Está en la página 1de 11

Risoluzione politica del Segretariato Internazionale del

Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale – luglio 2010

Bancarotte degli stati, crisi politiche, ribellioni operaie.


Una nuova tappa della bancarotta capitalista.

1. Il fallimento dei salvataggi statali.


La bancarotta capitalista internazionale è entrata, definitivamente, in una fase ancora più esplosiva
di quella del settembre 2008, quando il crollo di Lehman Brothers cominciò a produrre un collasso
del complesso dell’economia mondiale.
La gigantesca operazione di salvataggio del sistema bancario che seguì a quella bancarotta è
sfociata in una crisi dei bilanci pubblici senza precedenti e in un’imminente insolvenza di numerosi
Stati (cessazione dei pagamenti). Sono state così messi a nudo gli insuperabili limiti dell’intervento
statale per salvare l’economia mondiale dalla bancarotta capitalista, avendo questo intervento
riprodotto praticamente le stesse basi che determinarono il suo scoppio.
La gigantesca emissione di moneta da parte delle banche centrali, al fine di soccorrere il sistema
finanziario, è servita per intraprendere (ovvero per rifinanziare) un nuovo processo speculativo.
Con tassi di interesse ufficiali vicini allo zero, gli istituti finanziari si sono rivolti alla Borsa, al
mercato delle materie prime e a quello dei titoli pubblici, per gonfiare i loro bilanci in rosso con
profitti speculativi. Il sistema statale è ricorso ad un nuovo indebitamento per coprire i
finanziamenti emessi per il salvataggio. I cosiddetti “stimoli” dello stato per neutralizzare la
recessione sono stati finanziati attraverso questo meccanismo speculativo. Il debito pubblico degli
Stati Uniti, per esempio, è passato dal 40% al 100% del Prodotto Interno Lordo (in seguito PIL),
mentre in Spagna è passato dal 30% al 80% del PIL. In un mercato in caduta libera, invece di
“pulire” dai loro bilanci gli “attivi tossici” (inesigibili), in special modo i crediti ipotecari, le banche
hanno acquisito nuovi attivi con queste caratteristiche – oggi i titoli pubblici.
L’insolvenza del bilancio pubblico è un prodotto di questo finanziamento parassitario, e non il
contrario (cioè che questo finanziamento ha rappresentato un’operazione di salvataggio per gli
stati insolventi). Per dimostrarlo è sufficiente osservare le enormi perdite che i derivati stanno
provocando in Italia, negli Stati Uniti o in Germania, pesando sui loro bilanci. La bancarotta degli
stati si è quindi congiunta ad una nuova crisi finanziaria: è aumentato il volume degli “attivi tossici”
di proprietà delle banche e il finanziamento a medio o lungo termine con debito contratto a breve
termine (detto anche, in spagnolo, “descalce”).
Le manovre di pareggio di bilancio costituiscono il riconoscimento della bancarotta. Ma questo
aggiustamento di bilancio, che punta a liquidare i diritti conquistati dai lavoratori, non si applica alle
spese giudicate di “interesse nazionale”, come le spese militari, che al contrario sono aumentate.
Le banche centrali hanno avviato una nuova fase di emissione di moneta, al fine di salvaguardare
nuovamente le banche dall’insolvenza. E’ ciò che è accaduto con l’acquisto da parte della Banca
Centrale Europea dei titoli di debito pubblico in possesso di diversi istituti bancari. I paesi della
zona euro e del Fondo Monetario Internazionale hanno impegnato 900 milioni di euro per evitare
possibili “default”.
In questo modo un insieme di stati in condizioni di effettiva o potenziale bancarotta ritiene di
salvarne altri che si trovano in una situazione di maggior urgenza. La contraddizione insita in
questa operazione si dimostra con il fatto che non si tratta di un trasferimento effettivo ad un fondo
di salvataggio, ma di una dichiarazione di garanzia nel caso in cui si verifichi effettivamente uno
stato di insolvenza. Riassumendo, tutti gli stati continuano ad indebitarsi con tassi di interesse
sempre crescenti, finanziati dall’emissione di denaro da parte delle banche centrali. Alla bancarotta
delle banche si è aggiunta la bancarotta statale. La piramide speculativa dell’indebitamento delle
banche e degli stati, anziché ridursi o eliminarsi, è cresciuta. L’intervento statale, anziché
neutralizzare o contrastare la bancarotta capitalista, ha dato ad essa un nuovo impulso. E questo
intervento dello stato è stato salutato dal sinistrismo borghese come una reazione al regime “neo-
liberale” o come un rifiuto del mercato da parte dello stato.
Lo stato, senza dubbio, non è intervenuto contro il mercato bensì in suo aiuto; non come un potere
esterno al capitale bensì come un altro ingranaggio dell’accumulazione capitalista. Anziché
costringere il capitale ad accettare un “prelievo” sui suoi titoli, ipervalutati artificiosamente, applica
questo “prelievo” agli sfruttati nell’intento di salvare il capitale fittiziamente gonfiato attraverso la
speculazione. Anziché liquidare il capitale eccedente e ristabilire una proporzione tra capitale
accumulato da una parte e capacità di consumo dall’altro, ha incrementato la disparità tra l’uno e
l’altra, attraverso lo “stimolo” a nuove spese e investimenti. Ha autorizzato le banche a
contabilizzare i titoli spazzatura al loro prezzo di acquisizione e non all’attuale prezzo di mercato
(cioè fortemente svalorizzato), per mantenere una galassia di “banche zombi”, sostenute da fondi
pubblici o da emissioni di moneta, bloccando il meccanismo capitalista della bancarotta, del
“default” (insolvenza), della caduta degli stati. Si tratta di una volontà di soccorso del sistema “neo-
liberale” che nega i principi di base del capitalismo e del neoliberalismo. Ma agendo in questo
modo, impedisce la ricostruzione del credito e un’uscita capitalista dalla crisi. Ponendo il veto
all’insolvenza statale, ha creato “stati zombi” che devono essere tutelati, come fossero protettorati,
da altri stati. Separando la sfera “pubblica” dalla sfera “privata”, come se non fossero due facce
della stessa medaglia, nascondendo il loro legame indissolubile all’interno dell’ingranaggio
dell’accumulazione capitalista, la sinistra che si definisce marxista contrabbanda un keynesismo
che è già stato completamente confutato nello sviluppo della crisi stessa.
Il keynesismo, senza dubbio, non pretende di prevenire la bancarotta finanziaria, di offrire di uscita
“non ortodossa” da questa crisi, bensì è una proposta per superare la depressione economica
creata dalla bancarotta, ovvero quando la bancarotta si è già verificata. La crisi capitalista, d’altro
canto, non può essere superata nel sistema capitalista senza una distruzione del capitale
eccedente in tutti i settori. Lo stato capitalista ha la possibilità di procedere a questa depurazione,
mediante nazionalizzazioni che impongano un “prelievo” al capitale eccedente e permettano di
procedere ad una ristrutturazione parziale del capitale, ricorrendo ad una pianificazione altrettanto
parziale. Questa alternativa però, la quale presuppone che lo stato si collochi eccezionalmente al
di sopra delle classi, eleva la crisi capitalista su un piano politico: perché da una parte trasforma
una questione interna ai capitalisti in una lotta tra stati rivali e, dall’altra, perché comporta una
parziale mobilitazione delle masse e un’acutizzazione della lotta di classe (la figlia del fascistoide
Le Pen riesce a proporre un’alleanza di Francia, Germania e Russia contro gli Stati Uniti).
D’altra parte, la crisi capitalista, specialmente quando ha una portata mondiale, crea situazioni
rivoluzionarie. Il carattere del crollo capitalista mondiale si è trasformato, per la sua portata
strategica, nella delimitazione politica fondamentale nel campo della classe operaia e della sinistra.

2. La crisi bancaria si aggrava.


La crisi bancaria ha provocato una crisi dei bilanci pubblici, e non il contrario. La crisi statale ha
accentuato la crisi bancaria e riaperto la crisi monetaria. Malgrado la gigantesca iniezione di fondi
pubblici, l’offerta monetaria mondiale – il credito – è diminuita. Negli ultimi mesi, le banche hanno
smesso di prestarsi tra loro – come già successo nel settembre del 2008.
Ci troviamo da una parte di fronte al principio classico della deflazione e tuttavia anche in presenza
di una svalutazione delle monete (ne è la prova la quotazione dell’oro), ovvero dell’inflazione. Le
due decadi di crisi del Giappone hanno già dimostrato che l’emissione di carta moneta (il debito
pubblico del Giappone ammonta al 250% del suo PIL) non ferma la deflazione. La deflazione
aggrava la crisi perché rivaluta i debiti e i crediti, ovvero aumenta il livello di insolvenza, vale a dire
che sviluppa nuovi fattori di crisi. La dichiarazione di cessazione dei pagamenti del debito pubblico
della Grecia è scontata; la stessa cosa vale per la Spagna e per Il Portogallo – anche se qui hanno
priorità i fallimenti delle banche.
Ma la zona euro riceverà un colpo durissimo se questi “default” si concretizzeranno. La crisi di
bilancio si è estesa, all’interno dei diversi paesi, alle amministrazioni locali (stati e regioni):
quattordici stati negli Stati Uniti (in primo luogo la California), le entità autonome in Spagna, gli enti
locali in Italia, incluse anche alcune regioni della Germania. Emerge quindi la possibilità
dell’insolvenza pubblica all’interno degli stati nazionali. Gli stati a rischio di “default” evitano di
usufruire del fondo di garanzia della zona euro per non dilatare ulteriormente il debito, oltre che per
evitare che le loro banche creditrici si vedano costrette a dare per persi i loro crediti e si avviino a
dichiarare fallimento.
Il fondo europeo, istituito per recuperare i titoli pubblici in mano alle banche, d’altro canto accentua
potenzialmente il fallimento delle banche. Tutto ciò è evidenziato molto chiaramente dalla
decisione della Commissione Europea di sottoporre a “stress test” un centinaio di banche in
situazione di crisi – i cui risultati saranno certamente falsificati. L’utilizzazione del fondo della
Commissione Europea e dell’FMI da parte di uno stato che dichiari fallimento spiazza i diritti di
incasso delle banche, a beneficio degli stati che hanno sottoscritto questo fondo.
Inoltre i debiti tra gli stati devono essere pagati completamente, senza sconti. Questa priorità
accordata agli stati prestatori svalorizza immediatamente i possedimenti delle banche. Il
salvataggio di uno stato che dichiari la sospensione dei pagamenti, si trasforma in un nuovo
episodio di insolvenza delle banche. Questo salvataggio pubblico europeo non è quindi un reale
salvataggio. In Europa, le banche con maggior quantità di crediti inesigibili sono quelle tedesche,
francesi e spagnole (i “ titoli tossici” delle banche tedesche ammontano a quasi 300 mila milioni di
euro). Cioè la crisi non è concentrata alla “periferia”, bensì al “centro”. Non ci si può perciò
sorprendere del fatto che sia messa in discussione l’esistenza dell’euro e dell’Unione Europea.
Per affrontare questa eventualità, la Commissione Europea ha lanciato una proposta di
liquidazione delle banche più piccole o di quelle pubbliche, affinché vengano accorpate dalle
grandi banche con un finanziamento delle banche centrali. E’ quello che già è successo con Las
Cajas in Spagna, la maggior parte delle quali saranno assorbite e trasformate in banche; con le
“Landesbank” in Germania e con le banche semi-private in Francia. Ogni paese deve sottomettersi
a una direttiva sovranazionale – come ripete quotidianamente lo spagnolo Zapatero e la CU, il
partito della grande borghesia catalana, i cui voti hanno consentito l’approvazione del bilancio in
questo paese.
L’Unione Europea va assumendo, in forma più definita, il carattere di un protettorato a difesa del
capitale tedesco. Ma questa prospettiva entra in contraddizione con la tendenza al “default” di
diversi paesi e la possibilità di una loro uscita “transitoria” dalla zona euro, con le crisi politiche che
si estendono nelle nazioni europee (Francia, Grecia, Spagna, Italia, Germania) e con le crescenti
lotte dei lavoratori. La combinazione di questi fattori mostra una prospettiva di dissoluzione della
zona euro e dell’Unione Europea. Questa tendenza alla dissoluzione si manifesta già in scontri
all’interno di numerosi stati, tra i governi locali e quelli nazionali, - come capita con il “federalismo”
di Berlusconi-Bossi, con i Lander in Germania e con l’autonomia in Catalogna.
Il recente crollo dell’euro, in aprile-maggio, è già considerato un secondo episodio della crisi
mondiale, simile a quello di Lehman-Brothers, la quale, nel settembre del 2008, era sul punto di
provocare la disarticolazione del sistema bancario internazionale. Il ripetersi di questi fenomeni
nello sviluppo dell’attuale crisi attesta il carattere sistemico e catastrofico della crisi stessa.
Il successivo recupero dell’euro e l’apparente congelamento dello stato di insolvenza delle nazioni
europee malate, hanno prodotto come risultato l’intervento negoziato della Cina, venuta in
soccorso di varie banche spagnole e l’acquisto, da parte sua, di titoli in dollari a euro (insieme alla
fluttuazione dello yuan). La Cina si è trasformata in arbitro della svalutazione del dollaro e dell’euro
e perciò si arroga il diritto di acquistare imprese industriali. A ben vedere, con il salvataggio
dell’euro, la Cina è diventata ostaggio della svalutazione delle monete, possedendo investimenti di
più di due milioni di dollari in queste valute straniere. La Cina è stata ancor più coinvolta dalla crisi.
Entriamo in un livello superiore della crisi: una crisi monetaria generalizzata.
Il superamento storico dell’empasse dell’Europa capitalista, che si trasforma di sempre di più in un
regime di Protettorato, è la distruzione dell’Unione Europea e, sulle sue ceneri, la costruzione degli
Stati Uniti socialisti d’Europa, dall’Atlantico alla Russia.

3. Stati Uniti, sempre al centro della tempesta.


Anche se la crisi dei debiti sovrani ha trasformato l’Europa nel centro apparente della crisi
mondiale, gli Stati Uniti continuano ad essere il vero centro della crisi. Il loro indebitamento,
nazionale e internazionale, pubblico e privato, non è solamente in crescita, è eccezionale. Negli
ultimi mesi si è evidenziato il probabile insuccesso dei loro programmi di “stimoli” e sussidi, con la
prospettiva di entrare in una fase di “doppia recessione”, dopo quella durata dalla fine del 2007 fino
a metà del 2009. Il tasso ufficiale di disoccupazione, al 9,5%, è alquanto sottostimato e per di più
non tiene in considerazione coloro che hanno smesso di cercare lavoro e coloro che sono costretti
a lavorare a tempo parziale. L’elemento più irrefutabile dell’impasse degli Stati Uniti di fronte alla
crisi è il continuo crollo del mercato ipotecario, il quale scatenò la crisi e fu oggetto delle maggiori
operazioni di salvataggio. I due grandi istituti che finanziano i mutui, Fannie Mae e Freddie Mac,
con un patrimonio di circa cinque bilioni in garanzie ipotecarie, sono stati dapprima nazionalizzati e
recentemente sospesi dalla Borsa, in quanto le loro azioni hanno subito significativi ribassi a causa
della caduta del dollaro. Cioè esistono agenzie che rischiano la bancarotta per somme che
superano il debito dell’insieme degli Stati dell’Unione Europea. Ma in esse sono investiti la maggior
parte delle riserve dei paesi creditori degli Stati Uniti. Una bancarotta formale di questi due istituti
(F & F) farebbe salire il debito pubblico nordamericano al 140% del PIL; allo stesso modo
accadrebbe con il sistema delle pensioni pubbliche che si ritrova completamente scoperto (non
finanziato). La proposta del partito repubblicano – privatizzare F & F e liquidare il sistema sanitario
e della previdenza – non solo sarebbe un colpo smisurato contro le masse, ma obbligherebbe lo
Stato a farsi carico anche dei loro debiti. Notizie recenti danno conto del fatto che due grandi
banche, Wells Fargo e Wachovia, già incorporate da altre banche, hanno “pulito” soldi provenienti
dai “cartelli” (narcotrafficanti) del Messico per circa 500 mila milioni di dollari: ovvero nemmeno il
denaro frutto di crimini le ha salvate dalla bancarotta. Il finanziamento del debito pubblico degli
Stati Uniti (il più alto del mondo), da parte di capitali interni ed esterni, si rivela ogni momento più
difficoltoso. Osservatori e storici predicono il crollo dei suoi debiti, sottoforma di svalutazione del
dollaro ovvero del 70% delle riserve internazionali.
La straordinaria fuoriuscita di petrolio causata dalla British Petroleum nel Golfo del Messico (la
prova del saccheggio ecologico da parte del capitale, costretto a ridurre i costi per contrastare la
diminuzione dei suoi profitti), va a configurarsi come un nuovo scatto verso un’ulteriore tappa della
bancarotta finanziaria – da una parte per gli effetti che causerà il suo fallimento, dall’altro per il
colpo che la fuoriuscita ha assestato all’insieme dell’industria petrolifera mondiale. La tendenza
che lavora a favore del crollo del dollaro neutralizza la svalutazione delle monete rivali e può
provocare svalutazioni a cascata, come anche l’inasprimento della guerra commerciale.
Negli Stati Uniti, più che in ogni altra parte del mondo, lo Stato è di fronte all’imperativo di
procedere una diminuzione del capitale esistente, sia attraverso la soluzione caotica dell’inflazione,
sia attraverso una ricontrattazione del debito pubblico, vale a dire una specie di fallimento. Il
periodo di scadenza medio del debito pubblico nordamericano si è ridotto a sei mesi.

4. La crisi mondiale, una svolta storica.


Le contraddizioni in Europa non sono dissimili da quelle della crisi mondiale. La svalutazione
dell’euro nel corso del 2010 ha inaugurato una nuova fase di una lunga guerra monetaria, che
inizia con la caduta del dollaro negli anni ‘70 ed il parallelo crollo dell’accordo di Bretton Woods del
1945. Al centro della crisi monetaria si trova il dollaro, per le necessità straordinarie di spesa
pubblica degli Stati Uniti. Il dollaro è stato protetto finora da una costante accumulazione di riserve
da parte di tutte le altre nazioni. Come si può vedere, questa accumulazione (della quale si
avvantaggiano i Lula, i Kirchner o i Correa) non è un segnale di solvibilità, ma la contropartita di un
potenziale crollo del dollaro. La domanda di dollari che sostiene questa situazione è un’altra forma
di sovvenzione statale al capitale coinvolto dalla crisi. L’accumulazione artificiale di riserve ha
trasformato i paesi che la possiedono in ostaggi della politica monetaria degli Stati Uniti: una
svalutazione del dollaro significherebbe una straordinaria perdita di valore delle riserve, che
ammontano da sei a otto bilioni di dollari, principalmente in possesso di Cina, Giappone e
Germania.
La disputa sul destino di queste riserve va di pari passo alla lotta per una nuova spartizione dei
mercati. Mentre la Cina vuole convertire le proprie riserve in investimenti di capitale nel resto del
mondo, e specialmente negli Stati Uniti, questi ultimi lottano per un’entrata in larga scala nel
mercato cinese. La Cina, come tutti i paesi con elevate quantità di riserve internazionali, esporta
capitali in forma di denaro e importa capitali in forma produttiva. L’enorme riserva in dollari della
Cina costituisce una garanzia ufficiale per i suoi investimenti all’estero. Ovvero i titoli finanziari in
dollari, da parte della Cina, finanziano gli investimenti nordamericani in questo paese. Si tratta,
all’inizio, di una relazione di dipendenza, che la bancarotta capitalista (guerra monetaria per la
rivalutazione della moneta cinese) ha solamente messo in evidenza.
La lotta per la ristrutturazione del mercato mondiale è un aspetto fondamentale dell’attuale crisi
mondiale. Da questo confronto nasceranno nuove guerre. Queste tendenze centrifughe fanno a
pezzi le pretese di “coordinamento internazionale” degli stati capitalisti, avendo origine proprio
nell’incapacità del capitale e dei suoi stati di “coordinare” le proprie contraddizioni. Si stima che la
sovrapproduzione economica mondiale sia di circa 200 (con un indice a base 100), ovvero sia
circa il doppio del necessario, mentre la capacità di consumo, nel corso della crisi, è scesa intorno
a 70 – vale a dire che il potenziale distruttivo della crisi non ha precedenti nella storia. Attraverso il
crollo del credito e in pratica del capitale fittizio (che si rende autonomo dal capitale produttivo sul
quale è basato), il capitale ha cercato di superare i suoi stessi limiti, trovandosi, come in passato,
di fronte un ostacolo insormontabile di portata economica e storica. Ha cercato di valorizzarsi al di
sopra del lavoro socialmente necessario, ossia fittiziamente.
La crisi è la manifestazione del fatto che vige la legge del valore e che essa presiede allo sviluppo
capitalistico. La svalutazione dell’insieme dei capitali mondiali rispetto all’oro di circa l’85% (un
processo che è in pieno sviluppo), misura il livello di “irrealtà” raggiunto dal capitale prima dello
scoppio dell’attuale crisi. In questo senso, la bancarotta capitalista mondiale rappresenta lo
sviluppo di un passaggio storico verso il socialismo – o verso la barbarie.
Quando i teorici del riformismo e del centrismo concludono che dopo questa crisi “il capitalismo
non sarà come era prima”, non solo usano argomenti già conosciuti di frasi vuote mostrando così
la loro ostilità al socialismo; ma evitano pure di affermare che il capitalismo che verrà sarà
barbarie. Sostengono che potrebbe tornare il capitalismo che si sviluppò dopo la seconda guerra
mondiale, cioè un ripetersi della storia. Ma il capitalismo del dopoguerra fu condizionato dalla
vittoria di enormi rivoluzioni – e, inoltre durò molto poco, non i “trenta gloriosi anni” come affermano
i suoi apologeti, bensì appena dodici, dal 1956, quando si recuperò il livello precedente la II guerra
mondiale, fino al 1968, quando fu dichiarata la non convertibilità di fatto del dollaro in oro. Nel
frattempo l’imperialismo inglese entrò in una fase di decadenza, le sue ex colonie affrontarono crisi
rivoluzionarie, la Francia attraversò diverse crisi di portata storica, dal golpe bonapartista del 1962
fino al sollevamento del maggio del 1968. La bancarotta capitalista attuale è solamente un
gigantesco episodio di una crisi mondiale che passa attraverso mezzo secolo.

5. La restaurazione capitalista e la crisi mondiale


Possono la Cina (e gli stati definiti Bric cioè Brasile, Russia, India e appunto Cina) “salvare il
mondo”? Pensarlo significa confondere il numero degli abitanti di un paese con le condizioni di un
determinato contesto sociale. Se la Cina potesse aprire un periodo di realizzazioni sociali
progressive del capitalismo, già l’India e l’Indonesia le avrebbero conseguite. Lo stesso si può dire
circa la sua capacità nel circoscrivere o attenuare le crisi mondiali; che in realtà la Cina ha
accentuato. La restaurazione del capitalismo in Cina ha comportato, all’inizio, l’apertura di
un’enorme possibilità al capitale mondiale; ma d’altro canto, ha accentuato sino ad oggi le
tendenze alla crisi, accrescendo la propria capacità produttiva molto più del mercato necessario
per assorbirla.
La restaurazione capitalista ha eliminato le possibilità di una transizione economica al capitalismo
basata sulla borghesia agraria (la campagna è il maggior mercato potenziale della Cina) – come,
fatte le debite differenze, è accaduto negli Stati Uniti nel XIX secolo. Nello sviluppo nordamericano
si liberò un settore di terre statali gratuite; in Cina abbiamo un processo di esproprio di terreni
molto caro per le masse rurali che le detengono. L’esproprio delle masse rurali avviene per opera
del capitale internazionale e per opera della burocrazia, che si trasforma in classe capitalista
intermediaria del capitale straniero. Ha sviluppato prematuramente le caratteristiche parassitarie
proprie del capitale fittizio (il 60% del credito è concentrato nella speculazione immobiliare di
lusso); gran parte del capitale controllato dallo stato è insolvente. La restaurazione capitalista si
trova di fronte ad un mercato in contrazione rispetto alla capacità produttiva sviluppata. Le forze
endogene, agrarie, sono storicamente più deboli delle forze esterne oggi incorporate nel capitale
mondiale e delle forze del proletariato (quello più concentrato del pianeta), in confronto ai
protagonisti dei simili processi avvenuti un secolo e mezzo fa. In definitiva, il passaggio della Cina
da stato transitorio non capitalista fino alla restaurazione completa del capitale, avviene in un
periodo di decadenza del capitalismo e non di ascesa. La restaurazione capitalista deve
caratterizzarsi, sempre di più, per le crisi politiche, le lotte di massa contadine e proletarie, e per le
rivoluzioni.
La crisi mondiale si è sviluppata, a partire dagli anni 70, in modo diseguale, e questo accade
ancora oggi, anche se la crisi ha un carattere generalizzato. Gli “stimoli statali” e le iniezioni di
denaro per salvare le banche hanno causato una temporanea ripresa del mercato, che si è
manifestata in forma più accentuata nei paesi “emergenti”. Dopo una forte recessione nel 2008,
sono riusciti a recuperare i loro tassi di sviluppo a partire dal 2009. Questo fatto ha portato gli
analisti a prevedere che i “paesi emergenti” avrebbero trainato tutta l’economia mondiale. Si tratta
di uno sproposito. Ciò non avvenne nella” grande recessione” del 1873-90, quando iniziò
un’ondata di investimenti dall’Europa alla periferia e la spartizione del mondo tra le potenze
principali. La prospettiva è bensì quella contraria: cioè che le metropoli trascinino “gli emergenti” in
una nuova recessione molto più profonda della precedente. Il fatto è che la loro “prosperità” attuale
si basa sugli stessi fattori speculativi che sono entrati in crisi nei paesi sviluppati. I prezzi delle
materie prime hanno cominciato ad abbassarsi, in molti casi. D’altra parte, la ripresa degli
“emergenti” è stata incentivata dall’entrata dei capitali speculativi spinti dall’emissione monetaria
nei paesi centrali. Alcune di queste nazioni hanno cominciato a controllare l’entrata di capitali.
Questi paesi stanno importando la politica monetaria degli Stati Uniti e dell’Europa. Sono oggetto
di un “carry trade”, denaro che viene preso a prestito a tassi di interesse irrisori per essere investito
in operazioni che fruttano tassi molto superiori. In questa ulteriore fase della crisi mondiale, i paesi
cosiddetti “emergenti” stanno creando “la bolla” finanziaria che fu all’origine della crisi nelle
metropoli nel giugno 2007. La situazione degli “emergenti” è chiarita dal fatto che la maggior parte
di essi soffre a causa di un’uscita di capitali molto maggiore dell’entrata. La speculazione
immobiliare in Cina o quella del credito al consumo in Brasile, per esempio, prospettano uno
sviluppo bancario in grande scala o l’entrata in una nuova fase di recessione. Lo sviluppo della
crisi mondiale ha accentuato la dipendenza dei “paesi emergenti” rispetto al centro del capitalismo
mondiale. L’accumulazione di capitali di riserva da parte dei “paesi emergenti” non costituisce un
capitale in grado di creare gli stessi livelli di tassi di interesse, bensì una ricchezza (anticipo di
ricchezza) che finanzia il salvataggio del capitale mondiale.

6. Crisi politiche generalizzate


Questa nuova tappa della crisi capitalista si caratterizza anche, insieme allo scoppio della
bancarotta statale, per una sequenza di crisi politiche nelle nazioni centrali, che vanno dal
Giappone agli Stati Uniti, con al centro l’Unione Europea. Queste crisi sono accompagnate da
mobilitazioni popolari crescenti. In Italia, in Spagna e in Grecia si discute di anticipare le elezioni
parlamentari. L’asse di queste crisi è rappresentato dalle politiche di aggiustamento di bilancio a
detrimento della spesa pubblica e dei diritti sociali, oltre che dai salvataggi delle banche, dato che
la Germania spinge per la liquidazione delle medie banche europee a beneficio delle banche
tedesche e delle sue associate. Indipendentemente dal carattere più o meno limitato di queste crisi
politiche, per ora esse sono utili a dimostrare che la crisi capitalista, inclusa la bancarotta degli
stati, non è solamente un fenomeno economico. Questa bancarotta mina le basi finanziarie dello
stato, si trasforma in crisi del potere politico e modifica l’orientamento prevalente di ogni classe
sociale. Il fattore soggettivo nasce dalla situazione oggettiva; la coscienza sociale si modifica con i
cambiamenti imposti dalle condizioni sociali; la sottomissione degli esseri umani alle proprie
condizioni entra in crisi con la crisi di quelle stesse condizioni. Siamo di fronte ad un altro grande
momento di demarcazione nella sinistra, per la quale la crisi mondiale non ha conseguenze nei
processi politici, intesi come confronti (astratti) tra posizioni alternative astratte, aliene dal carattere
storico (transitorio) della crisi capitalista.
In quasi tutti i paesi europei, le crisi politiche dei governi sono accompagnate da una maggiore crisi
delle opposizioni di turno. Ciò contraddistingue una crisi di regime. E’ sufficiente segnalare che
l’oppositore più stimato a Sarkozy, in Francia, è il direttore generale del Fondo Monetario
Internazionale o che quello al governo Berlusconi, in Italia, è il presidente del Parlamento. In questi
giorni, la maggior manifestazione indipendentista della Catalogna ha espulso dalla sua direzione i
rappresentanti socialisti e nazionalisti, ovvero tutti i rappresentanti di quella nazione. Questo fatto
non rappresenta un’assenza di alternative, bensì propone la necessità e offre la possibilità di
un’alternativa operaia e socialista. La vigilia di una crisi rivoluzionaria si caratterizza sempre per
l’estremo immobilismo del regime di turno.
In Francia e in Italia sono in fase di disintegrazione le due alternative che emersero per modificare
il regime politico vigente e instaurare forme di governo bonapartista, o antiparlamentari. La sinistra
centrista e riformista, in Italia e in Francia, ha qualificato le vittorie di Berlusconi e Sarkozy come un
arretramento storico della classe operaia e una perdita di diritti delle masse che apre la strada a un
bonapartismo strutturale. Ignorando, con questa lettura, i diversi episodi di ribellione sociale.
Risulta ovvio che hanno escluso, con questa caratterizzazione delle proprie sconfitte, il ruolo
dissolvente della crisi. Ora gli stessi partiti della sinistra si ritrovano divisi, specialmente in Italia, e
nella destra pullulano le cospirazioni tese al rovesciamento dei governi (Fini o Villepin).
Sarkozy e Berlusconi sono assillati dalla loro stessa classe borghese, in quanto non sono in grado
di realizzare il pareggio di bilancio (compresa la liquidazione delle proprietà culturali e le
privatizzazioni) e di attaccare a fondo le condizioni di lavoro.
In Grecia, la prospettiva di un sorpasso elettorale risponde alla volontà della maggioranza, dopo
essere arrivati al governo con un programma di progresso sociale, di ottenere un nuovo mandato
delle urne in appoggio al programma dell’Unione Europea, per opporlo alla resistenza dei
lavoratori all’ignominioso “pareggio” delle spese sociali.
In Spagna, Zapatero ha prolungato il tempo dell’agonia del suo governo grazie all’appoggio
provvisorio della borghesia di Catalogna al suo piano di pareggio di bilancio e, fondamentalmente,
grazie all’impegno politico della burocrazia dei sindacati nel controllo della ribellione popolare.
Negli anni 30, in Spagna la crisi mondiale si abbatté non solo sul governo ma anche sulla
monarchia.
I destini dei Papandreu, Zapatero, Berlusconi e Sarkozy dipendono dalla crisi mondiale. Al margine
di queste evidenti crisi, se ne aggiunge un’altra ancora più esplosiva – quella del governo della
Merkel, in Germania, che è andato in minoranza al senato dopo aver perso le recenti elezioni nella
Renania del nord.
Assistiamo ad una crisi politica di tutta l’Unione Europea, come si è visto nel ritardo nell’intervenire
nella crisi greca, il quale ha portato al raddoppio del fondo di salvataggio della Grecia e alla
costituzione di un altro fondo per tutta la zona euro. L’accordo per questo salvataggio fu imposto
dall’intervento di Obama, la cui priorità in questo momento era di evitare la caduta di Zapatero. Si è
così dimostrata la dipendenza dell’Unione Europea nei confronti degli Stati Uniti. La crisi politica e i
piani di austerità rendono evidente l’attualità della rivendicazione proposta dal CRQI, nel suo
congresso di fondazione, di abbattimento dei governi del capitale, per un governo dei lavoratori per
gli stati d’Europa. 
 

7. La classe operaia alza la testa


Le novità più importanti di questa nuova tappa della crisi mondiale sono, senza dubbio, le
mobilitazioni generalizzate dei lavoratori in Europa, e soprattutto gli scioperi nella grandi fabbriche
del sud della Cina. Gli scioperi generali di 24 ore decisi dalle burocrazie sindacali sono stati imposti
dalla pressione della crisi e dal malcontento generale della popolazione. Si tratta di un metodo che
non può condurre alla vittoria. I sei scioperi generali in Grecia non hanno piegato il governo
“socialista” di Papandreu, lo stesso vale per le mobilitazioni sempre più numerose in Francia. La
burocrazia dei sindacati cerca in questo modo di arginare la ribellione popolare e salvare i governi
di turno. Non propone nemmeno il ritiro senza condizioni dei piani di austerità, ma la loro
negoziazione, come se ciò non fosse altro che una capitolazione mascherata. Precisamente, in
Italia, le tre centrali sindacali di destra hanno accettato (e persino promosso) il piano di flessibilità
di Marchionne e Fiat, nello stabilimento di Pomigliano, con il pretesto che sarebbe stato il modo
per recuperare posti di lavoro. La vittoria del plebiscito indetto a questo scopo dal padronato, ha
mostrato il terreno guadagnato dalla borghesia.
Nonostante la grande pressione di tutte le forze politiche borghesi e delle centrali burocratiche,
quasi il 40% dei lavoratori della Fiat di Pomigliano ha avuto il coraggio di rispondere no all’accordo.
Ciò è tanto più significativo, in quanto la stessa centrale di “sinistra” la CGIL, che pure aveva
criticato l’accordo, ha apertamente invitato a votare Si nel referendum su di esso. In ciò
contrapponendosi alla sua federazione di categoria, la Fiom, che ha contestato l’accordo e che è
apparsa come la vera vincitrice politica dello scontro con il padronato.
Il senso di soddisfazione della classe per l’ampio e inatteso risultato del No si è riflesso nel grande
successo e partecipazione combattiva del proletariato di fabbrica, in primo luogo metalmeccanico,
ai cortei dello sciopero generale convocato dalla Cgil contro la politica del governo 3 giorni dopo la
realizzazione del referendum. Ma, nonostante il rifiuto di accettare le proposte della Fiat e la
contrapposizione alla direzione Cgil, sia implicita a Pomigliano che esplicita al recente congresso
della confederazione, neanche la direzione della Fiom è stata capace di offrire una direzione e una
prospettiva alla combattività operaia.
Per il padronato italiano, l’accordo sulla flessibilità è l’unica via per generalizzare il piano
Marchionne al complesso della classe operaia. La necessità che ha la borghesia di avere il
sostegno della burocrazia sindacale è una manifestazione indiretta della resistenza dei lavoratori. I
sindacati europei hanno indetto una giornata di protesta per una data così distante come il 29
settembre prossimo. In questo quadro, lo sciopero ad oltranza della Metro di Madrid, votato in
assemblea generale appena nota la riduzione dei salari decisa dalle autorità della capitale, ha
messo in rilievo il fattore di fondo di tutte mobilitazioni operaie, cioè lo scatenamento della forza
elementare del proletariato, l’unica che può spazzare via, tanto i piani di austerità quanto la
burocrazia dei sindacati. I piani imbastiti dalla burocrazia sindacale sono contestati dall’azione
diretta delle masse. La svolta che si è prodotta nella resistenza popolare in Europa è evidente
quando la si confronta con le mobilitazioni dei Forum Sociali contro la globalizzazione, che in
nessuna occasione sono riusciti a coinvolgere la classe operaia come tale.
Al contrario, con la generalizzazione delle lotte operaie, il movimento antiglobalizzazione è
scomparso come fattore politico. La sua rivendicazione principale, una tassa sulla circolazione
finanziaria, viene presentata ora come una sua quota da utilizzare per la creazione un fondo di
salvataggio per le banche che falliscono. I partiti e le rappresentanze dei Forum Sociali si sono
disintegrati durante la crisi, e la maggior parte di loro sono passati nel campo del capitale e dei
suoi governi. Lo sviluppo della crisi e della lotta di classe ha messo a nudo i limiti insormontabili dei
movimenti piccolo-borghesi che rivendicano l’anticapitalismo sulla base delle relazioni sociali
capitaliste.
Lo scatenamento della forza elementare del proletariato si è manifestata in maniera schiacciante
nei recenti scioperi in Cina e in altre nazioni dell’Asia. Non sorprende, perché si tratta di un
proletariato giovane, di recente immigrazione rurale, che non è passato per una sequela storica di
sconfitte né ha subito l’addomesticamento della burocrazia sindacale. Ha, d’altronde, una
tradizione storica rivoluzionaria relativamente recente, e viene dalle fila delle insurrezioni rurali
contro gli espropri della burocrazia statale. Emerge in una società resa convulsa dalla
restaurazione del capitalismo e in un periodo di transizione tra diverse forme di sfruttamento
sociale. Questi scioperi hanno subito prodotto dei comitati di fabbrica, nel contesto di una dittatura
che punisce in maniera severa ogni manifestazione indipendente. La rivendicazione dell’istituzione
di contratti collettivi di lavoro e di sindacati indipendenti dallo stato, è incompatibile con il regime
politico vigente e il suo sviluppo comporterebbe un principio di doppio potere. Tra le fila degli
scioperanti sono già apparse tutte le sfumature dell’opposizione tipicamente operaia:
dall’impostazione socialdemocratica di un regime del lavoro nel quadro di un regime politico che
inserisca nel proprio seno forme semi-rappresentative di governo; una tendenza che si apparenta
con l’opposizione dentro il partito comunista, che rivendica un’accentuazione dei limiti alla
restaurazione capitalista, affermando che porterebbe ad un ritorno allo status semicoloniale della
Cina; ad un’opposizione operaia apertamente rivoluzionaria. La dialettica tra Russia e America,
che permise ai socialisti del XIX secolo di pronosticare l’imminenza di una rivoluzione in Russia, si
riproduce ora con la Cina, (però questa volta, per sostenere una prospettiva rivoluzionaria anche in
America), per la sua simbiosi economica con la Cina come anche per le sfide rivoluzionarie nel suo
cortile di casa.

8. La transizione alla barbarie


La bancarotta capitalista non è solo l’espressione più acuta di un lungo periodo di crisi
capitalistiche; pure irrompe in una società immersa in guerre e ribellioni popolari, in catastrofi e
barbarie. La bancarotta internazionale aumenta la decomposizione del capitalismo che la precede.
Rappresenta un onere ulteriore per le masse e per i propri stati. La conclusione della “guerra
fredda” non è risultata in una pacificazione internazionale ma nell’incremento potenziale delle
guerre imperialiste contro le nazioni più deboli. Questo solo fatto smentisce l’affermazione che la
dissoluzione dell’Urss e la restaurazione capitalista nei paesi ad economia statalizzata rappresenti
un passo progressivo sulla via dello sviluppo sociale. A partire dalla guerra contro la ex
Yugoslavia, le guerre si sono scatenate l’una dopo l’altra e ora minacciano l’olocausto contro l’Iran
e la pulizia etnica contro la nazione palestinese. Mentre sottopone i popoli ad orrori infiniti, il
capitalismo scava più a fondo la sua tomba. L’imperialismo non ha la forza storica e il sostegno
sociale per scatenare una terza guerra mondiale. Prima dovrà sottomettere le masse con il metodo
della fascistizzazione. La possibilità di vincere queste guerre in maniera “asettica” con risparmio di
risorse materiali ed umane, ricorrendo alla guerra aerea e all’esercito volontario, è fallita. La NATO
si trova impantanata in tutti i territori in cui si è dispiegata: ex Yugoslavia, Irak, Afghanistan e l’ex
Asia sovietica. È chiaro, da questo dispiegamento di forze, che l’obiettivo strategico è la
colonizzazione dell’ex spazio sovietico e della Cina, per il quale godono della complicità parziale
delle burocrazie restaurazioniste. Tuttavia la parola d’ordine dell’imperialismo di fronte a questa
impasse è: “surge” (incremento militare). La crisi dell’impresa bellica dell’imperialismo
nordamericano ha già sprofondato il governo Obama in una crisi insuperabile, e lo stesso accade
con i governi “alleati”, che si vedono costretti a ritirare truppe a causa della crisi economica come
anche della resistenza popolare, specialmente in Europa.
Il CRQI lavora a trasformare tutte queste guerre nella tomba dell’imperialismo per accelerare in
questo modo il processo di rivoluzione sociale. Preme per dare impulso a mobilitazioni per il ritiro
militare incondizionato dell’imperialismo da tutti i paesi, e per appoggiare le forze nazionali che
combattono l’imperialismo con la mobilitazione e la lotta armata delle masse. In queste condizioni,
ribadisce la propria critica al terrorismo politico che, in via generale, ha un carattere settario e
colpisce soprattutto le masse popolari.

9. La sinistra nel labirinto della bancarotta


La bancarotta capitalista ha esposto alla bancarotta la sinistra democratizzante in tutto il mondo.
Dopo essere passato per i governi di Prodi-Bertinotti e di Lula, il cosiddetto Segretariato Unificato
ha appena votato favorevolmente, insieme al “Bloco de Esquerda”1 del Portogallo, peraltro
integrato da riformisti e maoisti, al contributo di questo paese al fondo di riscatto e al piano di
austerità della Commissione europea per la Grecia. La scusa addotta per questo tradimento
politico è che il default della Grecia sarebbe un male maggiore dell’austerità imposta contro i
lavoratori. Dal rifiuto della caratterizzazione catastrofista della bancarotta capitalista (creazione di
situazioni rivoluzionarie), la sinistra democratizzante è passata all’adattamento al capitalismo in
crisi e all’appoggio al sistema di protettorati all’interno dell’Unione Europea, con la chiara
intenzione di impedire lo sviluppo di queste situazioni rivoluzionarie. La posizione del Bloco de
Esquerda del Portogallo mette in evidenza che la critica democratizzante al catastrofismo si fonda
sulla fiducia che le istituzioni capitalistiche abbiano la capacità di neutralizzare la crisi mondiale,
che i salvataggi bancari e industriali e i piani di aggiustamento siano la manifestazione di questa
capacità. Inserita nelle istituzioni statali o cercando di svilupparsi alla loro ombra, la sinistra
democratizzante ha terrore del catastrofismo e paura di una crisi di potere; la possibilità di una
situazione rivoluzionaria l’attrae come una calamita nel campo del capitale.
Altra manifestazione di questo adattamento al capitale è il rifiuto, in Grecia e in tutta Europa, della
rivendicazione del “No al pagamento del debito estero”. La sinistra democratizzante della Grecia,
che pure rivendica per se l’appellativo “anticapitalista”, ha lanciato un’iniziativa, attraverso i
cosiddetti “Economisti e Accademici di Sinistra” – composti principalmente da una fragile
coalizione di membri di una frazione del NAR (Nuova Corrente di Sinistra, scissione del PC), di
alcuni membri di ANTARSYA (un “fronte ampio anticapitalista” formato dal NAR e altri centristi) e
la sezione del SYNASPISMOS/SYRIZA (un fronte di vecchi membri del PC, di eurocomunisti,
maoisti e centristi) – che reclama presso il governo Papandreu la dichiarazione di una moratoria
del debito greco, la sua rinegoziazione parziale o totale e il ritiro dalla zona euro, però non
dall’Unione Europea. Rivendica esplicitamente “la soluzione Kirchner” per la crisi greca. Favorisce
in questo modo una soluzione negoziata con l’imperialismo, e non la rottura con il capitale
finanziario internazionale (una posizione simile ha adottato il PC greco, con l’argomentazione che
è necessario che prima ci sia un governo operaio e popolare in Grecia per affrontare la soluzione
adeguata al debito estero). La moratoria ha già provocato una scissione tra gli Economisti di
Sinistra della Grecia, la maggioranza dei quali aderisce a Syriza, ma ha anche aderenti della
sinistra del partito di Governo. La dichiarazione di moratoria e la negoziazione con la banca serve
a mascherare una svalutazione monetaria e un ritorno alla vecchia moneta, la dracma. Si tratta di
una delle soluzioni che propongono i portavoce dell’imperialismo (come l’attuale consigliere di
Obama ed ex consigliere di Reagan, Martin Feldstein) con l’aggiunta della costituzione di un
sistema di due monete – l’euro, per pagare il debito estero, e la dracma, per i salari e le operazioni
correnti. Mentre i democratizzanti del Portogallo giustificano il proprio appoggio alla manovra di
riaggiustamento greco con la necessità di evitare la catastrofe della svalutazione, i loro colleghi
della Grecia promuovono questa svalutazione fregandosene della catastrofe che rappresenterà
per le masse greche – così come rappresentò per il popolo argentino agli inizi del 2002. Dalle
proprie fila democratizzanti, François Chesnais (uno dei portavoce teorici di questa sinistra) ha
appena finito di denunciare quella che chiama “timidezza” della sinistra europea di fronte al debito
estero, seppur ammettendo di averla promossa finora. Non si tratta, com’è ovvio, di una
“timidezza”, ma di una linea di capitolazione politica di fronte all’imperialismo. La “timidezza” è
nella critica, dal momento che non pone, congiuntamente, la nazionalizzazione senza indennizzo
delle banche, né tantomeno fa derivare il carattere rivoluzionario dalla rivendicazione del rifiuto di
pagamento del debito. Nel frattempo, il pacchetto di salvataggio della Grecia sta permettendo,
come avvenuto in Argentina, che le banche si disfino del debito estero per immunizzarsi da un
default inevitabile.
La parola d’ordine “no al pagamento” è rifiutata dalla sinistra democratizzante quando potrebbe
servire come rivendicazione per unire le masse dell’Europa contro le banche e il capitale
finanziario in una mobilitazione politica sovranazionale. La stessa posizione ha assunto il gruppo
Lutte Ouvrière, i cui editoriali giornalistici insistono nel rivendicare che il debito sia pagato con i
profitti dei capitalisti (“s’en prendre aux profits”). Si tratta, in fin dei conti, di una misura d’imposta
(tassare i profitti) tipo quella rivendicata dai movimenti antiglobalizzazione nei confronti dei flussi
finanziari. Siamo in presenza di un caso vergognoso di rispetto di debiti contratti da governi
“democratici” e votati nei propri parlamenti. Si tratta anche di un esercizio di culto e di rispetto
reverenziale nei confronti delle classi medie proprietarie o semiproprietarie, con denaro nelle
banche, come se non si trovassero sull’orlo dell’esproprio da parte del capitale finanziario,
attraverso la fuga di capitali in corso, il default e infine la svalutazione. Nonostante ciò, la sinistra
democratizzante condivide la visione illusoria della piccola borghesia che la protezione dei propri
risparmi passi per la protezione del capitale finanziario. Connessa al modo di affrontare il debito
estero, la sinistra democratizzante non pone la rottura politica con l’ Unione Europea (e dell’Unione
Europea) per poter costruire un’ unione politica di un altro contenuto sociale, gli Stati Uniti
Socialisti d’Europa ( governo dei lavoratori), compresa la Federazione Russa.
All’interno di questo contesto di capitolazione di fronte alla soluzione capitalista alla crisi mondiale,
si inquadra la regressione politica del neonato Nuovo Partito Anticapitalista francese, che si
confronta con forti tendenze alla dissoluzione. Il pomo della discordia è costituito dalla forte
pressione interna per formare un fronte democratizzante con il partito comunista e il partito di
sinistra che condurrà inevitabilmente ad un accordo con il Partito Socialista francese – un’agenzia
della grande borghesia di gala. Questo orientamento frontista democratizzante evidenzia che la
strategia dell’NPA non è determinata dalla crisi mondiale e dalla tendenza alla ribellione dei
lavoratori, ma dalla sua aspirazione a ottenere una presenza parlamentare nelle elezioni del 2012,
che secondo i sondaggi saranno vinte da un fronte dei verdi con i socialisti. Ma poiché gli appetiti
sono maggiori dei seggi a disposizione, l’NPA ha di fronte un duro cammino per soddisfare i propri.
Alla luce di tutto ciò, è chiaro che la dissoluzione della LCR per poi partorire l’NPA non ha aperto
alcun promettente percorso alla sua “vecchia guardia”, che per questo stesso motivo si trova ad
essere divisa per la prima volta.
Un caso speciale nella sinistra democratica europea potrebbe essere rappresentato dal partito Die
Linke, ma non perché abbia una politica indipendente dall’imperialismo, visto che partecipa a
governi borghesi in diversi stati. La peculiarità della Linke è che ha aperto un’aspettativa di
cambiamento in una parte della classe operaia e anche della burocrazia sindacale scontenta
dell’SPD (partito socialista) e della maggioranza dell’apparato sindacale. Si trova ad essere nella
posizione di una stazione di passaggio dello scontento delle masse. Sotto questo genere di
pressioni, un partito come la Die Linke potrebbe radicalizzarsi e sviluppare al proprio interno
tendenze rivoluzionarie. Questa possibilità pone all’ordine del giorno l’appello alla rottura completa
della Die Linke con i governi borghesi regionali, alla sua mobilitazione per il ritiro di tutti i piani
d’austerità e rivendicazione di un governo dei lavoratori.
10. La Quarta Internazionale
L’esaurimento dei tentativi di sviluppo della sinistra attraverso l’adattamento a ciò che essa ha
caratterizzato come nuove circostanze storiche incompatibili con il “paradigma bolscevico della
Rivoluzione d’Ottobre”; questo esaurimento è completo. Perché questo “paradigma” (che mai fu un
dogma ma un metodo) potesse essere superato, sarebbe stato necessario che il capitalismo
smettesse di essere un’organizzazione storicamente determinata, contraddittoria, immune alla
tendenza alla bancarotta e alla catastrofe sociale. Leon Trotsky, nel 1936, nel pieno del terrore
staliniano, basò “la validità della Rivoluzione d’Ottobre… nella crisi mondiale del capitalismo”.
Questa validità è alla base anche del “paradigma” del partito bolscevico, ossia un’internazionale
proletaria fondata su un programma di rivendicazioni transitorie. Alcune correnti trotskiste sono
cadute nel ridicolo favorendo una Quinta Internazionale promossa dal chavismo, ossia dal capo
delle forze armate del Venezuela i cui alleati sono Kirchner, Lula, Mugabe e Ahmadinejad, il boia
teocratico del popolo iraniano e delle sue nazioni oppresse come il popolo curdo.
In opposizione a tutti questi adattamenti, il CRQI ha pronosticato in maniera sistematica la
tendenza alla bancarotta capitalista, evidenzia che essa conduce alla creazione di situazioni
rivoluzionarie e ha sviluppato una propaganda in questa direzione. Dalla sua fondazione, il CRQI
ha messo in chiaro che la ricostruzione della IV Internazionale sulla base della proclamazione di
una frazione che la rivendichi, è impraticabile; che essa richiede un lavoro preparatorio e un
raggruppamento di forze che rivendichino il suo programma storico e la sua funzione
rivoluzionaria.
Alla luce della crisi mondiale e delle mobilitazioni generalizzate e anche delle ribellioni dei
lavoratori, il CRQI fa appello ad uno sforzo totale per sviluppare queste mobilitazioni e ribellioni,
per combattere la burocrazia sindacale e i suoi partiti; e, soprattutto, per reclutare l’avanguardia
operaia di queste lotte. La caratterizzazione della crisi mondiale capitalista e i compiti che
emergono da essa sono l’asse di delimitazione politica all’interno della sinistra e del trotskismo.
Senza altre condizioni che questa base teorica e la corrispondente azione pratica reiteriamo la
nostra proposta di rifondare la Quarta Internazionale, la cui missione storica non è stata ancora
compiuta. Il metodo di questa costruzione è il centralismo democratico. Il terreno storico della
rivoluzione socialista mondiale ha guadagnato un’ampiezza senza precedenti.

SI del CRQI
(Atene, 10.07.10)