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IL CODICE 490 DELLA BIBLIOTECA CAPITOLARE FELINIANA DI LUCCA

 INTRODUZIONE
Tra VII e VIII-IX secolo l’ Italia centro-settentrionale fu una delle regioni d’ Europa nelle quali il “particolarismo
grafico” ebbe massima e più esasperata espressione. Nel campo della produzione libraria grandi centri capitolari,
legati a vescovadi di antico e alto prestigio, come Verona, Lucca, Vercelli, si affiancano a centri monastici di nuova
fondazione come Bobbio, Novalesa, Nonantola. In tali centri si adoperano diversi tipi di scrittura; alcuni vicini all’
onciale o alla semionciale della tradizione, pur con elementi corsivi o comunque con forme e tratteggi contrastanti
con il canone classico; altri, al contrario, derivati da un’ interpretazione più accurata e posata della corsiva
documentaria locale e perciò ricchi di legamenti e di elementi corsivi. Un caso esemplare e forse limite di assenza di
un indirizzo grafico comune ci è fornito dal centro scrittorio di Lucca e anzi dall’ unico codice che con sicurezza gli si
possa attribuire: il n. 490 della locale Biblioteca Capitolare.

 IL CODICE
Il Manoscritto di Lucca 490 o Codex Lucensis 490 della Biblioteca capitolare Feliniana di Lucca è un manoscritto
miscellaneo copiato tra il 787 e l'816 per iniziativa del vescovo Giovanni I, nel quale si alternano circa 40 mani di
scribi diversi, alcuni dei quali identificati dallo Schiaparelli in rogatari di documenti della Lucca del tempo. Esso
contiene, tra l'altro, la raccolta Compositiones ad tingenda musiva, pelles et alia, ad deaurandum ferrum, ad
mineralia, ad chrysographiam, ad glutina quaedam conficienda, aliaque artium documenta, ante annos nongentos
scripta , uno tra i più antichi ricettari latini pervenutoci. È scritto in latino barbarico ricco di grecismi (chiara traccia
del collegamento con gli analoghi ricettari di epoca ellenistica). Nel ricettario sopra indicato si trovano procedimenti
per la preparazione di pigmenti, di inchiostri dorati e d'argento, per colorare pietre artificiali e vetri da mosaico, per
tingere pelli e tessuti, per fare dorature e per la lavorazione di metalli e leghe. Quest'opera è costituita da
procedimenti sistemati senza ordine e non sono opera di un unico autore, ma vi confluiscono numerose fonti
diverse, collocandosi in una preciso filone tecnico-letterario, con alcune ricette in diretto rapporto con quelle
del Papiro di Leida e di Stoccolma, e corrispondenze anche con Eraclio e il successivo Mappae Clavicula. A differenza
di altri ricettari è un pezzo unico (ne esiste solo una copia, non esistono nemmeno copie parziali) ed è
probabilmente il secondo più antico testo del genere pervenutoci, dopo l'Eraclio che viene attributo a pochi decenni
anteriore (anche se non è un'idea condivisa da tutti gli studiosi). La descrizione completa del codice è legata all’
edizione facsimilare, parziale, allestita il secolo scorso dallo Schiaparelli in occasione del restauro del manoscritto
nei laboratori vaticani.
 DATI CODICOLOGICI ESSENZIALI
Si tratta di un grosso volume membranaceo che consta di 355 fogli, distribuiti in 47 quaderni. Esaminandone la
struttura ci appare composto di 3 parti, che, per evitare confusione, considereremo a sé come manoscritti separati e
distingueremo con tale nome. Il primo si compone ora di 21 quaderni, dal f.2 al f.160 e si divide a sua volta in 2 parti
: 1) ff. 2-31 : 4 quaderni di 8 fogli ciascuno; 2) ff. 32-160 : 17 quaderni di 8 fogli. Il secondo manoscritto si compone
di 7 quaderni e va dal f.161 al f.211. Infine il terzo manoscritto da f.212 a f.354 si distingue nettamente dai
precedenti per formato diverso e diversa qualità della pergamena. Al suo interno possono distinguersi
segnatamente 3 parti : 1) ff. 212-235 : 3 quaderni, 2 di 8 fogli e il terzo di 14; 2) ff.236-273 : 5 quaderni, di 8 fogli i
primi 3, il quarto di 10 e il quinto di 4; 3) ff.274-354, in 11 quaderni, tutti di 8 fogli.
 DATAZIONE
Il manoscritto presenta 2 indicazioni cronologiche contestuali, cioè di mano dei testi relativi :
1) A f.30r, alla fine della prima unità testuale : << A resurrectione Domini nostri Iesu Christi usque ad presens annum
Caruli regis in Langubardiam, in mense septembrio, quando sol eglypsin patuit, in in(dictione) X anni sunt DCCLXIII
m(enses) V. >>
2) A f.160v, al termine della prima sezione del Liber Pontificalis : << Hunc usque CXXVIIII anni sunt quod Langobardi
venerunt et VII menses >>.
Mentre la seconda è stata unanimemente interpreata copia dell’ antigrafo in quanto porterebbe agli anni 708-715,
data non accettabile, la seconda è stata valutata significativa ma oscura e porterebbe a 2 proposte : o il 787 o il 796.
 SCRITTORI E GENERI DI SCRITTURA
Trattandosi di un codice scritto da diverse mani che adoperano varii generi di scrittura ed essendo tutti gli scribi
della medesima scuola, non possiamo limitarci a considerazioni generali. Si illustrano pertanto qui di seguito le
opere di ciascun scriba per poi trarne considerazioni generali sugli usi della scuola.

SCRIBA TIPO DI SCRITTURA COLLOCAZIONE


ff.2r-30r; 170r-172r, 175v-176r, 202r, 273v, 2
A capitale, onc.,semi-onc.,minuscola 332v-33r.
B visigotica (vescovo Giovanni) f.49r,71r, 95r, 119r, 137r, 153r.
C libraria mista, tra onciale e corsiva ff.32r-35r, 128r, 128v, 129r, 144r, 145r-152v;
D minuscola precarolina ff.36r-48v
E discepolo di B ff.49r
F onciale non pura, rustica ff.49v-70v
G minuscola derivata dall’ onciale ff.71r-94v, 129r-132v;
H minuscola del tipo di G ff.95r-118v
I dalla onciale alla minuscola semicorsiva ff.119r-127v, 128r-128v
K minuscola ff.132v-136v
L dalla minuscola alla onciale mista ff.137v-144r
M minuscola dello scrittoio ff.153r-160v; ff.348v-354v;
N onciale, onciale rustica ff.161r, 162v, 183r-198v, 217r-231r;
O onciale di grandi dimensioni, mista ff.161r, 162r, 163r-169v;
ff.172v-174r, 176v-178r, 179v, 181v-182v,
P onciale rustica 205v
ff.174v-175v, 178v-179r, 180r-181r, 199r-20
Q onciale poco accurata 202v-203r, 209v, 333v?, 334v, 335, 336r, 336
337r, 343r, 344r, 345r, 346r-v
R onciale disomogenea ff.204r-205r, 205v, 210r, 206r-208v?;
S onciale disuguale ff.203v, 209r-209v, f.206v, f.207v
T minuscola semicorsiva lucchese f.211v
U idem //
W dalla onciale alla minuscola f.217r
X dalla onciale alla minuscola ff.232v, 310r-323r, 325r-331v;
Y minuscola ff.233r-234v;
V minuscola vicina alla semicorsiva ff.212r-216r, 239r-342r, 347r-v;
Z minuscola affine a X ff.235r, 235v;
AA onciale ff.236r-271v;
BB minuscola molto corsiva con infl. insulari ff.256v;
CC onciale e minuscola ff.272r-v;
DD minuscola carolina ff.272v;
EE tra onciale rustica e minuscola ff.274v-281v;
FF diverse mani minuscole ff.282r-286v;
GG onciale non pura ff.205v, 288r-302v, 304r-309r;
HH onciale ff.302r-303v;
II onciale con legature f.309r;
KK minuscola f.309v;
ff.332r, 333v, 334r, 335r, 336v, 343v,
LL onciale affine a Q 344v, 345v;
MM onciale più o meno accurata ff.342r,332v;
Dai dati riportati possiamo comprendere quali fossero i generi di scrittura conosciuti e adoperati
contemporaneamente in questo centro del Centritalia altomedievale, nonché le sue peculiarità. Se si tiene poi
presente che non si tratta di un codice di lusso curato in ogni sua parte, se ne comprende ancor più il valore : non
ricercatezza di forme ma scrittura dell’ uso comune nelle sue varie manifestazioni. Gli scrittori dei quali è molto
probabile l’ identificazione appartengono al clero secolare : un vescovo, un suddiacono e due chierici, due dei quali
sono scrittori di documenti privati. A Lucca nel periodo longobardo e nei primi del carolingio, gli scrittori delle carte
non formavano ancora una categoria di veri e propri ufficiali pubblici ai quali ci si rivolgeva per far stendere un atto
contrattuale. Pertanto era a questi scrittori della chiesa che si ricorreva di preferenza per far stendere un atto,
anche se non di interesse per la chiesa stessa. Se il primo scrittore del codice scrive in visigotica, sebbene dall’
impronta italiana, e così il secondo, che ci appare in funzione di maestro, possiamo supporre che la scuola di Lucca
fosse allora in parte sotto l’ influenza culturale della Spagna.

 CONSIDERAZIONI GENERALI SULLE SCRITTURE USATE


a) CAPITALE : La capitale usata soltanto nei titoli, nelle rubriche, negli incipit ed explicit e per alcuni nomi: vi si
trovano forme frammiste della capitalis elegans e di quella rustica e non di rado anche lettere onciali;

b) ONCIALE : E’ la scrittura maiuscola di più largo uso, il tipo di scrittura più solenne o elegante adoperato per il
testo. Dal numero degli scrittori che l’hanno usata, possiamo ritenere che fosse appresa da tutti e che quindi tutti
fossero in grado di servirsene. Esaminando tutti i saggi di onciale nel loro insieme, non si rileva un carattere comune
che si possa considerare sicura caratteristica dell’ onciale lucchese. Ad ogni modo si tratta di un’ onciale ormai
giunta alla fine del suo svolgimento, non più uniforme e regolare, varia e incerta ma soprattutto non più pura,
accogliendo facilmente inserimenti minuscoli, nel qual caso le scelte si
richiamano però ad un sistema precarolino stabile quale quello presentato
ad es. dalla mano N, la quale usa spesso in contesto di onciale la “TI”
assibilata. Anche all’ interno della seconda parte del Liber Pontificalis chi
scrive inizia in minuscola precarolina “exinde pergen” e poi continua in
onciale.

c) SEMIONCIALI : pur non essendo rappresentata una semionciale pure, sono tuttavia presenti vari esempi di
semionciali ibride o minuscole da essa derivanti che presentano caratteri di buona qualità: un trattamento a
minuscola con buon allineamento e rapporto corpo/aste imperniato sul quadrilineo con usuale impiego sia di
morfologie maiuscole trattate a corpo minuscolo che di minuscole, con limitate varianti (in particolare alla a, che
può essere a “doppia c”). La t isolata e regolarmente in forma ansata, anche qui si ripresenta la ti assibilata
nonostante la quasi totale assenza di altre legature. In definitiva queste semionciali sono minuscole in alcune
esecuzioni davvero molto evolute e stabili; in certe zone (si veda l’ars numeri pitagorici, a f. 235r), occorre fare una
analisi delle morfologie lettera per lettera e una statistica percentuale degli esiti per valutare quella che a prima
vista può sembrare una “normale minuscola”.

d) MINUSCOLE :

- lucchese : questa sc
rittura corsiva deriva dalla corsiva comune italiana del VII sec. e dura sino all’ XI sec.. Essa è in genere più tonda e
regolare, con tendenza alla libraria specialmente nelle sottoscrizioni. Usa spesso la ‘e’ di tipo onciale e la ‘l’ capitale.

- precarolina : si tratta di una minuscola che sta tra l’ onciale e la corsiva per cui sussistono spesso problemi di
classificazione. Tale incertezza deriva dal fatto che ci troviamo nel periodo di formazione della nuova scrittura. Si
nota un duplice percorso nel suo divenire : si partiva dall’ onciale per accostarsi alla corsiva, della quale si
accoglievano lettere e forme, e ad esso si improntava il tratteggio; ma si partiva anche dalla corsiva guardando alla
maiuscola ed ecco la corsiva farsi dritta e abbandonare le legature.
- carolina : ne abbiamo un solo esempio nel codice. Il passo in tale scrittura è un’ aggiunta della prima metà del IX
secolo. Nei caratteri paleografici non si riscontra nulla di straniero, anzi nell’ uso di qualche maiuscola, nelle
legature, nel tratteggio di alcune lettere si possono scorgere elementi di probabile impronta locale.

- visigotica : le mani A e B hanno scritto in una visigotica che lascia trapelare l’ impronta del luogo. L’ influenza della
visigotica è particolarmente evidente nello scrittore E. Tracce di essa si trovano particolarmente nelle lettere ‘e’ ed
‘s’, in qualche ‘a’ e ‘t’, nelle legature ’TE’ e della ‘e’ con lettera seguente. E’ usata spesso nelle abbreviazioni.

- insulare : Non può destare meraviglia trovare degli accenni nel nostro codice, se ricordiamo che a Lucca vi è tutta
una tradizione irlandese che rimonta a S.Frediano (VI sec.). Il suo uso è evidente nelle abbreviature, nei nessi ‘bs’,
‘br’, ‘et’, da alcune forme di lettere quali ‘s’, ‘b’, ed ‘l’;

 CONCLUSIONI
Il codice 490 della Capitolare di Lucca fu cominciato a scrivere com’ è più probabile nel 796 e terminato prima dell’
816. Il luogo di origine non è detto, ma l’ esame paleografico attesta che esso fu scritto per intero a Lucca.
Confrontando i caratteri della sua scrittura con quella delle carte lucchesi coeve, si trovano uguaglianze e affinità.
Risulta pertanto che gli scrittori del codice erano della stessa città e appartenevano, per lo meno alcuni, alla
medesima organizzazione o scuola. Il contenuto poi del codice, una miscellanea ecclesiastica e profana, sembra che
abbia il carattere di una raccolta fatta con intento pratico, tecnico o scolastico. La scuola per la quale fu compilato e
a cui doveva servire sarà stata la Vescovile, ricordata in una carta dell’ VIII sec. come avente sede presso la
Cattedrale. Se uno scrittore del codice, la scriba B con funzione di magister, è veramente il vescovo Giovanni I di
Lucca, la natura di questa scuola appare in piena luce. Egli distribuiva agli scrittori i testi che dovevano copiare, e
scriveva i primi righi del fascicolo che assegnava a ciascuno, dando in tal modo una traccia del lavoro. Questo era
affidato, in parte, contemporaneamente a più scrittori, e ad alcuni furono assegnati quaderni separati. Il lavoro
veniva spesso interrotto , anche più volte nella stessa pagina, per essere poi ripreso dalla medesima o da altra
mano. Nessuna norma regolava il genere di scrittura. Sebbene scritto nei primi decenni del periodo carolingio, il
codice 490 può considerarsi ancora come indice, se non prodotto, dello stato culturale che aveva raggiunto Lucca
verso la fine della dominazione longobarda.