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L’accertamento della sussistenza delle condizioni legittimanti l’attribuzione dell’assegno divorzile

presuppone un giudizio di adeguatezza-inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente l’assegno e la


verifica della possibilità-impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, da rapportare al parametro
costituito del raggiungimento dell’indipendenza economica del richiedente. Di talché se è accertato che
quest’ultimo è economicamente indipendente o è effettivamente in grado di esserlo, non deve essergli
riconosciuto il relativo diritto, in forza del principio dell’autoresponsabilità economica valevole anche per i
figli. Il relativo accertamento nella fase dell’an debeatur attiene, dunque, esclusivamente alla persona
dell’ex coniuge richiedente l’assegno, come singolo individuo, senza alcun riferimento al preesistente
rapporto matrimoniale; solo nella successiva fase del quantum debeatur è legittimo procedere ad un
giudizio comparativo tra le rispettive posizione personali ed economico-patrimoniali degli ex coniugi,
secondo gli specifici criteri dettati dall’art. 5, comma 6, della legge n. 898 del 1970 per tale fase di giudizio.
In virtù di quanto innanzi deve ritenersi superato il parametro (cui rapportare il giudizio di adeguatezza-
inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente l’assegno e la verifica della possibilità-impossibilità di
procurarseli per ragioni oggettive) del tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, o
che poteva legittimamente e ragionevolmente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio
stesso, fissate al momento del divorzio.

Tribunale Roma, Sezione 1 civile

Sentenza 23 giugno 2017, n. 12899

Assegno divorzile – Giudizio di adeguatezza-inadeguatezza mezzi richiedente – Verifica possibilità-


impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive – Parametro – Indipendenza economica richiedente

IL TRIBUNALE DI ROMA
PRIMA SEZIONE CIVILE
così composto:
dott.ssa Franca Mangano Presidente
dott.ssa Luciana Sangiovanni Giudice
dott.ssa Stefania Ciani Giudice, relatore
riunito nella camera di consiglio ha emesso la seguente SENTENZA nella causa civile in primo grado iscritta
al n. 74536 del Ruolo Generale degli Affari Contenziosi dell’anno 20P3 vertente TRA
(…), elettivamente domiciliata in Roma presso lo studio degli avv.ti Cl.No. e El.Ba. che la rappresentano e
difendono giusta procura speciale in atti;
ricorrente
(…), elettivamente domiciliato in Roma presso lo studio dell’avv. An.Sp. che lo rappresenta e difende giusta
procura speciale in atti;
Con l’intervento del Pubblico Ministero.
OGGETTO: scioglimento del matrimonio.
CONCLUSIONI
All’udienza dell’8 febbraio 2017 le parti concludevano come da verbale di causa riportandosi ai rispettivi
scritti difensivi
RAGIONI DI FATTO E DI DIRITTO DELLA DECISIONE

Con ricorso ritualmente e tempestivamente notificato unitamente al pedissequo decreto di fissazione


d’udienza, (…), premesso che in data 3 settembre 1998 contraeva in Roma matrimonio civile con (…)

che dall’unione nascevano i figli (…), esponeva che con decreti del 5 aprile 2005 il Tribunale di Roma
omologava la separazione consensuale dei coniugi alle condizioni ivi indicate, successivamente modificate a
seguito di procedimento ex art. 710 c.p.c., in forza delle quali i figli minori sono affidati alla madre e
collocati presso il suo domicilio con possibilità del padre di vederli e tenerli con sé due volte a settimana,
per due fine settimana al mese, e per quattro settimane durante le vacanze scolastiche estive, nonché
obbligo del padre medesimo di corrispondere per il loro mantenimento la somma mensile di euro 900,00,
oltre al 50% delle spese straordinarie; che da allora non era ripresa la convivenza né si era mai ricostituita la
comunione materiale e spirituale, di talché ricorrevano i presupposti per dichiarare lo scioglimento del
matrimonio contratto dalle parti aumentando ad euro 1000,00 mensili la misura del contributo al
mantenimento per i figli e ponendo a carico del resistente l’obbligo di corrispondere al coniuge un assegno
divorzile pari ad euro 300,00 mensili o alla diversa somma ritenuta di giustizia.

Si costituiva in giudizio (…) che aderiva alla domanda di scioglimento del matrimonio contratto con la
ricorrente, ma contestava le ulteriori istanze chiedendo il rigetto della domanda della ricorrente volta al
riconoscimento dell’assegno divorzile in suo favore e la riduzione dell’assegno di mantenimento per i figli
posto a suo carico essendo stato nelle more licenziato ed essendo ancora privo di occupazione.

All’udienza presidenziale comparivano personalmente le parti e il Presidente, esperito senza esito positivo il
tentativo di conciliazione, preso atto che ambo i coniugi erano, all’epoca disoccupati e che la ricorrente
pagava un canone di locazione pari ad euro 1650,00 mensili, riduceva la misura del contributo per il
mantenimento dei figli posto a carico dell'(…) ad euro 400,00 mensili a far data dall’ottobre 2013, fermo
l’obbligo di entrambi i coniugi di contribuire in eguale misura al pagamento delle spese straordinarie e
confermava per il resto le condizioni separative.

Acquisita la documentazione complessivamente prodotta dalle parti, all’udienza dell’8 febbraio 2017 il g.i.
rimetteva la causa al collegio per la decisione con assegnazione dei termini di cui all’art. 190 c.p.c.

Preliminarmente deve essere disposto lo stralcio della documentazione prodotta dal resistente unitamente
alla comparsa conclusionale in quanto tardiva e irrituale.

Nel merito ritiene il Tribunale che ricorrano i presupposti per dichiarare lo scioglimento del matrimonio
civile contratto dalle parti in data 3 settembre 1998 atteso che è decorso il termine di legge dal momento in
cui i coniugi comparvero dinanzi al Presidente del Tribunale in sede di separazione personale (art. 3 n. 2
lett. b) della legge n. 898/1970 e successive modifiche) e non vi è contestazione alcuna in ordine
all’impossibilità di ricostituire il consorzio familiare.

Nelle more del giudizio la figlia primogenita delle parti, (…), è divenuta maggiorenne; la stessa,
economicamente “non autonoma, vive unitamente al fratello minore presso la madre che nel corso del
presente procedimento si è trasferita a Caserta nell’abitazione della di lei madre.

Deve, pertanto, essere disciplinato solo l’affidamento del figlio ancora minore (…) e devono essere
rimodulati i tempi di permanenza dello stesso presso il padre in considerazione dell’avvenuto trasferimento
della madre, presso cui lo stesso è collocato, da Roma a Caserta.

In argomento il Collegio ritiene che non sussistano ragioni ostative a disporre l’affidamento condiviso di (…)
ad entrambi i genitori, come peraltro dagli stessi richiesto, con stabile e prevalente collocamento presso la
madre e con possibilità per il padre di vederlo e tenerlo con sé due fine settimana al mese, dal sabato alla
domenica, con la precisazione che un fine settimana al mese il padre si recherà a Caserta e un altro fine
settimana al mese la madre avrà cura di accompagnare il figlio minore a Roma con oneri di viaggio del
minore, in questo secondo caso, a carico del padre il quale, entro la fine di ciascun mese, dovrà comunicare
per iscritto alla madre i fine settimana in cui vedrà il minore il mese successivo.

Il padre, inoltre, potrà vedere e tenere con sé il figlio (…) per metà delle vacanze scolastiche natalizie, in
modo tale da alternare negli anni le principali festività, per l’intera durata delle vacanze scolastiche pasquali
ad anni alterni e per quattro settimane, anche non consecutive, durante le vacanze scolastiche estive, da
concordare con la madre entro il mese di maggio di ciascun anno.

Relativamente alla misura del contributo per il mantenimento dei due figli dovuto dal padre, il Collegio
rileva che successivamente all’udienza presidenziale, a decorrere dal 7 luglio 2014, (…) è stato assunto con
contratti di collaborazione autonoma a progetto successivamente rinnovati anche per il corrente anno
2017, dalla società (…) s.p.a. dietro un corrispettivo lordo mensile di euro 2916,00 “comprensivo di ogni
onere e spesa … per l’esecuzione dell’incarico”, giusta contratto in atti (doc. all n. 1 alla comparsa di
costituitone per la fase di merito) da svolgersi nella regione Emilia.

Dagli estratti conto allegati dallo stesso resistente emerge che lo stesso percepisce una retribuzione netta
mensile pari, in media, a circa euro 1900,00/2000,00.

Pertanto, tenuto conto degli oneri economici che lo stesso (…) deve sostenere sia per espletare l’incarico
lavorativo che per vedere ed incontrare il figlio in conseguenza della unilaterale decisione della madre di
trasferirsi a Caserta, il Tribunale reputa equo porre a carico del medesimo l’obbligo di contribuire al
mantenimento dei due figli mediante la corresponsione alla madre, entro il giorno 5 di ogni mese, della
somma di euro 600.00 (euro 300,00 per ciascun figlio), a decorrere dalla pubblicazione della presente
sentenza, fermi restando per il periodo pregresso i provvedimenti presidenziali, con la precisazione che,
secondo il Protocollo d’intesa con il Foro sottoscritto il 17 dicembre 2014, sono comprese nell’assegno di
mantenimento le seguenti spese: vitto, abbigliamento, contributo per spese dell’abitazione, spese per tasse
scolastiche (eccetto quelle universitarie) e materiale scolastico di cancelleria, mensa, medicinali da banco
(comprensivi anche di antibiotici, antipiretici e comunque di medicinali necessari alla cura di patologie
ordinarie e/o stagionali) spese di trasporto urbano (tessera autobus e metro), carburante, ricarica cellulare,
uscite didattiche organizzate dalla scuola in ambito giornaliero, prescuola, dopo scuola e baby sitter se già
presenti nell’organizzazione familiare prima della separazione, trattamenti estetici (parrucchiere, estetista,
ecc.).

Devono, inoltre, essere poste a carico di entrambe le parti in eguale misura le spese straordinarie mediche
scolastiche ed extrascolastiche afferenti i figli (…) con le specificazioni di cui al ridetto Protocollo d’intesa
che di seguito si trascrivono: spese straordinarie subordinate al consenso di entrambi i genitori, suddivise
nelle seguenti categorie: a) scolastiche: iscrizioni e rette di scuole private e iscrizioni, rette ed eventuali
spese alloggiative, ove fuori sede, di università pubbliche e private, ripetizioni, viaggi di istruzione
organizzati dalla scuola, prescuola, doposcuola e baby sitter se l’esigenza nasce con la separazione e deve
coprire l’orario di lavoro del genitore che li utilizza; b) spese di natura ludica o parascolastica: corsi di lingua
o attività artistiche (musica, disegno, pittura), corsi di informatica, centri estivi, viaggi di istruzione, vacanze
trascorse autonomamente senza i genitori, spese di acquisto e manutenzione straordinaria di mezzi di
trasporto (mini-car, macchina, motorino, moto); c) spese sportive: attività sportiva comprensiva
dell’attrezzatura e di quanto necessario per lo svolgimento dell’eventuale attività agonistica; d) spese
medico-sanitarie: spese per interventi chirurgici, spese odontoiatriche, oculistiche e sanitarie non
effettuate tramite SSN, spese mediche e di degenza per interventi presso strutture pubbliche o private
convenzionate, esami diagnostici, analisi cliniche, visite specialistiche, cicli di psicoterapia e logopedia;

spese straordinarie “obbligatorie” per le quali non è richiesta la previa concertazione:

libri scolastici, spese sanitarie urgenti, acquisto di farmaci prescritti ad eccezione di quelli da banco, spese
per interventi chirurgici indifferibili sia presso strutture pubbliche che private, spese ortodontiche,
oculistiche e sanitarie effettuate tramite il SSN in difetto di accordo sulla terapia con specialista privato,
spese di bollo e di assicurazione per il mezzo di trasporto.

Con riguardo alle spese straordinarie da concordare il genitore, a fronte di una richiesta scritta dell’altro,
dovrà manifestare un motivato dissenso per iscritto nell’immediatezza della richiesta (massimo 10 giorni)
ovvero in un termine all’uopo fissato; in difetto il silenzio sarà inteso come consenso alla richiesta.

Relativamente alla domanda della ricorrente volta al riconoscimento in suo favore e a carico dell'(…) di un
assegno divorzile, mette conto evidenziare che a norma dell’art. 5 comma 6 della L. 898/1970 e successive
modificazioni “Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del
matrimonio, il tribunale, tenuto conto dalle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del
contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del
patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi
anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare
periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque
non possa procurarseli per ragioni oggettive”.

Al fine di esaminare compiutamente tale domanda è opportuno ripercorrere le principali tappe


dell’evoluzione giurisprudenziale in argomento.

La Cassazione, infatti, con orientamento granitico in parte superato dalla recente pronuncia n. 11504 del
2017, ha chiarità che “L’accertamento del diritto all’assegno divorzile si articola in due fasi nella prima delle
quali il giudice verifica l’esistenza del diritto in astratto, in relazione all’inadeguatezza dei mezzi del coniuge
richiedente raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio e che sarebbe
presumibilmente proseguito di continuazione dello stesso o quale poteva legittimamente e
ragionevolmente configurarsi sulla base di aspettative maturate nel corso del rapporto, mentre nella
seconda procede alla determinazione in concreto dell’ammontare dell’assegno, che va compiuta tenendo
conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione e del contributo personale ed economico
dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ognuno e di quello comune,
nonché del reddito di entrambi, valutandosi tali elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio.
Nell’ambito di questo duplice accertamento assumono rilievo, sotto il profilo dell’onere probatorio, le
risorse reddituali e patrimoniali di ciascuno dei coniugi, quelle effettivamente destinate al soddisfacimento
dei bisogni personali e familiari, nonché le rispettive potenzialità economiche” (Cass. n. 11870/2015).

Analogamente, secondo Cass. n. 11686/2013, accertamento del diritto all’assegno divorzile va effettuato
verificando l’inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente, raffrontati ad un tenore di vita analogo a
quello avuto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione
dello stesso o quale poteva legittimamente e ragionevolmente configurarsi sulla base di aspettative
maturate nel corso del rapporto. A tal fine, il tenore di vita precedente deve desumersi dalle potenzialità
economiche dei coniugi, dall’ammontare complessivo dei loro redditi e dalle loro disponibilità patrimoniali,
laddove anche l’assetto economico relativo alla separazione può rappresentare un valido indice di
riferimento nella misura in cui appaia idoneo a fornire utili elementi di valutazione relativi al lettore di vita
goduto durante il matrimonio e alle condizioni economiche dei coniugi” (nello stesso senso v. anche: Cass.
n. 15610/2007; Cass. n. 4764/2007).

Una svolta e una battuta d’arresto importante è stata segnata dalla Suprema Corte con la sentenza n.
11504 del 2017 con cui la stessa ha affermato i seguenti principi di diritto: “Il giudice del divorzio, richiesto
dell’assegno di cui all’art. 5, comma 6, della l. n. 898 del 1970, come sostituito dall’art. 10 della legge n. 74
del 1987, nel rispetto della distinzione del relativo giudizio in due fasi e dell’ordine progressivo tra le stesse
stabilito da tale norma: a) deve verificare, nella fase dell’”an debeatur” – informata al principio
dell’”autoresponsabilità economica” di ciascuno degli ex coniugi quale “persone singole” ed il cui oggetto è
costituito esclusivamente dall’accertamento volto al riconoscimento o no del diritto all’assegno di divorzio
fatto valere dall’ex coniuge richiedente – se la domanda di quest’ultimo soddisfa le relative condizioni di
legge (mancanza di “mezzi adeguati” o, comunque, impossibilità “di procurarseli per ragioni oggettive”),
con esclusivo riferimento all’”indipendenza o autosufficienza economica “dello stesso, desunta dai
principali “indici” -salvo altri rilevanti nelle singole fattispecie – del possesso di redditi di qualsiasi specie
e/o di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari (tenuto conto di tutti gli oneri lato sensu “imposti” e del
costo della vita nel luogo di residenza dell’ex coniuge richiedente), delle capacità e possibilità effettive di
lavoro personale (in relazione alla salute, all’età, al sesso ed al mercato del lavoro dipendente o autonomo),
della stabile disponibilità di una casa di abitazione; ciò sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e
prove offerte dal richiedente medesimo; sul quale incombe il corrispondente onere probatorio, fermo il
diritto all’eccezione ed alla prova contraria dell’altro ex coniuge; b) deve tener conto, nella fase del
“quantum debeatur” informata al principio della “solidarietà economica” dell’ex coniuge obbligato alla
prestazione dell’assegno nei confronti dell’altro in quanto “persona” economicamente più debole (artt. 2 e
23 Cost.), il cui oggetto è costituito esclusivamente dalla determinazione dell’assegno ed alla quale può
accedersi soltanto all’esito positivo della prima fase, conclusasi con il riconoscimento del diritto – di tutti gli
elementi indicati dalla norma (“(….) condizioni dei coniugi, (…) ragioni della decisione, (…) contributo
personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di
ciascuno o di quello comune, (…) reddito di entrambi”) e valutare “tutti i suddetti elementi anche in
apporto alla durata del matrimonio” al fine di determinare in concreto la misura dell’assegno di divorzio;
ciò sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte, secondo i normali canoni che
disciplinano la distribuzione dell’onere della prova”.

Si legge nella motivazione di tale importante pronuncia che “Una volta sciolto il matrimonio civile o cessati
gli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio religioso …. Il rapporto matrimoniale si estingue
definitivamente sul piano sia dello status personale dei coniugi, i quali devono perciò considerarsi da allora
in poi “persone singole” sia sul piano dei loro rapporti economico-patrimoniali (art. 191 comma 1 cod. civ.)
e, in particolare, del reciproco dovere di assistenza morale e materiale (art. 143, comma 2 cod. civ.), fermo,
ovviamente, in presenza di figli, l’esercizio della responsabilità genitoriale, con i relativi doveri e diritti, da
parte di entrambi gli ex coniugi (…).

Perfezionatasi tale fattispecie estintiva del rapporto matrimoniale, il diritto all’assegno di divorzio
condizionato dal previo riconoscimento di esso in base all’accertamento giudiziale della mancanza di “mezzi
adeguati” dell’ex coniuge richiedente l’assegno o, comunque, dell’impossibilità dello stesso “di procurarseli
per ragioni oggettive”.

La piana lettura di tale comma 6 dell’art. 5 – … – mostra con evidenza che la sua stessa “struttura” prefigura
un giudizio nitidamente e rigorosamente distinto in due fasi, il cui oggetto è costituito, rispettivamente,
dall’eventuale riconoscimento del diritto (fase dell’an debeatur) e – solo all’esito positivo di tale prima fase
– dalla determinazione quantitativa dell’assegno (fase del quantum debeatur).

La complessiva ratio dell’art. 5, comma 6. della legge n. 898 del 1970 …. ha fondamento costituzionale nel
dovere inderogabile di “solidarietà economica” (art. 2 in relazione all’art. 23 Cost.), il cui adempimento è
richiesto ad entrambi gli ex coniugi, quali “persone singole”, a tutela della “persona” economicamente più
debole (cosiddetta “solidarietà postconiugale”): sta precisamente in questo duplice fondamento
costituzionale sia la qualificazione della natura dell’assegno di divorzio come esclusivamente “assistenziale”
in favore dell’ex coniuge economicamente più debole (art. 2 Cost.)…sia la giustificazione della doverosità
deità sua “prestazione ” (art. 23 Cost.).

Sicché se il diritto all’assegno di divorzio: riconosciuto alla “persona” dell’ex coniuge nella fase dell’an
debeatur, l’assegno è “determinato” esclusivamente nella successiva frase dei quantum debeatur, non già
“in ragione” del rapporto matrimoniale ormai definitivamente estinto, bensì “in considerazione” di esso nel
corso di tale seconda fase …, avendo lo stesso rapporto ancorché estinto pure nella sua dimensione
economico-patrimoniale, caratterizzato, anche sul piano giuridico, per un periodo più o meno lungo della
vita in comune (“la comunione spirituale e materiale degli ex coniugi.

…. Il carattere condizionato del diritto all’assegno di divorzio -comportando ovviamente la sua negazione in
presenza di “mezzi adeguati” dell’ex coniuge richiedente o delle effettive possibilità “di procurarseli”, vale a
dire della “indipendenza o autosufficienza economica” dello stesso – comporta, altresì, che, in carenza di
ragioni di “solidarietà economica”, l’eventuale riconoscimento del diritto si risolverebbe in una
locupletazione, illegittima, in quanto fondata esclusivamente sul fatto della “mera preesistenza” di un
rapporto matrimoniale ormai estinto ed inoltre di durata tendenziale sine die: il discrimine tra “solidarietà
economica” ed illegittima locupletazione sta, perciò, proprio nel giudizio sull’esistenza, o no, delle
condizioni del diritto all’assegno, nella fase dell’an debeatur”.

Fatte queste premesse, i giudici di legittimità si diffondono sull’interpretazione del sintagma normativo
“mezzi adeguati” e “impossibilità di procurarsi mezzi adeguati per ragioni oggettive” al fine di individuare
l’indispensabile parametro di riferimento cui rapportare l’adeguatezza-inadeguatezza dei mezzi del
richiedente l’assegno e la possibilità-impossibilità dello stesso di procurarseli, ponendo in evidenza che
dopo le pronunce delle Sezioni unite nn. 11490 e 11492 del 1990 il parametro di riferimento cui rapportare
l’adeguatezza-inadeguatezza dei mezzi il richiedente l’assegno è stato costantemente individuato nel
“tenore di vita analogo a quelle avuto in costanza di matrimonio o che poteva legittimamente e
ragionevolmente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio stesso; fissate al momento del
divorzio”.

Tale orientamento è stato, tuttavia, ritenuto dai supremi giudici non più attuale.

Si legge, infatti, nella motivazione della più volte citata pronuncia:

“A) il parametro del “tenore di vita” – se applicato anche nella fase dell’an debeatur – collide radicalmente
con la natura stessa dell’istituto del divorzio e i suoi effetti giuridici: … con la sentenza di divorzio il rapporto
matrimoniale si estingue sul piano non solo personale ma anche economico-patrimoniale – a differenza di
quanto accade con la separazione personale che lascia in vigore, seppure in forma attenuata, gli obblighi
coniugali di cui all’art. 143 cod. civ. – sicché ogni riferimento a tale rapporto finisce illegittimamente con il
ripristinarlo – sia pure limitatamente alla dimensione economica del “tenore di vita matrimoniale ” ivi
condotto – in una indebita prospettiva … di “ultrattività” del vincolo matrimoniale.

B) La scelta di detto parametro implica l’omessa considerazione che il diritto all’assegno di divorzio è
eventualmente riconosciuto all’ex coniuge richiedente, nella fase dell’an debeatur, esclusivamente come
“persona singola” e non già come (ancora) “parte” di un rapporto matrimoniale ormai estinto anche sul
piano economico-patrimoniale, avendo il legislatore della riforma del 1987 informato la disciplina
dell’assegno di divorzio, sia pure per implicito, ma in modo inequivoco, al principio di “autoresponsabilità”
economica pronuncia di divorzio.

C) la “necessaria considerazione” da parte del giudice del divorzio, del preesistente rapporto matrimoniale
anche nella sua dimensione economico-patrimoniale (…) è normativamente ed esplicitamente prevista
soltanto per l’eventuale fase del giudizio avente ad oggetto la determinazione dell’assegno (quantum
debeatur), vale a dire … soltanto dopo l’esito positivo della fase precedente (an debeatur) conclusasi cioè
con il riconoscimento del diritto all’assegno.

D) il parametro del “tenore di vita” induce inevitabilmente ma inammissibilmente … una indebita


commistione tra due fasi del giudizio e tra i relativi accertamenti.

E) Le menzionate sentenze delle Sezioni Unite del 1990 si fecero carico della necessità di contemperamento
dell’esigenza di superare la concezione patrimonialistica del matrimonio “inteso come sistemazione
definitiva perché il divorzio è stato assorbito dal costume sociale” … con l’esigenza di non turbare un
costume sociale ancora caratterizzato dalla “attuale esistenza di modelli di matrimonio più tradizionali,
anche perché sorti in epoca molto anteriore alla riforma” …. Questa esigenza, tuttavia, si è molto attenuata
nel corso degli anni, essendo ormai generalmente condiviso nel costume sociale il significato di matrimonio
come atto di libertà e di autoresponsabilità, nonché come luogo degli effetti e di effettiva comunione di
vita, in quanto tale dissolubile. Non (è) configurabile un interesse giuridicamente o protetto dell’ex coniuge
a conservare il tenore di vita matrimoniale. L’interesse tutelato con l’attribuzione dell’assegno divorzile …
non è il riequilibrio delle condizioni economiche degli ex coniugi, ma il raggiungimento della indipendenza
economica, in tal senso dovendo intendersi la funzione – esclusivamente – assistenziale dell’assegno

F) Al di là delle diverse opinioni che si possono avere sulla rilevanza ermeneutica dei lavori preparatori della
legge n. 74 del 1987 (che inserì nell’art. 5 il fondamentale riferimento alla mancanza di “mezzi adeguati” e
alla “impossibilità di procurarseli”) …. non v’è dubbio che chiara era la volontà del legislatore del 1987 di
evitare che il giudizio sulla “adeguatezza dei mezzi” fosse riferito “alle condizioni del soggetto pagante”
anziché “alle necessità del soggetto creditore” …. Nel giudizio sull’an debeatur, infatti, non possono
rientrare valutazioni di tipo comparativo tra le condizioni economiche degli ex coniugi, dovendosi avere
riguardo esclusivamente alle condizioni del soggetto richiedente l’assegno successivamente al divorzio”.

Evidenziata la criticità del parametro del tenore di vita e preso atto della necessità di individuare un
parametro diverso, i giudici di legittimità affermano che tale parametro cui rapportare il giudizio di
adeguatezza-inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente l’assegno e la possibilità-impossibilità di
procurarseli per ragioni oggettive, “vada individuato nel raggiungimento dell’”indipendenza economica” del
richiedente: se è accertato che quest’ultimo è “economicamente indipendente” è effettivamente in grado
di esserlo, non deve essergli riconosciutoci relativo diritto”, in forza del principio dell’autoresponsabilità
economica valevole anche per i figli.

In coerenza con tali premesse e con la nozione di indipendenza economica, prosegue la Corte, “a) il relativo
accertamento nella fase dell’an debeatur attiene esclusivamente, alla persona dell’ex coniuge richiedente
l’assegno come singolo individuo cioè senza alcun riferimento al preesistente rapporto matrimoniale; b)
soltanto nella fase del quantum debeatur è legittimo procedere ad un “giudizio comparativo” tra le
rispettive “posizioni” (lato sensu intese) personali ed economico-patrimoniali degli ex coniugi, secondo gli
specifici criteri dettati dall’art. 5 comma 6, della legge n. 898 del 1970 per tale fase di giudizio.

Ciò premesso, il Collegio ritiene che i principali “indici” – salvo ovviamente altri elementi che potranno
eventualmente rilevare nelle singole fattispecie – per accertare, nella fase di giudizio sull’an debeatur, la
sussistenza, o no, dell’”indipendenza economica” dell’ex coniuge richiedente l’assegno di divorzio – e,
quindi, l’”adeguatezza”, o no, dei “mezzi”, nonché la possibilità o no “per ragioni oggettive”, dello stesso di
procurarseli – possono essere così individuati:

1) il possesso di redditi di qualsiasi specie;

2) il possesso di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari, tenuto conto di tutti gli oneri lato sensu
“imposti” e del costo della vita nel luogo di residenza (“dimora abituale”: art. 43, secondo comma, cod. civ.)
della persona che richiede l’assegno;

3) le capacità e le possibilità effettive di lavoro personale, in relazione alla salute, all’età, al sesso ed al
mercato del lavoro dipendente o autonomo;

4) la stabile disponibilità di tino casa di abitazione.

Quanto al regime della prova della non “indipendenza economica” dell’ex coniuge che fa valere il diritto
dell’assegno; non v’è dubbio che, secondo la stessa formulazione della disposizione in esame e secondo i
normali canoni che disciplinano la distribuzione del relativo onere, allo stesso spetta di allegare, dedurre e
dimostrare di “non avere mezzi adeguati” e di “non poterseli procurare per ragioni oggettive”. Tale onere
probatorio ha ad oggetto i predetti indici principali, costitutivi del parametro dell’”indipendenza economica
” e presuppone tempestive, rituali e pertinenti allegazioni e deduzioni da parte del medesimo coniuge,
restando fermo, ovviamente, il diritto all’eccezione e alla prova contraria dell’altro (cfr. art. 4, comma 10,
della legge n. 898/1970).

In particolare, mentre il possesso di redditi e di cespiti patrimoniali formerà normalmente oggetto di prove
documentali …….. soprattutto “le capacità e le possibilità effettive di lavoro personale” formeranno oggetto
di prova che può essere data con ogni mezzo idoneo, anche di natura presuntiva, fermo restando l’onere
del richiedente l’assegno di allegare specificamente (e provare in caso di contestazione) le concrete
iniziative assunte per il raggiungimento dell’indipendenza economica, secondo le proprie attitudini e le
eventuali esperienze lavorative”.

L’applicazione del canone normativo sopra ricordato unitamente a quanto da ultimo affermato dalla
Suprema Corte di Cassazione nella più volte menzionata pronuncia n. 11504 del 2017 induce questo
Collegio a ritenere non sussistenti nel caso di specie i presupposti per il riconoscimento dell’assegno
divorzile in favore della (…).

Invero costei, laureata in scienze politiche, all’epoca della separazione “libero professionista” con un
reddito netto mensile, di circa euro 2000,00 e nessuna proprietà immobiliare, come dichiarato all’udienza
del 29 marzo 2005 dinanzi all’allora Presidente ff nel ricorso introduttivo del presente giudizio ha chiesto il
riconoscimento dell’assegno di divorzio “a causa delle mutate – peggiorate – condizioni economiche”,
sebbene in sede separativa e successivamente fosse previsto che ciascun coniuge avrebbe provveduto
autonomamente al proprio mantenimento.
All’udienza presidenziale del presente giudizio divorzile la (…) ha dichiarato di non lavorare, di svolgere
saltuariamente docenze e traduzioni per “(…)” e “Ministeri” e di corrispondere un canone di locazione per
la casa di Roma ove ella abitava unitamente ai due figli di euro 1650,00 mensili, oltre spese condominiali, di
essere stata aiutata dalla sua famiglia, di aver usato tutti i suoi “fondi”, di aver venduto la casa di Roma
perché non riusciva più a pagare il mutuo e di aver deciso di vivere nel predetto appartamento in affitto
perché vicino alla scuola dei figli e priva dell’automobile, di essere costretta a lasciare Roma e andare a
Caserta dalla madre.

Nel corso del giudizio la ricorrente sì è effettivamente trasferita a Caserta unitamente ai due figli presso
l’abitazione della di lei madre, come dalla stessa dedotto nella memoria integrativa depositata il 20 ottobre
2014, in cui ha dato atto di essere ancora disoccupata, sebbene impegnata nella ricerca di un’occupazione
lavorativa.

Dalla documentazione dalla stessa prodotta emerge, inoltre, che: attualmente la (…) non ha disponibilità
economiche o altri fondi accantonati (v. estratti conto in atti); alla fine del 2014 (29 dicembre 2014) ha
chiuso la partita IVA, aperta in quanto libero professionista; nel 2011 ha dichiarato un reddito complessivo,
afferente il 2010, di euro 2205,00; nel 2012 ha dichiarato un reddito negativo (-937,00 euro, afferente il
2011); nel 2013 ha dichiarato un reddito complessivo di euro 1695,00 (afferente il 2012) e nel 2014 un
reddito complessivo negativo di euro – 5507,00 a (afferente il 2013).

La stessa ricorrente in data 15 novembre 2010 ha alienato l’appartamento site in Roma Via (…) composto
da cinque camere e servizi, al prezzo complessivo di euro 570.000,00, giusta atto di compravendita
prodotto dal resistente, e, tenuto conto del mutuo gravante sul ridetto immobile ed estinto
successivamente alla vendita, ha realizzato una plusvalenza pari ad euro 200.000,00, circostanza dedotta
dall'(…) non contestata ex adverso, di cui non è dato conoscere la destinazione.

Per completezza mette conto evidenziare, inoltre, che pur disponendo di entrate assai esigue, come
comprovato dalle dichiarazioni fiscali sopra richiamate, la ricorrente conduceva in locazione un immobile in
Roma per cui corrispondeva un elevato canone di locazione, pari ad euro 1650,00 mensili oltre oneri
condominiali, come dalla stessa dichiarato all’udienza presidenziale, ciò che induce fondatamente il
Collegio a ritenere che la (…) disponesse di ulteriori entrate.

Nello stesso periodo, inoltre, la (…) riceva dal coniuge un assegno di mantenimento per i due figli delle parti
pari ad euro 900,00 mensili, così rideterminato dalla Corte d’appello di Roma con decreto del 29 dicembre
2009, dopo aver percepito per circa quattro anni un assegno di mantenimento, per lo stesso titolo, di euro
1200,00 mensili secondo quanto concordato in sede separativa.

Allo stato e sin dal 2014 la ricorrente unitamente ai figli si è trasferita a Caserta dove vive presso
l’abitazione materna secondo la sua prospettazione, è ancora disoccupata.

Sul punto, tuttavia, devesi evidenziare che la stessa non ha dedotto né, a fortiori, provato di essersi attivata
per reperire un’occupazione lavorativa consona all’esperienza professionale maturata e al titolo di studi
conseguito avendo svolto allegazioni alquanto generiche e non circostanziate sul punto ed avendo
articolato un capitoli di prova testimoniale privo di qualsivoglia riferimento temporale e fattuale che
correttamente e condivisibilmente il giudice istruttore non ha ammesso.

La ricorrente, inoltre, neppure ha dedotto di essere nell’impossibilità, per impedimento fisico o altro, di
svolgere qualsivoglia attività lavorativa, avendo anzi dichiarato ai l’udienza presidenziale di espletare
saltuariamente incarichi di docenza e interprete presso l’Università (…) e alcuni Ministeri.

Peraltro la scelta unilaterale di trasferirsi da Roma a Caserta ha consentito alla (…) di usufruire
gratuitamente di un’abitazione, quella della madre, nonché di vivere in una città ove il costo della vita è
notoriamente meno caro di quello della Capitale, sebbene, per altro verso, il contesto sociale ed economico
offra minori possibilità di lavoro, circostanza quest’ultima che non può che ricadere sulla stessa (…) che ha
fatto tale scelta di vita.
Per tutte le ragioni sopra esposte, tenuto conto del più recente orientamento della giurisprudenza di
legittimità sopra ampiamente illustrato, degli indici, enucleati dalla Suprema Corte, costitutivi del
parametro dell’indipendenza economica, indici che operano in via concorrenziale e non già alternativa, e,
soprattutto, del mancato assolvimento da parte della (…) dell’onere probatorio della non indipendenza
economica nel senso sopra precisato, il Collegio ritiene che la domanda di assegno divorzile dalla stessa
spiegata non possa trovare accoglimento.

Le ragioni della decisione, in una con la peculiarità della natura e dell’oggetto della presente controversia e
il mutamento, almeno parziale, della giurisprudenza di legittimità in ordine all’assegno divorzile,
giustificano l’integrale compensazione delle spese di lite tra le parti.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando nella causa civile in primo grado iscritta al n. 74536/2013
R.G.A.C., disattesa ogni contraria istanza, deduzione ed eccezione, così decide:

dichiara lo scioglimento del matrimonio contratto in Roma in data 3 settembre 1998 da (…) e (…), trascritto
nel registro degli atti di matrimonio di Roma Capitale al n. 1771, parte I, anno 1998, alle seguenti
condizioni:

il figlio minore (…) è affidato in modo condiviso ad entrambi i genitori e stabilmente collocato presso la
madre ove è fissata la sua residenza;

i genitori eserciteranno la responsabilità genitoriale separatamente limitatamente alle decisioni su


questioni di ordinaria amministrazione durante i tempi di permanenza del minore presso ciascuno di loro;

le decisioni di maggior interesse per il figlio afferenti l’educazione, l’istruzione, la salute e la scelta della
residenza abituale saranno assunte di comune accordo da entrambi i genitori tenuto conto delle capacità,
delle aspirazioni e dell’inclinazione naturale del minore in caso di disaccordo, dal giudice;

salvo diverso accordo tra le parti, il padre vedrà e terrà con sé (…): a) due fine settimana al mese, dal sabato
alla domenica, con la precisazione che un fine settimana al mese il padre si recherà a Caserta per incontrare
il figlio e uri altro fine settimana al mese la madre avrà cura di accompagnare il figlio minore a Roma con
oneri di viaggio riguardanti (…) a carico del padre e con l’ulteriore precisazione per cui il padre entro la fine
di ciascun mese comunicherà alla madre i due fine settimana in cui incontrerà e terrà con sé il figlio
secondo le modalità descritte; b) per metà della durata delle vacanze scolastiche natalizie, in modo tale da
alternare negli anni le principali festività; c) per l’intera durata delle vacanze scolastiche pasquali ad anni
alterni; d) per quattro settimane anche non consecutive durante le vacanze scolastiche estive da
concordare con la madre entro il mese di maggio di ciascun anno;

il padre corrisponderà alla madre, a titolo di contributo per il mantenimento di (…) e di (…), a far data dalla
pubblicazione della presente sentenza ed entro il giorno 5 di ogni mese, la somma mensile di euro 600,00
da rivalutare annualmente secondo gli indici Istat, fermi restando per il periodo pregresso i provvedimenti
presidenziali, con le specificazioni di cui in parte motiva;

pone a carico di ambo le parti in eguale misura le spese straordinarie afferenti i figli con le precisazioni di
cui in parte motivaci

rigetta la domanda della (…) volta al riconoscimento dell’assegno divorzile in suo favore.

Dichiara integralmente compensate le spese di lite tra le parti.

Ordina al competente Ufficiale dello Stato Civile di procedere all’annotazione della presente sentenza negli
appositi registri e al cancelliere di provvedere agli adempimenti di cui all’art. 10 della legge 1° dicembre
1970 n. 898.
Così deciso in Roma, 9 giugno 2017.

Depositata in Cancelleria il 23 giugno 2017.

ASSEGNO DIVORZILE SOLO SE E’ ACCERTATO LO STATO DI BISOGNO

Pubblicato da Avv. Filippo Barbàra il 10 novembre, 2017

No all’assegno divorzile per una ex moglie, laureata in scienze politiche, che pur depositando dichiarazioni
dei redditi negative non giustifica la destinazione del denaro ricavato dalla vendita di un immobile ed
affronta spese – anche di locazione – che fanno ritenere abbia la disponibilità di altre entrate (Tribunale di
Roma, Sentenza del 23 giugno 2017, giudice Stefania Ciani).

Questo l’esito della domanda di una ex moglie che, dopo una separazione consensuale – in cui si pattuiva
l’autonomia dei due coniugi, titolari di reddito personale – nel richiedere lo scioglimento del matrimonio,
insisteva affinché il Tribunale le riconoscesse l’assegno divorzile, sul presupposto di non aver «redditi
propri», perché priva di una stabile occupazione, dato che le docenze saltuarie e le traduzioni che svolgeva
per terzi non fornivano, comunque, una redditualità certa.

Alla domanda si opponeva il marito deducendo uno stato di non occupazione; durante il processo, questi
aveva riconosciuto di essere stato assunto da altra società e quindi di disporre, nuovamente, di un reddito
da lavoro.

Il Tribunale di Roma, con una sentenza molto attenta ai nuovi insegnamenti della Cassazione (sentenza
11504/2017) ripercorre le principali tappe dell’evoluzione giurisprudenziale in tema di assegno di divorzio
dimostra di avere aderito all’insegnamento della sentenza 11504 della Suprema corte, sia in ordine alla
duplicità delle fasi d’analisi per giungere al riconoscimento o meno dell’assegno divorzile sia, sopratutto,
nel considerare l’elemento del “tenore di vita” come un elemento, ormai definitivamente, archiviato e
superato.

Per il tribunale della capitale, l’assegno divorzile è richiedibile solo ove venga offerta nel processo da parte
della richiedente «la prova certa di non aver mezzi adeguati a provvedere al proprio mantenimento e di
essere nell’impossibilità di poterseli procurare». In difetto, l’inesistenza di ragioni di solidarietà economica
portano l’eventuale riconoscimento del diritto di assegno, ad essere omologato a una «locupletazione
(arricchimento ndr) illegittima», in quanto fondata esclusivamente sul fatto della mera preesistenza di un
rapporto matrimoniale, ormai estinto. In altre parole il discrimine tra solidarietà economica e illegittimo
arricchimento sta proprio, perciò, nel giudizio sulla esistenza, o meno, delle condizioni del diritto
all’assegno, da svolgersi nella prima fase di valutazione.

Il sole 24 ore

No all'assegno divorzile per una ex moglie, laureata in scienze politiche che, pur depositando dichiarazioni
dei redditi negative, non giustifica la destinazione del denaro ricavato dalla vendita di un immobile ed
affronta spese - anche di locazione - che fanno ritenere al Collegio che la stessa abbia la disponibilità di altre
entrate (Tribunale di Roma, Sentenza del 23 giugno 2017, giudice Stefania Ciani). Questo l’esito della
domanda svolta da una ex moglie ...
Articolo
Nella pubblica udienza del 10 aprile 2018, le Sezioni unite civili della Corte di cassazione hanno discusso la
causa relativa alla questione sul criterio di riconoscimento dell’assegno di divorzio. La causa è stata poi
trattenuta in decisione.
Alle Sezioni Unite il compito di un intervento chiarificatore
Si ricorda che la questione in oggetto era stata sollevata dall’allora primo Presidente, Giovanni Canzio, per
sollecitare un intervento chiarificatore sul riconoscimento dell’assegno divorzile e il relativo criterio, alla
luce della innovativa sentenza n. 11504/2017, resa dalla Prima sezione civile della Cassazione, che aveva
sancito l’allontanamento rispetto al consolidato orientamento che vedeva come parametro solitamente
impiegato per la determinazione dell’assegno, quello del “tenore di vita” tenuto dal coniuge in costanza di
matrimonio, in favore del differente presupposto dell’”indipendenza economica” o “autoresponsabilità”.
Il giudice – era stato affermato - chiamato a decidere circa la spettanza o meno dell’assegno (c.d. fase
dell’an debeatur), è tenuto a verificare se il coniuge richiedente (onerato della relativa prova) sia
effettivamente sprovvisto di mezzi adeguati e se sia impossibilitato a procurarseli per ragioni oggettive: solo
in caso affermativo, andrebbe accordato l’assegno divorzile.
Sentenza, questa, che ha determinato un rilevante mutamento interpretativo, produttivo, come
prevedibile, di un effetto “domino” su svariati casi sottoposti all’esame di legittimità; un mutamento di così
particolare importanza che – per come evidenziato da diversi giuristi – avrebbe meritato un fondamentale
passaggio alle Sezioni Unite.
Sostituto procuratore: tenore di vita ancora da considerare insieme agli altri parametri
Da segnalare che nella requisitoria tenuta dal sostituto procuratore della Corte di cassazione, Marcello
Matera, lo stesso ha invitato alla moderazione e a continuare a considerare, accanto al criterio
dell’autosufficienza, anche il parametro del tenore di vita goduto durante il matrimonio, insieme agli altri
criteri stabiliti dalla legge quali la durata del matrimonio, l’apporto del coniuge al patrimonio familiare.
In ogni caso – ha affermato – è necessario che, per ogni singolo giudizio, si proceda ad una valutazione delle
peculiarità del caso concreto “perché l’adozione di un unico principio di giudizio, come quello stabilito dalla
sentenza Grilli corre il rischio di favorire una sorta di giustizia di classe”.
Si resta in attesa del deposito della decisione delle Sezioni Unite e delle relative motivazioni.

Articolo
Assegno divorzile: il criterio del tenore di vita matrimoniale all’esame delle Sezioni Unite

Di CLAUDIA BENANTI - 26 aprile 2018


È attesa a breve la pronuncia delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione in merito ai criteri di
determinazione dell’assegno post-matrimoniale.
La rimessione della questione alle Sezioni Unite ha fatto seguito alla sentenza della Suprema Corte, sez. I,
10 maggio 2017 n. 11504, la quale ha stabilito che all’ex coniuge non spetta, in sede di divorzio, l’assegno di
mantenimento, quando il medesimo, pur non essendo in grado di mantenere il tenore di vita matrimoniale,
sia comunque autosufficiente dal punto di vista economico. Al riguardo, la Corte ha osservato che il
matrimonio non può tradursi in una «sistemazione a vita».
La prima sezione si è così discostata dall’orientamento consolidato della giurisprudenza di legittimità, che
riteneva sussistente il criterio della «mancanza dei mezzi adeguati» quando il coniuge, pur dotato di
reddito, era comunque incapace di mantenere il tenore di vita matrimoniale.
Il criterio decisionale adottato dalla prima sezione è stato criticato da alcuni interpreti per il suo carattere
eccessivamente rigoroso. Non c’è dubbio, però, che la dissolubilità del matrimonio e l’evoluzione del
costume sociale debbano indurre ad un ripensamento del criterio del tenore di vita matrimoniale, non
potendo più il coniuge fare affidamento sul mantenimento di quel tenore di vita sine die.
La soluzione potrebbe allora essere rinvenuta nel riconoscimento della natura compensativa, anziché
assistenziale, dell’assegno divorzile, con la conseguenza che – ferma restandone l’attribuzione quando il
coniuge sia privo dell’autosufficienza economica – esso venga determinato in base a quei criteri (durata del
matrimonio, ragioni della decisione, contributo del coniuge alla formazione del patrimonio dell’altro e di
quello comune) che la legge stessa prevede (art. 5, comma 6, l. div.).
Si segnala però che, nella pubblica udienza dinanzi alle Sezioni Unite, il P.M. ha chiesto che si continui a fare
riferimento al criterio del tenore di vita matrimoniale nel decidere in merito all’attribuzione dell’assegno al
coniuge più debole.

Articolo
Di recente si è discusso molto sul diritto al mantenimento da parte dell’ex coniuge in sede di divorzio.
In particolare, ha fatto molto discutere la nota sentenza della Suprema Corte di Cassazione n. 11504 del
2017 che si è resa “promotrice” di un nuovo sentire sociale, nonché di un nuovo pensiero giuridico.
La citata pronuncia, infatti, ha minato il consolidato orientamento giurisprudenziale che faceva discendere
il diritto al conseguimento di un assegno di mantenimento sulla base del criterio del “tenore di vita goduto
in costanza di matrimonio”.
Orbene, la Suprema Corte di Cassazione, con la citata “rivoluzionaria” sentenza ha affermato un principio
ben diverso: l’assegno di mantenimento deve essere corrisposto solo se all’ex coniuge mancano i mezzi
economici adeguati e verta in una situazione di oggettiva impossibilità di procurarseli non però con
riguardo ad un tenore di vita analogo a quello in costanza di matrimonio ma con riferimento al principio
dell’autosufficienza economica dell’ex coniuge.
In verità, la pronuncia n. 11504/2017 della Suprema Corte di Cassazione non è l’ultima sul tema. Gli
Ermellini, infatti, nella recentissima sentenza n. 6663 del 16 marzo 2018 hanno nuovamente affrontato il
tema del diritto al mantenimento riconfermando il nuovo orientamento espresso dalla nota pronuncia n.
11504/2017.
Secondo i giudici di legittimità, quindi, nella determinazione del diritto all’assegno di mantenimento i
giudici di merito devono:
verificare se il coniuge abbia o meno i mezzi adeguati per il suo sostentamento alla luce non più del tenore
di vita goduto in costanza di matrimonio ma del principio dell’indipendenza e autosufficienza economica
dello stesso, determinato sulla base di diversi indici (ad es. il possesso di redditi, la disponibilità di un
immobile, delle capacità di lavoro personale, età, sesso etc.)
determinare il quantum debeatur (la somma mensile da corrispondere all’ex coniuge) sulla base delle
condizioni dei coniugi, del reddito di entrambi, del contributo personale ed economico dato da ciascuno
alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune.
E’ bene però precisare che, come visto, nonostante la più recente giurisprudenza in tema di assegno
divorzile abbia sposato il nuovo orientamento sopra delineato, visto il cambiamento giurisprudenziale e
l’innegabile portata delle pronunce, la questione è stata rimessa alla Cassazione a Sezione Unite, le quali
statuiranno se sposare il nuovo orientamento giurisprudenziale, frutto anche di un nuovo sentire sociale,
oppure riconfermeranno il precedente indirizzo.

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE – Sezione Prima Civile – Sentenza n. 11504 del 10 maggio 2017
Presidente Di Palma
Relatore Lamorgese
Fatti di causa
1. – Il Tribunale di Milano ha dichiarato lo scioglimento del matrimonio, contratto nel 1993, tra Vi.Gr.. e Li.
Ca. Lo. ed ha respinto la domanda di assegno divorzile proposta da quest’ultima.

2. – Il gravame della Lo. è stato rigettato dalla Corte d’appello di Milano, con sentenza 27 marzo 2014.

2.1. – La Corte, avendo ritenuto che il luogo di residenza della Lo. (convenuta nel giudizio) fosse a
(omissis…), ha rigettato l’eccezione di incompetenza territoriale del Tribunale di Milano, a favore del
Tribunale di Roma, ove era la residenza o il domicilio del ricorrente Gr., da essa sollevata sul presupposto
della propria residenza all’estero, a norma dell’art. 4, comma 1, della legge 1. dicembre 1970, n. 898; ha
ritenuto poi non dovuto l’assegno divorzile in favore della Lo., non avendo questa dimostrato
l’inadeguatezza dei propri redditi ai fini della conservazione del tenore di vita matrimoniale, stante
l’incompletezza della documentazione reddituale da essa prodotta, in una situazione di fatto in cui l’altro
coniuge aveva subito una contrazione reddituale successivamente allo scioglimento del matrimonio.

3. – Avverso questa sentenza la Lo. ha proposto ricorso per cassazione sulla base di quattro motivi, cui si è
opposto il Gr. Con controricorso. Le parti hanno presentato memorie ex art. 378 cod. proc. civ.

Ragioni della decisione

1. – Con il primo motivo la ricorrente ha denunciato la violazione dell’art. 4, comma 1, della legge n. 898 del
1970, per avere la Corte d’appello affermato la competenza per territorio del Tribunale di Milano, essendo
invece competente il Tribunale di Roma, ove era la residenza o il domicilio del ricorrente Gr., essendo la
convenuta residente all’estero.

1.1. – Il motivo è infondato.

Premesso che, contrariamente a quanto sostenuto dal Gr., la questione della competenza è stata
riproposta in appello e che su di essa, quindi, non si è formato il giudicato, la sentenza impugnata ha
ragionevolmente valorizzato quanto dichiarato dalla Lo. (convenuta nel giudizio) nell’atto di appello, e in
altri atti giudiziari, circa la sua residenza a (omissis…) (Mi), che corrispondeva a quanto risultava dalle
certificazioni anagrafiche, giudicando irrilevante la diversa indicazione, resa all’udienza presidenziale, di
essere residente a (omissis…), luogo quest’ultimo rientrante pur sempre nella competenza del Tribunale di
Milano; inoltre, ha adeguatamente argomentato in ordine alla mancanza di prova della residenza all’estero
della Lo., ritenendo inidonea a tal fine la mera disponibilità da parte della medesima di un’abitazione negli
Stati Uniti.

La decisione impugnata è, pertanto, conforme al principio enunciato da questa Corte – che va ribadito -,
secondo cui la domanda di scioglimento del matrimonio civile o di cessazione degli effetti civili del
matrimonio concordatario va proposta, ai sensi dell’art. 4, comma 1, della legge n. 898 del 1970 (nel testo
introdotto dall’art. 2, comma 3-bis, del d.l. 14 marzo 2005, n. 35, convertito in legge, con modificazioni,
dall’art. 1, comma 1, della legge 14 maggio 2005, n. 80), quale risultante a seguito della dichiarazione di
illegittimità costituzionale (sentenza n. 169 del 2008), al tribunale del luogo di residenza o domicilio del
coniuge convenuto, salva l’applicazione degli ulteriori criteri previsti in via subordinata dalla medesima
norma (Cass. ord. n. 15186 del 2014).

2. – Con il secondo motivo la Lo. ha denunciato la violazione e falsa applicazione dell’art. 5, comma 6, legge
n. 898/1970, per avere la Corte milanese negato il suo diritto all’assegno sulla base della circostanza che lo
stesso Gr. non avesse mezzi adeguati per conservare l’alto tenore di vita matrimoniale, dando rilievo
decisivo alla riduzione dei suoi redditi rispetto all’epoca della separazione, mentre avrebbe dovuto prima
verificare la indisponibilità, da parte dell’ex coniuge richiedente, di mezzi adeguati a conservare il tenore di
vita matrimoniale o la sua impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive.

Con il terzo motivo la Lo. ha denunciato vizio di motivazione, per avere omesso di considerare elementi
probatori rilevanti al fine di dimostrare la sussistenza del diritto all’assegno.

Con il quarto motivo la ricorrente ha denunciato la violazione degli artt. 112 e 132 c.p.c, per avere i giudici
di merito escluso il diritto all’assegno, disconoscendo la rilevanza della sperequazione tra le situazioni
reddituali e patrimoniali degli ex coniugi e dando erroneamente rilievo agli accordi raggiunti in sede di
separazione che, al contrario, indicavano la disparità economica tra le parti e la mancanza di autosufficienza
economica della Lo..

2.1. – Tali motivi sono infondati.


Si rende, tuttavia, necessaria, ai sensi dell’art. 384, quarto comma, cod. proc. civ., la correzione della
motivazione in diritto della sentenza impugnata, il cui dispositivo – come si vedrà (cfr. infra, sub n. 2.6) – è
conforme a diritto, in base alle considerazioni che seguono.

Una volta sciolto il matrimonio civile o cessati gli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio
religioso – sulla base dell’accertamento giudiziale, passato in giudicato, che «la comunione spirituale e
materiale tra i coniugi non può essere mantenuta o ricostituita per l’esistenza di una delle cause previste
dall’articolo 3» (cfr. artt. 1 e 2, mai modificati, nonché l’art. 4, commi 12 e 16, della legge n. 898 del 1970) -,
il rapporto matrimoniale si estingue definitivamente sul piano sia dello status personale dei coniugi, i quali
devono perciò considerarsi da allora in poi “persone singole”, sia dei loro rapporti economico-patrimoniali
(art. 191, comma 1, cod. civ.) e, in particolare, del reciproco dovere di assistenza morale e materiale (art.
143, comma 2, cod. civ.), fermo ovviamente, in presenza di figli, l’esercizio della responsabilità genitoriale,
con i relativi doveri e diritti, da parte di entrambi gli ex coniugi (cfr. artt. 317, comma 2, e da 337-bis a 337-
octies cod. civ.).

Perfezionatasi tale fattispecie estintiva del rapporto matrimoniale, il diritto all’assegno di divorzio – previsto
dall’art. 5, comma 6, della legge n. 898 del 1970, nel testo sostituito dall’art. 10 della legge n. 74 del 1987 –
è condizionato dal previo riconoscimento di esso in base all’accertamento giudiziale della mancanza di
«mezzi adeguati» dell’ex coniuge richiedente l’assegno o, comunque, dell’impossibilità dello stesso «di
procurarseli per ragioni oggettive».

La piana lettura di tale comma 6 dell’art. 5 – «Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione
degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della
decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla
formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti
elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare
periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque
non può procurarseli per ragioni oggettive» – mostra con evidenza che la sua stessa “struttura” prefigura
un giudizio nitidamente e rigorosamente distinto in due fasi, il cui oggetto è costituito, rispettivamente,
dall’eventuale riconoscimento del diritto (fase dell’an debeatur) e – solo all’esito positivo di tale prima fase
– dalla determinazione quantitativa dell’assegno (fase del quantum debeatur).

La complessiva ratio dell’art. 5, comma 6, della legge n. 898 del 1970 (diritto condizionato all’assegno di
divorzio e – riconosciuto tale diritto -determinazione e prestazione dell’assegno) ha fondamento
costituzionale nel dovere inderogabile di «solidarietà economica» (art. 2, in relazione all’art. 23, Cost.), il cui
adempimento è richiesto ad entrambi gli ex coniugi, quali “persone singole”, a tutela della “persona”
economicamente più debole (cosiddetta “solidarietà post-coniugale”): sta precisamente in questo duplice
fondamento costituzionale sia la qualificazione della natura dell’assegno di divorzio come esclusivamente
“assistenziale” in favore dell’ex coniuge economicamente più debole (art. 2 Cost.) – natura che in questa
sede va ribadita -, sia la giustificazione della doverosità della sua «prestazione» (art. 23 Cost.).

Sicché, se il diritto all’assegno di divorzio è riconosciuto alla “persona” dell’ex coniuge nella fase dell’an
debeatur, l’assegno è “determinato” esclusivamente nella successiva fase del quantum debeatur, non già
“in ragione” del rapporto matrimoniale ormai definitivamente estinto, bensì “in considerazione” di esso nel
corso di tale seconda fase (cfr. l’incipit del comma 6 dell’art. 5 cit: «[….] il tribunale, tenuto conto [….]»),
avendo lo stesso rapporto, ancorché estinto pure nella sua dimensione economico-patrimoniale,
caratterizzato, anche sul piano giuridico, un periodo più o meno lungo della vita in comune («la comunione
spirituale e materiale») degli ex coniugi.

Deve, peraltro, sottolinearsi che il carattere condizionato del diritto all’assegno di divorzio – comportando
ovviamente la sua negazione in presenza di «mezzi adeguati» dell’ex coniuge richiedente o delle effettive
possibilità «di procurarseli», vale a dire della “indipendenza o autosufficienza economica” dello stesso –
comporta altresì che, in carenza di ragioni di «solidarietà economica», l’eventuale riconoscimento del
diritto si risolverebbe in una locupletazione illegittima, in quanto fondata esclusivamente sul fatto della
“mera preesistenza” di un rapporto matrimoniale ormai estinto, ed inoltre di durata tendenzialmente sine
die: il discrimine tra «solidarietà economica» ed illegittima locupletazione sta, perciò, proprio nel giudizio
sull’esistenza, o no, delle condizioni del diritto all’assegno, nella fase dell’an debeatur.

Tali precisazioni preliminari si rendono necessarie, perché non di rado è dato rilevare nei provvedimenti
giurisdizionali aventi ad oggetto l’assegno di divorzio una indebita commistione tra le due “fasi” del giudizio
e tra i relativi accertamenti che, essendo invece pertinenti esclusivamente all’una o all’altra fase, debbono
per ciò stesso essere effettuati secondo l’ordine progressivo normativamente stabilito.

2.2. – Tanto premesso, decisiva è, pertanto – ai fini del riconoscimento, o no, del diritto all’assegno di
divorzio all’ex coniuge richiedente -, l’interpretazione del sintagma normativo «mezzi adeguati» e della
disposizione “impossibilità di procurarsi mezzi adeguati per ragioni oggettive” nonché, in particolare e
soprattutto, l’individuazione dell’indispensabile “parametro di riferimento”, al quale rapportare
l’”adeguatezza-inadeguatezza” dei «mezzi» del richiedente l’assegno e, inoltre, la “possibilità-impossibilità”
dello stesso di procurarseli.

Ribadito, in via generale – salve le successive precisazioni (v., infra, n. 2.4) -, che grava su quest’ultimo
l’onere di dimostrare la sussistenza delle condizioni cui è subordinato il riconoscimento del relativo diritto,
è del tutto evidente che il concreto accertamento, nelle singole fattispecie, dell’adeguatezza-
inadeguatezza” di «mezzi» e della “possibilità-impossibilità” di procurarseli può dar luogo a due ipotesi: 1)
se l’ex coniuge richiedente l’assegno possiede «mezzi adeguati» o è effettivamente in grado di procurarseli,
il diritto deve essergli negato tout court; 2) se, invece, lo stesso dimostra di non possedere «mezzi
adeguati» e prova anche che «non può procurarseli per ragioni oggettive», il diritto deve essergli
riconosciuto.
È noto che, sia prima sia dopo le fondamentali sentenze delle Sezioni Unite nn. 11490 e 11492 del 29
novembre 1990 (cfr. ex plurimis, rispettivamente, le sentenze nn. 3341 del 1978 e 4955 del 1989, e nn.
11686 del 2013 e 11870 del 2015), il parametro di riferimento – al quale rapportare l’adeguatezza-
inadeguatezza” dei «mezzi» del richiedente – è stato costantemente individuato da questa Corte nel
«tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, o che poteva legittimamente e
ragionevolmente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio stesso, fissate al momento del
divorzio» (così la sentenza delle S.U. n. 11490 del 1990, pag. 24).

Sull’attuale rilevanza del “tenore di vita matrimoniale”, come parametro “condizionante” e decisivo nel
giudizio sul riconoscimento del diritto all’assegno, non incide – come risulterà chiaramente alla luce delle
successive osservazioni – la mera possibilità di operarne in concreto un bilanciamento con altri criteri, intesi
come fattori di moderazione e diminuzione di una somma predeterminata in astratto sulla base di quel
parametro.

A distanza di quasi ventisette anni, il Collegio ritiene tale orientamento, per le molteplici ragioni che
seguono, non più attuale, e ciò lo esime dall’osservanza dell’art. 374, terzo comma, cod. proc. civ.

A) Il parametro del «tenore di vita» – se applicato anche nella fase dell’an debeatur – collide radicalmente
con la natura stessa dell’istituto del divorzio e con i suoi effetti giuridici: infatti, come già osservato (supra,
sub n. 2.1), con la sentenza di divorzio il rapporto matrimoniale si estingue sul piano non solo personale ma
anche economico-patrimoniale – a differenza di quanto accade con la separazione personale, che lascia in
vigore, seppure in forma attenuata, gli obblighi coniugali di cui all’art. 143 cod. civ. -, sicché ogni riferimento
a tale rapporto finisce illegittimamente con il ripristinarlo -sia pure limitatamente alla dimensione
economica del “tenore di vita matrimoniale” ivi condotto – in una indebita prospettiva, per così dire, di
“ultrattività” del vincolo matrimoniale.

Sono oltremodo significativi al riguardo: 1) il brano della citata sentenza delle Sezioni Unite n. 11490 del
1990, secondo cui «[….] è utile sottolineare che tutto il sistema della legge riformata [….] privilegia le
conseguenze di una perdurante [….] efficacia sul piano economico di un vincolo che sul piano personale è
stato disciolto [….]» (pag. 38); 2) l’affermazione della “funzione di riequilibrio” delle condizioni economiche
degli ex coniugi attribuita da tale sentenza all’assegno di divorzio: «[….] poiché il giudizio sull’an del diritto
all’assegno è basato sulla determinazione di un quantum idoneo ad eliminare l’apprezzabile
deterioramento delle condizioni economiche del coniuge che, in via di massima, devono essere ripristinate,
in modo da ristabilire un certo equilibrio [….], è necessaria una determinazione quantitativa (sempre in via
di massima) delle somme sufficienti a superare l’inadeguatezza dei mezzi dell’avente diritto, che
costituiscono il limite o tetto massimo della misura dell’assegno» (pagg. 24-25: si noti l’evidente
commistione tra gli oggetti delle due fasi del giudizio).

B) La scelta di detto parametro implica l’omessa considerazione che il diritto all’assegno di divorzio è
eventualmente riconosciuto all’ex coniuge richiedente, nella fase dell’an debeatur, esclusivamente come
“persona singola” e non già come (ancora) “parte” di un rapporto matrimoniale ormai estinto anche sul
piano economico-patrimoniale, avendo il legislatore della riforma del 1987 informato la disciplina
dell’assegno di divorzio, sia pure per implicito ma in modo inequivoco, al principio di “autoresponsabilità”
economica degli ex coniugi dopo la pronuncia di divorzio.

C) La “necessaria considerazione”, da parte del giudice del divorzio, del preesistente rapporto matrimoniale
anche nella sua dimensione economico-patrimoniale («[….] il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei
coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla
conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di
entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio [….]») è
normativamente ed esplicitamente prevista soltanto per l’eventuale fase del giudizio avente ad oggetto la
determinazione dell’assegno (quantum debeatur), vale a dire – come già sottolineato – soltanto dopo
l’esito positivo della fase precedente (an debeatur), conclusasi cioè con il riconoscimento del diritto
all’assegno.

D) Il parametro del «tenore di vita» induce inevitabilmente ma inammissibilmente, come già rilevato (cfr.,
supra, sub n. 2.1), una indebita commistione tra le predette due “fasi” del giudizio e tra i relativi
accertamenti.

È significativo, al riguardo, quanto affermato dalle Sezioni Unite, sempre nella sentenza n. 11490 del 1990:
«[….] lo scopo di evitare rendite parassitarie ed ingiustificate proiezioni patrimoniali di un rapporto
personale sciolto può essere raggiunto utilizzando in maniera prudente, in una visione ponderata e globale,
tutti i criteri di quantificazione supra descritti, che sono idonei ad evitare siffatte rendite ingiustificate,
nonché a responsabilizzare il coniuge che pretende l’assegno, imponendogli di attivarsi per realizzare la
propria personalità, nella nuova autonomia di vita, alla stregua di un criterio di dignità sociale [….]».

E) Le menzionate sentenze delle Sezioni Unite del 1990 si fecero carico della necessità di contemperamento
dell’esigenza di superare la concezione patrimonialistica del matrimonio «inteso come “sistemazione
definitiva”, perché il divorzio è stato assorbito dal costume sociale» (così la sentenza n. 11490 del 1990) con
l’esigenza di non turbare un costume sociale ancora caratterizzato dalla «attuale esistenza di modelli di
matrimonio più tradizionali, anche perché sorti in epoca molto anteriore alla riforma», con ciò spiegando la
preferenza accordata ad un indirizzo interpretativo che «meno traumaticamente rompe[sse] con la passata
tradizione» (così ancora la sentenza n. 11490 del 1990). Questa esigenza, tuttavia, si è molto attenuata nel
corso degli anni, essendo ormai generalmente condiviso nel costume sociale il significato del matrimonio
come atto di libertà e di autoresponsabilità, nonché come luogo degli affetti e di effettiva comunione di
vita, in quanto tale dissolubile (matrimonio che – oggi – è possibile “sciogliere”, previo accordo, con una
semplice dichiarazione delle parti all’ufficiale dello stato civile, a norma dell’art. 12 del D.L. 12 settembre
2014, n. 132, convertito in legge, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 10 novembre 2014, n.
162).
Ed è coerente con questo approdo sociale e legislativo l’orientamento di questa Corte, secondo cui la
formazione di una famiglia di fatto da parte del coniuge beneficiario dell’assegno divorzile è espressione di
una scelta esistenziale, libera e consapevole, che si caratterizza per l’assunzione piena del rischio di una
eventuale cessazione del rapporto e, quindi, esclude ogni residua solidarietà postmatrimoniale da parte
dell’altro coniuge, il quale non può che confidare nell’esonero definitivo da ogni obbligo (cfr. le sentenze
nn. 6855 del 2015 e 2466 del 2016). In proposito, un’interpretazione delle norme sull’assegno divorzile che
producano l’effetto di procrastinare a tempo indeterminato il momento della recisione degli effetti
economico-patrimoniali del vincolo coniugale, può tradursi in un ostacolo alla costituzione di una nuova
famiglia successivamente alla disgregazione del primo gruppo familiare, in violazione di un diritto
fondamentale dell’individuo (cfr. Cass. n. 6289/2014) che è ricompreso tra quelli riconosciuti dalla Cedu
(art. 12) e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (art. 9). Si deve quindi ritenere che non
sia configurabile un interesse giuridicamente rilevante o protetto dell’ex coniuge a conservare il tenore di
vita matrimoniale. L’interesse tutelato con l’attribuzione dell’assegno divorzile -come detto – non è il
riequilibrio delle condizioni economiche degli ex coniugi, ma il raggiungimento della indipendenza
economica, in tal senso dovendo intendersi la funzione – esclusivamente – assistenziale dell’assegno
divorzile.

F) Al di là delle diverse opinioni che si possono avere sulla rilevanza ermeneutica dei lavori preparatori della
legge n. 74 del 1987 (che inserì nell’art. 5 il fondamentale riferimento alla mancanza di “mezzi adeguati” e
alla “impossibilità di procurarseli”) in senso innovativo (come sosteneva una parte della dottrina che
imputava alla giurisprudenza precedente di avere favorito una concezione patrimonialistica della
condizione coniugale) o sostanzialmente conservativo del precedente assetto (si legga in tal senso il brano
della sentenza delle Sezioni Unite n. 11490/1990 che considerava non giustificato «l’abbandono di quella
parte dei criteri interpretativi adottati in passato per il giudizio sull’esistenza del diritto all’assegno»), non
v’è dubbio che chiara era la volontà del legislatore del 1987 di evitare che il giudizio sulla “adeguatezza dei
mezzi” fosse riferito «alle condizioni del soggetto pagante» anziché «alle necessità del soggetto creditore»:
ciò costituiva «un profilo sul quale, al di là di quelle che possono essere le convinzioni personali del
relatore, qui irrilevanti, si è realizzata la convergenza della Commissione» (cfr. intervento del relatore, sen.
N. Lipari, in Assemblea del Senato, 17 febbraio 1987, 561 sed. pom., resoconto stenografico, pag. 23). Nel
giudizio sull’an debeatur, infatti, non possono rientrare valutazioni di tipo comparativo tra le condizioni
economiche degli ex coniugi, dovendosi avere riguardo esclusivamente alle condizioni del soggetto
richiedente l’assegno successivamente al divorzio.

Le osservazioni critiche sinora esposte non sono scalfite:

a) né dalla sentenza della Corte costituzionale n. 11 del 2015, che ha sostanzialmente recepito
l’orientamento in questa sede non condiviso, senza peraltro prendere posizione sulla sostanza delle
censure formulate dal giudice rimettente, riducendo quella sollevata ad una mera questione di «erronea
interpretazione» dell’art. 5, comma 6, della legge n. 898 del 1970 e omettendo di considerare che, in una
precedente occasione, nell’escludere la completa equiparabilità del trattamento economico del coniuge
divorziato a quello del coniuge separato, aveva affermato che «[….] basterebbe rilevare che per il divorziato
l’assegno di mantenimento non è correlato al tenore di vita matrimoniale» (sentenza n. 472 del 1989, n. 3
del Considerato in diritto);

b) e neppure dalle disposizioni di cui al comma 9 dello stesso art. 5 – secondo cui: «I coniugi devono
presentare all’udienza di comparizione avanti al presidente del tribunale la dichiarazione personale dei
redditi e ogni documentazione relativa ai loro redditi e al loro patrimonio personale e comune. In caso di
contestazioni il tribunale dispone indagini sui redditi, sui patrimoni e sull’effettivo tenore di vita, valendosi,
se del caso, anche della polizia tributaria» -, in quanto il parametro dell’«effettivo tenore di vita» è
richiamato esclusivamente al fine dell’accertamento dell’effettiva consistenza reddituale e patrimoniale dei
coniugi: infatti – se il primo periodo è dettato al solo fine di consentire al presidente del tribunale,
nell’udienza di comparizione dei coniugi, di dare su base documentale «i provvedimenti temporanei e
urgenti [anche d’ordine economico] che reputa opportuni nell’interesse dei coniugi e della prole» (art. 4,
comma 8) -, il secondo periodo invece, che presuppone la «contestazione» dei documenti prodotti
(concernenti i rispettivi redditi e patrimoni), nell’affidare al «tribunale» le relative «indagini», cioè
l’accertamento di tali componenti economico-fiscali, richiama il parametro dell’«effettivo tenore di vita» al
fine, non già del riconoscimento del diritto all’assegno di divorzio al “singolo” ex coniuge che lo fa valere
ma, appunto, dell’accertamento circa l’attendibilità di detti documenti e dell’effettiva consistenza dei
rispettivi redditi e patrimoni e, quindi, del “giudizio comparativo” da effettuare nella fase del quantum
debeatur. È significativo, al riguardo, che il riferimento agli elementi del “reddito” e del “patrimonio” degli
ex coniugi è contenuto proprio nella prima parte del comma 6 dell’art. 5 relativa a tale fase del giudizio.

2.3. – Le precedenti osservazioni critiche verso il parametro del «tenore di vita» richiedono, pertanto,
l’individuazione di un parametro diverso, che sia coerente con le premesse.

Il Collegio ritiene che un parametro di riferimento siffatto – cui rapportare il giudizio sull’adeguatezza-
inadeguatezza” dei «mezzi» dell’ex coniuge richiedente l’assegno di divorzio e sulla “possibilità-
impossibilità «per ragioni oggettive»” dello stesso di procurarseli – vada individuato nel raggiungimento
dell'” indipendenza economica” del richiedente: se è accertato che quest’ultimo è “economicamente
indipendente” o è effettivamente in grado di esserlo, non deve essergli riconosciuto il relativo diritto.

Tale parametro ha, innanzitutto, una espressa base normativa: infatti, esso è tratto dal vigente art. 337-
septies, primo comma, cod. civ. – ma era già previsto dal primo comma dell’art. 155-quinquies, inserito
dall’art. 1, comma 2, della legge 8 febbraio 2006, n. 54 – il quale, recante «Disposizioni in favore dei figli
maggiorenni», stabilisce, nel primo periodo: «Il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei
figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico».

La legittimità del richiamo di questo parametro – e della sua applicazione alla fattispecie in esame – sta,
innanzitutto, nell’analogia legis (art. 12, comma 2, primo periodo, delle disposizioni sulla legge in generale)
tra tale disciplina e quella dell’assegno di divorzio, in assenza di uno specifico contenuto normativo della
nozione di “adeguatezza dei mezzi”, a norma dell’art. 5, comma 6, legge n. 898 del 1970, trattandosi in
entrambi i casi, mutatis mutandis, di prestazioni economiche regolate nell’ambito del diritto di famiglia e
dei relativi rapporti.

In secondo luogo, il parametro della “indipendenza economica” – se condiziona negativamente il diritto del
figlio maggiorenne alla prestazione («assegno periodico») dovuta dai genitori, nonostante le garanzie di
uno status filiationis tendenzialmente stabile e permanente (art. 238 cod. civ.) e di una specifica previsione
costituzionale (art. 30, comma 1) che riconosce anche allo stesso figlio maggiorenne il diritto al
mantenimento, all’istruzione ed alla educazione -, a maggior ragione può essere richiamato ed applicato,
quale condizione negativa del diritto all’assegno di divorzio, in una situazione giuridica che, invece, è
connotata dalla perdita definitiva dello status di coniuge – quindi, dalla piena riacquisizione dello status
individuale di “persona singola” – e dalla mancanza di una garanzia costituzionale specifica volta
all’assistenza dell’ex coniuge come tale. Né varrebbe obiettare che l’art. 337-ter, quarto comma, n. 2, cod.
civ. (corrispondente all’art. 155, quarto comma, n. 2, cod. civ., nel testo sostituito dall’art. 1, comma 1, della
citata legge n. 54 del 2006) fa riferimento al «tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con
entrambi i genitori»: tale parametro si riferisce esclusivamente al figlio minorenne e ai criteri per la
determinazione (“quantificazione”) del contributo di “mantenimento”, inteso lato sensu, a garanzia della
stabilità e della continuità dello status filiationis, indipendentemente dalle vicende matrimoniali dei
genitori.

In terzo luogo, a ben vedere, anche la ratio dell’art. 337-septies, primo comma, cod. civ. – come pure quella
dell’art. 5, comma 6, della legge n. 898 del 1970, alla luce di quanto già osservato (cfr., supra, sub n. 2.2) – è
ispirata al principio dell'”autoresponsabilità economica”. A tale riguardo, è estremamente significativo
quanto affermato da questa Corte con la sentenza n. 18076 del 2014, che ha escluso l’esistenza di un
obbligo di mantenimento dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente (nella specie, entrambi
ultraquarantenni), ovvero di un diritto all’assegnazione della casa coniugale di proprietà del marito, sul
mero presupposto dello stato di disoccupazione dei figli, pur nell’ambito di un contesto di crisi economica e
sociale: «[….] La situazione soggettiva fatta valere dal figlio che, rifiutando ingiustificatamente in età
avanzata di acquisire l’autonomia economica tramite l’impegno lavorativo, chieda il prolungamento del
diritto al mantenimento da parte dei genitori, non è tutelabile perché contrastante con il principio di
autoresponsabilità che è legato alla libertà delle scelte esistenziali della persona [….]».

Tale principio di “autoresponsabilità” vale certamente anche per l’istituto del divorzio, in quanto il divorzio
segue normalmente la separazione personale ed è frutto di scelte definitive che ineriscono alla dimensione
della libertà della persona ed implicano per ciò stesso l’accettazione da parte di ciascuno degli ex coniugi –
irrilevante, sul piano giuridico, se consapevole o no – delle relative conseguenze anche economiche.

Questo principio, inoltre, appartiene al contesto giuridico Europeo, essendo presente da tempo in molte
legislazioni dei Paesi dell’Unione, ove è declinato talora in termini rigorosi e radicali che prevedono, come
regola generale, la piena autoresponsabilità economica degli ex coniugi, salve limitate – anche nel tempo –
eccezioni di ausilio economico, in presenza di specifiche e dimostrate ragioni di solidarietà.
In questa prospettiva, il parametro della “indipendenza economica” è normativamente equivalente a quello
di “autosufficienza economica”, come è dimostrato – tenuto conto della derivazione di tale parametro
dall’art. 337-septies, comma 1, cod. civ. – dall’art. 12, comma 2, del citato D.L. n. 132 del 2014, laddove non
consente la formalizzazione della separazione consensuale o del divorzio congiunto dinanzi all’ufficiale dello
stato civile «in presenza [….] di figli maggiorenni [….] economicamente non autosufficienti».

2.4. – È necessario soffermarsi sul parametro dell'”indipendenza economica”, al quale rapportare


l'”adeguatezza-inadeguatezza” dei «mezzi» dell’ex coniuge richiedente l’assegno di divorzio, nonché la
“possibilità-impossibilità «per ragioni oggettive»” dello stesso di procurarseli.

Va preliminarmente osservato al riguardo, in coerenza con le premesse e con la stessa nozione di


“indipendenza” economica, che: a) il relativo accertamento nella fase dell’an debeatur attiene
esclusivamente alla persona dell’ex coniuge richiedente l’assegno come singolo individuo, cioè senza alcun
riferimento al preesistente rapporto matrimoniale; b) soltanto nella fase del quantum debeatur è legittimo
procedere ad un “giudizio comparativo” tra le rispettive “posizioni” (lato sensu intese) personali ed
economico-patrimoniali degli ex coniugi, secondo gli specifici criteri dettati dall’art. 5, comma 6, della legge
n. 898 del 1970 per tale fase del giudizio.

Ciò premesso, il Collegio ritiene che i principali “indici” – salvo ovviamente altri elementi, che potranno
eventualmente rilevare nelle singole fattispecie – per accertare, nella fase di giudizio sull’an debeatur, la
sussistenza, o no, dell'”indipendenza economica” dell’ex coniuge richiedente l’assegno di divorzio – e,
quindi, l'”adeguatezza”, o no, dei «mezzi», nonché la possibilità, o no «per ragioni oggettive», dello stesso
di procurarseli -possono essere così individuati:

1) il possesso di redditi di qualsiasi specie;

2) il possesso di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari, tenuto conto di tutti gli oneri lato sensu
“imposti” e del costo della vita nel luogo di residenza («dimora abituale»: art. 43, secondo comma, cod.
civ.) della persona che richiede l’assegno;

3) le capacità e le possibilità effettive di lavoro personale, in relazione alla salute, all’età, al sesso ed al
mercato del lavoro dipendente o autonomo;

4) la stabile disponibilità di una casa di abitazione.

Quanto al regime della prova della non “indipendenza economica” dell’ex coniuge che fa valere il diritto
all’assegno di divorzio, non v’è dubbio che, secondo la stessa formulazione della disposizione in esame e
secondo i normali canoni che disciplinano la distribuzione del relativo onere, allo stesso spetta allegare,
dedurre e dimostrare di “non avere mezzi adeguati” e di “non poterseli procurare per ragioni oggettive”.
Tale onere probatorio ha ad oggetto i predetti indici principali, costitutivi del parametro dell'”indipendenza
economica”, e presuppone tempestive, rituali e pertinenti allegazioni e deduzioni da parte del medesimo
coniuge, restando fermo, ovviamente, il diritto all’eccezione e alla prova contraria dell’altro (cfr. art. 4,
comma 10, della legge n. 898 del 1970).

In particolare, mentre il possesso di redditi e di cespiti patrimoniali formerà normalmente oggetto di prove
documentali – salva comunque, in caso di contestazione, la facoltà del giudice di disporre al riguardo
indagini officiose, con l’eventuale ausilio della polizia tributaria (art. 5, comma 9, della legge n. 898 del
1970) -, soprattutto “le capacità e le possibilità effettive di lavoro personale” formeranno oggetto di prova
che può essere data con ogni mezzo idoneo, anche di natura presuntiva, fermo restando l’onere del
richiedente l’assegno di allegare specificamente (e provare in caso di contestazione) le concrete iniziative
assunte per il raggiungimento dell’indipendenza economica, secondo le proprie attitudini e le eventuali
esperienze lavorative.

2.5. – Pertanto, devono essere enunciati i seguenti principi di diritto.

Il giudice del divorzio, richiesto dell’assegno di cui all’art. 5, comma 6, della legge n. 898 del 1970, come
sostituito dall’art. 10 della legge n. 74 del 1987, nel rispetto della distinzione del relativo giudizio in due fasi
e dell’ordine progressivo tra le stesse stabilito da tale norma:

A) deve verificare, nella fase dell’an debeatur – informata al principio dell’autoresponsabilità economica” di
ciascuno degli ex coniugi quali “persone singole”, ed il cui oggetto è costituito esclusivamente
dall’accertamento volto al riconoscimento, o no, del diritto all’assegno di divorzio fatto valere dall’ex
coniuge richiedente -, se la domanda di quest’ultimo soddisfa le relative condizioni di legge (mancanza di
«mezzi adeguati» o, comunque, impossibilità «di procurarseli per ragioni oggettive»), con esclusivo
riferimento all’indipendenza o autosufficienza economica” dello stesso, desunta dai principali “indici” –
salvo altri, rilevanti nelle singole fattispecie – del possesso di redditi di qualsiasi specie e/o di cespiti
patrimoniali mobiliari ed immobiliari (tenuto conto di tutti gli oneri lato sensu “imposti” e del costo della
vita nel luogo di residenza dell’ex coniuge richiedente), delle capacità e possibilità effettive di lavoro
personale (in relazione alla salute, all’età, al sesso ed al mercato del lavoro dipendente o autonomo), della
stabile disponibilità di una casa di abitazione; ciò, sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove
offerte dal richiedente medesimo, sul quale incombe il corrispondente onere probatorio, fermo il diritto
all’eccezione ed alla prova contraria dell’altro ex coniuge;

B) deve “tener conto”, nella fase del quantum debeatur – informata al principio della «solidarietà
economica» dell’ex coniuge obbligato alla prestazione dell’assegno nei confronti dell’altro in quanto
“persona” economicamente più debole (artt. 2 e 23 Cost), il cui oggetto è costituito esclusivamente dalla
determinazione dell’assegno, ed alla quale può accedersi soltanto all’esito positivo della prima fase,
conclusasi con il riconoscimento del diritto -, di tutti gli elementi indicati dalla norma («[….] condizioni dei
coniugi, [….] ragioni della decisione, [….] contributo personale ed economico dato da ciascuno alla
conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, [….] reddito di
entrambi [….]»), e “valutare” «tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio», al
fine di determinare in concreto la misura dell’assegno di divorzio; ciò sulla base delle pertinenti allegazioni,
deduzioni e prove offerte, secondo i normali canoni che disciplinano la distribuzione dell’onere della prova
(art. 2697 cod. civ.).

2.6. – Venendo ai motivi del ricorso, da esaminare congiuntamente alla luce dei principi di diritto poc’anzi
enunciati, essi sono infondati.

La sentenza impugnata, nell’escludere il diritto, invocato dalla Lo., all’attribuzione dell’assegno divorzile,
non ha avuto riguardo, in concreto, al criterio della conservazione del tenore di vita matrimoniale, che pure
ha genericamente richiamato ma sul quale non ha indagato.
In tal modo, la Corte di merito si è sostanzialmente discostata dall’orientamento giurisprudenziale in questa
sede criticato, come rilevato dal P.G., e tuttavia è pervenuta a una conclusione conforme a diritto, avendo
ritenuto – in definitiva – che l’attrice non avesse assolto l’onere di provare la sua non indipendenza
economica, all’esito di un giudizio di fatto – ad essa riservato – adeguatamente argomentato, dal quale
emerge che la Lo. è imprenditrice, ha un’elevata qualificazione culturale, possiede titoli di alta
specializzazione e importanti esperienze professionali anche all’estero e che, in sede di separazione, i
coniugi avevano pattuito che nessun assegno di mantenimento fosse dovuto dal Gr..

La motivazione in diritto della sentenza impugnata dev’essere quindi corretta (come si è detto sub n. 2.1),
coerentemente con i principi sopra enunciati (sub n. 2.5, lett. A).

3. – In conclusione, il ricorso è rigettato.

Le spese del presente giudizio devono essere compensate, in considerazione del mutamento di
giurisprudenza su questione dirimente per la decisione.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese del giudizio.


Doppio contributo a carico della ricorrente, come per legge.