’operazione. Nesi è della sinistra Psi, come Prodi lo è della Dc. Sono entrambi
bolognesi, interessati all’industria e in buoni rapporti. Nesi, che oggi è deputato della Rosa nel
Pugno, ha lavorato negli ultimi anni per riappacificare Prodi con Fausto Bertinotti che sgambettò il
suo governo nel ’98.
Nomisma cresce subito tumultuosamente. Estende la sua clientela molto al di là della Bnl e diventa
in breve la società intellettuale più in vista d’Italia, con una legione di teste d’uovo alle dipendenze.
Prodi è il factotum e il presidente del Comitato scientifico, ossia supremo responsabile delle
ricerche strapagate dai clienti. Quanto gli studi siano validi, è cosa discussa. Ma intanto le
soddisfazioni sono molte, finché non accade un incidente.
Romano nell’autunno dell’82 diventa improvvisamente presidente dell’Iri con cui Nomisma aveva
scambi fruttuosi. Frequente il passaggio di studiosi prodiani alle società irizzate per ricoprirvi
cariche di presidenti o amministratori; numerose le società Iri clienti di Nomisma. Gli intrecci
aumentano con l’arrivo del Nostro e le commesse per Nomisma si moltiplicano. Ce n’è quanto basta
per ipotizzare l’interesse privato in atti di ufficio. Il pm romano Luciano Infelisi apre l’inchiesta
sulla base di lettere anonime e di una interrogazione del deputato Staiti di Cuddìa. Emerge che
Prodi, pur a capo dell’Iri, manteneva la presidenza del consiglio scientifico di Nomisma e che
società Iri, Italstrade, Sip, Italsider, ecc., stipulavano contratti di ricerca miliardari «per favorire
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Nomisma e Prodi». Nell’85, Infelisi rinvia Romano a giudizio. Tre anni dopo, il giudice Mario
Casavola lo proscioglie. Ma con motivazioni demolitrici.
La sentenza dà un quadro di Prodi e di Nomisma del più alto interesse.
Già prima dell’inchiesta, il Consiglio di amministrazione dell’Iri aveva censurato il suo presidente
«per avere gestito le ricerche bolognesi quando committenti erano società Iri, senza avvertire il
Cda». A ruota, la Corte dei conti aveva bacchettato l’Iri per il «ricorso a consulenze esterne quando
aveva proprio personale in grado di assolvere gli stessi compiti». Osserva il giudice Casavola: «È
indubbio che alcune commesse furono volute da Prodi per aiutare Nomisma che aveva bisogno di
lavorare». Ma non ha commesso reato perché l’Iri, in quanto tale, «è rimasto sostanzialmente
estraneo all’affidamento a Nomisma, anche se le società committenti sono a prevalente o esclusivo
capitale Iri». Aggiunge: «L’idea che le commesse siano state affidate a Nomisma perché a chiederlo
alle società collegate (Italsider, Sip, ecc.) era il presidente Iri è verosimile, ma non assume gli
estremi del reato». Dunque, comportamento scorretto ma non punibile. Fosse stato direttamente l’Iri
a stipulare le consulenze, il suo presidente, pubblico ufficiale, avrebbe commesso reato. Ma poiché
a sottoscrivere i contratti con Nomisma erano state le singole e private spa Iri, il presidente
dell’Istituto e proprietario di Nomisma è assolto. Un cavillo tipicamente giuridico.
Il seguito della sentenza fa il punto sull’efficacia delle ricerche prodotte dal brainstorming prodiano.
«L’inchiesta ha consentito di dedurre... la scarsa attinenza delle consulenze agli scopi istituzionali
delle società (Italsider, ecc.)... Una volta compiute, non sembra siano state lette e utilizzate».
Casavola cita le testimonianze di diversi amministratori delegati delle aziende clienti, «nessuno dei
quali ha ritenuto di leggere» i pensum di Nomisma e conclude: «Questi giudizi danno corpo a
sospetti generalizzati di consulenze richieste a fini clientelari».
La sentenza ha una coda che riguarda un ricco contratto durato sei anni tra Nomisma e ministero
degli Esteri. Un conquibus di circa sei miliardi alla società di Prodi (siamo nella seconda metà degli
anni ’80) per «monitorare» le economie di una ventina di Paesi. Anche stavolta Romano è assolto,
ma il suo centro studi esce a pezzi. «La convenzione - scrive Casavola - riguardava un settore di
ricerche nelle quali Nomisma non vantava alcuna competenza specifica... Nomisma ha formulato
una duplicazione di strutture per consentirsi una duplicazione di introiti... Il Comitato scientifico, il
Comitato metodologico, l’Osservatorio, richiamati nel frontespizio delle pubblicazioni, quasi a
mostrare una struttura complessa e ramificata, sono in realtà la stessa cosa, con gli stessi ricercatori
e con gli stessi compiti... Il compenso era previsto per la direzione scientifica e per coordinamento
come se fossero realtà diverse... invece, sono sempre le stesse persone a operare». Un gioco delle tre
carte che, per di più, produce studi da burla. «La ricerca - continua infatti il magistrato - era
organizzata con la lettura di testi richiesti in prestito a biblioteche... e con contatti con il ministero
degli Esteri (sic! Lo stesso che chiedeva lumi a Nomisma, ndr)... Gli aggiornamenti sono per due
terzi ripetitivi...». Secondo un utente delle ricerche, il senatore Francesco Forte, «si trattava di
documentazione invecchiata, superficiale, copiata su altre fonti ovvie, come enciclopedie e annuari
statistici». Ma anche il giudizio dell’ambasciatore Bruno Cabras è significativo: «Confesso che le
pubblicazioni della Banca mondiale e di altre organizzazioni avevano maggiore contenuto e autorità
per cui gli studi di Nomisma erano di scarsa utilità». Questa assoluzione a denti stretti è stata accol-
ta
con euforia da Romano che da allora si vanta: «Sono stato ampiamente prosciolto in fase
istruttoria».
Quell’«ampiamente» rispecchia la mancanza di senso critico dell’uomo che ha chiamato Unione un
caravanserraglio.
Quando Prodi tremò: “Salvatemi da Di Pietro”.
Nel luglio del '93, il melomane Filippo Mancuso stava uscendo da casa per acquistare un manuale
sul clavicembalo ben temprato, quando suonò il telefono. Era Romano Prodi da Parigi che
singhiozzava nella cornetta e quasi non riusciva a parlare.
«Sembrava Anna Magnani nella Voce umana di Cocteau», ricorda Mancuso. «Devo parlarle con
urgenza. È successa una cosa gravissima», riuscì a articolare Romano che da un mese e mezzo
presiedeva per la seconda volta l’Iri. Stabilirono di vedersi l’indomani all’Istituto.
Prima di capire cosa sia successo, spieghiamo che c’entra Mancuso con Prodi. Raggiunti i più alti
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gradi della magistratura e da poco in pensione, l’allora settantunenne Mancuso era membro del
Comitato di consulenza giuridica dell’Iri. Aveva avuto l’incarico da Franco Nobili che nel frattempo
era stato ammanettato dal pool di Milano e languiva in carcere da due mesi. Subentrato a Nobili,
Prodi aveva confermato la nomina di Mancuso che il giorno dopo si presentò puntualissimo nella
sede di Via Veneto.
Ecco, per bocca dell’ex Guardasigilli del governo Dini (1995), il racconto dell’incontro.
«Prodi era prostrato. Appena mi vede, mi si abbandona addosso e implora: “Eccellenza, mi salvi”.
Aveva un affanno doloroso sul volto e non riusciva a parlare. Io non capivo. Alla fine si dà un
contegno e dice: “Sono stato interrogato pochi giorni fa, il 4 luglio, da un giudice feroce, certo Di
Pietro, che mi ha trattato come il peggiore criminale. Minacciava di non farmi tornare a casa. Si
alzava e andava alla porta urlando intimidazioni contro di me, perché i giornalisti che aspettavano
fuori sentissero. Quell’ossesso lo faceva per sputtanarmi”. Lasciai che si sfogasse, poi chiesi: “Ma
che voleva da lei questo Di Pietro?”. Prodi rispose: “Gli avevo detto che il primo periodo all’Iri era
stato il mio Vietnam. Questa frase è stata interpretata da quell’orrore di magistrato come
l’ammissione di pressioni per favori illeciti ai partiti. Si è messo a urlare forte: 'È vero o no, che il
segretario della Dc decideva lui chi doveva sedere su quella poltrona?' e poi, urlando di più: 'Ma i
soldi alla Dc chi glieli dava?'. Per ore ha continuato a scagliarsi contro di me, finché ha detto:
'Adesso esce coi suoi piedi, ma entro una settimana mi deve portare un memoriale spiegandomi
quella frase, altrimenti lei a casa non ci torna'. Cosa posso fare, Eccellenza? Replicai: “Lei cosa
vuole esattamente da me?”. Prodi rispose: “Il mio legale, prof. De Luca, ha scritto questa memoria.
Vorrei che la leggesse”. Ho detto: “Non sono in grado di rivedere un professionista come Giuseppe
De Luca. È un difensore eccellente e io, che sono un giudice, non so vedere le cose in chiave
difensiva”. Così risposi alle sue lacrimevoli insistenze. Ma Prodi continuava: “La guardi... veda...
giusto una scorsa...”. Voleva un parere, in realtà pensava che potessi fare pressioni sui magistrati. È
una mia interpretazione. Io però non abboccai e dissi: “Lei mi dice che ha a che fare con un pm di
questo tipo. Stia attento a non fare nomi di persone che potrebbero essere ingiustamente coinvolte
creando nuovi dolori”. Qui, Prodi esce al naturale e sbotta: “Io me ne fotto. Io devo salvare a ogni
costo me stesso e non devo preoccuparmi di altro”. Mi alzai dicendo: “Professore, lei ha sbagliato a
consultare me anche perché non sono in sintonia con questo modo di vedere. Lei mi dà
l’impressione di quei personaggi che nei film Western fuggono a cavallo, sparando sui bambini”. Su
questo, me ne sono andato e mai più ci siamo visti. Poi, lui disse che io ero pagato
“principescamente” per l’incarico all’Iri. Non è vero, ma se lo fosse stato, niente di male. Dicendolo
però, Prodi ha mostrato quello che è: un misero. Un misero naturale». Questa l’eloquente
testimonianza sul carattere di Romano nei momenti difficili.
Facendo poi l’esatto contrario del consiglio ricevuto, Prodi presentò ai pm Totò Di Pietro e Paolo
Ielo un dossier folto di nomi. Cinquantatré pagine sul suo settennato all’Iri, in cui si assolveva da
tutto incolpando invece Craxi, Gianni De Michelis, Giuliano Amato, il pm Infelisi (che lo aveva
indagato per Nomisma) e perfino Berlusconi, reo di avere ostacolato la svendita della Sme all’Ing.
De Benedetti. Una spiata in piena regola, accolta con voluttà dai due pm, ma che, di per sé, non
sarebbe bastata a tirarlo fuori. A salvare Romano, fu infatti il Quirinale di Oscar Luigi Scalfaro.
Poteva metterci una pietra sopra. Invece, ha voluto strafare e si è attaccato a Di Pietro come un
siamese a suo fratello. Premetto, e confesso, che ho addolcito i giudizi di Prodi su Di Pietro nel
dialogo con Mancuso. Le parole autentiche davano meglio l'idea dello stile giudiziario del pm, ma
le ho cambiate per non dargli altre occasioni di arricchirsi con le querele. Tutto perciò fa pensare
che Romano avesse in origine un autentico disprezzo per Di Pietro, misto a paura. Ma questa ha
prevalso. Così, per tenerselo buono anche dopo l’abbandono della toga, l’ha preso prima nel suo
governo del ’96 come ministro dei Lavori pubblici, poi come stretto alleato. Da anni, in tv,
compaiono in coppia come pappagalletti. Le formazioni tipo sono, Totò alla destra di Romano, Totò
alle spalle di Romano, Totò che annuisce a Romano che parla, Romano che guarda Totò per vedere
se annuisce. L’insana simmachia tra carcerato e carceriere e il delatorio dossier di 53 pagine folto di
nomi, hanno procurato a Romano nomea di codardo. Giorni fa, il suo ex preside di Scienze
Politiche, Nicola Matteucci, ha scritto: «La cosa divertente è che il nostro Prodi, che certo un prode
non è, gli ha offerto (a Di Pietro, ndr) per le prossime elezioni un posto sicuro... Una totale
mancanza di dignità, dove la paura di ieri si mescola alla viltà di oggi».
Per otto lunghi anni, Romano ha guidato l’Iri che con l’Eni è stato il tangentificio d’Italia. Le ha
viste tutte, fatte altrettante, ma si erge moralista. Insincero anche nel dossier per i magistrati. Finge
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di aprirsi, invece tace ciò che vuole tacere.


I fondi neri dell’Iri nascono prima di Prodi, ma è lui a coprirli. Sono serviti a finanziare partiti,
sovvenzionare giornali, costruire chiese, compiacendo questo o quel cardinale, favorire l’Opus Dei.
Lo scandalo scoppia sotto la presidenza Prodi. Il maggiore imputato è Ettore Bernabei, uomo di
rispetto della Dc, amico di Amintore Fanfani, sospetto Grande Elargitore. Per evitare la gattabuia,
l’astuto fanfaniano si fa operare di un calcolo. Il pm Gherardo Colombo, che ha spiccato il mandato,
aspetta impaziente la convalescenza per eseguirlo. Ma il chirurgo ha provvidenzialmente
dimenticato una garza nella pancia del paziente che torna sotto i ferri. Colombo, depresso per
l’interminabile malattia, ritira il provvedimento. Il malato guarisce all’istante e Prodi il giorno
stesso, 27 giugno 1985, lo promuove presidente dell’Italstat. Poi dichiara: «Tutti i fondi neri sono
rientrati nei bilanci dell’Iri: il danno economico non c’è stato». Non è così, ma sarebbe lungo
spiegare il trucco. All’indignato Franco Bassanini, un ex dc, passato ai socialisti, poi ai comunisti,
che gli chiede chiarimenti, Romano risponde, leale e coraggioso: «Se tocco Bernabei rischio di
saltare io».
Oltre al favore fatto a Fanfani, via Bernabei, il dossier di Romano ne tace un altro, fatto a Andreotti.
Nell’89, agli sgoccioli della prima presidenza, Prodi vende a prezzo stracciato il Banco di Santo
Spirito alla Cassa di Risparmio di Roma. Una decisione imperiale, senza gara al migliore offerente e
neanche uno straccio di perizia, denunciò scandalizzato Pietro Armani vicepresidente dell’Iri. Ma
era quanto desiderava il Divo Giulio, d’accordo con l’amico Cesare Geronzi che, direttore generale
della Cassa, diventa, con l’acquisizione, anche amministratore delegato del Santo Spirito. Quando
poi le due banche, completando il piano segreto, finiscono nel Banco di Roma, oggi Capitalia,
Geronzi presiede l’uno e l’altra. Andreotti è appagato e Romano rinsalda un antico rapporto di cui
domani vedremo l’origine.
Per molte di queste decisioni politicamente addomesticate e tecnicamente aberranti, come Santo
Spirito, Sme, ecc., Prodi l’ha fatta franca. Per una però, è finito in Tribunale. Nel ’96, già capo del
Governo, la Procura di Roma lo rinviò a giudizio per la vendita della Cirio-Bertolli-De Rica. Un
affare sballato della seconda presidenza Iri. La pm, Giuseppina Geremia, lo accusa di abuso di
ufficio per avere «intenzionalmente avvantaggiato» l’acquirente, la Fsvi dell’imprenditore
Lamiranda, «pur sapendo che non aveva i mezzi».
La storia si tinge subito di giallo. La Geremia riceve minacce e telefonate anonime. Un’aura mafiosa
plana sull’indagine al premier: chi tocca i fili muore. Ma la pm va avanti. Cautelativamente, il
Parlamento, dominato dalla sinistra, fa una legge ad personam sull’abuso d'ufficio alleggerendo a
ogni buon conto la posizione di Romano. Il gip Landi assolve Prodi applicando la nuova norma e
con una gimcana che impedirà alla Geremia, intenzionatissima a farlo, di impugnare il
proscioglimento. La sentenza doveva essere depositata il 23 gennaio ’98. Lo è invece il 9 febbraio,
due giorni dopo il trasferimento della Geremia a Cagliari. Partita lei, nessuno impugna e la cosa
muore lì.
Ancora una volta, Romano è miracolato. L’antica riserva della Repubblica, ora politico
professionale, può proseguire impunita la strada intrapresa.
Prodi a Bruxelles. Una brutta avventura terminata con la Caporetto
dell'Europa a 25.
Arrivando a Bruxelles, Romano Prodi si lasciava alle spalle il soprannome paesano di Mortadella,
saporito corollario della notorietà politica. Si dice che il nomignolo lo abbia sempre irritato perché
sottolinea l'affinità fisionomica del massiccio insaccato di Bologna con la sua faccia piatta e la testa
quadra. Fosse solo per questo, avrebbero anche calzato bene, che so, paracarro, comò o bidone.
La realtà è invece che il nomignolo di Mortadella è ricorrente nella pubblicistica politica e ha un
illustre precedente. Fu chiamato così anche Giovanni Giolitti che aveva una faccia tutt'altro che
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rincagnata. Era infatti un tipo aquilino e l'epiteto alludeva nel suo caso, agli ingredienti del salume
bolognese che sono un mix di carne di porco e di asino. Un modo di dargli dell'uno e dell'altro.
Speriamo, dunque, che Prodi, sapendo di condividere con Giolitti un glorioso soprannome, lo
accetti ora con serenità.
Quando nell'autunno del '99, Romano si insediò alla testa della Commissione Ue, ossia al governo
dell'Europa, fu accolto come un Churchill redivivo. Una ben congegnata propaganda delle sinistre
europee aveva suscitato attorno a lui molte speranze. Ma la luna di miele durò solo un paio di mesi,
cedendo il posto a un matrimonio d'inferno.
I primi a ribellarsi furono i cronisti che non sopportavano il suo portavoce, il giornalista italiano
Ricardo Levi. Richi, che è un sussiegoso giovanotto sessantenne, faceva coi suoi colleghi il
principino. Anziché aiutarli nel lavoro, informandoli e inquadrando i problemi, li trattava da
seccatori. Alle domande dava risposte vaghe. Alle richieste di conferma di un'indiscrezione, cadeva
dalle nuvole. Se volevano parlare con Prodi, li mandava al piano di sopra, mentre Prodi era al piano
di sotto. Finché, stufa del trattamento, mezza Europa giornalistica chiese la testa di quella specie di
moglie gelosa. Richi fu segato dall'oggi all'indomani e sostituito prima da un inglese, poi da un
finlandese, mai più da un italiano. Ebbe in cambio una sinecura strapagata: direttore di una
fantomatica «Cellula di prospettive» che doveva, figurati tu, delineare l'avvenire dell'Ue. Ma tra
Prodi e l'informazione il divorzio era ormai consumato e per il presidente italiano cominciò la
rosolatura.
Com'è noto, Romano per dire «oggi... a pranzo... ho... mangiato... pollo», mette cinque minuti come
se rivelasse le origini della vita. Solo agli italiani le sue pause, il continuo borbottio, il sordo soffiare
e quell'impressione generale di dormiveglia evocano i modi del buon curato e le atmosfere delle
pievi campagnole. A Bruxelles davano ai nervi. Presto, l'intero Palazzo dell'Ue ha cominciato a
irritarsi di un presidente inespressivo, favellante a singhiozzo, collezionista di gaffe tipo «mamma li
turchi», suo meditato parere sulla Turchia nell'Unione.
Agli inizi, Prodi teneva le conferenze stampa in inglese. In capo a un mese, ci fu la rivolta degli
interpreti. Non solo perché lo parla in modo imbarazzante, ma perché si mangia le parole. La
particolare conformazione della bocca, la reticenza innata e la cadenza bolognese che annulla le
vocali in favore di suoni consonantici sibilostruscianti, misero ko lo staff dei traduttori. Romano, su
supplica unanime, passò all'italiano. Anche qui, ci furono iniziali difficoltà a capirlo, ma con la
creazione di un gruppo specialistico, si venne a capo del problema.
Il rapporto di Romano con le lingue è sofferto. Parla il francese meglio dell'inglese. Ma anche in
questo caso con approssimazione. Mesi fa, già candidato dell'Unione per le elezioni del 9 aprile, ha
illustrato a Le Mans la cosiddetta Fabbrica del programma. La Fabbrica è un capannone di Bologna
dove ogni elettore del centrosinistra può dire la sua e fare proposte. «Se si vuole migliorare una
Nazione, bisogna prima ascoltarla - disse Prodi il giorno dell'inaugurazione -. Io desidero il
concorso di tutti». Sottinteso, non sono mica quel «faccio tutto mi» del Berlusca. Torniamo alla
conferenza francese. Ancora prima di addentrarsi nel ragionamento, Romano enunciò la formula
Fabbrica del programma dicendo anziché usine (fabbrica), cuisine (cucina) o almeno fu questo il
suono uscito dalla sua bocca. La Cucina del programma sorprese piacevolmente i francesi notori
gourmet, ma suscitò anche equivoci e smarrimento, tanto che molti tornarono a casa disappetenti.
L'infelice inizio della presidenza Ue di Prodi si tradusse in una impietosa presa di distanza di molti.
La radicale Emma Bonino disse di Romano: «Ha il cervello piatto», che era un incrudelire dato che
c'era già la faccia. Il giornalista Quatremer di Libération, quotidiano gauchiste, dunque amico, rivelò
che l'ex Cancelliere Helmut Kohl, saputo che Prodi stava per diventare presidente Ue, telefonò a un
capo di governo, dicendo: «Volete nominare Prodi? Siete diventati tutti matti?». Altro colpo basso,
giacché Kohl è amico di Romano e della moglie. Nel libro scritto dai coniugi, «Insieme», la signora
Flavia magnifica due affettuosi soggiorni ospiti del Cancelliere, quando il giuda aveva già fatto la
carognata del «siete matti?», ma ancora non si sapeva.
La strada in salita, Romano aveva bisogno di recuperare lustro con un colpo da maestro. L'occasione
era a portata di mano: l'allargamento della Ue a 25 Paesi. Preso da un raptus di europeismo acritico,
Prodi ha accelerato allo spasimo l'assorbimento dell'Est ex comunista. Con l'obiettivo immediato di
risalire la china e quello remoto di passare alla Storia. Raggiunto lo scopo, si è infilato la medaglia.
La bravata si è rivelata un disastro. L'Ue è nel caos. L'attuale Commissione di José Manuel Barroso
è sotto stress. Vista da Bruxelles, l'Europa a 25 è al tracollo. L'ingresso prematuro di Paesi lontani,
ha trasformato i palazzi in una babele, con mille nuovi funzionari insoddisfatti delle stanze, ignari
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delle procedure, estranei. Vista da Roma, Parigi o Madrid, l'Ue fa ribrezzo. È diventata un suk di
commerci, senza più ideali e molte paure. Il guazzabuglio di economie diverse e salari distanti anni
luce ha portato alla sindrome dell'idraulico polacco che fa per quattro lire quello che il tubista
francese faceva per otto, gettandolo sul lastrico di cucine e bagni su cui prima regnava indisturbato.
Il risultato è stata la bocciatura della Costituzione Ue nei referendum francese e olandese: un no
globale all'Europa, più che a un mucchietto di articoli che nessuno ha letto. Romano ascolterà pure
gli umori italiani nel capannone bolognese, ma ha fatto il sordo coi popoli europei. Quando, prima
del patatrac, si pose il dilemma: «Approfondire l'Ue o allargarla?», Romano rispose: «Dobbiamo
fare tutte e due». E si sono visti i risultati. Ha fatto lo stesso in questa campagna elettorale.
«Risanare i conti pubblici o rilanciare l'economia?», si è chiesto retoricamente. «Le due cose
insieme», si è risposto il taumaturgo. Se tanto mi dà tanto, salvaci o Signore! Il Financial Times ha
tirato le somme del quinquennio di Prodi in modo tacitiano: «La sua performance è stata orrenda».
Capitolo a sé, sono i rapporti che Prodi ha avuto col Cav. Ha sempre tifato Parigi e Berlino contro
Roma (e Londra). No a Bush, no ai soldati in Irak, no alla solidarietà con Israele, sul muro e le
rappresaglie antiterrore. Peggio, sul piano personale. Incontrando il Cav ai Consigli europei,
Romano si è tenuto distante, ha inalberato un viso da funerale e fatto smorfiette di disprezzo
ammiccando ai vicini. Fair play, zero. Il giorno inaugurale del semestre di presidenza italiana Ue, ci
fu nell'Aula di Strasburgo il battibecco tra il socialista tedesco Martin Schulz e Berlusconi. Il
teutone disse che Berlusconi doveva stare in galera e non lì. Il Cav reagì con un sobrio: «Kapò».
Prodi si imbarazzò per la reazione, non per ciò che l'aveva provocata. Nel successivo pranzo offerto
dall'Italia, Romano, cravatta scura e faccia a lutto, comparve appena e un quarto d'ora dopo era
sparito.
Sulla presidenza Ue di Romano non saprei che altro dire. A rigore, avrei anche finito questa
carrellata su Prodi. Ma qualcosa mi è rimasta nel gozzo. Consentitemi di ripescare due episodi del
lungo racconto che ho fatto. Mi hanno colpito mentre scrivevo, come se li avessi capiti per la prima
volta.
È incredibile, mi sembra, che dopo 28 anni Prodi non abbia ancora confessato da chi ha saputo di
Moro segregato a Gradoli, o Via Gradoli che sia. In un'aula di Tribunale, il teste che indica come
fonte di una notizia, un sogno, la Madonna pellegrina o una seduta spiritica, è arrestato all'istante
per reticenza. Lasciamo la galera, che non si augura a nessuno. Lasciamo che, se questo scheletro lo
avesse Berlusconi, apriti cielo. Lasciamo che il sospetto di tutti è che Prodi abbia saputo di Gradoli
tramite contigui delle Br, che ne conosca i nomi e che da 28 anni li taccia. Lasciamo che in Italia
l'omertà è di casa. Lasciamo tutto. Però, mi chiedo, se fossimo negli Usa, che possibilità di carriera
avrebbe avuto un simile politico? Nessuna. Al massimo, faceva il medium a vita.
Poi, c'è la faccenda della Sme. Una storia di fantastica impudenza. Pensate solo questo: quando nel
maggio del 1985, Prodi è pronto a cedere all'amico De Benedetti la quota Sme in mano all'Iri (65-70
per cento) per 497 miliardi di lire, sa, per sua ammissione, cha vale tre volte tanto.
L'ho già accennato altrove. Tre mesi prima, in febbraio, il ministro liberale dell'Industria, Renato
Altissimo, dice a Prodi che la multinazionale Hainz è interessata all'acquisto. Ne discutono a pranzo
nella foresteria dell'Iri. Lasciamo parlare Altissimo, la cui testimonianza è in un verbale del
Tribunale di Roma (ma lo aveva già raccontato ai giudici di Milano). «Prodi mi disse con una risata
che non esisteva lontanamente l'ipotesi di vendere la Sme, che era la cassaforte dell'Iri... (poi
aggiunse, ndr) «Hai idea di quanto si potrebbe vendere una cosa del genere? Stiamo parlando di
mille cinquecento miliardi, forse di più». Tre mesi dopo, non solo cede l'intoccabile «cassaforte»,
ma la offre a tre volte meno. Altissimo non è mai stato smentito. Con Prodi ho concluso.
Il libro di Ferdinando Imposimato riserva ancora altre sorprese sullo scandalo del super treno
I convegni di Necci e l'imbarazzo di Prodi
di Giampiero Carbone
“Corruzione ad Alta Velocità“
di Ferdinando Imposimato

Dopo il primo rapporto dello Sco, il reparto speciale della polizia che si occupa di indagini
societarie, ilIl17Pratico
ottobreMondo
1995 per
Imposimato riceve il secondo, integrazione del precedente dossier.
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Anche questo documento conferma la presenza di imprese poco pulite tra le assegnatarie dei lavori
per l'Alta Velocità nella linea Roma - Napoli.
"Tutto ciò è stato possibile poiché gli strumenti di controllo sulle grandi opere sono ampiamente
insufficienti", scrive l'ex magistrato, allora in veste di deputato alla Camera nelle file del Pds.
Ma intanto, nella Commissione parlamentare antimafia, presso la quale Imposimato è relatore sulla
criminalità in Campania, il parlamentare si trova sempre più isolato, tanto che anche i suoi
compagni di gruppo, quali Violante, Ayala e Bargone si dimostrano disinteressati al suo lavoro.
Nel settembre 1996, la presidente di quella Commissione, l'on. Tiziana Parenti di Forza Italia,
rilascerà un'intervista al giornale salernitano "La Città", nella quale accusa il Pds di aver coperto lo
scandalo isolando Imposimato.
Sempre nel settembre del 1995, Imposimato incontra l'amministratore delegato delle Fs, Lorenzo
Necci che afferma di condividere il lavoro fatto in Commissione e che riesce a convincere l'autore
del libro "Corruzione ad Alta Velocità" a partecipare ad un convegno dal titolo "Mezzogiorno di
ordinario sviluppo. Crescere con il Sud", partecipazione che lo stesso Imposimato definisce
"un'enorme ingenuità".

"Necci pensava a 300mila miliardi"


Durante il convegno, Necci fa riferimento ai 300.000 miliardi di lire che lo stato tedesco sta allora
investendo per realizzare l'unificazione tra Est e Ovest, e Imposimato scrive: "Incredibile! Il salto da
26.000 a 140.000 miliardi non bastava a Necci. Egli pensava a 300.000 miliardi".
Il 26 gennaio 1996, Imposimato illustra alla Commissione la relazione finale, in un'indifferenza
ormai impalpabile.
Inoltre, le audizioni in aula dell'ex amministratore della Condotte spa (società assegnataria dei
lavori, in odore di Camorra) nonché presidente del consorzio Iricav Uno (il consorzio di imprese
referente dell'Iri) Luciano Berarducci, e dei responsabili della Calcestruzzi (società del gruppo
Ferruzzi) e della Icla (altra impresa in odor di camorra) fanno capire che "dalle società che
operavano sull'Alta Velocità non era possibile cavare un ragno dal buco.
Mezze ammissioni, difese d'ufficio, molte chiacchiere, il facile riparo sotto l'ala lunga della
burocrazia e delle sue pastoie".

La relazione di Imposimato non verrà neppure messa in discussione e tantomeno votata.


Intanto, il 23 marzo 1996, le Camere saranno sciolte dal presidente Scalfaro, e con esse la
commissione antimafia.
L'ex magistrato viene ricandidato dalla coalizione dell'Ulivo per le elezioni politiche del 21 aprile
1996, sempre nel suo collegio Caserta - Maddaloni - Marcianise.
Un maresciallo della guardia di finanza informa Imposimato che la Camorra lo vuole eliminare,
poiché ritenuto responsabile di aver causato la revoca della concessione dei lavori per alcune società
subappaltatrici campane nell'Alta Velocità.
Alla fine, Imposimato lascia il suo paese, Maddaloni, e la Camorra si accontenta di non farlo
eleggere.
Dopo le politiche, vittoriose per l'Ulivo, l'ormai ex senatore decide di recarsi dal nuovo presidente
del consiglio dei ministri, Romano Prodi, per riferirgli tutto quanto sa sull'Alta Velocità; "ignoravo
gli insabbiamenti dell'inchiesta romana da parte di un pm, poi arrestato, e che Prodi era indagato",
anche se Imposimato ricorda che il suo nome era già emerso durante le audizioni alla Commissione
antimafia.
A questo punto, l'autore fa un dettagliato resoconto dell'incontro, durante il quale l'ex presidente
dell'Iri non apre bocca, mentre Imposimato espone il suo lavoro. Solo l'arrivo nell'ufficio del
presidente del ministro della difesa Beniamino Andreatta smuove Prodi dall'imbarazzo in cui è stato
gettato dalle parole di Imposimato, il quale viene cortesemente salutato senza aver concluso.
"Solo molto tempo dopo sarei venuto a conoscenza del fatto che Prodi, fino al 1993, anno della
nomina alla presidenza dell'Iri, era stato garante dei lavori dell'Alta Velocità, cioè uno dei
controllori di quello scandalo. E anche che, secondo il magistrato romano Giuseppa Geremia, Prodi
aveva fatto sì che una società da lui stesso creata, la Nomisma, potesse beneficiare di
consulenze miliardarie proprio sull'AltaVelocità".
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Sciacallaggio mediatico
Nell'ottobre dello stesso anno, Imposimato parla delle mancate indagini su questo scandalo alla
stampa; al Corriere afferma che "la Commissione antimafia aprì un'inchiesta ma non si volle andare
avanti", e fa i nomi di Violante, Bargone e Prodi per indicare coloro che avrebbero occultato la
vicenda.
Quest'ultimo arriva a negare di essere stato, all'epoca delle assegnazioni dei lavori per l'Alta
Velocità alle imprese "sporche", presidente dell'Iri.
La stessa Tiziana Parenti, ex presidente della Commissione antimafia, ricorda al Corriere come
Imposimato venne isolato "all'interno del suo stesso partito, per tenere l'inchiesta sotto tono".
E ricorda all'allora sottosegretario al Lavori Pubblici Bargone, che venne fatto il nome di Prodi
durante le audizioni della Commissione.
Secondo la Parenti, "Imposimato subì l'isolamento dal suo stesso partito anche perché
quell'inchiesta si intrecciava con quella delle Coop rosse".
Guardacaso, poche settimane dopo, il settimanale "Panorama" pubblica un articolo dove vengono
riportate alcune intercettazioni in cui Imposimato viene descritto come colui che avrebbe "montato
tutto quel pandemonio per estromettere dai lavori alcune imprese della Camorra per piazzare le
sue", senza fare però il nome delle imprese eventualmente appartenenti all'ex magistrato.
Questo tentativo di sciacallaggio mediatico non porta a nulla.
Pierfrancesco Pacini Battaglia, l'uomo-tangente dell'Alta Velocità
di Giampiero Carbone
“Corruzione ad Alta Velocità“
di Ferdinando Imposimato

Nella seconda metà del 1996, la magistratura di La Spezia, indagando su ben altre faccende, in
apparenza per niente collegate con l'Alta Velocità, si imbatte in un personaggio piuttosto noto ai
cronisti di Mani Pulite, Pierfrancesco Pacini Battaglia.
è necessario ricordare che all'epoca di questa inchiesta, l'indagine parlamentare di Ferdinando
Imposimato è ormai finita negli archivi della Commissione antimafia.
Il 13 settembre 1996, il giudice per le indagini preliminari Maria Cristina Failla, su richiesta dei
magistrati Alberto Cardino e Silvio Franz, emette un'ordinanza di custodia cautelare nei confronti
del suddetto Pacini Battaglia, di Lorenzo Necci, amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato,
dell'imprenditore Emo Danesi ex parlamentare dc e iscritto alla loggia massonica P2 , e di Eliana
Pensieroso, segretaria di Pacini Battaglia.

Gestione occulta delle società a capitale pubblico


Le intercettazioni ambientali hanno dimostrato l'esistenza di "un'associazione a delinquere
ramificata sul territorio nazionale e all'estero, il cui scopo era la gestione occulta di aziende a
capitale pubblico, così da ricavarne ingenti ed ingiusti profitti".
Secondo l'accusa, i promotori del tutto sarebbero Pacini Battaglia e Danesi, con Necci al seguito.
L'obiettivo: "la gestione occulta delle società a capitale pubblico, facenti capo al comparto delle Fs,
cioè la Ferrovie dello Stato spa e le sue partecipate; la distrazione di somme molto ingenti di denaro
pubblico dalle stesse Ferrovie dello Stato spa e, infine, l'acquisizione di commesse da società del
gruppo Eni, dietro pagamento di tangenti".
Sempre secondo i magistrati Cardino e Franz, la lobby, per poter agire in maniera coperta, si è
giovata dell'aiuto di alcuni magistrati, un tempo alla procura di Roma, nota per le famose
insabbiature; i magistrati sono, tra gli altri, Giorgio Castellucci, Orazio Savia e Roberto Napolitano.

Parole pesanti come macigni


In uno dei punti in cui si articola l'inchiesta spezzina, quello che riguarda la gestione occulta delle
società a capitale pubblico, si parla della società Tav spa. Nell'altro punto, quello riguardante la
distrazione di denaro pubblico, si parla di truffa contrattuale.
In una delle tante intercettazioni riportate nell'ordinanza "evidenzia come vengono elargite tangenti
ai vertici dell'Eni per ottenere la concessione di contratti e come faccia parte del piano del sodalizio
la gestione delle Ferrovie italiane".
Infatti, dai discorsi tra Pacini ed un imprenditore emerge che nei primi mesi del 1996 costoro
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avevano ottenuto due appalti dell'Eni, rispettivamente di due e tre miliardi e che nella banca
ginevrina di Pacini sarebbero state versate le tangenti dopo l'ottenimento dell'appalto.
In un'altra intercettazione, Pacini afferma: "Se vuoi un mio parere, oggi come oggi noi siamo usciti
da mani pulite...siamo quasi usciti...solo perché si è pagato".

Imposimato parla di "parole pesanti come macigni". Chi avrebbe preso i soldi?
I magistrati spezzini scrivono nella parte finale dell'ordinanza, riferendosi alle inchieste milanesi:
"la sola via giudiziaria non sia servita e non serva a debellare tale fenomeno (la corruzione ndr) che
sembra connaturato alla vita sociale del nostro paese... va sottolineato che la via giudiziaria, vista la
carenza di strutture, uomini e mezzi adeguati... appare resa più difficile da attività contrarie ai
doveri d'ufficio, quando non ci si trovi di fronte a vere e proprie partecipazioni associative di un
rilevante numero di appartenenti all'autorità giudiziaria".
Vengono arrestati il procuratore della Repubblica di Cassino, Orazio Savia e quello di Grosseto,
Roberto Napolitano, un tempo in servizio a Roma.
Un altro filone di indagine riguarda infatti la corruzione della magistratura romana, secondo l'accusa
pagata per chiudere un occhio sul ruolo di Pacini Battaglia, autentico collettore di tangenti,
invischiato anche nell'ulteriore filone di indagine, quello riguardante il traffico d'armi in cui è
coinvolta la fabbrica spezzina Oto Melara, il cui amministratore delegato, Francesco Guarguaglino,
finisce anch'esso in manette.
Se questo filone può sembrare "autonomo", quelli riguardanti gli affari sporchi di Pacini e Necci e la
corruzione dei magistrati sono legati indissolubilmente e hanno il loro nucleo negli affari dell'Alta
Velocità.
In sostanza, scrive Imposimato, in concomitanza con ogni appalto, i dirigenti delle Fs prendevano
contatti con Pacini Battaglia, il quale, con Emo Danesi, realizza un complicato sistema di conti
bancari esteri per gestire le tangenti raccolte dagli imprenditori che si interessano ai lavori dell'Alta
Velocità.

Pesci piccoli da sacrificare


Dalle numerose intercettazioni, emerge che Danesi e Pacini, nel caso in cui si scopra qualcosa,
fanno già i nomi di qualche "pesce piccolo" da sacrificare al posto dei "pesci grossi" come Necci e
Incalza.
Il loro obiettivo è che del fattaccio se ne occupi la procura di Cassino, sotto la cui giurisdizione
cadono i lavori per l'Alta Velocità Roma - Napoli e dove il procuratore Savia li può proteggere.
Fra i "pesci piccoli" sacrificabili, per Pacini c'è anche Emilio Maraini, figura originale, poiché, nel
1992, pur essendo sotto processo a Napoli in qualità di ex amministratore dell'Ansaldo, resta ai
vertici della divisione Tecnologie e Sviluppo di sistema delle Fs.
è quindi un uomo di Necci.
Nel 1993 è arrestato per corruzione aggravata e viene anche accusato dai giudici milanesi di aver
versato una tangente da 650 milioni al Psi per ottenere alcuni appalti della Intermetro nella
realizzazione del metrò romano.
Dai suoi interrogatori emergono legami con la Milano "da bere" di Pilitteri, Radaelli, Trussardi e
Craxi.
Nonostante tutto ciò, Maraini rimane uomo di fiducia di Necci, fino a divenare amministratore
delegato dell'Italferr, la società che deve controllare la correttezza di tutti gli atti dell'Alta Velocità
dal punto di vista ingegneristico.
Decisamente, una scelta migliore non poteva essere fatta.. il 7 febbraio 1998, Maraini sarà
nuovamente arrestato su ordine della procura di Perugia.
Per Maraini, il pm romano Castellucci chiederà due volte l'archiviazione.
Resta comunque un elemento sacrificabile.
Comunque, scrive Imposimato, la cosa che sconcerta maggiormente i magistrati spezzini Cardino e
Franz è il fatto di essersi resi conto di indagare su fatti che già anni prima potevano essere scoperti,
pur essendo finiti negli uffici delle procure di Roma e, soprattutto, di Milano.
Alta Velocità: inchieste affossate e persone oneste
Ferdinando Il
Imposimato, ex magistrato ed ex deputato del Pds, autore del libro "Corruzione ad Alta
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Velocità" del quale stiamo proponendo le parti salienti, si domanda come sia stato possibile che un
personaggio come Pierfrancesco Pacini Battaglia sia potuto passare sotto le forche caudine dei
magistrati milanesi Di Pietro e Colombo sin dal 1993 nell'inchiesta Enimont senza che costoro,
dopo averlo interrogato, non ne abbiano tratto nulla di interessante.
Tanto più che, nello stesso anno, il finanziere Sergio Cagnotti, ora presidente della Lazio Calcio e
all'epoca amministratore delegato di Enimont e amico di Raul Gardini, aveva confessato di aver
ricevuto cinque miliardi dalla Tpl (Tecnologie, Progetti, Lavori) società in apparenza creata per
assegnare consulenze in materia di progettazione ma in realtà una sorta di contenitore occulto di
mazzette che finivano nelle tasche di Necci, presidente delle Fs.
Questa mazzettona, secondo Cagnotti, sarà spartita tra costui, Gardin e Pacini.
Ma i magistrati di Milano, dice lmposimato, invece di confrontare le tesi di Pacini e di Cragnotti,
evitano di procedere.
Nel 1998, i magistrati di Brescia accuseranno Di Pietro di aver omesso di sviluppare le indagini in
questa faccenda. Secondo i pm bresciani, Di Pietro avrebbe favorito Pacini e Necci evitando di
indagare. Ma il gip bresciano Di Martino assolverà Di Pietro per "non aver commesso il fatto".

Un "affaire" iniziato nel 1993


Al lettore può sembrare di essersi allontanato dall'argomento dell'Alta Velocità ma così non è
poiché si tratta di un "affaire" nel quale si intrecciano tangenti di ogni tipo e provenienza.
Un groviglio spaventoso di interessi sul quale si inizia ad indagare sin dal 1993, come abbiamo
visto, addirittura con due inchieste, una romana (riguardante la correttezza nella costituzione della
Tav spa) ed una milanese (circa l'assegnazione degli appalti).
Ma è solo nel 1996, con I 'inchiesta della magistratura di La Spezia che succede qualcosa, con gli
arresti di Pacini Battaglia e Necci.
Se a Milano l'inchiesta finisce nel nulla, a Roma il sostituto procuratore Giorgio Castellucci chiede
più volte I'archiviazione, finché non viene egli stesso indagato con l'accusa di aver preso denaro
proprio per far archiviare l'inchiesta, come risulta da un'intercettazione ambientale.
Nessuno riuscirà mai a chiarire dove siano finiti i documenti delle due inchieste e lo stesso Di
Pietro, secondo Imposimato, negherà di averli richiesti.
I magistrati di Perugia, ai quali è passata l'inchiesta, parlano di una raccolta di mazzette per l'Alta
Velocità messa in atto dagli imputati realizzata con l'aiuto di "una sorta di presidio giudiziario"
grazie alla "compiacente attività di taluni magistrati, svolgenti le funzioni in ruoli chiave, i quali
pilotano nel senso desiderato le inchieste".
I giudici perugini affermano che una verifica presso la Techimont spa avrebbe consentito di
constatare che, proprio nel periodo in cui questa entra a far parte del consorzio Cociv (quello che ha
iniziato i lavori nella tratta Milano - Genova), versava al Pacini Battaglia ingenti somme di denaro.
Ma tutto ciò non è mai stata fatto.

Il memoriale di Portaluri
A questo punto, lmposimato riporta alcuni brani del memoriale di Salvatore Portaluri, che nel 1991
viene chiamato alla presidenze della Tav spa, carica dalla quale di dimette il 9 settembre 1993.
Portaluri afferma che su 38 società consorziate per la realizzazione dell' Alta Velocità, 34 avevano
già avuto problemi con la giustizia.
Egli aveva inoltre chiesto che venissero annullati i contratti con la società ltalferr, poiché il
presidente di questa, Emilio Maraini era già stato arrestato due volte e non poteva perciò essere
presente nell'organo di controllo delle attività tecniche che spettava a ltalferr.
Andavano annullati, sempre secondo l'ex presidente della Tav spa, anche i contratti con tutti i
general contractor (Iri, Eni e Fiat), poiché, invece di indire gare internazionali come previsto dalla
normativa europea, era stata utilizzata una trattativa privata che aveva consentito la spartizione della
"torta", grazie ad una legge del 1987 , poi ripresa nel 1991.
La più grande bugia, osserva Portaluri, si ritrova nell'assetto societario della Tav, del quale si
sbandiera una maggioranza privata; in realtà, la maggioranza delle banche sono di diritto pubblico e
Necci, rappresentate delle Fs, aveva la maggioranza assoluta del capitale sociale.
Sulla bugia del capitale privato si costruirà la legittimità delle trattative private con i general
contractor. Solo dopo aver avuto la certezza di una copertura totale dei costi da parte dello Stato
(cioè la TavIlspa), i general contractor accettano di sottoscrivere gli accordi. Non c'è nessun rischio
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per gli imprenditori, visto che la Tav paga il 100% dei costi previsti.
Tutti i gruppi imprenditoriali coinvolti in Tangentopoli sono così accontentati e chi all'inizio è
rimasto fuori, cioè la Grassetto di Salvatore Ligresti e la Montedison-Ferruzzi, viene accontentato
con il consorzio Cociv per la tratta Genova - Milano.
Portaluri ricorda come nella finanziaria del 1992 verrà poi inserito un capitolo di spesa di 9 mila
miliardi di lire proprio per l'Alta Velocità e, infine, la riunione tra i ministri interessati di allora
(Barucci al Tesoro, Reviglio al Bilancio e Tesini ai Trasporti) avvenuta nsolitamente il 29 dicembre
1992, in piene vacanze natalizie, con gli imprenditori, per evitare che, con l'arrivo del nuovo anno,
entrasse definitivamente in vigore la normativa europea sulle gare internazionali per l'assegnazione
dei lavori.

140.000 miliardi di costi sino ad oggi


Dunque, non è mai esistita la tanto decantata maggioranza privata della Tav spa, i contratti di questa
con gli imprenditori hanno avuto come obiettivo la tutela del solo interesse privato, i costi previsti
nel 1991, quantificati in 26.180 miliardi di lire, sono oggi arrivati a 140.000 miliardi di lire
(ricordiamo ancora, a totale carico dei contribuenti e a completo vantaggio degli imprenditori).
Infine, coloro che sono stati nominati garanti della grande opera ferroviaria, cioè Romano Prodi,
Susanna Agnelli e Sergio Pininfarina, non sono del tutto super partes, poiché hanno ruoli in società
(rispettivamente Nomisma, Fiat e Pininfarina) contrattualmente legate alle Fs o alla Tav spa.
Tutte le contraddizioni di Prodi sul covo del sequestro Moro
L’episodio più ambiguo nella sfuggente personalità di Romano Prodi è la celeberrima seduta
spiritica incentrata sul sequestro Moro.
L’Italia è in subbuglio per il leader dc volatilizzato e Prodi che fa? Chiede lumi agli spiriti.
Accantoniamo gli interrogativi su una simile iniziativa presa da un uomo pio e praticante, e
veniamo a quel 2 aprile 1978.
Sono trascorsi 17 giorni, numero cabalistico, dall’agguato di Via Fani. È domenica e 17 persone,
numero cabalistico,
Il Pratico sono riunite
Mondo per nella casa
Edunet di campagna di Alberto Clò, docente bolognese, futuro
books
ministro nel 1995 del governo Dini. Il rustico è a 30 km da Bologna, in una località isolata, detta
Zappolino.
All’ora di pranzo, i commensali sono 13, numero cabalistico: Romano e Flavia Prodi, Fabio Gobbo
(allievo di Romano), Adriana, Alberto, Carlo e Licia Clò, i padroni di casa, Francesco e Gabriella
Bernardi, Emilia Fanciulli e tre bambini. Finito il pasto, le signore sparecchiano e i marmocchi si
mettono a giocare. Degli altri, qualcuno ha l’idea di evocare le anime di Don Luigi Sturzo e di
Giorgio La Pira per saperne di più sulla sorte dell’ostaggio delle Br. Adocchiano un tavolino
quadrato, ci poggiano sopra un foglio con le lettere dell’alfabeto e cominciano a interrogare i defunti
tenendo le mani sul piattino. Dopo tentativi infruttuosi, il piattino comincia a zigzagare sul foglio.
Escono diverse località in cui Moro potrebbe essere prigioniero. Nomi banali, perché noti, come
Viterbo e Bolsena, e quindi luoghi poco adatti a un nascondiglio. Poi, all’improvviso, muovendosi
con decisione, il piattino scrive G-R-A-D-O-L-I. Nome mai sentito dai presenti che ignorano se la
località effettivamente esista. Prima di verificare, ripetono il tentativo e il piattino conferma,
Gradoli. Poi, di nuovo: Gradoli. Lo farà una ventina di volte. Nel corso di questa reiterazione,
giungono e si uniscono alla compagnia i quattro ritardatari: Mario Baldassarri, allora docente a
Bologna, oggi viceministro dell’Economia, sua moglie Gabriella e i due pargoli. Ora nella casa di
Zappolino sono in 17.
«Era una domenica uggiosa - mi ha raccontato Baldassarri in un’intervista un anno e mezzo fa -. Da
Bologna, raggiunsi con moglie e bambini, la casa di campagna di Alberto Clò, dove c’erano già
Prodi e gli altri... Li trovai seduti con le dita su un bicchierino che sembrava muoversi da solo.
Pensai a uno scherzo per farmi paura. “Mi credono un ragazzo di campagna”, mi dissi. Cominciai a
girare attorno al tavolino guardando sopra e sotto per scoprire il trucco. Ma facevano sul serio».
«Chissà che silenzio solenne», ho detto, interrompendo viceministro.
«Una bolgia. Dalla cucina rumore di stoviglie, i bambini zampettavano, uno dei presenti voleva fare
le salsicce sul prato. Intanto il bicchierino zigzagava sul tabellone e alla domanda: “Dov’è Moro?“
dette la clamorosa risposta: “Gradoli”. E proprio in Via Gradoli a Roma, come si seppe mesi dopo,
Moro era prigioniero delle Br. Me ne stupisco ancora». Questo il ricordo a distanza di Baldassarri,
di cui riparleremo.
Ma torniamo a Zappolino, 28 anni fa. Gli spiritisti sospendono la seduta, consultano una carta
stradale del Lazio e rintracciano Gradoli. È un comune sulle colline di Viterbo. Esiste davvero! Lo
sconcerto è immenso. Tolgono dal tavolino il foglio con l’alfabeto, spianano al suo posto la carta e
riprendono il piattino (il bicchierino, secondo la testimonianza di Baldassarri). L’arnese si muove
subito sulla pianta del Lazio e va sicuro sul nome Gradoli. Due, tre, quattro volte. Il responso di
Don Sturzo e La Pira è ormai incontestabile.
L’indomani, 3 aprile, un Prodi eccitatissimo entrò trafelato nella sua Facoltà, quella di Scienze
politiche del’'Università di Bologna, iniziando a raccontare l’episodio domenicale a tutti quelli che
incontrava. Ma appena scorse il professore di Criminologia, Augusto Balloni, non solo gli riferì
della seduta, ma gli fece una proposta che lo lasciò di stucco.
Balloni quella richiesta non l’ha mai digerita. «Prodi - rievocò anni dopo - è una persona anche
capace di pensare che i suoi stessi colleghi sono dei poveri idioti. Durante il sequestro... qualcuno
deve avergli dato la prova di essere in contatto con Moro indicandogli la sede della prigione... Poi
con un’impudenza che non ho mai scordato, si rivolse a me e disse: “Tu sei un criminologo di fama.
Vai dai magistrati e parla di questa cosa di Gradoli. Però non ti permetto di citarmi come fonte”. “Al
massimo andrò a Sant’Isaia dei matti (l’ex manicomio di Bologna)”, ribattei. Ma come si può
ipotizzare che io vada da un magistrato... citando una fonte che vuole restare anonima, che cita
un’altra fonte che non si sa chi sia?». Dunque, per Talloni, Prodi stava mentendo. Aveva saputo di
Gradoli da qualcuno vicino alle Br e poi, per coprirne l’identità, aveva inscenato la seduta spiritica.
Il criminologo fu il primo di una lunga serie di increduli.
Il giorno dopo, 4 aprile, Prodi è a Roma, in Piazza del Gesù, sede della Dc. Nel cortile del palazzo
parlotta con Umberto Cavina, portavoce del segretario del partito, Zaccagnini. Gli racconta della
seduta e di Gradoli, spiega che era suo dovere riferire, che però di queste cose non si intende, non sa
che altro fare e che insomma ci pensasse lui, Cavina, a inoltrare la notizia a chi di dovere. Per
quanto lo riguardava, non vedeva l’ora di lavarsene le mani. L’interlocutore ringrazia Prodi che,
lanciato il sasso, esce di scena. Cavina corre da Luigi Zanda, oggi senatore della Margherita, e fa la
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cosa giusta. Zanda era il segretario di Cossiga, cioè del ministro dell’Interno, supremo responsabile
dell’indagine e il più adatto a valutare l’informazione.
Il resto è noto. Il 5 aprile, polizia e carabinieri si precipitano nel paese di Gradoli e non trovano
nulla. Il 18 aprile scoprono invece un covo brigatista in Via Gradoli a Roma, fino a poco prima la
prigione di Moro. Con l’equivoco tra via e paese, di Moro si persero le tracce fino all’8 maggio,
quando il corpo fu rinvenuto nel bagagliaio di un’auto ferma in Via Caetani.
La vicenda era chiusa. Gli interrogativi rimanevano aperti. La seduta spiritica prodiana è stata
vagliata da due commissioni parlamentari d’inchiesta. Davanti alla prima, del 1981, Prodi
testimoniò: «Era un giorno di pioggia, facevamo il gioco del piattino... era la prima volta che vedevo
cose del genere. Uscirono Bolsena, Viterbo, Gradoli... Ho ritenuto mio dovere riferire. Se non ci
fosse stato quel nome sulla carta, oppure fosse stato Mantova o New York, nessuno avrebbe riferito.
Il fatto è che il nome era sconosciuto e allora ho riferito immediatamente».
Alberto Clò, il padrone di casa, precisò a proposito del piattino che «era di una tazzina da caffè, una
di quelle in cui avevamo bevuto il caffè prima». Fabio Gobbo, l’allievo di Romano e futuro membro
dell’Antitrust, parlò invece di «un posacenere» che girava «toccando le lettere sul foglio di carta».
A essere pignoli, le contraddizioni non mancano. Per Prodi a muoversi è «un piattino», per Gobbo
«un posacenere», per Baldassarri, «un bicchierino». Inoltre, Prodi dice che quella domenica «era un
giorno di pioggia», per Baldassarri era «una giornata uggiosa». Antonio Selvatici, biografo di Prodi,
ha condotto sul punto un’indagine fulminante. Consultando i dati del Servizio idrografico della
stazione pluviometrica di Monte San Pietro a 1,2 km da Zappolino, ha scoperto che «quel giorno, in
quella zona, in quelle ore... non cadde una goccia». Quanto basta per chiedersi se in quella
domenica campagnola gli ospiti abbiano visto lo stesso film. Anzi, per dubitare del film stesso.
La seconda indagine parlamentare è del giugno 1998. L’intento della Commissione, presieduta dal
ds Giovanni Pellegrino, era escludere che facendo il nome Gradoli si volessero in realtà avvertire le
Br dell’avvicinamento delle forze di polizia al covo. Un sospetto grave che metteva in una luce
sinistra la seduta spiritica da cui il nome di Gradoli scaturì. Prodi, che nel ’98 era capo del governo,
fu convocato da Pellegrino ma rifiutò di andare. Testimoniarono altri, come Baldassarri, mentre
Romano, caparbio, negò il suo aiuto a fare chiarezza. Farà il bis, nel 2003, ignorando tre volte
l’invito a presentarsi davanti alla Commissione d’inchiesta Telekom-Serbia. Un misto di superbia e
di irresponsabilità.
Risultato: oggi, nessuno crede più che la prigione di Moro sia stata individuata dal piattino, alias
bicchierino, alias posacenere di Zappolino. C’è unanimità, in ogni settore politico, sul fatto che
Prodi abbia mentito. Il dc Andreotti ha detto: «Mai creduto alla questione dello spiritismo.
Probabilmente è qualcuno di Autonomia operaia di Bologna che ha dato questa notizia». Il ds
Pellegrino ha aggiunto: «Un chiaro espediente per fornire una notizia coprendone l’origine... che per
me è negli ambienti dell’Autonomia universitaria di Bologna». Giovanni Galloni, seguace di Moro,
si è indignato: «La seduta era un tentativo di fare una spiata... ma facendo di tutto per coprire la
fonte». Galloni è stato anche vicepresidente del Csm, cioè del quartiere generale di quella
magistratura che sulla vicenda fa le tre scimmiette da sei lustri.
Nessuno finora ha afferrato Prodi per la collottola ingiungendogli di dire la verità. Dormono le
autorità, dorme la stampa e le illazioni infittiscono. L’ultima ipotesi, del gennaio 2005, è che ci sia
lo zampino del Kgb sovietico. A suggerire Gradoli come prigione di Moro sarebbe stato un italiano
al servizio di Mosca, tale Giorgio Conforti. Per coprire lui, sarebbe stata montata la seduta
medianica, al cui centro c’è Prodi. Lo stesso Prodi che, bugiardo sospetto e reticente certo, vuole
guidare l’Italia