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LA *

MADRE DI DIO
MADRE DEGLI UOMINI
OVVERO

SPIEGAZIONE DEL MISTERO

DELLA SS. VERGINE A PI DELLA CROCE


Opera che fa segu ilo alle BELLEZZE DELLA FEDE

MILA NO I GENOVA
CARLO I UBATI Y U A II I ii. B O S S I
COEDITORI

1853
Milano,^eUemlirc IS53.
TU '. TURATI
PREFAZIONE

un sentim ento comune, una persuasione pratica u n i


versale fra noi cattolici, che siamo tutti veri figliuoli di Ma
ria, e che la Madre di Dio altres nostra m adre. Per tale
in effetto la risguarda ognuno, la confessa, la invoca, e
quindi la divozione che le professa, la tenerezza con cui
lama, il trasporto con cui la loda, il gusto con cui la ono
ra, la fam igliarit, la fiducia, la sicurezza con cui ricorre
alla sua m ediazione ed im plora il suo patrocinio.
Ora un sentim ento si vivo, si tenero, si profondo, si
universale de cuori veram ente cattolici verso M aria, che
le dottrine dei Padri, le decisioni de concilii, le pratiche
della Chiesa hanno bens conferm ato, accresciuto, diffuso,
ma che non hanno n com andato n fatto nascere; un
sentim ento si perpetuo, s costante che, nato fra cristiani
col nascere del cristianesim o, ha traversato diciotto secoli
di contradizioni e di prove di ogni genere, e senza nulla
La Madre di Dio. i
6 PREFA ZION E
perdere della sua primitiva energia, si propagato e si
esteso insino a n o i; un tale sentim ento non pu essere
leffetto di un giudizio erroneo, di una idea esagerata che
i cristiani si sono formata de titoli di M aria, delle sue
qualit, de suoi privilegi, del suo potere presso Dio e
della sua tenera bont verso degli uomini : ma esso e
deve essere leffetto di quella specie d istinto meraviglioso
onde il popolo cristiano divinam ente guidato ne suoi
universali sentim enti, come nelle sue credenze universali
in materia di religione e nelle pratiche di piet che ne
sono lespressione, la manifestazione e la conseguenza.
Deve esso avere relazioni segrete, ina intim e, ma necessa
rie con qualche verit religiosa, appoggiarsi in essa e da
essa attingere la sua forza e il suo alim ento, come la
pianta prende dalla radice nascosta il succo che la m an
tiene e la fa fruttificare.
Ma bisogna pur confessarlo: la cognizione di una tale'
religiosa verit non n cos chiara, n cos comune nelle
m enti, come forte e comune il sentim ento di che si
tra tta , e eh essa fa segretam ente germ ogliare ne cuori.
T utti credono, sentono/tutti che la Madre di Dio altres
la madre degli uom ini; ma sono molto pochi coloro che
sanno dare a s stessi ragione-di un tal sentim ento e di
una tale credenza, e che bene intendono le ragioni, il mp-
do, le circostanze onde Maria ha acquistato una qualifica,
un titolo s onorevole per lei, e per noi s tenero, s dolce,
s consolante e si prezioso.
Vi sono vero in gran num ero pregevolissimi libri di re
ligione e di piet che insegnano ai fedeli che la Santissim a
PREFAZIONE 7
Vergine ci ha generati nelle sue pene, ci ha partoriti nel suo
dolore; e che il m istero della nostra figliuolanza da Maria,
come quello della figliuolanza nostra da Dio, si com piuto
sul Calvario. Non vi' anzi scrittore alcuno de pregi, delle
grandezze, dei titoli di Maria e de m isteri della sua vita,
che non prenda altres nel senso figurato e profetico quel
passo s tenero e si commovente del Vangelo in cui il Sal
vatore m oribondo, dall alto della sua croce e nel colmo
de suoi spasimi e delle sue agonie, destin a Giovanni
Maria per m ad re; e non sostenga che in persona di Gio
vanni, noi tutti siamo stati dati a Maria per figliuoli, o
che essa allora veram ente divenuta nostra m adre. Ma
perci che riguarda da prim a questa dichiarazione solenne
di Ges Cristo in cro ce,,n o n si spiega in qual modo il
m edesimo passo del Vangelo che annunzia la personale
m aternit di Maria rispetto a . Giovanni possa contenere
altres veram ente il titolo di m aternit di Maria rispetto a
noi. Lidea pertanto che S. Giovanni rappresentasse allora
tu tti i cristiani e che essi abbiano veram ente avuto parte
alla sua adozione si reputa da molti una idea ascetica,-
una pia interpretazione, una applicazione felice del sacro
testo, pi che una teologica verit.
Per rispetto poi ai dolori acutissim i di Maria a pi della
croce, vengono essi generalm ente considerati piuttosto
come dolori da lei pazientem ente sofferti che come dolori
da lei pienam ente voluti; piuttosto come l effetto di una
dura necessit derivata dalla sua condizione di m adre di
Ges Cristo che come loggetto de suoi fervidi voti e della
sua libera scelta. Non si com prende perci come Maria
8 PREFA ZION E
ci ha veram ente partoriti col suo m artirio e come la no
stra figliuolanza rispetto' a lei sia fondata sopra una ra
gione positiva, sopra di un titolo reale.
Quindi nel considerare Maria che, presso al patibolo
ignominioso e crudele di Ges Cristo, sostiene nel suo te
nerissimo cuore, secondo lunanim e sentim ento dei Padri,
tutti gli strazii e tutti i torm enti che soffre il Figliuolo
nel delicato suo corpo, ci sentiamo naturalm ente pi in
clinati a condolerci con lei che ad essere veram ente grati
verso di lei. La m editazione de suoi dolori un omaggio
di sterile compassione che le si rende come alla pi deso-
' lata di tutte le donne anzich un tributo di sincera rico
noscenza che le dovuto come alla pi tenera, alla pi
generosa di tutte le madri : ed il mistero del suo m artirio
si considera piuttosto come il mistero del suo coraggio,
della sua costanza e della sua fortezza, che ha a lei m eri
tato la gloria e il titolo di Regina de' martiri, anzich
come il m istero del suo tenero amore e della sua generosa
carit, che le ha procurato la gloria e il titolo di madre
degli uomini.
Che anzi, bisogna pure confessarlo, questo m istero il
pi delle volte trattato in modo troppo um ano che gli
fa molto perdere della sua dignit e della sua im portanza;
giacch si attribuiscono a Maria a^ pi della croce senti
m enti ed affetti che, se sono assai naturali a supporsi nel
* *
cuore di una m adre che vede sotto i proprii occhi'spirare
fra gli strazii pi atroci il proprio figliuolo, non sono per
conformi al m inistero sublim e cbe Maria sosteneva <sul
Calvario di corredentrice del m ondo: ed una pittura troppo
PR EFA ZION E . 9
m ateriale delle sue pene distoglie la m ente dallo spetta
colo grandioso, soprannaturale e divino di un cuore in
preda ad un immenso dolore ed insieme ad un immenso
am ore; che m entre si affanna senza m isura per la m orte
di Ges Cristo, loffre per alla salute degli uomini senza
ripugnanza, e m entre si duole, agonizza e, secondo Le
spressione di S. Bernardo, m uore persino nel Figlio e col
Figlio, sostiene per questo dolore;' questa agonia e q u e
sta m orte colla dignit, col decoro, colla costanza, colla
sublim it danimo che si conveniva ad una m ad re'ch e ha
un Dio per figliuolo, com e'G es Cristo ha patito, ha ago
nizzato, m orto, ma con tu tti i caratteri d indipendenza,
di potenza, di grandezza che cnvenivauo ad un figliuolo,
che un Dio ha per padre.
Ci che si ricava adunque da queste considerazioni
troppo vaghe e, diciamolo pure, troppo superficiali e troppo
um ane si , che il titolo di m adre nostra conviene a Maria
in un senso assai largo ed accomodatizio, in un senso
iperbolico e figurato, e per una esagerazione di espressione
e di vocabolo suggerita ai fedeli da una esagerazione di
affetto e di divozione.
Ora la sacra S crittu ra, i santi Padri e i Dottori della
Chiesa insegnano precisam ente il contrario. Ed appunto
per far conoscere questa loro dottrina sopra una m ateria
si grave ed insieme s consolante che abbiam o intrapreso
questo scritto; nel quale perci intendiam o di dim ostrare
che Maria sul Calvario, salva la dovuta limitazione, di
venuta nostra m adre ai medesimi titoli onde Dio stesso
divenuto ivi nostro padre, e Ges Cristo nostro fratello.
10 PREFAZIONE
E poich ir m istero della m aternit di Maria, rispetto a
noi, sul Calvario, si fonda sopra due titoli principali, cio:
l. sulla disposizione amorosa del medesimo Ges Cristo,
che come in testam ento, come in legato prezioso ci ha co
stituita e ci ha lasciata Maria per m adre; 2. sulla libera
cooperazione generosa di Maria al m istero onde noi siamo
spiritualm ente rinati dallamore di Dio Padre e dalle pia
ghe, dal sangue e dalla m orte di Ges Cristo suo F i
gliuolo; cosi il presente trattato diviso in due parti.
Nella prim a, dopo aver spiegato nel senso litterale le pa
role dette da Ges in croce: Donna, ecco il tuo figlio; ecco
la tua madre, e m ostratane la necessit dintenderle in un
senso ancora pi ampio e pi im portante, esporrem o la
necessit che avevamo di una m adre anche nell ordine
spirituale delleterna salute, e come lam ore del Signor
nostro ha prevenuto questo bisogno coi destinarci per m a
dre la sua medesima m adre Maria. Discorreremo poi del
lestensione, del pregio, dellim portanza di un tal legato,
de doveri che cim pone e delle speranze che desta; del
segreto legame onde il culto di Maria, sotto un titolo si
dolce, appartiene allo spirito della vera religione e forma
uno 'de caratteri proprii dei veri figli della Chiesa, e li
distingue da coloro che ne sono al di fuori; e finalm ente
della m aniera onde bisogna rendere questo culto, per o t
tenere da esso i vantaggi che vi sono annessi.
Nella seconda parte poi si tratter della conformit per
fetta della volont di Maria colla volont di Dio Padre nel
farci dono del comune Figliuolo; della sua unione con
Ges Cristo che espiava il peccato, in opposizione ad va
PR EFA ZION E li
che si uni ad Adamo per com m etterlo. Egli in questa
parte che ci fermeremo particolarm ente a scandagliare la
bisso dei dolori da Maria provati sul Calvario per parto
rirci alla salute, e lampizza e la generosit del suo sa-
grificio; procurando di variare la trattazione di un *argo-_
mento' si serio con istorie bibliche applicate allassunto che
si va spiegando.
Intorno poi all uso di queste storie, tr a tte n e r lo pi
dallantico Testam ento, come ancora intorno alle lunghe
e frequenti citazioni de santi Padri, non che intorno allo
stile del libro, ci riportiam o a quanto, sopra queste m ate
rie, abbiamo avvertito nella Prefazione prem essa allaltro
nostro trattato intitolato: LE BELLEZZE DELLA FEDE,
del quale il presente fa seguito e forma ancor parte.
Noi abbiam o voluto* in esso apprestare alle anim e pie
una lettura utile e piacevole, una solida istruzione sopra
uno dei pi teneri m isteri del Calvario, capace di riani
m are la fede, di accrescere la fiducia, di accendere la carit,
di forticare sem pre pi lam ore e lo zelo per la religione,
destare nei cuori veram ente cristiani sem pre pi vivo il
sentim ento di am or filiale verso Maria e di confidenza nel
suo m aterno patrocinio, ma in modo che questa confidenza
e questo am ore verso Maria faccia germ ogliare ed accr
scere in loro la confidenza e lamore verso di Ges Cristo,
scopo essenziale, ultim a mela di ogni vera divozione.
0 augusta e santa Madre di Dio e m adre tenerissim a
degli uom ini, dehl rim irate coll occhio della vostra dol- '
cezza e della vostra piet , onorate del vostro m aterno
gradim ento questo scritto che vi p resen ta, vi offre e vi
12 PREFA ZION E
consacra, con tutto il cuore, come meschino si ma de-
voto omaggio di venerazione e di affetto," il pi misero
de vostri servi, il pi indegno dei vostri figliuoli ; e col-
P efficacia de vostri prieghi fatevi piover sopra quella ru
giada celeste senza la quale la parola del cristiano scrittore,
come la parola dellapostolo cristiano, rim ane sterile ed
infeconda. Fate che le anime pie che v ic in e ra n n o dentro
lo sguardo divoto crescano sem pre di pi nellamore della
vostra persona, nella fiducia del vostro ajuto, nello zelo
del vostro culto; ed insiem em ente nellamore della persona,
nella fiducia, uel potere e nello zelo pel culto del Figlio
vostro. Ma sopra tutto fate che tai frutti ne ricavi* per s
stesso colui che col suo libro ha desiderato di procurarli
ad altrui. Deh! che non venga egli escluso dal p a rte c ip a i
al merito infinito del mistero, della croce, in cui voi ave
ste si gran parte; ma riceva lunica ricompensa che aspetta
dalla vostra clemenza e dal vostro am ore: quella, cio ,
che voi, m adre misericordiosa e fedele, compiate a suo pr
la vostra parola e gli olteniate quella eterna salute della
nima che avete promesso dim petrare a coloro che esal
tano i vostri pregi e glorificano il vostro nom e: Qui elu-
cidant me, vilam ceternam habebunt (Eccli. 24, 34.)
P ARTE PRI MA

Capo I. Coraggiu delle d o nne nellassislere alla croce del Signore, p ro v a


del suo potere d iv in o e della su a p ad ro n a n z a . A tteggiam ento s u b lim e
di Maria e di Giovanni appi della croce, e parole dette loro d a Ges
Cristo.

Il mistero di GES CRISTO crocifisso, dice S. Paolo, se


per lostinato Giudeo un argomento di scandalo, se pel
cieco gentile un soggetto di follia e di vitupero, agli occhi
per del cristiano, chiamato al lume della fede, il cap
dopera della sapienza e della onnipotenza di Dio: Jesimi
Christum crucifxum, Juclaeis quidem scandalumy genlibus
autem stultitiam j iis qui vocat sunt Dei virtutem et Dei
sapientiam. Difatti, come osserva S. Agostino, mentre nella
persona di Ges Cristo confitto in croce la visibile umanit',
sosteneva i trattamenti pi rei, la divinit che vi era invi
sibile e nascosta, operava le pi grandi meraviglie. Nel col
mo delle sue ignominie, nellorrore delle sue pene, Ges
crocifisso regola e dirige tutti gli avvenimenti, signoreggia
e domina tutte le volont perverse desuoi nemici, dispensa
la grazia, dispone del celeste suo regno con una intera li
bert, con una padronanza assoluta; e mentre agonizza
14 PARTE PRIMA
come Tultimo degli uomini, manifesta vuna indipendenza ed
un potere tutto da Dio: Patiebatur haec omnia qui appa-
rebat homo, et ipse idem haec omnia faciebat qui latebat
Deus.
Ora uno de tanti prodigi di questo potere divino, eser
citato da Ges Cristo nel corso della sua passione, si fu
quello, dice S. Giovanni Crisostomo, onde, per dimostrare
che era venuto a riformar tutto, come il tutto avea creato,
riform allora il sesso debole; sicch esso, che stimato il
pi timido, il pi delicato e il pi imbecille, apparve tutto
ad un tratto il pi intrepido, il pi coraggioso, il pi forte:
Imbecillior sexus tunc fortior apparuit: ita omnia re/or-
mavit.
Gli apostoli, ad eccezione di un solo, avevano abbandonato
il loro amoroso Maestro e si eran da.ti ad una fuga precipi
tosa. I discepoli si erano sbandati e dispersi come una ti
mida greggia cui tolto il pastore. Nessuno de*tanti uo
mini", pasciuti, ammaestrati, guariti da lui osa di dichiararsi
per lui. Lo stesso Pietro, che prima aveva giurato di soffrir
tutto per lui e di morire con lui, nel pericolo lo riniega, e
giura di non conoscerlo e di non aver nulla di comune con'
esso lui.
Ma con una inversione dordine, degna di osservazione,
dice Eutimio, mentre gli uomini tremano, si allontanano e
si nascondono, solo un pugno di donne pietose non paven
tano e si mostrano a Ges Cristo costanti e fedeli: Vide
ordinem conversum : discipuli siquidem fugerunt, discipu-
lae assistetiles permanebant. Prevenendo la costanza e la
generosit dei Martiri nel confessare Ges Cristo in mezzo
ai tormenti, e condannando anticipatamente la vilt di quei
cristiani che ne arrossiscono e poco meno che lo riniegano
per un misero rispetto umano; queste anime generose non
si vergognano n di dividere lignominia della croce, n di
mostrare in pubblico il pi vivo attaccamento, la pi tenera
PARTE PRIMA 15
piet pel Crocifisso. Lodio defarisei non le disanima: il
furore del popolo non le arresta, il potere dei magistrati non
le intimidisce, la licenza desoldati non le spaventa. Provo
cano anzi esse animose la cieca rabbia e la vendetta crudele
dei nemici di Ges Cristo, lasciandosi vedere a piangere in
palese sulla sorte spietata del condannato; e collo spettacolo
del loro dolore pronunziano una condanna pubblica sullin
giustizia e la barbarie con cui trattato il loro Signore e mae
stro. Nulla, dice Cornelio A-Lapide, le pu svellere dal suo
fianco, nulla pu farle risolvere ad abbandonarlo. Dal pretorio
di Pilato sino alla cima del Calvario non lo hanno perduto
un solo istante di vista, e gli hanno tenuto costantemente
dietro desolate e piangenti; ed ora vogliono assistere alla
sua morte, bramose di ammirarne gli ultithi esempi, di ascol
tarne gli ultimi insegnamenti, di meditarne gli ultimi mi
steri, di raccoglierne lultimo spirito, pronte a soffrir tutto
per lui ed a morire ancora, se mestieri, con lui, Ab eo
intuendo, meditando et ammirando, Judaeorum metu et
>minis avelli non potuenmt.
Come dunque fu -inalberata la croce, e sospeso fra il cielo
e la terra laugusto mediatore tra gli uomini e Dio, esse si
piantarono intrepide sul fiero monte, a quella distanza dal
Crocifisso che loro permise la soldatesca insolente, cogli oc
chi fisi sopra s lagrimevole obbietto, Erant autem ibi mu-
lieres multae a longe aspicientes (Marc. 45); e, come dietro
il testo greco osserva lA-Lapide, si posero a contemplare
immobili tra la compassione e il rammarico, tra la tenerezza
e la divozione, lorrida scena pietosa di pazienza, di mise
ricordia, di pace, di dolcezza per parte di Ges Cristo, e di
rabbia infernale, di barbarie inaudita per parte desuoi cro
cifissori: Addunt graeca, spectantes et speculantes tum mi
ravi Jesu patienticim, tum prodigia quae circa eum con-
tingebant, haecque omnia pia mente et meditatone revol-
ventes (A-Lap. in hunc loc.).
16 PARTE PRIMA
Fra queste anime generose e fedeli allamore di Ges
Cristo eravi la sua santissima ed amatissima madre Maria:
Maria tratta appi della croce non solo dallamore di madre,
ma ancora dallo zelo di corredentrice; non solo per essere
spettatrice de'grandi misteri, che il suo Figlio stava per
compiervi, ma ancora per prendervi parte e cooperare col
suo amore e col suo dolore alla nostra nascita che Ges
Cristo dovea effettuare collarsua morte e col suo sangue. E
siccome in questa circostanza solenneha essa un ministero
tutto suo proprio, un incarico particolare da adempire; cos
entra in disposizioni e prende unattitudine tutta particolare
e tutta sua propria; e scostandosi dalle altre donne che
laveano accompagnata fino sul Calvario, in unione di Maria
di Cleofe, di Maria Maddalena e del discepolo diletto a Ges,
si stringe pi dappresso al misterioso tronco crudele dal
quale pendeva la salute del mondo, loggetto della sua te
nerezza e la cagione del suo profondo dolore: Stabat miteni
juxta crucem Jesu mater ejus et soror matris ejus Maria
Cleo'jfkhae et Maria Magdalene.
I principi desacerdoti, i farisei, gli scribi, cheerano ve
nuti sul Golgota, non tanto per sorvegliare lesecuzione della
fiera condanna che il loro livore avea provocata, quanto per
pascere il loro odio collo spettacolo delle 'pene e degli ob-
brobrii di Ges Cristo, parea che avessero dovuto far disco
stare dal fianco della croce e la madre e il discepolo e le
altre matrone divote: e ci non gi per cmpassione verso
costoro, ma per togliere al moribondo Signore anche il con
forto di vedere tante anime, amanti e fedeli dividere le sue
ignominie e rammaricarsi e dolersi delle sue pene. Ma quello
stesso potere divino, trionfator dogni ostacolo e padrone
decuori, che nei Getsemani assicur uno scampo sicuro ai
discepoli, e che nel pretorio guid la mano di Pilato a scri
vere, invece di un titolo di condanna, il vero titolo della
gloria di Ges Cristo, dichiarandolo il RE DEGIUDEI, che
parte prima 47
vai quanto dire il Messia o il Salvatore del mondo, questo
stesso divin potere, io dico, contenne la crudelt demagi
strati, la licenza decamedri, ed assicur a Maria ed a Gio
vanni il vanto'di poter essere associati agli ultimi misteri
del Redentore crocifisso, di essere testimonii della sua morte,
di essere i primi ad essere bagnati del suo sangue, senza che
nessuno pensasse o osasse di allontanameli: Stabat juxta
cracem Jesu.
'Stavasi dunque Maria, secondo la bella pittura che ne fa
S. Ambrogio, al lato destro .della croce di Ges Cristo,.come
assorta in unestasi di profondo rammarico e di contempla
zione sublime. La positura ritta ed immobile della sua per
sona annunzia tutta lintrepidezza, tutta la grandezza e la no
bilt del suo cuore. Latteggiamento del suo volto il pi pro
prio ad esprimere unimmensa rassegnazione ed un immenso,
dolore. I suoi occhi pietosi vanno ad una ad una percorrendo
le ferite sanguinose del Figlio, dalle quali scaturiva la salute
degli uomini. Lungi dal temere la rabbia dei crocifissori, si
offre anzi al loro furore (mentre il Figlio si offre alla giu
stizia del Padre) per esservi ancor essa immolata. Questo
amore s puro e s generoso, questo coraggio s eroico, que
sta invitta costanza della Madre compensano in certo modo
Ges della pena e del disonore provato pel vile abbandono
dei discepoli. Lo spettacolo che Maria d di s stessa quale
si conviene alla sublimit del suo rango. Solo ad un figliuolo
che, vero uomo, allo stesso tempo Iddio vero si conviene
di morire come muore Ges: e Maria assiste a questa morte
come si conviene ad una madre che ha un Dio per figliuolo :
Stabat juxta crucem Ma ter j et, fugientibus viris, stabat
intrepida. Spectabat piis oculis Filli vulnera, per quae
sciebat omnibus redemptionem futuram. Stabat non dege- ,
neri spectaculo Mater, quae non metueret peremptorem.
Pendebat in cruce Filiusj Mater se persequutoribus offere-
bat (De instit. virg., cap. 7).
18 PARTE PRIMA
Dallaltro fianco del-patibolo sta vasi ritto ancor esso Gio
vanni: Giovanni il discepolo diletto e caro sopra ogni altro
a Ges, loggetto delle sue particolari tenerezze, il deposi
tario desuoi arcani divini e, come lo chiama S. Cipriano;
il suo intimo familiare, il suo camcriero fedele, Christi cu-
bicularius. La sua mente occupata di-sublimi misteri, il
suo cuore trafitto dal dolore; ed anche il suo atteggiamento
e la sua figura sono degni di Un discepolo che ha un Dio per
maestro. Ma luna e laltro, la Madre e lApostolo sono s vi
cini alla croce che possono ad. un tempo facilmente inten
dere la cara-voce di Ges moribondo, contemplarne il santo
viso, distinguerne le amorose occhiate.
Ora, giunto il Signore al colmo delle sue agonie e delle
sue pene, e.scorgendo questi due personaggi cotanto a s
cari in atteggiamento di tanta rassegnazione, di tanta tene
rezza e di tanto dolore, lascia cadere sopra di loro dairalto
della croce il suo languido sguardo gi presso ad estinguersi
nelle ombre di morte; ed additando luna allaltro colloc
chio, D onna , dice a Maria, ecco il tuo f ig l io , Mulier ecce
filius tausj ed a Giovanni soggiunge: Ecco la madre t u a ,
Deinde dcit discipulo: Ecce mater tua (Joan. 49).
. Oh parole piene di tenerezza e colme di amorei Ma oh pa
role che,, al pari di tutte quelle che uscirono dalla bocca del
Salvator moribondo, nella loro semplicit sono sublimi e fe
conde 1 Contengono esse una porzione del testamento del
Figliuolo di Dio che muore per ia salute del mondo. Ab
bracciano una prodigiosa moltiplicit di oggetti: racchiu
dono sensi diversi, profondi arcani, ma tutti nobili, tutti
divini, tutti degni del tempo, del luogo e dcH'augusto per
sonaggio da cui sono pronunziate. Prima per di entrare a
considerarne il significato e penetrarne il grande e per noi
prezioso e giocondo mistero che esse racchiudono nel loro
senso profetico, bisogna spiegarle nel loro senso istorico ed
immediato.
PARTE PRIMA 19

Capo II. S piegazione lilterale delle parole di G es Cristo a Maria : Donna


ecco il tuo figlio, ed a G iovanni: E cco la tua madre. S ollecitu
dine a m o r o s a V i Ge Cristo per la sua* m a d re e pel suo discepolo.
V irt p a r tic o la ri di G iuseppe, figura delle v ir t che m e ritaro n o a
S. G iovanni il v a n to di avergli lasciata Maria per m adre. Pregio e
ricom pensa d ella verginit e della fedelt a Ges Cristo crocifisso.

La comune dei Padri ed unantica e costante tradizione


insegna che il patriarca S. Giuseppe sposo purissimo di Ma
ria, al tempo della passione di Ges Cristo, da pi anni era
di gi trapassato. Se fosse stato allor vivo, n Giuseppe
avrebbe abbandonato, crocifisso sul Calvario, quel suo di
letto Ges che, perseguitato da Erode, avea salvato con tanta
destrezza e, smarrito nel tempio, avea ricercato con tanta
premura e con tanto dolore, Ego et pater tuas dolentes
quaerebamus te (Lue. 2); n GES' CRISTO stesso avrebbe,
in morendo, tolta allo sposo la custodia del sacro deposito
di Maria per affidarla al discepolo: Neque abrogaretur uxor
marito, dice un santo Padre. E quel' custode fedele del suo
Sigiore, acquale erano stati comunicati mai sempre gli ora
coli del cielo per tutto ci che riguardava la santa famiglia
di Nazaret, avrebbe avuto anco la gloria di ricevere dalla
bocca stessa di Ges Cristo le ultime istruzioni intorno alla
cura che dovea prendere delloggetto il pi caro e il pi
prezioso che il Figlio di Dio lasciava sopra la terra.
Essendo dunque Maria vedova del suo santo consorte, e
dovendo rimanere altres priva fra poco del suo divino Fi
gliuolo, Ges Cristo, nel darla a Giovanni per madre, volle,
dice S. Agostino, procurarle un appoggio ed un conforto; e
nella mancanza di uno sposo vergine, confidandone la cu
stodia ad un vergine discepolo, darle un certo compenso
del figlio che perde in quello che le destina: Mairi, quam
relinquebat, altei'um pr se filium providebat. E siccome
20 PARTE PRIMA
il legno della croce, prosiegue lo stesso santo Dottore, era
allo stesso tempo ed un patibolo infame in cui la sua santa
umanit sosteneva una morte spietata, ed una cattredra glo
riosa in cui la sapienza di Dio ammaestrava luniverso;
volle in questa circostanza inculcar col suo esempio il sacro
dovere che ha ogni figliuolo pietoso di prender cura depro-
prii genitori: Monalis igitur insinuatus locus, et exemplo
suo instruit praeceptor bonus ut a fliis piis impendatur
cura parentibus. Tamquam lignum illud ubi erant fixa
membra morientis, etiam cathedra fuerit magistri docentis.
S. Giovanni Crisostomo insiste sulla medesima idea, ed
afferma che il Salvatore del mondo, nelllassegnare Giovanni
a Maria per figliuolo, ha voluto darci limportante lezione,
che non vi circostanza alcuna che ci possa dispensare dal
prender pensiero degli autori temporali denostri giorni; e
che questo dovere, che comincia colla vita, finisce solo con
essa: Matrem discipulo commendati erudies nos ad ulti-
mum usque spiritimi parentum curam habendam.
Aggiunge di pi questillustre Dottore, che Ges Cristo,
col prendersi tanta sollecitudine per Maria in s fieri mo
menti, sicch pare che non muoja, a cos dire, contento,
finch non abbia proveduto al sollievo ed al sostegno di
questa augusta matrona, ha dato chiaramente a divedere che
Maria era sua madre verace, e che esso, in quanto uomo,
era suo vero figliuolo: e con ci volle anticipatamente con
fondere limpudenza degli eretici, che avrebbero messo in
dubbio e la reale maternit di Maria e la reale figliuolanza
di Ges Cristo secondo la carne: Etiam Marcionis obstruxit
iiw erecundi am. Si enimjion genitus est secundum curnemf
neque matrem habuit, cujus gratta, circa eam solam, facit
providentiam?
S. Cipriano va ancora pi innanzi, ed afferma che il Sal
vatore dovette in morendo mostrarsi s geloso e sollecito
della custodia di Maria non solo perch essa era vera sua
PARTE PRIMA 21
madre, ma ancoro perch era vero suo tempio. Nel seno di
Maria infatti, come nel santuario pi augusto, avea per nove
mesi abitato corporalmente la divinit. Ivi lagnello di Dio
avea trovato il suo purissimo talamo, in cui celebr le sue
nozze misteriose collumana natura. Maria era dunque una
reliquia vivente, e la pi santa e la pi preziosa di tutte
le reliquie, degna del culto e della venerazione del mondo:
mentre se degno di adorazione ogni luogo in cui Dio ha
posto solamente il suo piede, Adorabimus in loco ubi stete-
runt pecles ejus (Psal. 131), di quali omaggi non sar degno
quel seno purissimo in cui ha riposato Dio stesso? Questo*
sacro deposito, questo tesoro inestimabile dimandava perci
mani pure e fedeli cui essere affidato. Or, siccome Ges Cri
sto ha trovato in Giovanni il suo intimo confidente, il suo
familiare amoroso, il suo costante discepolo, in cui il corag
gio dello zelo e la tenerezza dellaffetto sono unite alla pu
rezza del cuore; cos a Giovanni consegna egli con atto so
lenne, Maria; alla B enedetta fra tutte le donne assicura
lassistenza, la tutela, il culto del pi fedele di tutti gli Apo
stoli; ed il tempio vivente di Dio, il suo augusto trono so
pra la terra, il tabernacolo dellintatto pudore, la pi il
libata di tutte le madri lascia in custodia presso al pi puro
di tutti gli uomini: Considero te in cruce pepdenteili de
maire sollicitum: nunc materno moveris affectu, et thala-
mum humanitatis tuae- cubiculario dilecto commendas,
et prondes sedalo B enedictae inter mulieres apstolicam
clientelali!, et objsequiam virginis virgini discipulo tradis.
Oh previdenza 1oh scelta, esclama qui S. Ambrogio, degna
di colui che lha fatta e di colei che ne limportante sog
getto] Giovanni costituito rede di Ges Cristo. Ma non
lerede del suo amore, se non perch limitatore fedele
della sua purezza ed il geloso custode della santa integrit.^
Le sue cure non sono divise; i suoi amori sono illibati; i
suoi affetti sono pudici: il suo cuore vergine, come puro
La Madre di Dio. 2
22 v PARTE PRIMA
il suo corpo. Ah! che solo all ombra dei gigli di Giovanni
possono essere collocati decentemente e riposare tranquilli
i gigli di Maria: Cum quo Virgo habitarq debebat, nisi cum
eo quem filli haeredem, integrilatis sciret esse custodem?
Ma osservate, dice S. Cirillo, che Ges Cristo non solo con
fida Maria a Giovanni perch lami e la veneri siccome sua
madre, ma che confida pure Giovanni a Maria perch lo ami -
e loriguardi come figliuolo. Lespressione con cui raccomanda
luna allaltro la medesima. Come, in parlando di Ma
ria, dice a Giovanni: Ecco la tua madre; cosi, in parlando
di Giovanni, dice parimenti a Maria: Ecco il tuo figlio. Ora
lidentit dellespressione indica identit di rapporti e iden
tit di doveri. Come lamor materno di Maria deve trovare
\

una corrispondenza nelle cure filiali di Giovanni, cos le


cure filiali di Giovanni devono trovare una corrispondenza
nellamor materno di Maria. Ges Cristo adunque, con que
sta disposizione amorosa, non solo ha assicurato a Maria
lassistenza di un figlio, ma ha assicurato anco a Giovanni
le tenerezze di una madre; non solo ha voluto raddolcire
la desolazione della madre, ma ricompensare altres la virt
del discepolo: e perci ha creato fra questi augusti perso
naggi una parentela novella, parentela la pi intima, la pi
stretta, la pi necessaria, perch i rapporti di madre a figlio
e di figlio a Madre ne sono il fondamento; ma parentela
insiememente la pi perfetta, perch non gi lamore car
nale, ma da divina carit ne forma il legame: Commenda
va discipulo, ut officia filii in eam observaret. Matrem si-
militer admonuit, ut parentis in discipulam auctoritatem
haberet: amore videlicet et caritate non minus conjungi
voluit quam si natura maximam propinquitate conjuncti
essent. ,
Questa maniera generosa con cui dal moribondo Ges
privilegiato Giovanni rammenta la maniera generosa con
cui da Giacobbe moribondo fu altres distinto Giuseppe, e
PARTE PRIMA 23
luno pu essere considerato come figura dellaltro. Appena
giunge a questultimo linfausta nuova della mortale infer
mit del diletto suo padre, abbandona egli la citt e la re
gia, e vola al suo fianco per apprestargli gli estremi con
forti e raccoglierne rultimo spirito: Nunziatum est Joseph
quod aegrotaret pater suiisj.qui ire perrexit (Gen. 48).
Fra tutti i fratelli, Giuseppe trovavnsi il pi lontano dal
labitazione di Giacobbe; eppure egli il primo ed anzi il'
solo ad accorrere, ed arriva il solo c il primo presso del
genitore spirante. Gli si pianta vicino e pi non lo abban
dona; e ne attende la fine, immerso in un immenso dolore.
Questa sollecitudine amorosa, questo tratto di filiale piet*
penetra e commuove il cuore di Giacobbe; quindi a lui ri
volgendo la moribonda sua voce, o Giuseppe, gli dice, un
merito particolare lia dritto ad una particolare ricompensa.
Perci, allinfuori della porzione della mia eredit, die avrai
come ogni altro demiei figliuoli, unaltra te ne lascio a per
petua memoria.del particolare amor mio, che sar tutta e
sola propria di te ed alla quale non avranno alcun dritto
gli altri fratelli; e questa porzione di eredit che a te par
ticolarmente destino in dono la pi ricca ed insieme la
pi cara del mio patrimonio, giacch quella terra si fer
tile e s feconda, che io, nel valor del mio braccio e nella-
forza delle mie armi, ho conquistato sullAmprreo feroce:
Ait ad Joseph filium smini: Dabo libi partem unam extra
fratres tuQSj quam tuli de marni Amorrhaei in gladio et
arcu meo (ibid.).
Ora quali titoli meritarono a Giuseppe questa donazione
particolare, questa distinzione amorosa dalla parte del suo
santo genitore? Ahi Giuseppe c il pi casto ed insieme il
pi affezionato al padre, il pi pio, il pi fedele di tutti i
figli di Giacobbe. Giuseppe ha amato la pudicizia sino ad
esserne stato in certo modo il martire; ed il suo amore, la
sua tenerezza, la sua fedelt verso del padre suo la dimostra
24 PARTE PRIMA
sino all'ultimo colla premura con cui si recato presso il
suo letto di morte, e colla costanza amorosa con eui lo assiste.
Ora per questi medesimi titoli, dicono glinterpreti, Gio
vanni altres ricove dal Salvatore spirante una porzione par
ticolare alla sua santa eredit, all infuori di quella che gli
viene come Apostolo di Ges Cristo e che ha comune cogli
altri Apostoli: porzione tutta sua propria, poich data a lui
solamente: porzione la pi nobile eia pi cara a Ges Cri
sto. poich la sua medesima madre Maria, poich la terra
misteriosa cui ha benedetto il Signore, e che nella forza dei
suo potere divino ha conquistato sul principe delle tenebre,
avendola esentata dal peccato di origine, e cos sottratta al
suo funesto impero ed alla comune cattivit di tutti i figli
di Giacobbe: Beneclixisti, Domine, terram tuam, avertisti
captivitatem Jacob (Psal. 84). Pei medesimi titoli di Giu
seppe, ripeto, partecipa Giovanni ad un legato s ricco in
sieme e s glorioso di avere destinata particolarmente a ma
dre Maria, cio per la sua purezza e per la sua fedelt:
Virginitate et proximitate crucis Marine mateniitatem
obtinui (Gloss.).
Per la sua purezza da prima: poich, come afferma il ve
nerabile Beda, Giovanni, ritrovato puro e vergine quando
il Signore lo chiam allapostolato, si mantenne in tatta la
sua vita vergine e puro: ed il privilegio della verginit gli
concili il privilegio dellamore di Ges Cristo: Propter
privilegiam castitatis a Domino amabatnr, quoniam virgo
ab eo vocatus. virgo in aevum permansit. Giovanni dunque
piacque a Ges Cristo per quel medesimo pregio squisito,
delicato, sublime per cui gli piacque Maria ; e questo disce
polo avventuroso merit di avere per madre la Madre stessa
di Dio, per lincanto del santo pudore per cui Maria altres,
come osserva S. Giovanni Crisostomo, avea meritato di avere
un Dio per figliuolo: Cam Beata Maria, sapra omnem hu~
' manam naturam, castitatem servaret, propterea Christum
Duminum in ventre concepii.
PARTE PRIMA 2o

Oh vanto inestimabile della verginit 1oh pregio singolare


della santa pudicizia 1 sei tu che sollevi il cuore delluomo
sino a Dio, che glielo rendi singolarmente caro, che ne fissi
le compiacenze, che ne attiri lo sguardo, che ne ottieni le
benedizioni pi copiose ed il pi tenero amorei
' In secondo luogo, Giovanni riceve in Maria il premio della
sua costanza, del suo coraggio e della sua fedelt. Di tutti
i discepoli di Ges Cristo egli il solo che lo ha accompa
gnato sino al Calvario; esso il solo che, non curando Po
dio ed il furore deGiudei, ha avuto il coraggio di confes
sarsene pubblicamente discepolo, e di assistere alla sua morte.
Non solo dunque il pi puro degli Apostoli, ma altres il
pi generoso, il pi affezionato, il pi fedele.. Qual meravi
glia adunque che sia altres il pi largamente ricompensato
nella distribuzione che Ges Cristo moribondo fa delle ric
chezze del suo amore? Oh fortunato Giovanni,esclama il ve
scovo Teofilatto, che avresti lintrepidezza, la costanza, la ge
nerosit di seguire Ges al suo patibolo e di stare vicino
alla sua crocei Questi tuoi sentimenti-s nobili e si puri ti
han meritalo lonore di essere scelto da Ges Cristo per fra
tello, e di essere dato, come un altro s stesso, in figliuolo
alla sua propria madre. Ecco quanto grande la ventura
di chi si stringe alla croce, di chi tiene compagnia al Cro
cifisso, di chi contempla sul Calvario i misteri del Figlio e
le pene della Madre 1 Per cotal via si giunge non solo al--
lamore di Ges Cristo, ma alla pi intima amicizia, alla pi
stretta parentela con lui: Dixit m atri: Hic meo loco erit
tibij tu eris ei pr me... Papae! Quomodo observat disci-
pulum, fratrem suum ipsum faciens! Usque adeo bonum
est manere apud patientem Chrstum; nam in fraternit-
tem illms ducit.
Ma quanta sapienza, quale e quanto tenero amore, osserva
lo stesso Padre, vi in questa destinazione e in questa scelta 1
Maria e Giovanni sono gli oggetti pi cari che Ges Cristo
26 PARTE PRIMA
Inscia sopra la terra. Maria che lo Ita generato della sua so*
stanza; Giovanni che lo ha imitato nella sua vita. Maria clic
ha accolto il Verbo di Dio nel suo seno; Giovanni che ne
ha avuta lidea pi chiara nella sua mente. Maria, nel cui
petto Ges Cristo ha riposato; Giovanni che ha riposato esso'
stesso sul petto di Ges Cristo. Volendo dunque il Signore
lasciare di s una memoria e fare un dono a Maria, non avea
nulla di meglio da darle di colui che esso ama al di sopra
di tutti gli uomini. Volendo lasciare una eredit a Giovanni,
non avea nulla di meglio da legargli di colei che esso ama
al di sopra di tutte le donne. La madre sommamente amata
non poteva aver miglior figliuolo di Giovanni a Ges Cristo
sommamente diletto; ed il discepolo sommamente diletto
non potea avere miglior madre di Maria sommamente amata
da Ges Cristo. Giovanni non potea ricevere di pi, rice
vendo Maria, che Ges Cristo avea scelta per madre; Maria
non poteva ricevere di pi di Giovanni, che Ges Cristo
avea'amato come suo prediletto figliuolo. Non poteva dunque'
il Signore dare alluno ed allaltra una eredit pi ricca, un
dono pi gradito, una memoria pi preziosa, una prova pi
grande del suo interessamento c della sua tenerezza: Com
mendai disci palo, summe dilectam maxime dilectOj vir -
ginem vrgini. Oh cuore tenerissimo di Gesl Nellorrore di
tante pene, di tanti ohbrobrii, di tante amarezze, ond ri
colma la sua benedetta umanit, nulla egli trascura, nulla
dimentica, nulla lascia senza la sua ricompensa. Ahi che ci
che da noi si fa per la carne, per le creature, pel mondo,
tutto vano, tutto gittato al vento, tutto si perde; e quando
non degno di gastigo, non ha per ad aspettarsi alcuna
mercede, alcun frutto.- Solo nel servire Ges, nell essergli
sino alla croce fedeli, non si rischia nulla, nulla si perde.
I pi piccoli sforzi, i pi tenui sgrificii, tutto da lui cal
colato, scritto, perch tutto deve essere da lui ricompensato ;
nulla sfugge n alla sapienza della sua mente, n alla ma
PARTE PRIMA 27
gnifica liberalit del suo cuore. Perch non siamo s sa vi i
dunque da fare pel Dio di amore, che ci salva c ci ricom
pensa, almeno altrettanto di ci che inutilmente facciamo
per un mondo che ci corrompe, che ci perde e ci rende in
felici?
Capo I I I . Q u a l i t della d o n n a e p a r tic o la rm e n l d e lla m a d re . Suo m i
nistero e sue funzioni nella famiglia. U na m a d re non dovea m a n c a r
pu re agli uom ini nellordine, spirituale.

Ma egli tempo che incominciamo a spiegare le belle pa


role dette da Ges Cristo a Maria ed a Giovanni nel loro
senso pi nobile, che pi ci riguarda e che forma V argo
mento del presente nostro lavoro.
Per farci strada per a questa spiegazione, osserviamo da
prima, come nellordine naturale poteva senza dubbio Iddio
da principio creare il primo uomo in modo che potesse ba
stare esso solo alla riproduzione ed al mantenimento della
sua specie. Ma la divina sapienza ha voluto altrimenti ope
rare; ed avendo dichiarato la necessit,il bisogno che ha
luomo di formarsi e di vivere in societ, con quelle gravi
parole: N on bene altrimenti che luomo rimanga solo sopra
la terra , Non est bonum esse hominem solum (Gen. 2);
gli volle dare una compagna a lui simile, non solo perch
della stessa natura, ma ancora perch della stessa sostanza,
Faciamus ei adjutorium simile sibi (ibid.); gli volle dare
un mezzo, un ministro in cui e per cui luomo dovesse eser
citare c compire lazione riproduttrice e conservatrice della
famiglia; ed in una maniera misteriosa ed ineffabile, da una
parte del corpo stesso delluomo cre ancora a donna: Et
aedificavit in mulierem... De viro sumpta est (Gen. ibid.).
E mirate come sono straordinarii e singolari affatto les
sere, il ministero, il destino, le qualit della donna.
Essa da prima un essere misterioso. Una gran parte della
forza clic esercita la donna nella grazia; come una gran
28 PARTE PRIMA
porte della grazia esterno (leUuomo c riposta nella sua ro
bustezza e nella sua forza, la donna regna per la sua stessa
debolezza; attira, ma eolia sua timidezza; impone, ma col suo
pudore; energica, ma nellamare.
La donna come un essere multiplice, e direi quasi come
di una doppia natura. Collocala nella famiglia tra Tuomo e
il fanciullo, tra il padre c il figliuolo, partecipa della natura
e della condizione di entrambi. Partecipa delluomo per la
ragione e per lintlligenza; partecipa'del fanciullo, come
lhanno tutti i fisiologi osservato, per la delicatezza dei suoi
organi, per la mobilit delle sue fibre, per la irritabilit de*
suoi nervi, per la timidezza del suo carattere, per la legge
rezza del suo umore. Partecipa del padre, perch con lui e
come lui indipendente rispetto ai figli e loro comanda ;
partecipa dei figli, perch con loro e come loro soggetta al
padre e gli ubbidisce. Si pu dunque chiamare, avverte un
moderno, luomo -fanciullo ovvero il padre - figliuolo : e par
tecipando cos deduc termini estremi, tutti e due in s li
riunisce, cd perci lessere medio, il mediatore, il centro,
il legame della societ domestica, che ne congiunge le due
parti pi rimote, che le mette d accordo e ne forma quel
tutto che si chiama famiglia. '
Ma di gran lunga pi preziosa e pi cara la missione
della donna nei rapporti morali che formano la vera base
di una societ di esseri ragionevoli.
E infatti nella natura di tutti gli esseri intelligenti che
lessere inferiore, lessere debole, lessere abietto non mai si
avvicina, non ama lessere superiore, lessere nobile, lessere
forte, se non dopo che questi a quello sinchina, a quello si
abbassa, a quello discende, e il primo gli manifesta il suo
amore.
Perci il bambino siccome non parla se non perch i ge
nitori gli parlano i primi, cos non li cerca, non li ama, se
non perch essi sono i primi a cercarlo, ad amarlo: e come
PA R T E PRIMA
*
29
In parola paterna ne risveglia lintclligenzn e gl insegna a
discorrere, rosi lamor paterno risveglia il suo cuore e glin-
segna ad amare.
Ora questo ministero s difficile, giacch trattasi di for
mare alla fiducia il timido cuore del bambino e di piegare
il cuore indipendente del padre allamore, questo ministero
s sublime e s importante, giacch questi sentimenti pos
sono solo ravvicinare esseri fra Ior s distinti, come sono il
padre ed il bambino, e sono il principio e la base delle re
lazioni che fra loro passeranno: questo ministero, dico, par
ticolarmente devoluto alla madre. la madre che la prima
discuopre,manifesta, rivela al suo pargoletto il proprio padre,
e fa gradire, fa gustare al padre i teneri vezzi, linnocente
sorriso del figliuol pargoletto. la madre che incoraggia il
piccolo a cercare, ad avvicinarsi al grande senza timore: e
che fa discendere il grande a cercare, a piegarsi al piccolo
con tenerezza.
E senza questa mediazione qqueste industrie della madre
(o di che ne fa le veci), che impiccolisce, dir cosi, luomo
sino al bambino e che ingrandisce il bambino sino alluomo,
il bambino non riguarderebbe mai luomo che con paura, e
luomo non riguarderebbe il bambino che con indifferenza.
Siccome per la fiducia e lamore tra il padre e i figliuoli
la madre che glinspira, li fa nascere: cos essa pure che,
se si raffreddano, li riaccende; se si perdono, li rinnova, li
riannoda, li riconduce. la madre che scusa, che difende,
che protegge il figlio colpevole in faccia del padre offeso; e
di questultimo calma lo sdegno, ne tempera il rigore, ne ar
resta le minacce, ne diverte i gastighi e ne ottiene il per
dono. d pure la madre che fa valere i dritti, le ragioni,
lautorit del padre offeso in faccia al figliuolo prevaricatore,
c da questultimo ottiene la sottomissione, e gli persuade e
ne sollecita il pentimento ,*e non si d n pace n tregua
finch non abbia ravvicinati di nuovo il padre e il figliuolo
30 PARTE PRIMA
e non abbia ristabilita fra loro lantica armonia. La madre
perci nella famiglia la mediatrice naturale della riconci
liazione, la messaggera del perdono e larbitra della pace.
Di pi: al padre si appartiene loccorrere con una pre
videnza, dir cos, generale ai bisogni della famiglia: ma in
particolare e nelle loro pi minute circostanze questi biso
gni dei figli non sono conosciuti, non sono intesi che dalla
madre. Listinto prodigioso della sua tenerezza glieli rivela.
Essa glindovina, li previene, li prende a cuore, gli espone
al capo, gli amplifica, ne reclama il rimedio; e non si serve
del suo ascendente che per giovare, della sua autorit che
per proteggere, del suo carattere di madre che per essere
la ministra della beneficenza, la dispensatrice della paterna
bont. E tutto questo, dice S. Tomaso, indica la stessa parola
matrimonio, che composta delle due parole matris mu-
?iium, lufficio, lincarico della madre: perch le cure par
ticolari della famiglia e dei figliuoli appartengono pi alla
madre che ^1 padre: imperciocch la donna perci appunto
stata principalmente creata, e perci ancora ha essa na
turalmente una maggior propensione verso la prole: Ma-
trimonium dicitur quasi matris munium, idest officiumj
quia mater \nagis pertinet ad ratonem ejus quam pater:
quia muliet' priicipaliter facta est propter hoCj non autetn
vir j et mulier circa prolem magis est officiosa (4. Dis-
tinct. 27, q. 1).
Siccome per tutti questi incarichi, devoluti naturalmente
alla donna, sono relativi allamore, giacch dallamore han
principio'per terminare nellamore, e per bene adempirsi
richieggono amore; cos essa stata da Dio formata parti
colarmente allamore, e direi quasi che lamore costituisce
il fondo dcllesser suo. E difatti quello che le manca in forza
dintelligenza soprabbonda in lei nellenergia degli affetti. La
piccolezza della mente bilanciata dalla grandezza e gene
rosit del cuore. Listinto materno le tien luogo di accorgi
PAfTE PRIMA 31
mento. Intende meno, ma sente di pi. Opera molto perch
molto ama; c giacch il suo ministero si riduce tuttoad amare,
tutta essa non c che amore: Cos la sapienza del Creatore
ha dato a tutti gli esseri le qualit necessarie per adempiere
i fini per cui li ha formati.
Egli perci che nella natura non si conosce un amore
pi tenero insieme e pi energico, pi solido e pi affet
tuoso, pi combattuto e pi costante, pi travagliato e pi
generoso di quel della madre. Non .vi che la madre che
quanto pi pena pei figli, tanto pi li ama; che quanto pi
le costano di dolori, di stenti, di sagrificii, tanto pi li ap
prezza e li tien cari; che quanto sono pi difettosi e de
formi, tanto pi li compassiona: e quanto le loro infermit
sono pi incommode, pi ributtanti e pi contagiose, tanto
meno li abbandona. Ogni altro amore naturale in certi in
contri cede e vien manco. Non vi che I amore materno
che mai non cede, mai non si scoraggia, mai non si stanca;
che di tutto trionfa, a prova di tutto, e prende forza dalle
stesse sue pene, e quanto pi tristo e pi afflitto, tanto
divien pi energico e pi vivace.
Perci, infine, non vi vocabolo pi dolce, pi giocondo,
pi caro quanto quello di madre. Esso parla al cuore, c non
parla che al cuore, perch non risveglia che fiducia, non
respira che amore. Il vocabolo di padre senza dubbio te
nero e dolce ancor esso; ma, collidea di un amore gene
roso e forte, ricorda ancora la severit e la giustizia, che
al padre si appartiene come giudice naturale della famiglia
di cui capo. Ma siccome il ministero della madre solo
ministero di bont, di pace, di misericordia e di amore; cos
il solo nome di madre il vero simbolo dellamore; tutto
dolcezza e delizia della lingua che lo pronunzia, come del
cuor che lo sente. #
Ora fuori di dubbio che lordine naturale e corporeo,
nella sua stessa realt, il simbolo e la figura dellordine
32 PARTE PRIMA '
spirituale e divino. Difatti la redenzione del mondo, per lef
fusione dello spirito di Dio sopra i freddi cuori degli uo
mini, , nela Scrittura, chiamata una crazione novella,
Emitte spiritimi tuum, et creabimtur (Psal. 104), Sed nova
reatura (II Cor. 5); e la nostra venuta alla fede ed alla
grazia si chiama generazione, si chiama nascita fortunata
da Dio: Genuit nosverbo vitae (Jac. i.), Qui ex Deo nati
sunt (Joan. I.).
Poich per dovevi somiglianza e identit nei vocaboli,
vi somiglianza e identit nelle idee altres e nelle cose,
chiaro nel linguaggio dei Libri Santi, che la vita della gra
zia si trasmette, si mentienc e si perpetua per mezzi senza
dubbio nobilissimi, misteriosi Sublim i, ma analoghi nello
stesso tempo ai mezzi onde si perpetua la vita della natura;
e che vi una generazione tutta spirituale e divina onde
nasciamo pel cielo, come vi una generazione carnale ed
umana onde nasciamo dalla terra, E siccome questa vita na
turale cominciata' da un uomo associato ad una donna dal
Dio creatore, cos da un uomo associato ad una donna dal
Dio redentore ha dovuto aver principio la vita spirituale.
Cio a dire che siccome nellordine temporale, oltre il pa
dre, principio della vita, abbiamo-avuto una madre, per
mezzo di cui la vita ci .stata trasmessa; cos nell ordin
spirituale, oltre un padre, principio ed autore della grazia,
che Ges Cristo, dovevamo avere altres una madre, per
mezzo di cui ci stata data la grazia, che Maria.
No, il Dio di beneficenza e di bont che nellordine tem
porale ha voluto dare, nella madre carnale, ad ogni uomo
un legamedi unione, un canale di beneficenza, una media
trice di conciliazione, un mezzo di difesa, un motivo di fidu
cia e di amore in faccia al padre terreno; nellordine spi
rituale poi, nel quale ha sparso iif maggior copia le ricchezze
della sua misericordia, non ha potuto non dare ad ogni cri
stiano, in una madre spirituale, un legame di unione, un
IURTE PRIMA 33
canale di beneficenza, una mediatrice di conciliazione, un
mezzo di difesa, un motivo "di fiducia e di amore in faccia
al Padre celeste. E come pu mai concepirsi, senza far torto
alla infinita piet del Dio che ha voluto copiosamente ed
abbondantemente redimerci, Copiosa apud eum redemptio
(Psal. 129), che egli, pei nostri temporali bisogni, abbia vo
luto apprestarci un rimedio, un soccorso, un ajuto, un sol
lievo della nostra madre terrena, e che poi non abbia vp-
lUtu fare per lo meno altrettanto pei nostri bisogni spiri
tuali, e che non ci abbia dato la consolazione, il conforto,
lassistenza e la mediazione di una madre celeste?

Capo IV. Ges Crislo, nel destin a re a Giovanni, Maria per m a d re , ha


volulo com prendervi anche noi. Ragione per la q u a le il S alvatore
p arve in varie occasioni che trascurasse Maria. Avendoci a v u lo se m
pre presenti in tu lle le azioni della s u a vita, non ha potuto d im e n
ticarci in u n a delle p i im p o rta n ti disposizioni della su a morte.

' Or egli ci appunto che Ges Cristo ha fatto dalla sua


croce, nel dire a Giovanni, additandogli Maria: Ecco la tua
MADRE.
Non sar dunque vero che linsigne privilegio di avere
la divina Maria per madre sia tutto proprio e personale di
S. Giovanni : e che noi non entriamo per nulla nel mistero di
questa fortunata adozione. Non sar vero che Ges Cristo, in
questa delegazione amorosa, non abbia avuto altro disegno
fuori di quello di dare a Maria un,.sollievo, a Giovanni un
premio, a noi un esempio; e che obbligati a riguardare con
una santa invidia il discepolo diletto, non possiamo spin
gere pi in alto i nostri desiderii, n aspirare nemmeno ad
una piccola porzione deH'afTetto materno di Maria. Non sar
vero che, miseri figli di va peccatrice, non avremo, nel
lordine spirituale della grazia c della salute, altro che una
madre parricida che ci fa morire nel nascere; e che non
avremo mai nulla di comune con va innocente, colla Ma
34 PARTE PRIMA
dre vera della vita. della dolcezza, della misericordia e della
piet. Non sar vero infine che, adottati.sul Calvario da
Dio stesso per figliuoli, non potremo per mai pretendere
allonore di avere anco Maria per madre; e che Ges Cri
sto, avendoci fatti eredi della sua grazia, de suoi meriti, del
suo sangue, pel suo regno, non ci avr voluti comprendere
nella eredit della madre sua, o che abbia dimenticata ed
esclusa la Chiesa da questa parte del suo testamento. E chi
potrebbe mai pensar altramente senza sentirne ripugnanza
e rimorso, senza far torto allimmensit dellamore di Ges
Cristo per noi, alle ricchezze della sua redenzione, alla ge
nerosit del suo disinteresse, alla perfezione del suo sa
crificio?
Imperciocch, come osserva S. Leone, questa differenza,
fra le altre, passa tra la morte del Salvatore e la morte de
suoi martiri: che questi han data la vita ciascuno per pro
prio conto, e le loro morti sono singolari e private, Singu-
lares in smgulis mortes sunt j Ges Cristo per ha dato la
sua vita per gli altri, e la sua morte una morte comune,
pubblica, universale: Inter fdios hominum solus Dominus
noster est in quo omnes crucifixi et mortuis sumus. Trat
tava egli allora la causa di tutti gli uomini, come di tutti
gli uomini avea in s stesso e rappresentava la natura senza
la colpa: Per eum agebatur hominum causa, in quo erat
omnium natura sine culpa. Sacerdote adunque della sua
vittima, e vittima del suo augusto sacerdozio, pontefice uni
versale, ostia pubblica di propiziazione, di riconciliazione
e di pace, stava sulla croce offerendo a Dio suo padre il sa
crificio de secoli per la salute del mondo, e facendoglielo
gradire per le umiliazioni profonde, per lintera oblazione
di tutto ci che gli era proprio e personale, per la rasse
gnazione perfetta e sopra tutto per limmensa e tenera ca
rit con cui lo accompagnava. Non dunque verisimile che
abbia voluto, anche per un istante solo, interrompere que
PARTE PRIMA 35
sta sublime azione, 1 azione per eccellenza, l azione per
fetta, per pensar solamemte al premio del discepolo e al sol
lievo temporale, della sua madre. Non verisimile che, an
che per un istante solo, abbia voluto distogliere i suoi pen
sieri delTaffare pubblico della salute del mondo per occu
parsi esclusivamente di affezioni e d interessi personali e
privati.
Nulla certamente pi giusto, pi religioso, pi santo,
pi pio, generalmente parlando, quanto che in morte un
figliuolo pensi alla sua tenera madre, un maestro al suo fe
dele discepolo. Ma, attesa la funzione augustissima, il nobi
lissimo incarico che sosteneva il Figliuolo di Dio nel suo
morire, atteso il carattere tutto particolare, lo scopo sublime
della sua morte, non poteva egli, anche per un solo mo
mento occuparsi del discepolo e della madre senza discen
dere in certo modo dallaltezza del rango, dalla sublimit
del grado di personaggio pubblico di vittima universale;
senza alterare la perfezione, lintegrit della sua offerta,
nella quale tutto ci che gli era personale e proprio veniva
da lui a noi sacrificato, devoluto, applicato, trasfuso.
E vero che in quei medsimi misteriosi momenti pens
ad assicurare asuoi crocifissori il perdono, e il paradiso ad
un ladro. Ma siccome quel perdono fu insiememente implo
rato per tutti i peccatori, e quel paradiso fu insiememente
a tutti i penitenti promesso; cosi e quella preghiera e quella
promessa sebbene fossero espresse in termini particolari e
privati, pure ebbero uno scopo pubblico ed universale, ed
entrarono perci a far parte del sagrificio universale e pub
blico che si offeriva. Per la stessa ragione adunque anche
la dichiarazione della nuova maternit di Maria e della
nuova figliuolanza di Giovanni, bench fatta con espressioni
personali e private, ha dovuto avere anoora uno scopo pub
blico ed universale, per poter fare armonia,^e formare un
tutto co sentimenti, co pensieri d interesse pubblico, dei
36 PARTE PRIMA
quali in que preziosi momenti Ges Cristo era unicamente
occupato.
Il discepolo ha dovuto rappresentare perci tutti i veri
credenti, come i crocifissori, secondo lenergica espressione
di S. Paolo, rappresentavano tutti i peccatori, ed'il buon
ladro tutti i veri penitenti; e Fadozioue di S. Giovanni ha
dovuto comprendere anche noi. Cos solo questultima dis
posizione di Ges Cristo s ingrandisce, si solleva, si nobi
lita, si estende: e non pi solamente un atto del figlio
unigenito di Maria, del privato maestro di Giovanni, ma un
atto ancora del Salvatore universale degli uomini, e degno
perci del personaggio che lo fece, e del tempo e del luogo
in cui fu fatto.
Tutto ci si conferma anche meglio colla considerazione
della condotta che il Figliuolo di Dio tenne mai sempre a
riguardo della santa sua madre nel corso della sua mortale
carriera. Se Maria si lagna con esso lui di essersi involato
alle sue tenerezze pudiche e di averle fatto provare tre
giorni di angosciosi timorie di apprensioni dolorose e fune
ste, Quid fecisti nobis sic? Dolentes quaerebamus e(Luc.*2);
Ges le fa quasi rimprovero della sua stessa sollecitudine
materna , e condanna le sue ricerche e\\ suo dolore: Quid
est quod me quaerebatis (Lue. ibid.)? Se Maria gli chiede
un prodigio alle nozze di Cna, Vitium nonhabent (Joan. 2);
Ges Cristo quasi la riprende di darsi per quei commensali
un pensiero ed un interessamento maggiore di quello che
le conveniva: Quid mihi et Ubi est, mulier (ibid.)? Se Ma
ria infine chiede di vederlo e di parlare con lui: Metter tua
et fratres tui foris stant, volentes te vidercT(Matth. 12);
Ges Cristo si ricusa e quasi protesta di non riconoscerla:
Mater mea et fratres mei hi sunt qui verbum Dei audiant
(ibid.). Che pi? Chiamandola costantemente donna, Mulier,
pare che le nieghi ancora il titolo, il nome e la qualit di
sua madre. Macome? Forse che Ges Crjsto non ama Ma-
PARTE PRIMA 37
ria?Forse che non gli cara al di sopra di tutto il ereato?
Forse che Maria non altro clic una donna comune, e non
anzi una madre da lui stesso prescelta, una madre pi ma
dre, a cos dire, di tutte le altre madri, perch lo ha dop
piamente concepito, e nella sua mente colla custodia pi ge
losa della parola di Dio, e nel suo seno col vestirne, senza
opera duomo, di umana carne la persona? Perch dunque
. il Signore la tratta con s pochi riguardi? Perch le niega
ogni dimostrazione pubblica di filial tenerezza? Le risposte
stesse di Ges Cristo nelle circostanze test indicale scit-
gon lenimma, e'discuoprono il mistero di questa apparente
indifferenza del pi santo dei figli per la pi degna di tutte
le madri. Al convito di Cana, per unica ragione di negarle
il chiesto prodigio, assegna il non essere giunta per anco
la sua ora: Nondum venit hora mea (Joan. 2.) Ritrovato nel
tempio, per unica ragione del suo volontario smarrimento
dichiara che pria di tutto deve egli occuparsi della missione
di cui il suo Padre celeste lo ha incaricato, cio degl'inte-
ressi della sua gloria e della salute degli uomini: Nescie-
batis quia in his quae Patris mei siuit oportet me esse
(Lue. 2)? Quando Maria lo dimanda, per unica ragione onde
ricusa di vederla, protesta che non riconosce per suoi con
giunti se non le anime docili ad ascoltare gli oracoli di Dio
e fedeli ad eseguirli: Mater mea et fratres mei hi suntqui
audiunt verbum Dei et faciunt (Matth. 42). Ora, che cosa
mai significa tutto ci, dice S. Ambrogio, se uon che Ges
Cristo crede di dovere tutto s stesso, pi che agli affetti
della sua madre terrena, al ministero di cui lo ha investito
il suo Padre celeste? Non quo materna refutet pietats obse-
quiaj sed quia Patris se ministerio amplius quam mater-
nis affectibus subesse cognoscat. Quanto dire che gli crede
di dovere tutti assolutamente i suoi momenti, tutte le sue
azioni alla salute degli uomini; che questo grande interesse
la regola di tutta la sua condotta e di tutti i suoi pro-
La M adre di D io . i
38 PARTE PRIM\
digi; che egli si riconosce, si riguarda ed opera mai sempre
come il mediatore universale del mondo, non come il figlio
privato di Maria: che le affezioni domestiche, i rapporti per
sonali sono sempre da lui subordinati e sottoposti al suo
carattere pubblico di Salvatore; che in tutti i sjuoi discorsi,
come in tutte le sue azioni, non perde per un solo istante
di mira la redenzione del mondo; che tutto ci che a pri
ma vista sembra non avere che uno scopo particolare egli
lo dirige e lo fa entrare nel piano generale della sua mis
sione; e che non defraud mai di' un solo pensiero, di un
solo affetto, di un momento solo questopera sublime della
salute delluomo, che Tertulliano chiama la pi propria, la
pi degna della grandezza di Dio, Nihil magis Dea dignum
quam salus hominis, e che Ges Cristo medesimo chiama
per ci stesso il suo cibo prediletto, il suo alimento gradito,
la sua occupazione unica, lopera di Dio per eccellenza:
Meus cibus est ut faciam volunlatem ejus qui misit m e,
ut perfciam opus ejus (Joan. 4).
La ragione di questo estremo riserbo, di questa delica
tezza squisita di Ges Cristo nel non voler togliere un solo
istante della sua vita alla nostra salute, si , perch seb
bene il Padre celeste ci abbia fatto dono dellunigenito suo
Figlio per eccesso di tenerissima carit, Sic Deus dilexit
mundum ut Filium suum nigenitum darei (Joan. 3);
sebbene, per eccesso pure della carit medesima, lo stesso
Figliuolo si sia volontariamente offerto a divenire la nostra
vittima e il prezzo della salute, Oblatus est quia ipse vo
luti (Isa. 53); pure, una volta che il Padre ci stato ge
neroso del proprio Figlio, ed il Figlio "ci stato, dir cos,
prodigo di s stesso, Ges Cristo divenuto tutto intero
nostro bene, nostra propriet. Non ci avevamo noi alcun
dritto, non ne avevamo noi alcun merito; libera affatto ne
fu la donazione delluno, libera lofferta dellaltro nel loro
principio. Ma essendo Luna e laltra vera e reale, diviene
PARTE.PRIMA 39
necessaria ed irrevocabile nesuoi effetti e costituisce a van
taggio nostro un dritto reale c verace sulla persona del
Salvatore, c noi possiamo chiamarlo e riguardarlo rigoro
samente parlando come assolutamente ed intieramente no
stro. Difatti Isaia ne prediceva la venuta con queste tenere
parole: Un pargoletto dato A NOI, un figliuolo n:ato
PERNOI; Parvulus clcitus est nobis, fltis natus est nobis
(Isa. 9). Gli angioli, neHannunziarne la nascita, usano la
stessa espressione, dicendo ai pastori: Rallegratevi perch
nato A VOI il Salvatore: Gaudiam magnimi evangelizo
vobis, qua natus est vobis S alvator (Lue. 2 ) ; e S. Paolo
ci avverte che il Padre eterno non solo ci ha donato Ges
Cristo, ma tutto ci che a lui si appartiene ci ha ancora
donato in lui e con lui: Cum ipso omnia nobis donavit
(Rom. 8). Pertanto, tutto ci che Ges Cristo , tutto ci
che Ges Cristo ha, tutto quel composto sostanziale e divino
che concep la verginit di Maria, e che la rabbia infernale
deGiudei confisse alla croce, dice S. Leone, tutto cosa
nostra: Nostrum est quod concepit materna virginitas, no
strum est quocl judaica crutffxit impietas. Tutti i mo
menti preziosi della sua vita, tutte le sue azioni, tutti i
suoi pensieri, tutti i suoi affetti ci sono dovuti: non pu
egli disporre di nulla fuori di noi e senza di noi. Noi dob
biamo di necessit entrare a parte di tutti i suoi disegni e
di tutte le sue opere. Se egli facesse o dicesse alcuna cosa
senza verun riguardo a noi, in quel momento cesserebbe
di appartenerci c toglierebbe qualche cosa alla universa
lit, alla integrit, alla perfezione della sua offerta. Egli
perci che noi gli siamo stati sempre ed in tutto presenti;
che la sua vita intera, senza che possa togliersene un solo
istante, stata un sacrificio continuato, un sacrificio as
soluto, intero, totale, perfetto, e come un sol pensiero,
unazione sola non mai interrotta e diretta alla comune
salute.
40 PARTE PRIMA
Che se tale fu c dovette essere la condotta del Salvatore a
nostro riguardo durante la sua vita, si pu mai credere che
abbia voluto, anche per un solo istante, anche per un pensier
solo, alterarla o smentirla nel tempo della sua morte? Si pu
mai credere che sulla croce, sull altare del suo sacrificio, nel
momento dellimmolazione della vittima alla redenzione del
mondo, abbia voluto pensare o far cosa che vi fosse affatto stra
niera, e che, incessantemente occupato allopera della salute
degli uomini, labbia poi perduta di vista un solo istante quan
do slava per compierla? No, non siamo noi stati altrimenti
dimenticati in un momento si grave, in uuazione s sublime,
in una circostanza s solenne, in una determinazione s im
portante, in un testamento s prezioso, in cui il Figliuolo
di Dio dispone di Colei che lo ha partorito. Questo legato
ci , con Giovanni, comune. Ges Cristo pens allora anche
a noi, ebbe presenti anche noi, consider anche noi, ed a
noi pure diede allora Maria per madre, ed a Maria noi tutti
per figliuoli.

Capo V. Difficolt che vi a conciliare la r e a lt della figliulanza di


S. Giovanni colla nostra. Vi si risponde coll assegnare il canone pi
ricevuto intorno al doppio senso delle parole dei L ibri S a n ti; e si
conferm a questo canone con varie interpretazioni d e P adri.

Ma se le parole del Salvatore contengono il mistero del


ladozione comune, non contengono dunque esse altrimenti
il mistero delladozione di S. Giovanni; e questo Apostolo
non divenuto figlio di Maria se non nel senso e nella ma
niera generale in cui noi tutti altres tali siam divenuti. Al
contrario per il sacro testo pare che si opponga a questa
conclusione.
E fuor di dubbio che S. Giovanni conosceva meglio di
ogni altro il vero senso, la vera portata delle parole di
vea vedute esso stesso pronunziare, le
PARTE-PRIMA 41
aveva esso stesso immediatamente udite colle sue orecchie,
c molto pi nc avca esso stesso sentita e compresa tutta la
forza divina nel suo- tenero cuore. Giovanni ne dunque
l'interprete pi legittimo, pi naturale, pi fedele.
Ora questo discepolo pare che nella disposizione di Ges
Cristo non ci abbia veduto cit una adozione tutta sua pro^
pria, una sua nascita novella, un privilegio suo personale,
una distinzione preziosa del suo divino maestro. Infatti ha
scritto esso stesso che, valutando, come dovea, tutto l o
nore e tutto il pregio di avere avuto in legato Maria per
madre, da quellistante se ne stim ricchissimo come del
tesoro pi inestimabile, come della eredit pi preziosa,
lebbe oltre ogni credere carissima, la prefer a tutto e le
diede dopo Dio il primo posto nelle sue affezioni e nel suo
cuore: poich tutto ci significano queste parole che lo
stesso Evangelista ha detto di s stesso: E da quellora il
DISCEPOLO RICEVETTE M RIA NELLE COSE SUE', Et Q X illa l l O ' a
accepit eam discipulus in sua: non gi, soggiunge S. Ago
stin o , negli altri suoi beni temporali, de quali era privo;
ma negli altri suoi rigorosi doveri di figliuolo, di custode,
che ademp col massimo zelo e col pi tenero amore: Ac
cepit discipulus in sua\ non praedia, quae nulla possi-
debat; sed officia, quae propria dispensatione exequenda
cura bai.
Si sa in effetto che Giovanni dimostr da quellistante
per Maria tutta la sollecitudine, lossequio, la tenerezza di
un affezionato e rispettoso figliuolo; che non si allontan
mai da lei nemmeno di un passo; che stette sempre stretto
al suo fianco; che la condusse seco nesuoi apostolici viaggi;
che, come apparisce dalla lettera sinodale del concilio di
Efeso, Giovanni ebbe seco nella fondazione di quella chiesa
la Madre del Redentore: c che la riput come la pi bella
ricompensa della sua fedelt e la gloria pi grande del suo
apostolato.
42 PARTE PRIMA
Pertanto, questa condotta di S. Giovanni rispetto a Ma
ria non permette affatto di dubitare che Ges Cristo glie
labbia veramente confidata per madre, e che le sue divine
parole abbiano un senso diretto ed immediato al discepolo.
Come dunque possiamo noi mai pensar di essere entrati
nellatto di questa adozione? se non in un senso assai ri
moto, mistico, allegorico; ma non gi in un senso naturale,
vero e reale. Ecco dunque la difficolt ch dal detto finora
naturalmente deriva: 0 Ges Cristo ebbe allora solamente
in mira la filiazione di Giovanni; e comesi pu mai conce
pire che in una circostanza s pubblica e s solenne abbia
esclusi e dimenticati tutti noi? 0 Ges Cristo ebbe solo in
vista la nostra filiazione: e com'e che S. Giovanni ha in
terpretato la dichiarazione del Signore tutta in suo favore,
se lha appropriata come se fosse stata fatta unicamente e
solamente per lui: Accepit eam discipulus in sua?
Ma questa difficolt non che apparente; ed essa svani- ,
sce e si dilegua dal momento che si riflette che qui non
trattasi altrimenti della parola di un uomo, ma della parola
di Dio.
Or la parola di Dio, contenuta nelle Sacre Scritture, ha,
dice S. Tomaso, questo pregio particolare e tutto suo pro
prio, cio : che, ove nei libri parto della mente e della penna
degli uomini le parole significano solamente le cose, nella
Scrittura Sacra per anche le cose significate dalle parole
servono a significare altre cose: Cum in omnibus scientiis
voces significent res, hoc habet proprium haec scientia
(S. Scripturae), quoti ipsae res significalae per voces etiam
signifcant aliquid (1 p., qu. i, art. 40). Pertanto ove le
parole degli uomini non hanno che un solo senso materiale,
immediato, storico, che risulta dal significato grammaticale
delle stesse parole; la parola di Dio, oltre questo senso isto-
rico, immediato c materiale indicato dalle parole, che si dice
senso laterale, ha un altro senso che scaturisce ancora dalla
PARTE PRIMA 43
significazione delle cose, che si chiama senso spirituale: Illa
prima significano, qua voces significant res, pertinet ad
primum sensitm, qui est sensus historicus et litteralis. Illa
vero significano qua res significatae per voces iterum res
alias significant, dici tur sensus spiritualis (ibid).
Il senso storico adunque della parola di Dio immediato
e prossimo; il senso spirituale, che si dice ancora profetico,
mediato e remoto. Il primo pi facile, ma pi ristretto,
sovente ancora incompleto senza dellaltro. II secondo pi
elevato, ma perci stesso pi ampio, pi nobile e pi per
fetto. Tutti e due per son veri, tutti e due reali, tutti e due
ispirati, e perci sono tutti e due importanti: il primo per
ch serve di occasione e di velo; il secondo perch contiene
il mistero e lo discuopre e lo spiega. Bisogna dunque, dice
S. Agostino, averli tutti e duesempre presenti allo spirito nella
lettura deLibri Santi. Che se ci fermiamo solo al senso pros
simo ed immediato, alla lettera, che come la scorza e la
superficie, non avremo che una intelligenza monca, mate
riale, incompleta, imperfetta degli oracoli di Dio; e le pa
role della Sacra Scrittura ci riusciranno o poco o nulla af
fatto edificanti: Si hoc tantum volumus intelligere quocl
sonat littera, aut parvam aut nullam aedificationem de
divinis lectionibus capiemus
Cos, per esempio, di fede che bramo ebbe due figliuoli,
Ismaele da Agar, ed Isacco da Sara. Perci il racconto che
fa il sacro storico delle vicende di questi due figli del padre
di tutti i credenti non altrimenti una parabola, un apo
logo, una favola, ma una storia verace di fatti realmente ac
caduti. Ma pur di fede, poich S. Paolo in chiarissimi ter
mini lo annunzia, che questa medesima storia delle consorti
e dei figli di Abramo, per altro verissima, allo stesso tempo
una figura ed una profezia. Agar c Sara rappresentano c
predicono i due Testamenti, le due alleanze, la sinagoga e
la Chiesa: Scriptum est quod Abraham duos filios habuit,
44 PARTE PRIMA
ununi de ancilla et unum eie libera.... Haec enim sunt duo
Testamento (Galat. 4). Lo Spirito Santo adunque, nellispi-
rare al sacro scrittore di tessere questo racconto e d e d i
carne tutte le circostanze da cui Io vediamo accompagnato,
ha avuto' in mira tutte due queste cose, cio: di tramandare
ai posteri la storia verace della famiglia di Abramo, e di
figurare e di predire in essa e per essa le vicende della
chiesa di Ges Cristo.
Per riguardo al nuovo Testamento, dottrina comune dei
padri della Chiesa che tutto in esso allo stesso tempo sto
rico e profetico; e che, come S. Agostino si esprime, tutto,
ci che il Salvatore ha fatto corporalmente, ha voluto che
fosse inteso, che fosse preso anche in un senso spirituale:
Dominus noster Jesus Christus quae faciebat corporalitei\
etiam spiritualiter volebat intelligi (Serm. 44 de verb. Do
mini). Perci questo grande dottore, sul Vangelo della Mad
dalena, dice: Che cosa significa egli mai Simone il fariseo,
pieno di presunzione nella sua falsa santit? se non il po
polo giudaico. E la donna peccatrice che viene a prostrarsi
ai piedi del Signore e glieli bagna delle sue lagrime che
altro indica? se non la gentilit convertita alla fede: Quem
pharisaeus, de falsa justtia praesumens, nisi judaicum
populum? Quam peccatrx mulier ad vestigio Domini ve-
niens et plorans, nisi conversata gentilitatem designat? E
nella risurrezione del giovinetto di Naim crede lo stesso
santo dover noi vedere la risurrezione dei peccatori; e nella
gioja della vedova madre nel ricuperare vivo lestinto fi
gliuolo la gioja della Chiesa nel veder ritornare alla grazia
i fedeli: De juvene ilio resuscitato gavisa est mater viduaj
de hominibus in spirita quotidie suscitatis gaudet mater
Ecclesia.
11 pontefice S. Gregorio stabilisce anchesso per canone
generale per tutte le opere meravigliose del Salvatore che
si debbano prendere da una parte come fatCi realmente ac
PARTE PRIMA 45
caduti c dallaltra come lezioni altamente significative, sic
come quelle clic contengono allo stesso tempo ed un pro
digio della divina potenza ed un mistero della sapienza di
vina: Miracida Salvatori,s nostri sic accipienda sunt ut et
in veritate credantur facta, et tamen per significa tionem
nobis aliquid innuant. Opera ejus et per potentiam aliuci
ostendunt, et per mysterium aliaci loquuntur. Ed appli
cando questo canone, fra gli altri, al Vangelo del cieco-nato,
ignoriamo, dice egli, chi sia mai stato codesto cieco: ma
sappiamo per chi per esso ci viene misteriosamente signi
ficato. Il cieco certamente il genere umano, che, avendo
nel suo primo padre smarrita la luce celeste, si giace avvolto
fra le tenebre del peccato che lo strascinano a dannazione;
e che rimane miracolosamente illuminato dalla presenza di-
Aina del Redentore: Quis juxta historiam caecus iste fue-
rit ignoramus: sed tamen quid per mysterium significai
novimus. Caecus quippe est genus humanum, quod, in pa
rente primo claritatem supernae lucis ignorans, clamila-
tionis suae tenebrcis pti tur, secl tamen per Reclemptoris
sui praesentiam illuminatili (Homil. 2 in Evang.).
Cosi ancora Ges Cristo ha veramente risuscitati alla vita
naturale i tre estinti dei quali parlano gli Evangelisti : la
figlia deHarcisinagogo, il figlio della vedova di Naim e La-
zaro fratello di Marta c di Maria. La prima nel letto stesso di
morte; il secondo, mentre Io conducevano al sepolcro; il
terzo, gi da quattro giorni sepolto. Ma vero altres, poi
ch i Padri della Chiesa concordemente lo insegnano ed in
particolare S. Agostino, che le storie di queste tre diverse
risurrezioni sono misteriose c profetiche, e che esse rappre
sentano la risurrezione delle anime dalla morte della colpa
alla vita della grazia: Omnis qui peccqt moriturj sed Deus
magna misericordia animas suscitatile moriantur in aeter-
num. Intelligimus ergo tres mortuos quos in corporibus su-
scitavit, aliquid significare de resurrectionem animar um.
46 PARTE PRIMA
E tutto acconciamente allo scopo nostro osserva il mede
simo Santo che il cercare cos un senso allegorico in un
'fatto storico non indebolisce altrimenti 1*autorit del rac
conto, come la infallibile verit della storia non impedisce
che vi si rintracci un senso allegorico e si tenga ancor esso
per indubitato e per vero: Quamquam, secundum Evange-
listae historiam, resuscitatimi Lazarum piena fide tenea-
musj tamen in allegoria aliquid significare non dubito;
neque, quia res factae allegorizantur, gestae rei fi'dem
amittunt. Lo Spirito Santo adunque, nellavere dettato agli
Evangelisti queste tenere narrazioni con tutte le particola
rit che vi sono annesse, ha voluto che fossero registrati que
sti tre luminosi prodigi del potere e dell amore di Ges
Cristo per prova della sua missione e della sua divinit; e
dallaltra parte ha voluto profetizzare e figurare le diverse
operazioni della grazia nella conversione dei peccatori, che
dimanda tanto maggiori preparativi e sforzi della divina po
tenza quanto pi lungo il tempo trascorso dalla spirituale
loro morte, e che, secondo S. Gregorio, un miracolo an
cora pi grande e pi stupendo della stessa risurrezione dei
morti: Majus quippe miraculum est peccatorem convertere
quam mortuum suscitare. Perci, contiuua lo stesso santo
pontefice, la fanciulla risuscitata nella propria casa significa
luomo che gi c caduto in peccato e' vi giace segretamente
immerso. II giovinetto ritornato a vita fuori della porta si
gnifica il peccatore divenuto impudentemente pubblico. La-
zaro poi cavato dal suo sepolcro significa il peccatore che,
come sotto di un sasso, oppresso dal peso della rea con
suetudine e dellabito contratto nel suo peccato: Puellam
in domo, adolescentem extra portam, in sepulcro autem
Lazarum susctavit. Adhuc quippe in domo mortuus ja-
cet qui jacet in peccato. Jam quasi extra portam ducitur
qui iniquitatem usque ad inverecundiam publcae perpe-
tralionis operatur. Sepulturae vero aggere premitur qui in
PARTE PRIMA 47^
perpetratione nequitiae etiam usu consuetudinis pressus
gravatur.
Premesso tutto ci, svanisce la difficolt che presenta il
passo della Sacra Scrittura che andiamo spiegando. Imper
ciocch, a somiglianza di quelli che test abbiamo citati, ha
ancor esso un doppio senso ed un doppio significato: il senso
storico ed immediato, ed il senso remoto, misterioso e pro
fetico. Il senso storico ed immediato si che Ges Gristo
ha dato Maria a Giovanni per madre, e Giovanni a Maria per
figliuolo. Il senso remoto profetico si che nella persona
di Giovanni diede anche noi per figli a Maria, ed a noi Ma
ria per madre; e questi due sensi, secondo la regola che ab
biamo accennata, sono egualmente veri, egualmente "reali,
egualmente certi, perch egualmente avuti in mira da Ges
Cristo ed egualmente contenuti nelle sue divine parole.
La sola differenza si che la figliuolanza di S. Giovanni
ne lo scopo occasionale, prossimo ed immediato; e la no
stra figliuolanza ne lo scopo finale, mediato e remoto: luna
la figura e la profezia; laltra il figurato, il termine e il
' compimento. Nel primo senso Ges Cristo ha operato nella
qualit che veramente avea di figliuolo di Maria e di mae
stro di Giovanni; e come tale ha voluto consolar luna e ri
munerar laltro. Nel secondo senso ha operato nella qualit
che pure avea realmente di Redentore e Salvatore degli uo
mini; e come tale ha voluto destinar'loro Maria per rifugio
e per ajuto nelle vie della salute. Siccome nella persona di
Ges Cristo luna qualit non distrugge laltra, cos lun
senso non distrugge laltro nelle sue parole. La sapienza e
lamore di Ges Cristo ha saputo riunire e combinare i due
, sensi, come avea in s stesso riunito i due caratteri e com
piutine i rispettivi doveri: poich proprio della potenza
divina e della fecondit della sua parola di produrre con
una sola operazione due effetti, di significare con una sola
frase due pensieri, di giungere per un solo mezzo a due fini,
48 PARTE PRIMA
di compiere con una sola disposizione due disegni. La no
stra adozione dunque cos vera come quella di S. Gio
vanni. L'essere stata data veramente a lui Maria per madre,
non impedisce che essa sia stata con egual verit data per
madre anche a noi : e le parole di Ges Cristo contengono
altres il mistero, latto solenne della nostra adozione.

C apo V I. Altro canone di S. Agostino nell in te rp re ta z io n e dei L ibri


S anti. S u a applicazione alle parole dette a M aria ed a G iovanni da
Ges Cristo in croce. O scurit di queste parole q u a n d o si p ren d a n o
solam ente nel senso im m ediato. Non ben s inte n d o n o e non ap pa jono
di u n a rigorosa precisione, se non q u a n d o vi si scorge anc o ra il m i
stero della n o s tr a adozione.

Se non che, secondo unaltra regola di S. Agostino per


linterpretazione dei Libri Santi, non tutte assolutamente le
parole, le espressioni, glincidenti, le circostanze registrate
nelle Sacre Carte hanno altrimenti un doppio significato. Ve
ne sono alcune che nulla pi importano di quello che littc-
ralmente appalesano. Vi si trovano esse solo per ajuto di
quei fatti che veramente sono misteriosi e che, oltre il senso
storico, contengono ancora il senso profetico. Prese perci
separatamente hanno solo un senso immediato: ed il senso
rimoto non lo hanno che col tutto cui servono ed in gra
zia di cui sono adoperate. In quella guisa appunto, dice
questo granduomo, onde nella cetra le sole corde si adat
tano allaccompagnamento del canto: ma perch esse diano
il suono che se ne ricerca, bisogna che siano distese sopra
un legno di uria certa foggia costrutto e di una certa fi
gura. E sebbene questo legno e questa struttura per s non
suonino, sono per nccessarii perch suonino le corde; c
dal tutto insieme si compone lo strumento e si ottiene lar
monia : Non sane omnia quae gesta narrantur liud etiam
significare putanda suntj secl propter illa quae aliud si
gnificanti ca quae nihil sigilificant attexuntur. Soli enim
Parte prima 49
nervi in cilharis aptgntur acl cantumj sed ut apiari jos-
sint, insimt et caetera in compaginibus organorum, quae
non percutiuntur a canentibus, sed ea quae percussa re-
sonant his conne et untar (De eiv. Dei, lib. 16, cap. 2).
Ma come si fa a distinguere i passi puramente storici da
quelli che allo stesso tempo sono profetici e misteriosi? 11
celebre Cornelio A-Lapide d una regola per fare questa dis
tinzione e questa scelta. Osserva egli che alcune volte si
trovano nella Scrittura dei passi che, presi litteralmente, per
quanto si faccia loro violenza, non presentano alcuna plau
sibile significazione; perch contengono espressioni e circo
stanze che non convengono affatto; o convengono solo in un
senso assai improprio ed iperbolico alla persona o alla cosa
che ne sembra Timmediato soggetto. Or, essendo allora im
possibile il fermarsi al senso immediato, bisogna di tutta ne
cessit suppore e cercare, ne! passo di che si tratta, il senso
misterioso e profetico, nel quale solamente le suddette espres
sioni hanno una significazione naturale, piena e perfetta;
come apparisce in quello che nel secondo libro deRe di
cesi di Salomone, e che non litteralmente vero se non
quando a Salomone si sostituisce Ges Cristo. Egli di que
sto modo che, quando un passo scritturale profetico, lo
stesso Sacro Testo ce ne avverte per la stessa oscurit e con
fusione che presenta nel senso prossimo ed immediato:
Scriptura Sacra, maxime in Prophetis, subinde comple-
ctitur typum et antitypum, loc est rem quam proprie
verba significante et simul allegoriam quam res illa re-
praesentatj sed ita ut quaedam magis typo, quaedam ma-
gis antitypo conveniant: tumque duplex est illius loci sen-
sus lilteralis, prior historicus, secundus propheticus. Exem-
plo est II Regum cap. 7, ubi ad luterani loquitur de Sa-
lomonej sed tamen per hyperbolem quaedam de eo dicit
quae proprie et plene ad litteram soli Christo competunt
(Canon, in Pentateuci!.).
so PARTE PRIMA
A maggiore schiarimento di questa regola si pu ancora
citare il salmo quadragesimoquarto. lsso un epitalamio
composto per le nozze di Salomone colla figlia del re di
Egitto. Vi sono per delle espressioni troppo elevate e che
litteralmente non possono convenire n a Salomone n alla
sua sposa. Elei monarca vi si dice che bello al di sopra di
tutti i figli degli uomini, Speciosus forma prae fliis homi-
num j che Dio lo ha perci benedetto in eterno, Propterea
benedixit te Deus in aeternumj che Dio stesso la sua sede,
Sedes tua Deus. Della regina poi si aggiunge che il regio
consorte ne ha amata la bellezza, perch suo signore e
suo Dio, e che riscuoter adorazione ed omaggi, Concupi
va rex speciem tuam, quoniam ipse est dominus Deus
tuus, et adorabunt eum; che tutta la gloria di questa ma
trona interiore e nascosta, Omnis gloria ejus filiae regis
ab intusj che avr figli pi illustri degli antenati, cui essa
costituir principi sopra tutta la terra, Pro patribus tuis
nati sunt libi filiij constitues eos principes super omnem
terramj che per ci i popoli la riconosceranno per madre
e le renderanno eterni omaggi ne secoli dei secoli, Pro
pterea populi confitebuntur tibi in determini et in seculum '
seculi. ra tutte queste cose sono troppo elevate, queste
espressioni sono troppo magnifiche e non possono solo in
tendersi di Salomone e della sua sposa; e volendosi fermare
al senso immediato, il salmo sembrer stranamente iperbo
lico e non se ne avr una plausibile intelligenza. Per tali
espressioni adunque il Profeta ci avverte che non bisogna
rimanere nella lettera, che qui vi del mistero, che que
sto sposalizio una figura di uno sposalizio di gran lunga
pi santo, pi nobile c pi augusto, cio dello sposalizio di
Ges Cristo colla Chiesa: poich applicando solo le suddette
espressioni alla Chiesa ed a Ges Cristo, si troveranno esse
di una esatta verit, di una convenienza rigorosa ; ed il salmo
ha una spiegazione naturale, piena e perfetta.
PARTE PRIMA ;)l

Cos ancora nel nuovo Testamento, Ges Cristo, dopo avere


spontaneamente e senza esserne stato punto richiesto ri
sanato il paralitico che da trentotto anni giaceva nel por
tico della piscina, gli dice: Ora sci sano; bada dunque bene
di non pi peccare, perch non tintervenga di peggio: Ecce
sanus factus esj ja m noli amplius peccare, ne deterius tibi
aliquid contigat (Joan. 5 ). Ora questa circostanza e que
sta espressione del Signore, che par che non abbia da far
nulla colla corporale infermit da cui quel misero stato
da s lungo tempo afflitto, ci avverte che tutto questo rac
conto, oltre di essere una storia verace, altres una figura
ed una profezia, e che la reale guarigione dalla paralisi del
corpo significa la guarigione dei mali dellanima, che dob
biamo aspettare dallazione gratuita della grazia.
Pertanto, applicando tutta questa dottrina al caso nostro,
si vede a prima vista che nel passo del Vangelo che con
tiene 1 adozione di S. Giovanni vi sono certe espressioni e
certi modi che, presi sojo nel senso immediato, restano ines
plicabili. Siamo dunque da ci stesso avvertiti che qui vi
nascosto un mistero, e che le parole: Ecco la tua madre,
Ecco il tuo figlio, oltre il senso immediato, hanno ancora
un altro senso pi nobile e pi importante.
In effetto, vediamo da prima che Ges Cristo chiama Ma
ria semplicemente donna, e non gi madre. Ora perch mai
nemmeno in una circostanza s dolorosa, nemmeno nellul
tima volta che le parla da uomo passibile, le d il titolo di
madre che le s giustamente dovuto?
In quanto poi a Giovanni non egli altrimenti indicato
col nome suo proprio, ma col nome comune di discepolo
caro a Gesti. Ora forse solo Giovanni discepolo di Ges
Cristo ed amato teneramente da lui? Non avr mai il Si
gnore altri discepoli che gli saranno sino alla morte fedeli,
clic lo ameranno teneramente e saranno teneramente da lui
riamati?
o2 .PARTE PRIMA
In terzo luogo, non disse il Signore a Maria: Io da oggi
innanzi vi destino, vi assegno, in mia vece, Giovanni per
figliuoloj n a Giovanni: Io vi confido, io vi cedo da oggi
innanzi Maria per madrej ma semplicemente dice all una:
Ecco il vostro figlio; ed allaltro: Ecco la vostra madre. Ora
lespressione ecco, nel suo senso pi ovvio e pi naturale,
indica piuttosto cosa che di gi accaduta ed esiste nel pre
sente, di quello che cosa che deve accadere nellavvenire. Il
dire: Eccoti vostro figlio. dunque lo stesso che dire: In
questo momento voi siete divenuta madre, ed ecco in Gio
vanni il figliuoto che avete generato; ed a Giovanni: In
questo momento voi nascete avita novella, ed ecco in Ma
ria la madre che vi ha partorito. In somma lespressione
del Signore sembra la dichiarazione piuttosto di un fatto clic
in Maria si compie indipendentemente dallaltrui concorso,
di quello che di una donazione, di una disposizione libera
di Ges Cristo. Ora come mai Maria ha partorito appi della
croce Giovanni, e Giovanni nato ivi da Maria?
Finalmente, la vera madre, la madre carnale di S. Gio
vanni era non solo vivente, ma, secondo S. Matteo, presente
ancora colle altre sante matrone alla scena misteriosa del
Calvario: Erant autem mulieres multae a longe...Inter quas
water filiorum Zebedaei. Se dunque Maria poteva aver bi
sogno dellajuto dellaltrui figlio, stando per perdere il pro
prio, Giovanni, che ha ancora superstite la sua propria, non
avea bisogno dellaltrui madre: e se era giusto che a Maria
'vedova si desse un figliuolo che le tenesse, il luogo di quello
di cui stava per esser privata, non parea giusto egualmente
che questo figliuolo fosse tolto alla madre sua naturale sotto
gli occhi stessi di lei per esser dato ad una madre adottiva.
Queste sono le difficolta che presenta il sacro testo che
abbiam per le mani, quando non vi si vuole vedere altro
che latto delladozione di S. Giovanni, Esso apparisce oscuro
e confuso; anzi alcune sue particolarit rimangono inespli-
PARTE PRIMA 33
cabili. Ora. secondo la regola che abbiamo indicata, questa
stessa confusione, questa stessa oscurit, questa stessa diffi
colt di trovarvi una spiegazione completa col solo senso sto
rico ed immediato, sono una prova che lo stesso testo con
tiene ancora un senso misterioso e profetico; ed esso stesso
ci avverta che il fatto merita maggiore attenzione di quello
che a prima vista sembri di esigere; che vi si contiene pi
di quello che apparisce; che sotto la superficie della storica
verit vi nascosta una figura ed una profezia; che biso
gna, dice Dionisio Cartusiano; cercare altro personaggio sotto
il velo di quello che litteralmente nominato: e che le pa.-
role dette a Maria ed a Giovanni da Ges Cristo dallalto
della sua croce, oltre il mistero della vera figliuolanza di
Giovanni rispetto a Maria e della vera maternit di Maria
rispetto a Giovanni, contengono ancora un mistero di gran
lunga pi elevato c pi importante, perch vantaggioso ad
un maggior numero, pi glorioso per Maria e sopra tutto
pi degno della situazione in cui allora trovavasi il Salvatore
del mondo: il mistero, cio, della nostra figliuolanza rispetto
a Maria e della maternit di Maria rispetto a noi, che da
Giovanni ed in Giovanni erayamo tutti rappresentati c com
presi: Discipulus iste electus designai unumquemque fide-
lem. Cum ergo Christus dixit Joanni: Ecce mater tua,
wpicuique christiaio dedit Matrem suam in matrem (in
Joan.).
E mirate difatti come, attribuendo questo senso alle pa
role del Salvatore, esse acquistano una significazione pi
completa e pi litterale; come tutte le,difficolt svaniscono,
tutti i dubbii si dileguano: e quelle stesse espressioni che
prima recavano confusione ed imbarazzo, appariscono di una
ammirabile giustezza e di una rigorosa propriet.
Intendiamo da prima, dice Cornelio A-Lapide, perch in
questa misteriosa circostanza solenne Maria chiamata donna
c non madre. Ges nel dichiararla madre nostra operava
La M adre di D io . 4
84 PARTE PRIMA
nella sua qualit pubblica di Redentore degli uomini c nou
gi nella sua privata qualit di figliuolo di Maria. Ha dovuto
perci usare, riguardo a Maria, una espressione capace di
dinotare che, in quello che stava per dire, non avea tanto
in mira i suoi rapporti personali verso Maria quanto i suoi
rapporti generali verso degli uomini, dequali trattava la
causa e consumava la salvezza: Ut ostenderet affectus hn-
manos se erga parentes exuisse. Ora quale espressione pi
propria perci di quella di donna, colla quale pare che ab
bia voluto dirle: Io non penso tanto in questo momento che
sono vostro figliuolo quanto che io sono il Redentore degli
uomini e che voi ne siete meco la corredentrice; e in que
sta qualit appunto io tutti ve li confido per figliuoli. La
parola madre avrebbe renduto pi plausibile il senso im
mediato, ma essa avrebbe oscurato il senso misterioso e pro
fetico. La parola donna lo discuopre, lo indica e lo manife
sta in tutta la sua dignit e in tutta la sua grandezza.
In secondo luogo, veniamo ad intendere ancora perch il
Signore non abbia detto: Io vi destino per figlio - Io vi con
segno per madrej ma sibbene: Ecco la vostra madre, - Ecco
il vostro figlio. Se si fosse solo trattato in questa so
lenne dichiarazione di dare a Giovanni un premio^ed avia
ria un sollievo, lespressione, Io vi consegno per madre -
Io vi destino per figlio, sarebbe stata pi propria e pi
acconcia; poich Maria, non avendo n corporalmente n spi
ritualmente generato Giovanni in quanto uomo particolare,
esso non poteva divenirne figliuolo che per donazione di
Ges Cristo. Ma supponendo che qui si tratti di tutti i cri
stiani, anzi di tutti gli uomini, lespressione io vi consegno,
io vi confido, avrebbe in certo modo occultato la parte che
/Maria ha avuto alla loro nascita spirituale, e ne avrebbe di
minuita la gloria: poich avrebbe dinotato che Maria 'di
venuta nostra madre solo, a cos dire, per grazia e non gi
per alcun titolo di giustizia. Al contrario egli certo, come
PARTE PRIMA do
vedrassi a suo luogo, clic Maria, dice S. Bernardino da Siena,
colla sua cooperazione amorosa al ministero della redenzione
ci ha veramente partorito sul Calvario alla vita della gra
zia; che nellordine della salute tutti siamo nati insieme-
mente dai dolori di Maria, come dallamore del Padre eterno
e dai patimenti del suo Figliuolo; e che in quei preziosi mo
menti Maria divenne rigorosamente nostra madre per lam
piezza della sua carit e per la generosit del suo martirio.
Ora, volendo il Signore manifestare questo mistero che in
Maria e per Maria si operava in quanto era unita di spirito
e di cuore al Redentore del mondo, si vede bene clic les
pressione: Ecco il tuo figlio, la sola giusta, la sola pro
pria, la sola adattata, poich equivale a questQ discorso:
Donna, in questo momento voi avete partorito; ed eccovi
qui presente il figlio che avete dato alla luce, Ecce filius
tuus. Esso il popolo cristiano, di cui Giovanni insieme
la primizia e la figura. Questo figlio c vostro e veramente
vostro, Filius tuus, non solo perch io liberamente ve lo'
destino, ma ancora perch esso veramente nato dal vo
stro amore e dal vostro dolore. Io non faccio che indicar-
velo e dichiarare la vostra gloriosa fecondit. In Jdanne
intelligimus omties quorum Beata Virgo per dilectionem
facta est mater.
Per la stessa ragione intendiamo perch a Giovanni, che
ha ancora ivi stesso presente la sua madre carnale, si d
unaltra madre in Maria. Imperciocch, subito che si tratta
di una nascita tutta spirituale, si pu benissimo avere unal
tra madre, per la quale, secondo la frase evangelica, si nasce
come da Dio; quantunque si abbia tuttavia la madre, per la
quale si nato dalla concupiscenza e dai desiderii della
carne e del sangue: Qui non ex sanguinibus, neque ex uo-
luntate carnis, sed ex Deo natisunt (Joan. I). E siccome la
vita della grazia la vita verace, la vita completa, la vita
perfetta; cos colei che a questa vita ci genera , a prefe-
PARTE PRIMA
renza della madre carnale, la vera madre, la madre per ec
cellenza in faccia alla quale la madre naturale, che ci ha con
cepiti e partoriti nel-peccato, non merita nemmeno di essere
nominata. Nulla dunque di pi proprio, di pi esatto quanto
lespressione: Ecco la tua madrej'che se', presa nel senso
immediato, sembra oscura, presa per nei senso profetico
misterioso, che Ges Cristo ebbe principalmente in mira,
chiara, energica, precisa, sublime.
Finalmente si comprende ancora perch Giovanni non
altrimenti chiamato col nome suo proprio, ma con quello
generico di discepolo caro a Ges, discepolo amato tenera-
mente da Ges. Imperciocch, supposto che qui Giovanni
entra a parte del mistero non gi come un uomo privato,
ma come il pubblico rappresentante della Chiesa, nulla di
' pi giusto c di pi naturale quanto che sia indicato con un
nome comune a tutti i veri figli della Chiesa e capace
perci di significare la sua rappresentanza. Ora, siccome il
nome proprio dellanima fedele, della figlia della Chiesa, si
appunto la diletta, poich si dice neCantici: Non fate
svegliare la diletta , Ne evigilarefaciatis dilectam, e Ges
Cristo medesimo ha detto: C olui che mi ama diverr* il di
letto del mio P adre ed il diletto mio , Qui diligit me, di-
ligetur a Patre meo, et ego diligam eumj cos Giovanni,
nella circostanza in cui rappresentava tutti i fedeli, non do-
vea esser distinto che col nome di discepolo diletto di Ges.
Questa sola espressione generica ed appellativa, osserva il
dottissimo Silveira, basta a farci conoscere che qui si tratta
di un'mistero universale, che comprende non gi un solo
uomo, ma tutti quegli uomini ai quali conviene questa stessa
qualifica di discepolo diletto di Ges. Sicch le parole del
Signore sono una dichiarazione, amplissima e solenne che
la Madre di*.Ges divenuta la madre di tutti i cristiani:
Joannes est nomea particolare, discipulus commune: ut
denotetur qnod Maria omnibus detur in matrem.
PARTE PRIMA 57
Pertanto non solo il tempo, il luogo, la circostanza in cui
questa tenera dichiarazione fu fatta: non solo la sublime
funzione, che allora esercitava il Figliuolo di Dio, di sacer
dote, di vittima, di Redentore degli uomini; ma i termini
stessi nequali la dichiarazione espressa e che non hanno
. altrimenti un senso chiaro e completo se non in quanto
si rapportano ad un soggetto pi ampio e pi elevato; tutto
evidentemente ci dimostra che essa contiene altres il ti
tolo sacro, Fatto autentico della nostra adozione in* figli
di Maria, e che Maria allora divenne,xcome dice S. Ago
stino, la madre di tutti coloro elle spiritualmente vivono,
mater viventium, o, come S. Ambrogio afferma, la madre
di tutti coloro che cristianamente credono, mater omnium
credentium.

Capo VII. Spiegazione della profezia, fatta d a Dio al serpente, d ella


donxa che gli av re b b e schiaccialo il capo. Questa profezia essendosi
com piuta in Maria a pi d ella croce, q u esta u n a ltr a ragione onde
Ges Cristo ch ia m o lla dorma e non madre; e onde q u e s ta d ic h ia r a
zione del S ignore si deve intendere altres in senso misterioso e p r o
fetico.

Ma la parola donna, adoperata da Ges Cristo, invece di


quella di madre, in questa circostanza misteriosa, ci disco
pre un mistero ancora pi grande, che il vocabolo madre
avrebbe invece oscurato.
Il Profeta reale ha detto che Iddio, anche in mezzo ai
trasporti di una giusta indignazione eccitata dai nostri pec
cati, non dimentica la sua qualit di padre; ed anche men
tre esercita la sua giustizia, si ricorda della fvja misericor
dia: Cum iratus fueris, misercordiae recordciberis.
Or questa condotta di Dio verso degli uomini si mani
festata fin dal principio del mondo in una maniera singo
larissima, alloccasione del primo peccato di cui luomo si
rese colpevole innanzi a lui. Imperciocch nello stesso mo
58 PARTE PRIMA
mento in cui la sua giustizia, sommamente irritata dalla
colpa di Adamo, pronunziava la sentenza tremenda che lo
condannava, con tutta la sua discendenza, alla schiavit,
alla maledizione, alla morte, pronunzi ancora la promessa
del Redentore, pel quale saremmo stati tutti ricomprati, ri
benedetti e richiamati a vita novella; dicendo al serpente:
Io stabilir una perfetta nimicizia fra te e la donna , fra
la ta discendenza e quella di lei. Essti schiaccer il capo;
e tu invano avrai insidiato al suo calbagno, o, come porta
il testo originale, tu romperai il suo calcagno: Inimicitias
. ponam inter te et mulierem, inter semen luum et semen
illiusj ipsa conterei caput tuum, et tu insidiaberis calca-
neo ejus. (Ebraic.): Et tu contefes calcanem ejus.
Or non vi ha nulla di pi certo, dice S. Agostino, di
quello che il serpente, cui furono dirette queste parole, sia
stato il diavolo; e la donna di cui vi si fa lelogio sia stata
Maria: Drgconem illuni diabolum significasse, nullus ve-
strum ignorai; mulierem vero illam, virginem M ariam,
quae caput nostrum integra integrimi peperit (Ad catech.).
Non pu difatti supporsi che Dio per la donna di cui ha
parlato al serpente abbia voluto intendere va, che dal
serpente era stata sedotta e avea dato facile ascolto a pro
messe bugiarde col suo orecchio e molto pi col suo cuore.
Perci va ed il serpente si erano corrisposti col pensiero
e collaffetto. Vi era stata fra loro conformit nedisegni di
ribellione, dingrandimento e di orgoglio in pregiudizio del
lubbidienza a Dio dovuta. Vi era stata societ ed ^micizia
per lopera del peccato. Linimicizia vera, reale, completa,
perfetta della donna contro il demonio stata quella di Ma
ria. Essa ebbe con va simile la natura, ma non lo spirito;
ebbe comune con essa la semplicit, ma non gi la credulit,
la leggerezza, la disubbidienza e lorgoglio. Straniera essa
allo spirito del serpente e ripiena dello spirito di Dio, non
ha voluto che ci che Dio vuole, ed ha detestato ci clic
PARTE PRIMA 59
vuole il serpente. 'stata infinitamente pi umile di quanto
fu va superba; e pi doeile, sottomessa, ubbidiente e fe
dele di quanto va fu indocile, disubbidiente ed incredula.
La vanit non mai entrata nel suo spirito^ n la curiosit
nel suo cuore. Il serpente non ha trovato mai alcuna brec
cia per penetrare nella sua anima. Maria stata dunque la
donna tra la quale e il serpente vi stata divisione la pi
assoluta dinteressi e dintenzioni, lopposizione la pi di* .
retta di desiderii e di condotta, linimicizia la pi profonda,
irreconciliabile, eterna. E sieeome questa inimicizia stata
lopera della grazia onde Dio lha prevenuta, e dlio Spirito '
Santo di cui lha ripiena; cos in Maria solamente si sono
compiute alla lettera le parole dette da Dio al serpente:
Io stabilir inimicizia tra te e la donna: Inimicitias po-
nam inter te et mulierem.
Ma la debolezza, la temerit, la malizia di va avea pro
curata al serpente una posterit o una discendenza : i figli
del peccato di va appartengono al demonio cornea lor pa
dre. Ora, allo stesso modo, la fortezza, lumilt, la santit di
Maria lha fatta divenir madre di Ges Cristo, ed in Ges
Cristo di tutti coloro che sono rinati dalla sua grazia e dal
suo sangue, e che perci appunto hanno per loro vero pa
dre lo stesso Ges Cristo. I figli del demonio, che compon
gono la sua discendenza, sono tutti i peccatori, i viziosi,
glingiusti; coloro che, come va, ne hanno lo spirito di or
goglio, di menzogna, di odio, di perversit. I figli di Ges Cri
sto per, che formano la sua prosapia, e perci appunto la
prosapia della doisno di Maria, che di Ges Cristo madre,
sono tutti coloro che, come Maria, hanno, colla fede, lo spirito
di Ges Cristo; spirito di umilt, di purezza, di sincerit e
di amore: sono tutti i veri cristiani, i santi ed i giusti. Di
queste due discendenze sono formati i due popoli cheS. Ago
stino ha chiamati due citt: Gerusalemme e Babilonia: la
citt dellamore divino e la citt dellamor di s stesso; la
60 PARTE PRIMA
citt-fondata suglinteressi del secolo presente, e la citt
stabilita sulle speranze del secolo futuro: la citt di Dio, e
la citt del diavolo; la vera Chiesa, e il mondo condannato
da Ges Cristo ed escluso dalla sua preghiera. Perci tra
queste due discendenze, citt o popoli vi opposizione in
vincibile di pensieri, di sentimenti,- di operazioni; vi ini
micizia, vi guerra ostinata, implacabile che durer sino
alla fine del mondo, giacch lodio scambievole dei re
spettivi capi si diffuso e si perpetuer nei loro discen
denti. E siccome lo spirito di Dio e la sua grazia che se
para la prosapia eletta e santa dalla riprovata e colpevo
le, cos si adempiono anche' queste parole di Dio al serpe:
Io metter inimicizia fra la discendenza della donna
e la tua: Inimicitias ponam inter semen tuum et semen
illiilS.
Invano per il demonio avea tentato dimpiegar con Maria
ci che gli era riuscito con va: tutti i suoi artificii per trarla
nelle sue vie erano restati delusi. Perci, sostituendo il furor
del lione allastuzia del serpe, gittossi con una cieca rabbia
sul Figliuolo di lei, che pi della stessa Madre lo tenea in
apprensione e in timore. E permettendolo lo stesso Ges
Cristo con quelle parole: Questa lora in cui a voi ed
alle podest delle tenebre dato di prevalere contro di me,
taec est hora vestra ei potestas tenebrarum, il demnio
prese a straziarlo nei pi barbari modi e, come era stato
da Isaia predetto, a spezzarlo, a stritolarlo nella sua carne
inferma e passibile, Attritns est, voluit conterere infirmi-
tatej facendone lacerare questa carne santa e divina coi fla
gelli e trafiggerla coi chiodi. Or siccome la carne in Ges
Cristo era ci che vi avea di men nobile e come il calcagno
nella persona del Dio incarnato,e questa carne.Ges Cristo
aveala avuta da Maria-.cos compissi ancora questaltra parte
dellq profezia di Dio al serpente: Tu spezzerai il calcagno
della donna: Et tu conleres calcnneum ejus.
6
PARTE PRIMA 61
Ma che vale lastuzitr del serpe contro la sapienza di Dio?
Ges Cristo avea nascosta la sua divinit sotto il velo dei-
inumanit : e Maria la sua verginit col velo del matrimonio.
Ges Cristo avea eeclissata la sua maest col sottoporsi ad
ogni genere di tormenti e di obbrobrii, che parcano incom
patibili affatto colla figliuolanza divina; e Maria la sua di
gnit cobsopportare la povert, la miseria, il dolore, che
pareano pure incompatibili colla divina maternit: luno e
laltra aveano occultato sotto le apparenzeduna violenza este
riore, la libert e lamore con cui luna offri il Figliuolo, e
l,altro s stesso alla salute del mondo. Il demonio, al con
trario, argomentando dal suo orgoglio del modo onde avrebbe
dovuto mostrarsi un figlio che avea Dio stesso per padre,
ed una madre che avea un Dio per figliuolo; non comprese
il profondo mistero di una debolezza voluta, consentita, ac
cettata e che avea la sua radice nel cuor posseduto dalla
divina earit. Ingannato dunque dalla esteriore somiglianza
della carne di Ges Cristo con quella dei peccatori, non vide,
dice S. Leone, la santit esente fino dallombra del peccato,
che distingueva Ges Cristo da ogni altro uomo; credette
che il secondo Adamo come avea del primo la carne, ne
avesse le opere; e come ne avea ereditata la natura, ne avesse
ereditata la colpa: e lo riguard come uno degli schiavi che
il primo peccato avea assoggettato al suo impero : Non vidit
libertatem singularis innocentiae, similitudinem perse
guendo naturae: Adam enim primus et Adam secundus
imam erant naturai non opere. Quindi os di esercitare
il suo potere tirannico, di flagellare, di crocifiggere la san
tit stessa, in cui non avea potuto scorgere alcun vestigio
di colpa: e questatto di orribile ingiustizia di avere straziato
cd immolato alla sua crudelt chi nqn gli dovea nulla, il
nuovo Adamo, capo di un popolo di santi, gli fece perdere
i dritti funesti che la temerit del primo Adamo gli avea
acquistati sopra un popolo di riprovati: Ibi exator ausas
62 PARTE PRIMA
est esse debiti ubi millum potuit vestigium invenire pec
cati. Omnium captvorum amisit servitutem dum nihil
sibi debentis persequitur libertatem. Cos Ges Cristo sul
Calvario, non gi collo sfoggio del suo potere divino, cio
col capo; ma coll'umilt, colla miseria, colla debolezza del
lumana sua carne, cio col piede, col tallone, colla parte pi
lontana dalla testa e la pi vicina alla terra ed al serpe me
desimo, gli ba schiacciato il capo; e quello stesso calcagno,
ovvero quella stessa carne, che il serpente avea stritolata,
servita a stritolare lui stesso. Esso non pot fare al cal
cagno o a llumanit del Signore che ferite passeggere, che
tosto furono rimarginate; ed invece ne ha riportato non of
feso il piede, ma fracassata la testa: e questa sua sconfitta
gli stata comune con tutti.i principi delle tenebre, e ne ha
distrutto limpero: Omnes principati per abiectionem pas-
sibilis carnis elisit. Qr siccome Ges Cristo vero figliuolo
di Maria, e la carne di lui, nella quale ha riportata s bella
vittoria, Maria che glie lha fornita; cos vero il dire che
questo trionfo ancor di Maria, che essa nel Figlio e per
mezzo del Figlio crocifisso ha schiacciata al serpente la testa :
e perci si adempiuta anche laltra parte dalloracolo di
vino, che la donna schiaccerebbe il capo al serpente con
quello stesso calcagno ehe il serpente avrebbe schiacciato
e infranto: Ipsa conter et caput tuum; et tu conteres cal-
caneum ejus.
Non solamente per Maria per mezzo di Ges Cristo suo
figlio, al di cui sacrificio prende una importantissima parte,
schiaccia sul Calvario al serpente la testa; ma, nel modo chi
sar ampiamente spiegato nella seconda parte di questopera,
diviene ancora a tutto rigore di termini la madre,di tutti i
figli di Dio, di tutti i veri cristiani, di tutta la Chiesa, di
una posterit che mai non mancher sino alla fine del mondo.
Nel giorno delPAnnunziazione Maria divenne madre di
Ges Cristo ossia del capo; mala maternit sopra le meni-
PARTE PRIMA 63
bra di questo capo, ossia sopra i fedeli che compongono
la Chiesa, non lha acquistata che sul Calvario, poich ivi
la Chiesa nacque dalle piaghe e dal sangue di Ges Cri
sto. E siccome Ges Cristo figlio di Maria, cos la Chiesa,
ossia la posterit o la discendenza di lui, divenne la di
scendenza o la posterit anche di lei; e Giovanni, il fe
dele Giovanni, amato singolarmente da Ges Cristo, ne
fu il tipo e la figura, poich le sue virt e le sue qualit
esprimono al vivo le qualit deveri figli di Ges Cristo e
di Maria.
Non si pu dunque dubitare che la profezia del Genesi
dellinimicizia tra la donna e il serpe, e della discendenza
o stirpe di Maria che unita al suo capo avrebbe schiacciato
al serpente la testa ed umiliato lorgoglio, non si pu, dico,
dubitare che questa magnifica profezia, la pi antica di tutte
le profezie delle grandezze di Ges Cristo e della divina sua
madre, siasi compiuta sul Calvario. Perci un raggio di
luce, un tratto di sapienza tutta divina lavere Ges Cristo
detto allora a Maria: Donna e non gi madrey poich cop
questa sola parola, che la stessa onde Iddio medesimo quat
tromila anni prima avea significata Maria, Ges Cristo ci ma
nifesta e ci rivela che questa donna del Calvario la stessa
donna di cui fu parlato nel paradiso terrestre, e che il mi
stero della sua stirpe e della sua maternit sopra i figli di
Dio, e del suo trionfo sopra del serpe, profetizzato tanti se
coli prima, ora si compie; e per le soggiunge il Signore:
Ecco il tuo figlio; ci che fu lo stesso che dirle: 0 Maria,
in questo momento, in cui voi unita a me con una perfetta
conformit di pensieri, di sentimenti e di affetti vi immo
late in me e con me, voi siete la donna, la donna perfetta,
la donna per eccellenza che schiaccia al serpente la testa. In
questo momento voi divenite madre di una posterit santa;
ed ecco qui in Giovanni il tipo e la figura dei figliuoli clic
non nasceranno, ma sono come gi nati dal vostro amore e
64 PARTE PRIMA
dal vostro dolore; e per sono figli veramente vostri: Mu-
lier ecce filius tuus.
Da ci ancora sintende che cosa si deve pensare di que-
glinterpreti che, sullautorit di un antico poeta, dicono che
Ges Cristo chiam Maria donna e non madre, per non af
fliggerla troppo e non lacerare il materno suo cuore; perch
la dolce e pia parola madre lavrebbe renduta attenta alla
differenza infinita del figlio naturale e legittimo che perdea
dal figlio adottivo chele veniva fasciato come in compenso;
ed avrebbe accresciuta la sua pena e lacerato pi aspra
mente il materno suo cuore: Ne materna pium lacerar et
viscera nomen. Cio a dire che questa interpretazione, per
altro pia, non corrisponde abbastanza alla dignit del Re
dentore che ha pronunziata s grau parola, e della corre
dentrice che ne era limmediato oggetto; e se si ammette
sola, fa scomparire in certo modo uno depi grandi misteri
che si sono compiuti sul Calvario e che Ges Cristo si de
gnato di scoprirci:'per farci intendere che in quei grandi
momenti avea-egli presenti alla mente divinai Libri Santi;
che ne andava adempiendo tutto cichegli stesso vi avea fatto
scriverebbe lantico Testamento fu una profezia continuata,
del nuovo; che il nuovo scopre i misteri dellantico, nascosti
sotto il velo dell'allegoria e della figura, che tutti e due si
tramandano una luce divina che li spiega, che li comprova,
che li conferma; e che sono come due colonne che si so
stengono a vicenda e formano, come dice S. Paolo, il fon
damento sopra di cui si erge trionfante il grande e magni
fico edificio della vera religione.
Stabilita per cos la verit del mistero, tempo di con
siderarne le forme nelle quali questo dono prezioso di Maria
per madre ci stato da Ges Cristo conceduto, e le liete con
seguenze che ne derivano.
PARTE PRIMA or;

Capo V ili. La n u o v a a l le a n z a , com e la n t ic a , sta ta conchiusa in


form a di T estam ento. F o rm a lit e sostan za del T e sta m e n to di Ges
Cristo sul C alvrio 'L a destinazione di M aria a n o stra m a d re ne fa
p arte e lo com pie.

universale dottrina dei Libri Santi che ambedue le di


vine alleanze, fatte luna col popolo ebreo, laltra col po
polo cristiano, sono state conchiuse nelle forme e nei ter
mini di Testamento. Mos nellannunziare la prima: Que
sto, dice agli Ebrei, il sangue del Testamento che Dio vi
ha destinato, Hic sanguis Testamenti quod mandavit acl
vos Deus (Hebr. 9); e Ges Cristo, nel dichiarare la se
conda, nella sua ultima cena, ripetendo quasi le stesse pa
role di Mos, come per dimostrare che Tanlica alleanza era
della nuova il tipo e h figura, disse anchegli agli Apo-
toli: Questo il mio sangue del Testamento novello, Hic
est sanguis meus novi Testamenti'. Ed perci che la parte
del santo codice che contiene le condizioni e le leggi, la
storia e le vicende della prima alleanza, si chiama 1 antico
Testamentoj e quella che tratta della seconda alleanza, si
nomina il Testamento nuovo.
Sebbene per queste due alleanze sono somiglianti nel
nome, sono per fra loro tanto nella natura diverse quanto
il figurato diverso dalla figura, il prototipo daHimagine,
la realt dallombra, lo spirito dalla carne, il cielo dalla terra,
luomo da Dio.
Difatti quel primo Testamento fu conchiuso pel ministero
di Mos, che, per quanto fosse rivestito di una missione e
di un carattere divino, non era nulla pi che un uomo: il
secondo per stato compiuto pel ministero di Ges Cristo.
Figlio di Dio e Dio esso stesso, che perci si chiama da
S. Paolo il mediatore del Testamento novello, Et ideo novi
Testamenti mediator est (Hchr. 9). Il primo, secondo lo stesso
06 PARTE PRIMA
Apostolo, fu scritto con un inchiostro misterioso sopra tavole
eli pietra; il secondo stato scritto collo spirito di Dio vi
vente, colla sua grazia sopra gli stesssi cuori degli uomini,
Scripta non atramente, secl spiritu Dei vivi j non in tabulis
lapideis, secl in tabulis cordis (Il Cor. 3). Il primo promet-
tea un regno, uno stabilimento, una eredit temporale e ter
rena; il secondo promette un regno, uno stabilimento, una^
eredit spirituale, immarcescibile, incontaminata, celeste ed
eterna: In haeredilatem, incorruptibilem et incontamina-
tam et immarcescibilem conservatavi in caelis in vobis
(I Petr. 1). Lo spirito del primo Testamento era spirito di
servile timore, capace di far nascere degli schiavi; e lo spi
rito del secondo spirito di amore, capace di formare dei
figliuoli adottivi che Dio invocano come proprio padre: Non
enim atccepistis spiritimi .servitutis iterimi in timore; secl
spiritimi adoptionis, in quo clamamus: A bba, Pater
(Rom. 8). Il primo fu confermato colla morte e col sangue
di vittime puramente carnali : il secondo colla morte e'eol
sangue prezioso del medesimo Ges Cristo, agnello divino,
santo, puro ed immacolato: Pretioso sanguine, quasi agni
immaculati Christi et incontaminati (I Petr. 4). 11 primo
finalmente fu compiuto, pubblicato, solennizzato sul Sinai?
laltro sul monte Calvario, allora quando il divino testatore
medesimo, ministro e vittima del suo medesimo Testamento,
ebbe pronunziata quella sublime e misteriosa parola: T utto
ormai compiuto : Consummatum est (Joan. 49).
Che fa dunque Ges Cristo sulla sua croce? A che pensa:
Di che si occupa? Ahi egli, saziato dobbrobrii, abbeverato
di fiele, oppresso dal dolore, colmo di affanni dai figli degli
uomini,dichiara le.sue ultime volont a loro vantaggio: dis
pone di tutto ci che il suo Padre aveagli messo in potere;
divide tutta la sua eredit; compone, detta e solennizza, dice
S. Ambrogio, il suo pubblico e privato testamento: Condebat
Dnminus non solum publicum, sed et domesticum testa-
mentum.
PARTE PRIMA 07
S
Nullo monco in cifrilo alla solennit, al rito di un vero
testamento. Oltre colui che lo forma, vi sono ancora pre
senti ed accettanti coloro .in vantaggio di cui formato, per
mezzo, dir cos, dei rispettivi loro procuratori. I soldati
romani rappresentano i gentili ; gli abitanti di Gerosolima,
il popolo giudeo: le Marie, i giusti; i ladroni, i peccatori.
S. Giovanni poi, dice S. Ambrogio, sostiene e compie le fun
zioni di gran cancelliere, di notaro pubblico della Chiesa, ed
insieme di testimonio degno di un si gran testatore: Con-
debat Dominus testamentumj et hoc testamentum signabat
Joahties, dignus tanto testatore testis. E perch, come ar
gomenta S. Paolo, non vi testamento vero senza la morte
del testatore, e questa morte che lo rende valido, che d
dritto alla eredit ed apre la successione, Ubi testamentum
est, mors necesse est intercedat testatoris: testamentum
enim in mortuis confirmatum estj alioquin nondum vatet
dum vivit qui testatus e s t perci Ges Cristo veracemente
e realmente morto sulla sua croce poco dopo di aver mani
festate le sue ultime volont: Et haec dicens expiravit. E
perch il primo testamento fu confermato, suggellato ed
autenticato col sangue e collacqua, giacch Mos, dopo di
averlo fatto e pubblicato, asperse, secondo S. Paolo, col san
gue delle vittime svenate e morte, e con acqua, il libro stesso
in cui questo divino mandatosi conteneva, ed il popolo che
lo avea ascoltato e ne avea fatta la solenne accettazione, Nec
primum quidem testamentum sine sanguine dedicatimi
estj ledo enim mandato legis a Moyse universo populo,
accipiens sanguinem vitulorum cum aqua, ipsum quoque
librimi et populum aspersif (Hebr. 9) ; cos ancora, dopo la
morte di Ges Cristo, dal'suo prezioso costato sgorg'del
sangue e dell acqua, onde furono bagnati ed aspersi tutti
coloro che vi erano presemi, Et continuo exivit sanguis et
aqua. Finalmente siccome tutto il popolo ebreo sebbene
fosse stato presente alla stipulazione del primo testamento,
m PARTE .PRIMA
pure solo Mos da Dio scelto per annunziarlo, per regi
strarlo, per scriverlo, come difatti lo ha scritto e lo ha re
gistrato nelle sue pi minute circostanze nellEsodo: cosi,
riguardo al secondo, sebbene non solo Maria e le altre pie
*donne, ma gli stessi 'crocifissori, gli stessi nemici di Ges
Cristo ne siano stati testimonii e parte; pure Giovanni
singolarmente incaricato di fare attenzione a tutte le circo
stanze che lo hanno accompagnato, di raccoglierne tutte le
particolarit, di registrarle e di stenderne latto autentico;
ci che egli ha fedelmente eseguito nel suo Vangelo: sicch
pu perci particolarmente riguardarsi, .dice Cornelio A-La-
pide, come l'archivista e lesecutore del testamento di Ges
Cristo: Hoc fuit Christi testamentum, cujus'testamentarius
et exequutor fuit Joannes. E difatti solo Giovanni ha narrata,
la ferita della lanciata, ultima prova della morte reale del
testatore; leffusione delle ultime stille di sangue che gli era
restato nelle vene e dell acqua che scaturirono dallaperto
costato senza mescolarsi o confondersi; e di tutto ha tenuto
' conto, tutto ha minutamente descritto, lasciandone pubblico
istrumento, apponendovi la sua sottoscrizione e dichiarando
con una specie di giuramento che quanto ha scritto, tutto
ha egli coi propri occhi osservato", ed udito colle proprie
orecchie, e toccato colle proprie mani, sino alla sepoltura del
suo Signore e maestro; e che la sua testimonianza sincera
e verace: Et qui viclit testimoni am jperhibuitj et scimus
quia veruni est testinionium ejits. Quod viclimus, quoti au-
clivimus, quoti manus nostrae conti' a et aver unt de Verbo
vitae, hoc annuntio.musvobis.
Or questo testamento divino del nostro amorosissimo e
tenerissimo padre contiene diversi articoli. Nella preghiera
da Ges Cristo fatta in favore dei suoi crocifissori assicu
rata ai peccatori rei di qualunque pi enorme eccesso la ri
conciliazione e il perdono, tanto solo che vogliano profit
tarne; riconciliazione che d il dritto alla figliuolanza divina,
PARTE PRIMA G<)
c perci ancora alleredit che cornea figliuoli ci si appar
tiene, Si flii, et haeredes; ed era la prima condizione ne
cessaria ad esprimersi, perch il testamento potesse riguar
darci, e per poter noi entrare a parte degli altri doni. Nella
promessa fatta al buon ladro, il Figlio di Dio dispone del
suo regno celeste, come lo avea promesso, anche a nostro
vantaggio, Ego dispono vobs regnimi (Lue. 22), e ne d il
dritto e la solenne investitura non solo ai giusti, ma a tutti
ancora i veri penitenti. Nella misteriosa sete che ha mani
festato, ha significato lardore della sua carit per la nostra
conversione e per la nostra salute, Sitis haec est de ardore
delectionis, come dice S. Cipriano; ed quella medesima
sete delle anime per la quale lamoroso Salvatore chiedeva
in vita da bere alla Samaritana, Mulier, da mii bibere. E
siccome questo desiderio e questa sete nel Figlio di Dio non
pu essere sterile e vana, ma accompagnata dallunzione
della sua grazia; cos in essa veniamo ad essere assicurati
chea nessun mai mancheranno i mezzi necessarii e gli ajuti
divini per convertirsi.
Nella lagnanza del suo abbandono egli prega che non siamo
noi abbandonati nemmeno in rapporto al corpo, e ci assicura
che sar estesa a tutti gli eletti la sua risurrezione e la sua
gloria. Nel raccomandare il suo spirito al Padre, anche lo spi
rito degli eletti gli raccomanda : e loro assicura la pi tenera ,
cura ed il pi tenero amore del Padre suo: e finalmente, colla
misteriosa esclamazione che tutto consumato,ha dichiarato
solennemente nulli, aboliti e distrutti gli antichi titoli di con
danna, pagato il debito, sodisfatta la giustizia, tolti per sempre
gli ostacoli per andare a Dio, assicurati i mezzi, e compiuta
in tutte le sue parti non solo pel tempo presente, ma ancora
per leternit avvenire, lopera della santificazione e della sa
lute del mondo: Consummavit in determini sanctificatos.
Ma qui non finiscono le sue disposizioni amorosea nostro
riguardo. Rammenta egli che in morendo lascia ancora sulla
La Madre di Dio. 5
70 PARTE PRIMA
terra una cosa del pi gran merito, del pi gran valore c
che gli cara pi di tutto il resto: questa Maria, la sua
santissima e dilettissima Madre. Ora, per mettere il sigillo
alla sua liberalit; al suo amore per noi, anche di Maria di
spone a pr nostro; e coHadditarci tutti a lei come figliuoli
nella persona di Giovanni, la costituisce, la crea, la lascia a
noi tutti per madre: Ecce filius tuus.
Ora quale disinteresse, quale generosit, quale amore ci
dimostra Ges Cristo col farci anche questo prezioso legato,
col darci la sua medesima madre 1
Tutta la storia degli inestimabili vantaggi della reden
zione si contiene in una gentile idea di S. Leone, il quale
dice che Ges Cristo, ricco negoziatore del cielo, venuto
a stabilire un commercio di salute sopra la terra: cio a
dire che si messo nel luogo nostro e ci ha fatto passare
nel suo; ha preso da noi tutto quello che a noi si apparte
neva, e ce lo ha ricambiato con tutto quello che si apparte
neva a lui, facendolo divenire nostra propriet e dandoci
a tutte le cose sue dritti sacri ed inviolabili derivati da una
vera vendita e da una reale permuta : Venit negotiator
coeli, et permutatione mirabili nobiscum commercium
iniit salutare. Venit nostra accipiens et sua retribuens. Oh
cambio prezioso che solo una infinita carit pot suggerire,
ed una potenza infinita pot compiere! Oh permuta fortunata
in cui, dice S. Agostino, i sacrifizii, le umiliazioni, le pene
sono tutti suoi; ed il guadagno, lutilit, il vantaggio tutto
nostro 1Giacch da noi non prese, n avea altro da prendere,
fuorch i mali di cui eravamo la vittima; e del suo ci ha
dato tutti i beni, di cui la ricca sorgente, linesausto te
soro: Suscepit mala nostra ut tribueret bona sua.
Ora fra le cose di sua pertinenza, di sua propriet, due
sono, dir cos, sue in modo particolare ed assoluto, cio il
suo Padre celeste e la sua Madre terrena. II suo Padre cele
ste, che della sua sola sostanza lo ha generato Dio da tutta
PARTE PniM 71

leternit; e la sua Madre terrena, che della sua sola sostanza,


nel tempo, lo ha generato uomo. II suo Padre celeste, che ha in
lui trasfuso in un modo perfetto la natura divina; e la sua Ma
dre terrena, che ha a lui somministrato, in modo perfetto, la
natura umana. Niente perci ha egli di pi caro, niente ama
egli di pi in cielo ed in terra, giacch nulla vi di pi
inestimabile, di pi pregevole, di pi prezioso del Padre
celeste, che Iddio, e della terrena sua madre, che perci
ancora Madre di Dio. Pure nel cambio generoso di tutte le
sue ricchezze divine a fronte delle nostre miserie, la sua ge
nerosa carit, la sua liberalit senza limiti ci ha, e prima di
ogni altra cosa, fatto dono delluno e dellaltra; ed ha voluto
altres che avessimo in comune con lui il Padre e la Madre
nellordine spirituale e divino, come egli nellordine tem
porale e terreno si degnato di avere il Padre e la Madre
comune eoa noi discendendo, come uomo verace, da Adamo
c da va, siccome noi : Venit nostra accipiens, et sua re-
tribuens.
Non si perci contentato di farci parte della sua sapienza
avendoci istruito di tutto ci cheha attinto nel seno del Padre
suo, Omnia quaecumque audivi a Patre meo nota feci vobis;
non si contentato di darci tutte le sue grazie, tutte le sue
ricchezze, affinch noi avessimo una vita novella ricca ed ab
bondante nellordine spirituale,Ego veni utvitamhabeant, et
abundantias habeant; non si contentato infine di darci tutto
s stesso, la sua vita, il suo sangue per nostra redenzione e
salute, Venit filius hominus.... dare animam suam redem-
ptionem pr multis. Tutto ci era pi che bastevole al no
stro riscatto;, ma non stato bastevole allamor suo. E per
ch la redenzione fosse sotto tutti i rapporti copiosa, e per
ch la nostra unione con Dio fosse intima e perfetta, c perch
il cambio di tutto ci che era suo con tutto ci che era no
stro, fosse intero, totale e completo, ci ha trasfuso altres i
suoi dritti di figliuolo, che sembravano incomunicabili, fa-
72 PARTE PRIMA
cendoei divenire in s e con s figli dello stesso suo padre
Iddio, e della stessa sua madre Maria: Venit nostra acci-
piens et sua retribuens.

Capo IX. Amore di Ges Cristo per noi nel farci u n legato anche della
s u a Madre. Con esso adem pie a lla prom essa fattaci in vita di non la
sciarci orfani, e m ette il sigillo a l lopera della redenzione.

Dopo questo tratto s che pu dirsi che, essendo ricchissi


mo, non ha pi nulla da darci: Cum esset ditissimus, plus
dare noti habait. Confitto ignudo ad un tronco crudele, vi
cino ad esalare per noi lultimo respiro di una vita dedicata
tutta per noi, che cosa pu egli fare e darci di pi? Nulla
affatto, perch non possiede pi nulla al di fuori di tutto
quello che ci ha dato in s stesso e con s stesso: Cum ilio
omnia nobis donavit. Cos avremmo giudicato noi: e chi mai
poteva pensare a Maria? E chi mai poteva imaginare che
anche la sua madre terrena avrebbe potuto essere messa a
nostro profitto, e posta da lui in istato di poterci ancora con
solare giovare? Ma ci a cui non potevano giungere i no
stri desiderii, ci a cui estendersi non potevano i nostri con
cetti la sua sapienza infinita glie lha fatto ritrovare, e glie
lo ha fatto compire il suo amore. Vede egli a piedi della sua
croce questa tenera madre che si associa ai suoi sacrificii ed
alle sue pene per la salute del mondo. Vede con quale ge
nerosit, con quale trasporto questa gran donna offre e sa
crifica il proprio figlio alla redenzione degli uomini ; la scorge
animata dalla carit pi accesa, dalla pi tenera compassione
per la nostra sorte.
Vede di quanto vantaggio avrebbe potuto essere agli uo
mini, per cui egli moriva, rassicurare loro le cure amorose,
i teneri moti di questo cuore si nobile, s sublime, s eroico,
ed allo stesso tempo s dolce, s tenero per noi, si sensibile,
s affettuoso; e a noi le assicura per mezzo di un titolo sa
PARTE PRIMA 7.

ero, inviolabile, perpetuo, creando, costituendo, proclamando


questa-eroica donna nostra madre verace: Ecce filius tuits.
*S. Agostino, sopra queste tenerissime parole del Signore
ai suoi Apostoli: No, non vi lascer altrimenti orfani, Non
relinquam vos orphanos (Joan. 14): Sebbene,dice, il Figliuolo
di Dio ci abbia fatti divenire figli di adozione dello stesso
suo Padre, sicch anche noi abbiamo per grazia il Padre me
desimo che egli ha per natura: pure esso ancora, divenuto
perci nostro 'fratello, ha voluto mostrare di avere per noi
viscere ed amore di padre, quando disse: Non vi lascer or
fani: Qaamvis filius Dei nos suo Patri adoptaverit filios,
et eumclem Patrem nos habere voluerit per gratiam, qui
ejus Pater est per naturavi; tamen paternum affectum ipse
circa nos demonstravit cum dicit: Non relinquam vos or
phanos. Ora questa promessa s amorosa, frutto di questo
suo paterno affetto per noi, che egli ci fece in vita; questa
assicurazione paterna di non lasciarci orfanelli, non solo lha
egli compiuta e dopo la sua risurrezione collavere visitato
i discepoli, e dopo la sua ascensione al cielo collaverci man
dato il suo spirito consolatore ed avvocato: ma in partico
lare maniera, dice S. Efrem, lha ancora compiuta nella sua
morte collaverci dato Maria per madre; e perci da questo
Padre della Chiesa chiamata Maria lasilo, il rifugio degli
orfanelli: Susceptio orphanorum.
Ed infatti mirate quanta corrispondenza v fra questi-due
passi del Vangelo di Ges Cristo! Nelluno dice egli: No,
non vi lascer altrimenti orfani, ve lo prometto: Non relin
quam vos orphanos. Nellaltro crea Maria nostra madre e
le impone di riguardarci come suoi figliuoli: e dopo poi si
rivolge, in persona di S. Giovanni, a quei medesimi disce
poli ai quali avea promesso di non lasciarli orfani e dice
loro: Ecco la vostra madre: Ecce mater tua. Come se avesse
loro detto*. Vi promisi io gi di non lasciarvi orfani; vi ho
dunque dato il mio medesimo Padre. Ma ci non bastevole
74 PARTE PRIMA
aUamor mio. Cos era eessata solo la privazione in cui era
vate di un padre che vi risuscita, invece del padre Adamo
che vi ha morti ed morto esso stsso. Ma voi rimanete
tuttavia orfani di madre; non potendo pi riguardare come
tale va, morta ancor essa alla grazia ed alla vita. Ora an
che questa privazione io voglio far cessare, perch la pro
messa si compia stto tutti gli aspetti, perch voi non ab
biate a dirvi orfani in nessuna maniera. Ed in Maria, che^ho
dichiarata madre vostra, ecco la madre che vi manca, la ma
dre che io vi ho implicitamente promessa, la madre che io
vi dono, a cui vi affido e nella quale sarete largamente com
pensati de'mali che vi ha. fatto la madre che avete perduta:
Ecce mater tua. Per essa ed in essa non vi manca pi nulla.
Un padre ed una madre vi sono cos assicurati per la vita
spirituale, come un padre ed una madre avete avuto per la
vita terrena. Voi non avete pi nulla ad invidiare alla vo
stra prima nascita. Voi non siete orfani nemmen di madre;
poich eeeola qui la madre di cui avevate bisogno, ma che
non avreste pensato mai a richiedermi, e che non avreste
giammai ottenuta, se lamor mio non mi avesse fatto pen
sare di darvela: Ecce mater tua. Cos la mia tenerezza per
voi ha esaurito tutte le diligenze, tutte le industrie per gio
varvi. Non mi resta dunque pi nulla da legarvi, da procu
rarvi, d ottenervi. Ai vostri bisogni non solo, ma alle vo
stre consolazioni ancora ho abbondevolmente provveduto.
Lo spoglio che ho fatto in vostro vantaggio di tutto ciche
mi apparteneva perfetto.Leredit che vi lascio intiera;
ed il mio testamento, con questultimo legato, compiuto;
non mi rimane pi che a darvi lultimomio respiro di vita
e provarvi leccesso dell amor mio colla mia morte: Ecce
mater tua....' Haec dicens exspravit.
Oh amorose sollecitudini dunque della carit del Dio re
dentorei Nulla gli sfuggito, nulla ha omesso non solo di ci
che era necessario, ma ancora di ci che sarebbe stato sola
PARTE PRIMA
mente utile alla nostra salute, affinch l'opera della sua de
gnazione fosse copiosa ed abbondante di tutte le ricchezze
della sua bont. Ci avea egli riconciliato con Dio per mezzo
del proprio sangue; ei avea dato questo Dio stesso per pa
dre; era divenuto esso stesso nostro fratello: e perch que
sta nostra figliolanza da Dio padre, questa nostra fratel
lanza eoi Dio figliuolo avesse una base pi ampia, un titolo
novello, un centro, un legame pi sensibile; perch aves
simo un mezzo accessibile alla nostra debolezza ed al nostro
scoraggiamento* per andare a lui stesso con maggior sicu
rezza e con maggior fiducia; perch avessimo insomma al
medesimo tempo una mediatrice presso lui stesso, una guida,
una speranza, un sollievo, un conforto: anche la sua madre
ha voluto che fosse la madre nostra. E per farci un tal dono,
la sua misericordia non ha aspettato i nostri prieghi. Essa
li ha prevenuti, ci venuta incontro, secondo la profezia di
Davidde: Deus meus, et misericordia ejus praeveniet me
(Psal. 58). E per farsi apprezzare anche di pi un dono s
prezioso, ce lo ha fatto in forma di legato testamentario, in
forma di donazione a causa di morte: ce lo ha dato pochi
moment'rprima di morire, come lultimo segno che gli rima
neva e poteva ancora dare della sua tenerezza, come una
memoria ultima del suo amore.
Oh dolce idea, oh giocondo pensiero, oh cara rimembranza!
La madre di Dio ancora veramente la madre mia! Non
posso dubitarne, poich questo Dio per tale me lha lasciata
pochi momenti prima di esalare il suo ultimo fiato sopra la
croce. Qual nuovo titolo adunque, dir con S. Anseimo, qual
nuovo motivo da riguardare, da avvicinarmi con maggior
confidenza al Dio mio padre, al mio fratello Ges Cristo, ora
che ci ho ancora per mia guida, avvocata e difesa anco la
madre 1 Quale sicurezza di asilo, quale ampiezza e facilit di
ricovero io trover in Maria! Qual cosa potr pi intimidire
il mio desiderio, far vacillare la speranza della mia salute,
76 PARTE PRIMA
poich di essa si occupano un fratello s buono ed una ma
dre s tenera c s pietosa? 0 beala fiducia! 0 totum re fa
giani, Mater Dei est mater mea! Qua certitudine debemus
sperare, quoniam salus nostra de boni fratris et piae ma-
tris pendei imperiot 0 anima mia, dir pure a me stesso
con S. Bonaventura, tu non hai che a confidare, esultare e
godere; giacch vero che sei peccatrice, ma lesame della
tua causa, lesito del tuo giudizio, la consecuzione del tuo
perdono dipendono dalla sentenza insieme di un Dio che ti
fratello, e della madre di Dio divenuta tua madre: Die,
anima mea, cum magna fiducia : Exaltabo et laelabor, quia
quidquid de me judicatur, pendet ex sententia fratris et
matris meael

Capo X. Passo im p o rta n te di O rigene sulle parole - donna ,ecco il tuo


figlio. - 1 veri fedeli form ano un solo corpo con Ges C risto; e q u e
s ta u nione com inciata sul Calvario. Come Ges Cristo figlio di Ma
ria, cos.i fedeli a lui uniti sono divenuti sul C alvario in lui e con lui
anche di M aria figliuoli.-1 Giudei e g l i eretici non in te ndono questo
m istero, e q u a n to sono perci infelici. V a n ta g g io di noi cattolici, che,
essendo nella vera Chiesa, soli a b b iam o Maria per nostra v era m adre.

verit fondamentale della cattolica fede che il Figliuolo


di Dio per tutti si incarnato, per tutti ha patito e data la
vita, per tutti ha sodisfatto, ha meritato a tutti la riconcilia
zione e il perdono, a tutti ha acquistato il diritto ai suoi
beni, ai suoi privilegi, alla sua amicizia, alla sua fratellanza,
comedi tutti avea preso ed espiato i peccati; e che nessuno
stato escluso dalla generosit della sua offerta, n dal me
rito del suo sagrifcio: Pro omnibus mortuus es CfiristUs
(Il Cor. o). Ci nulla ostante per, in fatto, siccome non tutti
sono cristiani, cos non tutti sono figliuoli di Dio, n per
conseguenza sono tutti veri discepoli, veri amici, veri fra
telli di Ges Cristo; ma quelli solamente son tali che in
PAHTE PRIMA 77
corporati con lui pel Battesimo, rimangono a lui uniti pei
legami della fede nelle sue dottrine c della felicit ai suoi
comandamenti.
I
Al medesimo modo, sebbene Maria per la sua cooperazione
alla redenzione, alla nascita spirituale di tutti, come vedre
mo, sia divenuta di tutti la madre, come Ges Cristo il
redentore di tutti*, pure in fatto essa non realmente ma
dre se non di coloro di cui Iddio il vero padre, e Ges
Cristo il vero maestro e fratello^ eio a dire dei veri catto
lici, di quelli che con Ges Cristo compongono il corpo di
cui egli il capo, cio la Chiesa.
Questa verit appunto, tanto preziosa quanto consolante
per noi che abbiamo la sorte di appartenere a questa Chiesa,
Ges Cristo ha voluto rammentarci collavere detto a Maria,
additando Giovanni: Ecco il vostro figlio , Ecce filius tuasj
perch, eome abbiamo di sopra osservato, stato come se
avesse-dichiarato che in fatto solo coloro sarebbero i veri
figli di Maria ai quali converrebbero i caratteri distintivi di
S. Giovanni, che sono quelli di essere il discepolo fedele di
Ges e loggetto del suo tenero amore: Discipulus quem
diligebat Jesus.
In diversi luoghi del capo precedente e del presente an
cora si di gi accennata questa dottrina, che non si pu
partecipare a questa porzione delleredit di Ges Cristo, di
avere, eio, Maria per madre, se non entrando ad abitare
lei tabernacoli di Sem, ossia nella vera Chiesa; ma qui
il luogo di trattarla con una certa estensione, procurando
di penetrare, pjer quanto ei possibile, ancora pi innanzi
nello spirito delle parole di Ges Cristo.
Origene, commentando queste stesse parole del Salvatore
crocifsso: Donna, ecco il tuo figlio, fa una osservazione
assai bella, che sparge grandissimo lume sulla verit che
andiamo spiegando. Nessuno, dice egli, pu avere la piena
intelligenza del Vangelo di S. Giovanni, n entrare nel suo
78 PARTE PRIMA
senso verace, se non ha avuto, come questApostolo, il pri
vilegio di riposare sul petto stesso di Ges Cristo, e se da
Ges Cristo medesimo non ha ricevuto Maria per madre.
Tutti coloro che hanno sentimenti degni di lei sono piena
mente persuasi chessa non ha avuto altro figlio fuori di
Ges Cristo, e per conseguenza che, quando Ges Cristo
disse alla sua Madre, in parlando di S. Giovanni: Ecco il
vostro figlioj e non gi: Eccovi in Giovanni un altro figlio;
fu lo stesso che dire: Questi Ges, di cui voi siete la
madre; imperciocch chiunque perfetto non vive altri
menti esso pi in s stesso, ma Ges Cristo che vive in
lui: Evangelii a Joanne traditi sensum percipere nemo
potest, nisi qui supra pectus Jesu recubuerit, vel accepe-
rit a Jesu Mariam, quae ipsius etiam mater fiat . . . . Si
nallus est Mariae filius, jtidicio eorum qui de ipsa bene
senserunt, praeterquam Jesum, dixitque Jesus Mairi: Ecce
filius tuus; et non: Ecce etiam hic est filius tuus; perinde
est ac si dixisset:, Ecce hic est Jesus quem genuisti; etenim
quisque perfectus est, non amplius vivt ipse, sed in ipso
vivil Christ'us (Orig. in Joan.).
Queste parole sono profonde; ma esse sono di una am
mirabile esattezza teologica; giacch sono appoggiate ad una
verit che il fondamento della vera fede, e che S. Paolo
' non ha cessato di spiegare, dinculcare, di ripetere nelle
sublimi sue lettere, cio a dire che tutti i veri fedeli, tutte
le membra della vera Chiesa, non formano con Ges Cristo
che'una medesima cosa, un medesimo tutto, un medesimo
corpo, un solo e medesimo figlinolo.
Ges Cristo stesso avea di gi manifestata questa grande
e gioconda dottrina allora quando nella tenera preghiera
che diresse al suo Padre per la sua Chiesa pochi momenti
prima dimandare a morire per essa, gli disse: Io ho comu
nicato a questi miei discepoli la mia chiarezza, affinch
essi non siano, non compongano che una stessa e medesima
PARTE PRIMA 79
cosa con me, come io e voi, mio Padre, non siamo che una
cosa medesima: Ego claritatem quam detlisti mihi dedi
eis, ut sint unum, sicut ego et tu unum sumus (Joan. 17).
S. Paolo, per ispiegare questa misteriosa unit, ricorre
alla similitudine del corpo umano. E siccome, dice egli, in
un corpo vi sono membra fra loro diverse, come diversi
sono gli usi e i fini cui sono destinati; e, ci non ostante,
queste membra unite al capo non formano che un sol corpo:
cos tutti noi con Ges Cristo non formiamo che un corpo
solo: Sicut in uno corpore multa membra habemus, omnia
autem membra non eumdem aduni habent; ita unum
corpus sumus in Christo (Rom. 12). Altrove poi, ritor
nando lApostolo sulla stessa similitudine, spiega ancora
il modo con cui si opera questa misteriosa unione, eio
pel Battesimo, pel quale entriamo nella Chiesa, siamo in
corporati a Ges Cristo e diveniamo una stessa cosa con
lui; poich dice: Uno il corpo,sebbene sia di molte mem
bra composto; giacch queste membra insieme riunite non
formano che uno stesso e medesimo corpo. Or cos appunto
accade di Ges Cristo. Imperciocch, essendo stati noi bat
tezzati pel medesimo spirito, formiamo con Ges Cristo un
corpo solo, cio la Chiesa. Voi dunque, o cristiani, siete le
vere membra e il corpo di cui Ges Cristo il capo: Sicut
corpus unum est, et membra habet multa, omnia autem
membra corporis, cum sint m ulta, unum tamen corpus
sunt, ita et Christus. Etenim in uno spiritu omnes nos in
unum corpus baptizati sumus.... Vos autem estis corpus
Christi et membra de membro (I Cor. 12). Or siccome il
capo e le membra in un medesimo corpo, sebbene abbiano
forma, uso e destini diversi, pure sono della medesima na
tura, del medesimo essere, della sostanza medesima: cos
noi cristiani, subito che pel Battesimo siamo incorporati a
Ges Cristo, diventiamo partecipi della stessa natura di lui,
Divinae consortes naturae, come afferma S. Pietro; ed in
80 PARTE PRIMA
tal modo che tutti i suoi titoli, le sue ragioni, i suoi pri
vilegi, le sue grazie ci divengon comuni; giacch nel corpo
umano al buono stato, alla condizione delcapo partecipano
ancora tutte le membra. Perci come Ges Cristo Figlio
di Dio, oggetto della sua tenerezza ed erede della sua
gloria; noi ancora, subito clic siamo a Ges Cristo in
corporati e formiamo una cosa istessa con lui, diventiamo
per questo solo, in Ges Cristo e con Ges Cristo, figli di
Dio, oggetti delle tenerezze di Dio, eredi della gloria di
Dio. Sicch come separati da Ges Cristo non abbiamo
nulla, non meritiamo nulla, non siamo nulla, cos, uniti a
lui, in lui e con lui, abbiamo tutto, meritiamo tutto e siamo
tutto quello'che esso stesso: In quo omnia.
Or'siccome Ges Cristo ancora vero figlio di Maria;
cos, nelfincorporarci a lui per mezzo dei sagramenti, nel
divenire una stessa cosa con lui, come appunto linnesto,
secondo S. Paolo, diviene una cosa medesima collalbero in
cui messo; diveniamo altres figli di Maria a quel mede
simo modo e per quella ragione medesima onde dopo que
sta unione diveniamo figli di Dio, perch Ges Cristo di
Dio Figliuolo.
Ma questa nstra figliolanza da Dio e da Maria siccome
leffetto della nostra unione con Ges Cristo, e non lot
teniamo che in lui e con lui; cos non formiamo con lui
ed in lui che un figlio solo di Dio, un figlio solo di Maria,
perch in lui e con lui formiamo un solo tutto, un solo
composto mistico, un solo corpo.
Questa unione nostra poi con Ges Cristo come a nostro
capo vero che si verifica per mezzo dei sagramenti, nei
quali ci si applica il merito del suo sangue c il fruito del
suo sacrificio: ma siccome questo sangue, dal quale noi
rinasciamo ad una novella vita e diventiamo membri di un
corpo novello, si sparge'sul Calvario, e questo sacrificio si
compie sulla croce; cos,sulla croce e sul Calvario si piantano
1JA RTE PRIMA 81
le basi si fissano i titoli, si aprono le vie e si apprestano i mezzi
di questa nostra misteriosa unione. Anzi essa in Giovanni, che
tutti ci rappresenta, in Giovanni che veramente bagnato
dal sangue che piove a rivi da tutto il corpo di Ges Cri
sto, ed il primo con Maria a sperimentare gli effetti del
gran,sacrificio di cui era testimonio, in Giovanni, dico, que
sta nostra unione comincia effettivamente a compiersi sul
Calvario.
Con queste spiegazioni sintende bene il bel passo di
Origene test riportato. In qualit di uomini siamo tutti figli
di Maria perch, come vedremo a suo luogo, essa ha coope
rato col suo amore e col suo dolore alla nostra nascita spi
rituale, a quel modo onde Ges padre e redentore di
tutti perch tutti ci ha redenti e rigenerati col suo sangue.
Ma siamo figli di dolore, figli di adozione, figli di grazia,
figli diversi, figli distinti da Ges Cristo. Ma in qualit di
veri cristiani, di veri discepoli di Ges Cristo, a lui uniti,
incorporati con lui e divenuti una stessa cosa con iui, siamo
figli di Maria, come lo Ges Cristo; non siamo pi da esso
distinti; formiamo con lui come uno stesso corpo, cos uno
stesso figliuolo. Perci sebbene Maria abbia a qusto titolo
tanti figliuoli quanti sono i veri fedeli, pure vero il dire
che essa non ha che Un figlio solo che Ges Cristo; poi
ch Ges che vive in noi quando gli siamo veramente
uniti; e tutti i fedeli non formano con lui che un solo e
medesimo Ges Cristo, di cui Maria vera madre, e perci
ancora vera madre nostra.
Ecco dunque, secondo Origene, perch Ges Cristo nel-
ladditare Giovanni a Maria non le dice : Eccovi in Giovanni
un altro figliuolo, un figliuolo diverso, che io vi lascio in
mia vece per supplire alla mia mancanza; ma le dice sem
plicemente: Ecco, o donna, il vostro figlio, Mulier, ecce fi-
lius tuus, poich fu lo stesso che dirle, Donna voi non avete
che un solo figliuolo, c questi son io. Ma siccome, pel mi
82 PARTE PRIMA
stero che al presente io vado operando, Giovanni a me s in
corpora, a me si unisce e forma una stessa cosa con me, ed
in me, come io vi vero in lui; cos, eccovi, o donna, in
Giovanni, che sta a piedi della croce i! vostro figlio stesso
che sta in croce, il vostro Ges Cristo che avete generato e
die si trova tutto nel discepolo, come il capo nelle mem
bra cui unito. Mirate in lui gli effetti della mia redenzione,
le tracce del mio sangue, la comunicazione ineffabile delle
mie grazie, la partecipazione persino della stessa natura di
vina. Nulla gli manca per essere un altro me, una stessa
cosa'con me; e come io vi sono figliuolo, cos esso ancora
e tutti coloro che avranno i medesimi titoli e si troveranno
nelle stesse condizioni di Giovanni, con me ed in me sin da
questo momento divengono lunico vostro figliuolo: Dixit
Matri: Ecce filius tuus; et non: Ecce etiam hic est filius;
perinde ac si dixisset: Ecce hic est Jesus quem genuistiy
etenim quisque perfectus est, non amplius vint ipse, secl
in ipso virit Christus.
Per intendere anche meglio questa sublime dottrina, si
osservi che il Padre eterno genera il suo Verbo dalla sua
sola sostanza. Questo Verbo di Dio adunque, in quanto
generato Verbo nelleternit, solo Figlio di Dio; ed a que
sta generazione eterna Maria non ha alcuna parte. Ma que
sto Verbo medesimo, questa persona divina, generato di
gi ab eterno e nato da Dio solo e Dio esso stesso, ha preso
e si formato un corpo umano dal sangue purissimo di
Maria; ed a questo corpo si unito con una unione iposta
tica o personale, intima, sostanziale, indissolubile, che, senza
confondere le due sostanze, forma di Dio e delluomo in
Ges Cristo una sola persona, Noti confusione substantiae,
sed unitate personaej di modo che in Ges Cristo Iddio
uomo, e luomo veramente Dio. Ora poich Maria ha ge
nerato, ha partorito questo misterioso composto indissolu
bile, nel quale tutto ci che si afferma delluomo si pu in
PARTE PIUMA 83
tutto il rigore teologico affermare ancora di Dio; cos si
dice c si dee dire che Maria ha generato il Verbo di Dio,
ha partorito Iddio, ha allevato Iddio, ed vera genitrice c
vera madre di Dio. Come dunque Maria, sebbene non abbia
fatto che somministrare del proprio sangue lumanit che
questo Dio ha assunta ed ha unita in modo si intimo a s
stesso; pure, perch a questa umanit si unito sostanzial
mente Dio, Maria si chiama ed vera madre di Dio: allo
stesso modo nel caso nostro (sempre colla proporzione e coi
riserbi dovuti) sebbene Maria non abbia generato natural
mente se non Ges Cristo, pure, perch questo Ges Cri
sto ha unito intimamente a s stesso anche noi, sino a for
mare di tutti noi con lui un solo e medesimo corpo di cui
capo, cos Maria, per questa unione s intima dell unico
suo figlio naturale con noi, diviene in Ges Cristo ancora
nostra madre e noi suoi figliuoli. Ma come il Dio e luomo,
perch uniti in Ges Cristo in una sola persona per mezzo
dellunione ipostatica, non sono due Ges Cristi e due figli
di Maria, ma un solo Ges Cristo ed un solo figliuolo; cos
Ges Cristo e i veri cristiani, perch uniti da lui in un me
desimo corpo, non sono che un solo e medesimo figliuolo di
Maria: e siccome questa unione nostra con Ges Cristo si
forma sul Calvario; cos sul Calvario siamo divenuti anche
noi in Ges Cristo non gi i figli, ma il figlio di Maria; e
Ges Cristo proclama, manifesta questo ineffabile mistero
sul Calvario, allorch dice a Maria: Eccovi, o donila, il vo
stro figlio.
S. Paolo insisteva su questa verit allora quando diceva:
Ricordatevi che le promesse sono state fatte ad Abramo ed
al suo figlio; e che non disse gi Iddio ai tuoi figli come se
si fosse trattato di molti, ma, come se si trattasse di un
solo, al tuo figlio, il quale non che Ges Cristo: Abrahae
factae sunt promissiones et semine ejus. Et non dicit : Et
seminibus, quasi in multisj sed> quasi in uno: Et semini
tuoj quod est Christus (Galat. 3).
84 PARTE PRIMA
Sul Calvario adunque Dio si mostra il tenero padre di
tutti gli uomini, giacch sacrifica ed abbandona alla morte
naturale il suo figlio, per far nascere e crearsi gli uomini
in figli adottivi. Ges Cristo ancora ivi di tutti gli uomini
il fratello, il redentore, la vittima, perch non solo ha co
mune con tutti gli uomini lumana natura ed come essi
vero figlio di Adamo; ma perch per tutti sodisfa, per tutti
prega, a tutti stende le sue braccia e tutti chiama a parte
cipare del frutto del sangue e delleredit del suo amore.
Ma questa paternit di Dio, questa fratellanza di Ges Cri
sto rispetto a tutti gli uomini una paternit ed una fra
tellanza in senso larghissimo, una paternit, una fratellanza
di compassione, di misericordia e che direbbesi quasi di
potenza o di disposizione. In atto poi, in realt i veri figli
di Dio, i veri fratelli di Ges Cristo, coloro che in fatti co
stituiscono la sua vera famiglia, la sua casa, il suo corpo,
sono solamente i veri cristiani che sono incorporati a lui,
e che, fin tanto che durano in questo stato, partecipano a
tutto quello che Ges Cristo ha e che Ges Cristo in s
stesso.
Ora al medesimo modo, Maria per la sua cooperazione al
lopera della nostra salute, alla nostra nascita novella, ma
dre di tutti gli uomini, giacch per tutti gli uomini offr
sul Calvario alla morte quel figlio che per tutti avea parto
rito. Ma questa sua maternit rispetto a tutti gli uomini
pure di disposizione, di potenza, di compassione e di amore.
In atto per i suoi veri figli sono quelli soli che in atto sono
i veri figli di Dio e fratelli di Ges Cristo, e formano una
eosa sola con lui.
Non gi che questa tenera madre non sinteressi alla sorte
di quegli uomini che sono fuori del corpo della Chiesa, co
me sono gl infedeli, gli eretici, o di quelli che sono fuori
dello spirito della medesima Chiesa, come sono i peccatori;
giacche, come Ges Cristo estende anello u costoro la sua
PARTE PRIMA 85
misericordia, chiamandoli al lume della fede o alla vita della
grazia, e intercedendo di continuo pei peccatori presso del
Padre, come lo affermano S. Giovanni e S. Paolo, e cos si
mostra di tutti il fratello; cos Maria coopera colla sua in
tercessione, eolia sua preghiera alla propagazione della fede,
alla conversione dei peccatori; e di essi essendo oltremodo
sollecita, mostra per questi infelici ancora viscere e tene
rezza di madre, ed loro madre altres per compatirli, per
ajutarli, per attirarli al bene, per consolarli; anzi di ci an
cora ha ricevuto da Ges Cristo un incarico particolare. Ci
nulla ostante per, i suoi figli di giustizia, i suoi figli ve
raci, che hanno al suo amore un diritto eguale al dritto che
vi ha Ges Cristo, sono coloro in cui, secondo lespressione
di S. Paolo, vive Ges Cristo medesimo, V ini vero in me
Christns (Galat. 2); sono quelli in cui e con cui Ges Cri
sto una stessa e medesima cosa, e perci in lui e con lui
sono e rispetto a Dio e rispetto a Maria uno stesso e mede
simo figliuolo; siamo noi veri cattolici e veri figli della
Chiesa; la Chiesa stessa che forma un corpo eon Ges Cri
sto e cogli uomini, di cui Maria madre; e questi sono,
questo il figlio vero, il figlio reale, effettivo che in par-
ticolar modo le addita Ges Cristo e le lascia nel suo Gio
vanni: Ecce filius tuus.

Capo X I. S iegue larg o m e u to del capo precedente. T estam e nto di b ra


m o. I figli di Agar e di C elura, figura d e Giudei e degli eretici; Isacco
figura della C h ie sa ; e la con d o tta di A b ra m o figura di q u e lla di Ges
Cristo.

Abbiamo anche di tutto ci una bella figura ed una chia


rissima profezia nelibri dellantica alleanza. Imperciocch
si legge di Abramo che, dopo la morte di Sara sua consorte,
men altra moglie per nome Cetura, Abraham vero aliam
duxt uxorem nomine Celuram (Gen. 25): e che da essa
La Madre di Dio. G
PARTE PRIMA
altres, quantunque decrepito, per una prodigiosa fecondit
ebbe fino a sei altri figliuoli. Ora, sentendo il santo pa
triarca avvicinarsi la fine desuoi giorni, dispose anchegli
della sua eredit e fece il suo testamento in questo modo,
che ad Isacco, al solo Isacco lasci tutto ci che possedeva;
ad Ismaele poi, che aveva avuto da Agar, ed ai sei figli avuti
da Cetura lasci solo ricchissimi donativi, Deditque Abra
ham cuncta quae possederai Isaac ; filiis autem concubina-
rum largitus est manera (ibid.); e fatta questa divisione de
suoi doni, separ egli stesso i figli di Agar e di Cetura dal
figlio di Sara, e volle che Isacco rimanesse a vivere solo e
formasse esso solo una famiglia tutta particolare e diversa
da quella desuoi fratelli: Et separavit eos ab Isaac filio
suo (ibid.).
Ora perch mai questa parzialit di un padre s giusto?
Se voleva, come porta luso universale", fondato sopra una
certa convenienza della natura, considerare di pi il suo
primogenito, Ismaele non gli era nato assai prima dIsacco?
Ma la Scrittura stessa scioglie la questione. Agar e Cetura
furono vere mogli di Abramo, perch infatti, come osserva
lA-Lapide, in diversi luoghi e nel versetto che or ora abbiamo
eitato, Cetura si chiama moglie di Abramo, Accepit aliarti
nxorem ; ma esse, essendo serve o schiave, erano mogli di
un ordino inferiore e men nobile; mogli prese ordinaria
mente senza pubblico rito, senza certa dote e che rimanevano
nella condizione di serve e si dicevano concubine: Filii con-
cubinarum. Erano presso a poco come quelle mogli che, per
la enorme disparit della condizione e della nascita, si pren
dono di nascosto e si dicono mogli di coscienza. Al contra
rio Sara era una donna libera, ingenua, della stessa stirpe
di Abramo, figlia del suo fratello, e per anche nipote del
patriarca. Essa era la moglie verace, la moglie presa con un
rito solenne, la moglie pubblicamente riconosciuta per tale.
Ora solo la moglie in cui concorrevano quste qualit era
I PARTE PRIMA 87
In vera madre di famiglia, la vera consorte di tutti i beni
dello sposo, la vera governatrice, la vera padrona e signora
di casa, ed i soli suoi figli erano eredi delle sostanze del
padre. Egli perci che Abramo diede solo a Sara il nome
di Sarai, che vuol dire principessa o padrona; e ad Isacco,
il solo, figlio'che ebbe da lei, lasci Cinter suo patrimonio;
ed ai figli delle serve non diede che ricchi presenti in a r
gento, in vesti, in bestiame per una sola volta, a titolo, di-
rebbesi, di una certa legittima, come si chiamerebbe nel lin
guaggio moderno.
Ma, indipendentemente da queste ragioni, prese dal dritto
e dalle consuetudini del tempo, Abramo cos oper in vista
del mistero che questa sua disposizione testamentaria dovea
figurare.
La Scrittura medesima spiega in un luogo ci che avea
in un altro luogo nascosto sotto il velo della figura: c se
non si profitta di ci che essa dice per bene intendere ci
che non ha detto, e se nel caso nostro non si fa attenzione
aS. Paolo che alza quest-o velo e ci fa conoscere un mistero
ed una profezia nelle vicende delle serve di bramo; la"con
dotta di questo patriarca, dice S. Agostino, potr sembrare
troppo umana e forse ancora non del tutto convenevole e
giusta: Sic possent accipere homines etiam quocl de Agar
factum est, nisi Apostolus admoneret illa fuisse facta pr-
phetice.
Si di sopra accennato difatti che, secondo S. Paolo, i due
primi matrimonii di Abramo, luno collancella ossia Agar,
e laltro con Sara la libera, rimanendo sempre la verit della
storia, sono una figura ed una allegoria; giacch essi espri
mono i due Testamenti, le due alleanze, luna conchiusa
sul monte Sinai, laltra sulla rcca di Sion, presso a Geru
salemme, ossia sul Calvario; luno colla sinagoga, laltra
colla Chiesa; Scriptum est quoniam Abraham duos filios
ha bui t: unum de ancilla et unum de libera. Quae sunt per
88 PARTE PRIMA
allegoriam dieta : haec enim sunt duo Testavienta (Galat.4).
Ismaele dunque figlio dAgar figura del popolo ebreo;
Isacco figlio di Sara, del popolo cristiano: luna lalleanza
della servit c del timore, In servitutem generalis, quae
est Agar (ibid.); laltra il patto dellamore e della santa
libert di spirito dei figli di Dio, Non sumus ancillae flli,
sed liberaej qua liberiate Christus nos liberava (ibid.).
Ma oltre questi due figli, luno da Agar, laltro da Sara,
che figurano i due Testamenti, bramo ha altri figli ancora
da Cetura che ha preso in moglie dopo la morte di Sara.
Questi figli nascono ancor essi da* bramo per una fecon
dit miracolosa, partecipano della sua fede e della sua spe
ranza; eppure non sono suoi credi: sono nati in sua casa;
eppure non vi restano e molto meno vi muojono; anzi sono
separati non solo dalleredit, ma dalla famiglia ancora e
dalla casa dIsacco: Et separava eos ab Isaac filio suo. Ma
essi non apprendono per nulla la sventura di una tale se
parazione, non se ne danno alcuna pena: e stimandosi ab
bastanza ricchi e felici dei donativi passaggeri distribuiti
loro da bramo, si vanno tranquillamente a stabilire in di
versa contrada.
Ora se Ismaele figura della sinagoga, ed Isacco della
Chiesa; questi figli di Cetura che, nati da Abramo, escono
dalla sua casa senza alcun rammarico, sono la figura degli
eretici, dequali dice S. Giovanni: Essi nacquero da noi, ma
non erano dei nostri: giacch se fossero stati dei nostri, sa
rebbero restati in casa con noi: Ex nobis prodierunt, sed
non erant ex nobis j nam s i fuissent ex nobis, permansis-
sent nobiscum (I Joan. 2).
Gli eretici difatti sono anchessi figli di Ges Cristo; sono
nati nella sua casa, ossia nella Chiesa, giacch hanno rice
vuto il Battesimo; ed il Battesimo conferito dagli eretici,
purch vi concorrano la materia, la forma e lintenzione vo
luta da Ges Cristo, vero Battesimo pel quale si nasce da
PARTE PRIMA 89
Ges Cristo, si nasce alla Chiesa. Ma siccome questo Batte
simo conferito loro da ministri che non sono della Chiesa,
che non sono la Chiesa, cos sono bens figli ancora del vero
Abramo, che questi per non ha da Sara sua sposa, sua
sposa verace, ma da Cetura. Che anzi seguendo poi, quando
hanno let del discernimento, questi stessi ministri, questi
stessi pastori che sono fuori della Chiesa, escono ancor essi
per la loro volont dalla Chiesa in cui erano nati pel Bat
tesimo, escono dalla casa del vero Abramo, sono divisi da
Isacco e non hanno alcuna parte, alcuna comunicazione alla
sua eredit.
Abramo dunque che lascia ai figli di Agar e di Cetura dei
ricchi e preziosi donativi, ma che li esclude dal suo vero e
legittimo patrimonio, che riserba tutto esclusivamente ad
Isacco, figura di Ges Cristo, che anche ai Giudei, anche
agli eretici lascia il tesoro delle sacre Scritture e le grazie
necessarie per poter entrare e ritornare alla Chiesa: ma la
figliuolanza divina, la fraternit con lui stesso, la figliuo-
lanza di Maria, le sue grazie particolari, la sua dilezione, la
sua risurrezione e la sua gloria, che costituiscono la sua vera
eredit, il suo vero patrimonio, non lo lascia che al vero
Isacco, al figlio della vera Sara, ai veri fedeli, ai figli della
vera Chiesa: Declit Abraham cuncta quae possederai Isaac.
Or con questo dono delle sacre Scritture particolarmente
i Giudei e gli eretici si credono abbastanza ricchi e felici,
ne formano la loro gloria, e con esse alla mano si danno il
vanto di essere veri figli di Abramo e suoi eredi, mentre
clic al vero Abramo ed alla sua eredit sono divenuti stra
nieri. Dicono di appartenere ancora alla vera casa eliessi
hanno abbandonata: e non solo non apprendono per un male
e non sentono alcuna pena nel vivere separati da Isacco,
con cui si partecipa alleredit di bramo: ma si credono
anzi pi illuminati di lui, c di lui pi ricchi; deridono la
semplicit della sua fede, le pratiche della sua piet, lo per
90 PARTE PRIMA
seguitano anzi, lodiano, lo detestano; poich questi sono i
sentimenti, questa infatti la condotta deGiudei e degli
eretici rispetto ai cattolici. Ma, miseri doppiamente, e per
ch tali sono difatti, e perch non conoscono punto di es
serlo 1 Che giova loro di avere nelle mani il pane della pa
rola di Dio, cio le Scritture sacre, se non vi con loro la
madre, cio la Chiesa che loro lo spezzi e lo divida e lo
metta alla portata di ognuno di loro? Essi sono dunque quei
fanciulli infelici di cui profetizz Geremia, che hanno sotto
gli occhi il pane, e piangono e periscono dinedia, come se
non lavessero; giacch non hanno essi n la forza di rom
perselo, n la madre che loro lo rompa: Parvuli petierunt
panem, et non erat qui frangeret eis (Jer. 4). Questa ma
dre labbiamo noi soli cattolici. Invisibilmente questa ma
dre Maria che ci ottiene, ci sminuzza, ci divide il pane
quotidiano della grazia, il pane vivo disceso dal cielo, clic
non si trova se non in Betlemme, che significa la casa del
.pane, cio in Maria e con Maria che lha portato nel suo
seno: e visibilmente questa madre la Chiesa che ci am
ministra i sagramenti per ristoro del nostro cuore, e cin
segna, ci spiega la parola di Dio, la dottrina vera dei Libri
Santi per lume del nostro spirito.
Perci, dicea S. Paolo: Apprendiamo, o fratelli, ad apprez
zare il nostro vanto singolarissimo di avere per madre la
vera Sara, la vera sposa libera e celeste del vero Abramo,
cio la vera chiesa di Ges Cristo, Illa qaae sursum est
Jerusalem libera est, qaae est mater nostraj apprendiamo
ad apprezzare la nostra sorte di essere i soli figli della pro
messa, i soli veri eredi di Abramo, i soli veri discendenti
dIsacco: Nos autem, fratres, secimdnm Isaac promissionis
filli sumus.
I Giudei, nelle Scritture che venerano, hanno di conti
nuo sotto i loro occhi questo grande mistero, ma senza in
tenderlo affatto. I veri discendenti, i veri figli, i veri credi
PARTE PRIMA 9i
di Abramo, coloro che partecipano alle benedizioni che fu
rono a questo patriarca promesse, non sono altrimenti quelli
che da lui discendono per le vie naturali, ma quelli che da
lui discendono per virt di promessa, Filii promissionis;
non sono quelli che ne hanno la carne e il sangue, ma
quelli che ne hanno lo spirito e la fede. Perci sebbene i
Giudei, secondo la carne, siano veramente discesi da Abramo
e da Sara per mezzo dIsacco: infatti per non sono, secon
do lo spirito, che discendenti di Abramo e di Agar per mezzo
dsmaele,come pure insegna S. Paolo: Unum in servitutem
ge?ierans, quae est Agar.
Noi gentili al contrario secondo la carne non discendiamo
n da Abramo, n da Sara, n da Agar: ma per la nostra
miracolosa chiamata alla fede, figurata nella nascita dIsacco,
nascita miracolosa e fuori dellordine naturale, e perch in
noi si compiuta la promessa fatta ad Abramo che sareb
bero state in lui benedette tutte le gentij noi siamo i figli del
miracolo, i figli di promessa: e per, secondo lo spirito,
siamo i veri figli di bramo, siamo il vero Isacco: giacch
Isacco non vero figlio di Abramo se non in quanto figlio
del miracolo e della promessa: e perci a noi si appartiene
tutta intera leredit preziosa di Ges Cristo, lbramo ve
race. Questa la forza delle sublimi parole di S. Paolo or
ora citate: Nos autem, fratres, secundum Isaac promis
sionis filii sumus.
Ma se i Giudei non intendono affatto un tal mistero, gli
eretici lo intendono male. Pensano essi che basta credere in
Ges Cristo, avere ricevuto il suo battesimo, e venerare le
sue Scritture per appartenere alla sua vera famiglia, per es
sere suoi veri figliuoli ed aver parte a tutta la sua divina
eredit. Ma S. Paolo li confonde altamente dove dice: Non
tutti coloro che discendono da Isracllo sono veri Israeliti,
n tutti coloro che sono nati dal sangue di Abramo ne sono
figliuoli. Ma la vera e legittima discendenza di Abramo da
02 PARTE PRIiMA
Isacco; cio adire che i figli solamente della promessa sono
veramente suoi figli e costituiscono la sua vera discendenza.
Non omnes qui ex Israel sunt, hi sunt Israelitae; neque
qui semen Abrahae, omnes filii: sed in Isaac vocabitur libi
semenj idest qui filii sunt promissionis aestimantur in se
mine (Rom. 9). Ora qual mai questa promessa che fa
distinguere i figliuoli veri da quelli che ne hanno sola
mente il nome? Ascoltiamolo dallo stesso Apostolo, giacch
qui consiste tutto il mistero, tutta limportanza e il punto
essenziale di questa preziosa dottrina. La parola della pro
messa, soggiunge S. Paolo, questa: Io verro in questo
tempo , e S ara avra un figliuolo , Promissionis verbum hoc
est: Secundum hoc tempus veniam, et erit Sarae filius (ibid.).
Cio a dire che il vero figliuolo di Abramo quello sola
mente ehesso avr avuto miracolosamente da Sara; e che
bisogna esser nato da Sara, allevato da Sara, cresciuto sotto
la tutela di Sara, della sposa vera, della sposa padrona, per
avere diritto alla vera eredit di Abramo. Ora che mai si
gnifica tutto ci ? Significa che non basta credere in Ges
Cristo, avere ricevuto il suo battesimo e ritenere le sue dot
trine o quelle che si credono essere le dottrine sue: biso
gna essere nato nella Chiesa, o rinascervi, o rientrarvi, se
uno ne uscito; vivere nella Chiesa; ascoltare, ubbidire la
Chiesa; giacch leredit di Ges Cristo non si dispensa che
fra coloro che sono in sua casa, che sono in famiglia con lui;
fra coloro che sono della sua Chiesa e nella sua Chiesa.
Oh dottrina consolante per noi cattolici 1 Noi soli siamo
nella vera Chiesa; e perci leredit che Ges Cristo ci ha
lasciata col suo testamento, fatto e stipulato sul Calvario,
non solo nostra, ma tutta e solamente nostra, e nes
suno di coloro che sono fuori della Chiesa, finch riman
gono in questo stato, pu pretenderne o percepirne alcuna
parte. E come uno degli articoli pi preziosi di questo santo
patrimonio si la figliuolanza di Maria, cos noi cattolici
PAHTE PRIMA 93
siamo i figli veraci (li questa tenera madre. Noi soli viviamo
con lei in famiglia, con Dio nostro padre e con Ges Cristo
nostro fratello. E se abbiamo la disgrazia di peccare, siccome
il peccato (quando non di eresia) non ci mette fuori del
corpo della Chiesa, non ci discaccia intieramente dalla vera
casa di Ges Cristo, in cui Maria ha per suoi figliuoli tutti
i figli della Chiesa; cos anche in questo stato in cui siamo
divenuti odiosi al padre, invisi al fratello, non perdiamo
per tutti i diritti alla compassione, ai riguardi della madre,
che continua ad esser madre finch noi apparteniamo an
cora alla Chiesa. La divisione adunque fra noi e Dio, tra noi
e Ges Cristo, una divisione come tra padre e figlio, tra
fratello e fratello; una divisione, una discordia tutta do
mestica, tutta di famiglia, che le tenere cure e lamore in
dustrioso di Maria madre comune si studia cosuoi prieghi,
colla sua intercessione, dice S. Bernardo, di far cessare ben
presto; giacch essendo madre di Ges Cristo e madre no
stra, non soffre il materno suo cuore di vedere la discordia
regnare nella famiglia, dividere i fratelli e mantenere in
guerra fra loro i suoi proprii figliuoli: Cam ss mater utrius-
que, discorclias inter taos filios nequis sustinere (In depre
cai ad Virg.). Oh grande adunque e preziosa ventura di tro
varci nella vera Chiesa, come in una casa, in cui vi una
madre s tenera e s sollecita della salute desuoi figliuoli!
Se il figliuol prodigo, dice Ruperto abate, avesse avuto vi
vente ancora la sua madre, ah! che o non si sarebbe mai ri
soluto ad abbandonare la casa paterna, o ci sarebbe assai
pi presto ritornato: Si prodigas flius' viventem matrem
habuisset, vd a paterna domo nanqaam recessisset, vel
forte citius rediisset. Or questo vantaggio che non ebbe il
figliuol prodigo nella casa del suo padre terreno, lo abbiamo
noi nella vera casa del nostro Padre celeste, che c la Chie
sa. Qui ci la madre, ci Maria, che come ha avuto parte
alla nascita della Chiesa, cosi, dice S. Autonino, non solo vi
94 PARTE PRIMA

esercita lufficio di protettrice, ma ancora il potere e lauto


rit di madre: Ecclesia est non tantum sub Virginis pa-
trocinio, veruni etiamsub dominatione et potestate (Part. 4,
tit. 45, c. 20). Questa autorit e questo dominio di Maria
sopra s stesso, Ges Cristo lo riconobbe c lo rispett qui
in terra, essendole stato ubbidiente e soggetto come vero fi
gliuolo, Et erat subditus illis (Lue. 5); e, come osserva
S. Giovanni Crisostomo, anche alle nozze di Cana, nellavere
mostrato di riprendere Maria di volere da fui un prodigio
prima del tempo stabilito, diede a conoscere di tener conto
del dritto della sua Madre, avendo prontamente ubbidito a
suoi prieghi: Licet ita responderit, maternis tamen preci-
bus obtemperavit. Ora se lha rispettata qui in terra questa
materna autorit, non si pu supporre che voglia non rico
noscerla in cielo. Ivi dunque, in qualit di Madre dellaltis-
simo Iddio, prega per gli altri suoi figli e li salva, dice S. Gio
vanni Damasceno, pel diritto che questo titolo di Madre co
mune le d dinteressarsi a pr nostro e per tutto ottenere
da Ges Cristo: Potes quidem omnes salvare ut Dei altis
simi Mater, precibus materna auctoritate pollentibus.
Ah 1diceva il di voto e dotto Bellarmino, qual bene ci potr
mai mancare, qual male ci potr mai accadere nella Chiesa
cattolica sotto la tutela, sotto il patrocinio e la difesa di
una madre s tenera e s potente ? Riconosciamo adunque
limmensit del beneficio di cui siamo debitori'alla grazia
del Redentore, di averci fatto nascere nella sua Chiesa, nella
sua santa famiglia, dove abbiamo per madre la Madre stessa
di Dio; al cui patrocinio avendo noi ricorso, e riponendovi
tutta la nostra fiducia, non vi tentazione che ci possa vin
cere, non vi angustia che ci possa abbattere, non vi forza
che possa strapparci dal suo seno amoroso, non vi disgrazia
che possa farci perire: Quam bene nobis erit sub praesidio
tantae matris! Quis detrahere audebit de sinu ejus? Quae
?ios tentatio a ut tur batto superare polerit confui entes in pa
trocnio Matris Dei ci nosirue (Bollar., De sop. Dom. veri).).
PARTE PRIMA 95

C apo X II. A differenza d e ll uom o, Dio, colla sola su a scella ad un in


carico q u a lu n q u e , ren de la perso n a ab ile a sostenerlo. CoHav er con
ferito a M aria la d ig n it di n o stra m a d re , g lie n e h a d ato perci a n
cora il cuore e l affetto.

Abbiamo veduto nei due precedenti capi che le parole di


Ges Cristo: Donna, ecco il vostro figlio, sono una porzione
della santa eredit che ei ci ha lasciata in forma di testa
mento, e che un tal prezioso legato stato fatto particolar
mente alla Chiesa. Ma questo testamento, questo legato
.stato pronunziato non gi da un semplice uomo, ma da un
uomo che insiememente Dio, e Dio redentore e salvatore
degli uomini. Consideriamolo adunque sotto quest ultimo
punto di vista, e vediamo quali effetti ha dovuto produrre
ed ha prodotto difatli nellanimo di Maria da prima, e poi
in quello di S. Giovanni ancora, la dichiarazione solenne che
il divino Testatore ne ha fatta.
Osserviamo a tal fine che fra le tante differenze che pas
sano tra la parola di Dio e quella dell'uomo vi ancor que
sta: che la parola di Dio ha una virt, una forza sua propria
clic la rende efficace e feconda; e quella delTuomo non pu
nulla per s stessa, vana, sterile ed inoperosa.
Luomo colla parola manifesta i suoi voleri, ordina, dis
pone, decide; ma la sua parola non ha in s stessa alcuna
autorit, se non viene da Dio; non ha alcun potere di ope
rare sopra gli spiriti, di dominare le volont, di far piegare
gli avvenimenti,di cambiare i cuori, di togliere gli ostacoli,
di somministrare i mezzi e gli ajuti. E lottenere i fini che
si propone non dipende tanto dalla forza naturale della per
sona che la pronunzia, quanto dal carattere che essa sostie
ne, dalle circostanze che la circondano e dalle disposizioni
di chi Tascolta. Al contrario, per Iddio, parlare lo stesso
che operare, clic creare, che produrre. Tutta la creazione non
96 PARTE PARTE

che leffetto di una sua parola, di un comando generale da


esso pronunziato con una specie dindifferenza, Jpse dixit, et
facta suntj ipse mandavit, et creata sunt: giacch a questo
comando di Dio il nulla, che lo ascolta, docile risponde co
me le cose che esistono: Vocat ea quae non sunt, tamquam
ea quae sunt. La parola divina adunque non rimane mai
vana, non mai frustrata delleffetto a cui mira, del fine
per cui pronunziata: Verbum meum noti revertetur ad
me vacuimi.
Perci se un uomo sceglie, nomina, destina un altro uomo
ad un ufficio, ad una funzione qualunque; pu dargli il ti
tolo, il grado, il dritto alla funzione medesima, ma non gi
lingegno, le cognizioni, labilit, le forze necessarie per bene
disimpcgnarla, se la persona scelta e nominata non li ha,
non li possiede altronde in s stessa. Quindi legge, do
vere di necessaria prudenza per coloro che danno incarichi
e distribuiscono impieghi, di fare attenzione che nella per
sona che scelgono concorrano, col merito di ottener il posto
cui si destina, anche le doti necessarie per bene adempierlo :
giacch la loro parola, la loro scelta per s sola non pu
tener luogo dcirabilit, delle virt, dei talenti che mancano.
Non cos per accade nelle nomine e nelle scelte divine.
Per quanto grande, sublime, elevato, difficile sia lo stato, la
dignit, T incarico cui Dio destina una ragionevole creatura,
la scelta divina, come osserva S. Bernardino da Siena, con
ferisce per s medesima le grazie, gli ajuti, i mezzi, le dis
posizioni necessarie a ben sostenerlo. Sicch regola gene
rale delle divine destinazioni che la idoneit della persona
venga sempre in compagnia della scelta che il Signore ne
ha fatta: Omnium singularum gratiarum alicui rationabili
creaturae communicatarum generalis regula est, quod quan-
documque divina gratta eligit aliquem ad aliquam gratiam
singularem, seu ad aliquem sublimem statum, omnia ca-
rismata donet quae illi personae sic electae et ejus officio
necessaria sunl3 atque illam copiose decorant (De S. Joseph).
PRTR PRIMA 07

Pertanto, se un uomo ricco e potente lascia per testamento


alla propria madre a certe condizioni un estraneo per fi
gliuolo, questa disposizione potr conferire dei dritti e dei
doveri all uno sopra dellaltra, secondo le leggi; ma non
potr cambiare i loro cuori e farvi nascere affetti che deri
vano dalla natura, e che nessuna umana legge pu imporre,
nessuna volont umana pu dare.
Non cos per deve discorrersi della destinazione di Maria a
madre-nostra. Siccome questo legato ci viene dal testamento e
dal volere di un Dio, che tutto ci che nomina lo crea, tutto
ci che vuole lo effettua e lo compie-.cos le parole di Ges
Cristo roorihondo, Ecco il vostro figlio; ecco la vostra ma
dre, non solo dichiarano Maria madre nostra, ma tale an
cora nel momento stesso la rendono: non solo le danno di
nostra madre il titolo e il grado, ma il cuore ancora e Taf*
fetto: non solo le conferiscono la nuova dignit di madre
della Chiesa, tanto per essa onorevole, quanto per noi pre
ziosa; ma le conferiscono ancora tutte le grazie, tutte le
disposizioni, tutti i sentimenti, tutta lintelligenza, tutto il
potere necessario per ben sostenerla ed adempierla nella
maniera pi conforme ai disegni di misericordia che il Dio
testatore avea concepiti nel dargliela.
Egli ancora perci che Ges Cristo non dice a Maria:
Voi sarete sua madre; n a Giovanni: Voi sarete suo fi
gliuolo. Un testatore umano si sarebbe espresso appunto
cos; e non poteva esprimersi che cos. Ma un testatore che
allo stesso tempo Dio, dovea esprimersi ben altramente.
Dovea mostrare che la sua parola, autorevole e possente per
s medesima, non attende il suo effetto dal concorso delle
circostanze; ma che per la sola naturale sua forza d l es
sere e la realt alle cose che nomina, e dispone dcHavve-
nire come se fosse di gi presente. Ora quale espressione
pi propria per indicare tutto ci di quella che Ges Cristo
infatti ha usata, dicendo collautorit di un assoluto padrone
98 parte prima
die comanda, di un Dio che col solo parlare opera e crea :
Donna, ecco il tuo figlioj cliscepolo} ecco la tua madre?
dunque come se avesse detto: Donna, ci che io voglio
efficacemente, non ho finito di volerlo che di gi fatto:
io ho voluto che voi siate madre della Chiesa, e voi, o fe
deli, che siate figli della mia Madre; e di gi il mio desi
derio, il mio volere, prima ancora di averlo manifestato,
compiuto. Voi o donna gi, per ci solo che io T ho detto,
siete madre della Chiesa, e la Chiesa gi vostra vera fi
gliuola. Quindi io non ho che ad additarvi la Chiesa di cui
gi, in forza della mia sola volont, vi trovate divenuta ef
fettivamente madre; ed additare voi alla Chiesa, che perci
ancora si trova divenuta vostra figliuola: Ecce filius tuusj
ecce mater tua. Maria pertanto non ha cominciato altrimenti
dopo la morte di Ges Cristo ad essere per noi quella che
egli ha voluto che fossp, la madre nostra; ma tale stata
veramente nellistesso momento in cui il suo divino Figliuolo
le diede un incarico s pietoso, una dignit s sublime. Non
avea anzi, a cos dire, finito egli di pronunziare quelle mi
steriose parole che Maria tutto ad un tratto sentissi come
muovere le viscere, agitarsi lanima benedetta e nascere
nel suo cuore tutta la tenerezza, tutto laffetto di una ma
dre verace verso la Chiesa. E fu lopera di un solo e me
desimo istante per lei il sentirsi dichiarar madre ed il di
venirlo, lacquistarne linvestitura ed incominciarne leser
cizio, lottenerne l incarico ed adempirne i doveri.

C apo X III. S ia lo d in dicibile tenerezza del cu o re di M aria a fro n te d e l


lesem pio che le d a v a G es C risto d e lla su a in fin ita c a rila verso degli
u om ini. Im p ressio n e profonda che, in tali disposizioni di cuore in cui
era M aria, le fecero le parole di G es C risto ; ed am ore per noi che
vi fecero nascere.

Ma, per sempre meglio conoscere ed ammirare le indu


strie dellamore di Ges Cristo per noi in questa disposi-
PARTE PRIMA 1)1)

'/ione dclln siri paterna piet, consideriamo alcun poco In


circostanza clic egli scelse per compierla.
.Maria a piedi della croce nellatteggiamento sublime ed
eroico che abbiamo notato disopra (capo I). Immobile nella
sua rassegnazione ed estatica nel suo dolore contempla essa
il suo diletto Figliuolo ricoperto di piaghe, grondante san
gue dalle lacere' carni, dalle infrante vene, dalle membra
trafitte, pallido, sfigurato, languente e vieino ad esalare lul
timo spirito in un mare sterminatissimo di fiere ambasce,
di pene crudeli. Ode i sarcasmi pungenti, lempie bestem
mie, gli amari insulti, con cui lo strapazza il popolo giu
daico posseduto da una rabbia infernale. Vede queste genti
spietate dar segni di un impaziente furore, perch Ges
tarda ancora a morire, o di gioja feroce nel veder che gi
muore. A fronte di questi portenti dinaudita barbarie, ode
essa il suo Figlio divino che, dimenticando lorrore delle
sue pene e de suoi obbrobrii, prega il Padre celeste per
ch il suq sangue sia il riscatto di color che lo versano, e
la sua morte la salute di quelli che glie la danno. Lo mira
questo Figlio pietoso col cuore aperto, colle braccia spalan
cate e distese verso quel popolo medesimo che si ostina a
disprezzarlo ed a volerlo estinto, e che corrisponde con un
superbo disdegno ai teneri inviti dellamore che lo chiama
alla riconciliazione ed al perdono: Extendi manus meas acl
popolimi non credenlem et contradicentem.
E questo contrasto di una barbarie senza esempio e di
una carit senza confini, di un eccesso di misericordia e di
un eccesso dinfernale furore, della soprabbondanza della
clemenza, della compassione e della piet, opposta alla so
prabbondanza dell ingiustizia, della malizia, del delitto il
pi atroce che siasi mai commesso sotto la faccia del sole,
colpisce Maria, la sorprende, la toglie a s stessa, la tiene
estatica ed assorta dal fiero caso che la priva del Figlio, e
tutta intenta a considerare il prodigio della mansuetudine,
100 PARTE PRIMA

della pazienza, della divina carit, di cui le torbide acque


di tanti affronti e di tanti tormenti non possono n estin
guere lincendio, n diminuire la forza, Aquae multae non
potaenmt extinguere charitatem; e di cui le impossibile
il raggiungere col pensiero la sublime altezza, la profondit
misteriosa e lampiezza senza limiti: Quae sit latititelo et
sublimitas et profundam (Ephes. 5). Il suo Figlio non mai
le apparve pi Dio di quello che in questi istanti, in cui
trattato dagli uomini da meno che, uomo; ed il suo Dio non
le apparve mai pi degno di amore quanto in quel mo
mento in eui il segno dellodio universale. Sente essa dun
que sollevarsi verso di lui, rapirsele il cuore e volare verso
di un Figlio si grande, di un Dio si amoroso.
Ah! che Maria am sempre Ges Cristo con un amore,
di cui lamore insieme riunito di tutti gli angioli e di tutti
i santi non nemmen la figura. Ma questo amore s te
nero, s energico, s violento, in quel momento, stimo
lato, avvivato ancora di pi da uno spettacolo di tanta te
nerezza e di tanta piet, diviene pi tenero, pi energico,
pi violento ancora, e sinnalza, dir cosi, alla sua pi alta
potenza. E senza il contegno che le impone il volere supremo
del Dio medesimo che ama e per cui essa patisce, tutti gli
sforzi degli uomini sarebbero stati vani per impedire di slan
ciarsi sulla croce, di stringersi teneramente al Crocifisso e
dimmolarsi in compagnia di un uomo-Dio, di cui allora co
nosce pi che mai il euore generoso, lanimo sublime, lim
mensa carit ed il merito infinito che ha di essere amato.
Ora, in questo stato in cui il cuore di Maria, intenerito,
appassionato, liquefatto dall'amore, non sa che amare; in
questo stato in cui la sua anima benedetta, tutta in preda
alle pi dolci emozioni, ai pi teneri affetti, ai trasporti pi
violenti; in questo stato appunto Ges Cristo, dir cos, la
sorprende, la coglie, larresta; e nel destinarla a noi per
madre, le impone di rivolgere sopra di noi quel sentimento
PARTE PRIMA 101
d'immensa tenerezza, di violentissimo amore, da cui in quel
momento era come posseduta e compresa verso di lui: Stabat
juxta crucen Jesu Ma ter ejus et dixit Jesus: Mulier, '
ecce filius tuus. Imperciocch fu lo stesso clic dirle: 0 donna,
cui un amore inaudito fa provare in questo istante un inau
dito dolore; o donna che io scorgo in preda agli affetti pi
teneri e pi violenti verso di me; questo sentimento mede
simo di amore s vivo, s profondo, s intenso, s violento
che in voi si risveglia in questo istante e tutta vi penetra
e vi invade, ecco, in Giovanni, la Chiesa mia, ecco i fedeli
ai quali dovete da oggi innanzi rivolgerlo; giacch ioli metto
nel mio luogo, e voglio che li consideriate per quello che
sono io stesso, il vostro unico e vero figliuolo: Ecce filins
tuus. Nel costituirvi loro madre, ed essi vostri figli, sappiate
che lo faccio alle medesime condizioni onde vi sono figlio io
stesso, e voi siete mia madre; giacch io sono in loro e con
loro, ed essi in me e con me. Come dunque vi do sopra di loro
i medesimi dritti, cos vimpongo i medesimi doveri che a
me vi legano. Da oggi innanzi voi dovete cercare in loro il
vostro Ges Cristo, il vostro figliuolo, ed in loro amarlo e
rivolgere verso di loro quel cuore e quellaffetto che in questo
istante nutrite per me, perch essi vi sono, come me e con
me stesso, figliuoli: Ecce filius tuus.
Non li avete generati dal vostro sangue, portati nel vostro
seno; non esistono dunque tra voi le loro relazioni natu
rali di madre e di figli. Ma queste relazioni, che non esistono
in questo momento la mia parola onnipotente li crea; ci
che non ha fatto la natura, lo compie ora la grazia. Col di
chiararvi lor madre, voi gi veracemente lo siete. Il figliuolo
vostro qui presente, come presente in voi la madre, Ecce
fdius tuus j Ecce mater tua; ed il mistero del mio amore
compiuto: Consummatum est.
Ora chi pu mai comprendere limpressione profonda clic
fecero in Maria queste misteriose parole? Ahi che esse come
La M adre d i D io. 7
02 PARTE PRIMA

risuonarono dolcissime al suo orecchio, cos furono efficaci


ed operose sul suo tenero cuore; vi si stamparono a carat
teri indelebili, e tutto glie lo agitarono, glie lo intenerirono,
glie lo commossero, lo rifusero, dir cosi, tutto intero, lo
composero di nuovo e lo formarono ai sentimenti, agli affetti
di madre verso di noi. Sicch in quel medesimo istante si
vide essa, si sent divenire nostra madre verace, non solo
per destinazione e per scelta, ma ancora per inclinazione e
per amore, come se difatti ci avesse tutti in quell istante
medesimo partoriti.
Fu allora pertanto che essa divenne quale poi la descrisse
lo stesso S. Giovanni, che lavea in quel misterioso momento
considerata e veduta, cio la donna vestita di sole: Mulier
cimicta sole (Apoc. 12). Poich, dice S. Bernardo, come essa
nellistante dellinearnazione avea colle sue carni purissime
vestito e coperto come di una purissima nuvola il sole di
giustizia, il Verbo eterno; cos ora sul Calvario questo sole
medesimo tutta la penetra e la investe della sua divina ca
rit: Vestis solem nube, et sole ipsa vestiris.
Ges Cristo era in quegli estremi momenti tutto amore
per gli uomini, i quali non orano che tutti odio e furore per
lui. Siccome egli uomo-Dio, e nessuno potea togliergli la
vita fuorch il suo amore; cos questo amore per noi, a mi
sura che si avvicinava il tempo in cui volea per noi morire,
andava divenendo pi intenso e pi violento ; e negli ultimi
momenti era giunto al suo colmo, al suo confine ultimo, al
di l del quale la sua umanit non potea pi sostenerlo e
dovea soccombervi: Cum dilexisset suos, in finem dilexit
eos (Joan, 15). Ora, col pronunziare il moribondo Signore
quelle tenere parole onde ci dava Maria per madre, apr
lacceso suo cuore e ne fece uscire una fiamma celeste di te
nerissima e generosa carit verso degli uomini, che dallalto
della croce discendendo sopra Maria che vi stava a piedi, tutta
di s medesima la circond, la invase, la riemp; sicch essa
PARTE PRIMA 103
ancora si sent compresa, per quanto poteva esserlo, (lai me
desimi affetti violenti e dai medesimi generosi trasporti di
amore per gli uomini clic stavan per togliere al suo Fi
gliuolo la vita: e non considerando pi nella morte di Ges -
Cristo che il pegno della nostra salute, domina e comanda
al suo dolore; e non solo sofFre che il suo Figliuolo rauoja
per un motivo di tanta piet, ma essa pure fu impaziente,
fu trasportata da un desiderio ardentissimo di morire con
lui per la salvezza dei figli, dei quali sentivasi gi divenuta
madre: Flagrabat Beata Virgo charitate, ut cum prole
pr umani generis salute vilam profunderet, dice un in
terprete.
Oli preziosa fecondit dei misteri della croce! Quanto pi
vi si interna il pensiero, tanto pi ci somministrano copia
inesauribile di sante riflessioni, di teneri affetti.
Chi pu meravigliarsi pertaato delle espressioni enfatiche
che usano i santi Padri nel volerci dipingere le tenerezze,
i trasporti del materno amore di Maria verso di noi, posto
che questo amore nacque da una fonte Si nobile e s au
gusta, cio dallamore stesso di Ges Cristo per n o i, e nel
momento stesso misterioso ed ineffabile in cui questuomo-
Dio per noi agonizza e muore per noi? Ah! che come non
si sono mai scancellate dalla mente di Maria le tenere pa
role colle quali Ges Cristo sulla sua croce ci diede, ci confid
a lei per figliuoli; cos non mai venuto meno quel senti
mento profondo cd energico di amor materno per noi che la
parola possente delIuomo-Dio le impresse nellistante me
desimo in cuore. E ci che S. Giovanni dice di s medesimo,
cio che da quel momento prese egli Maria tra le cose sue,
come sua madre, molto pi poi deve intendersi di Maria, clic
da quel momento prese noi altres tra le cose a s pi care,
come suoi veri figliuoli: Et ex illa fiora accepit in sua.
404 PARTE PRIMA

Capo X IV. C om e M aria esercit s u lla te rra lincarico di m a d re co lla


C hiesa n a sce n te; e com e tu tta v ia lo eserciti nel cielo. Com e le c o n
viene il tito lo di m a d re d ella m iserico rd ia ; e q u a li sen tim e n ti p ro v a
essa q u a n d o noi cosi la invochiam o.

Accade alcuna volta anche qui fra gli uomini che il pri
mogenito moribondo raccomanda alla vedova madre i suoi
piccoli fratelli orfani,^ ed ai fratelli stessi la madre. Ora, se
Ges Cristo, amorosissimo primogenito fratello nostro, PrU
mogenitus in multis fratribus (Rom. 8), non avesse fatto
altro con quelle sue tenere parole che raccomandarci in
tal modo a Maria, certamente che una tale raccomandazione,
fatta da un tal figliuolo ad una tal madre in tali e s tenere
circostanze, sarebbe stata pi che bastevole ad assicurarci
tutte le premure e le tenerezze materne di Maria. Ma n o ,
ch le parole del Signore non furono una semplice racco
mandazione passa'ggera: ma furono lespressione delle sue
ultime volont, il suo testamento, il suo supremo comando.
Furono un atto solenne, una donazione irrevocabile a causa
di morte, una destinazione della sua providenza, un nuovo
mistero deHamor suo, ultimo provvedimento del Dio sal
vatore: ed perci appunto che come si veduto (cap. VI),
Ges Cristo chiam allora Maria donna, enonwiarfre, per
ch volle dimostrare che in tal fatto non parlava egli da fi
glio di Maria, ma da redentore del mondo; non da uomo,
ma da Dio. Come dunque Maria potea dimenticare una ele
zione, una dignit, un incarico conferitole con termini s
energici e s autorevoli sulla croce dal Figlio di Dio che mo
riva per la salute del mondo? e ricordandosene, come poteva
mai non esercitarne le funzioni e non compirne i doveri?
Quindi non era ancora spirato sulla croce il suo divino
Figliuolo, che Maria si diede tosto a compiere verso la Chiesa,
datale s solennemente per figlia, le funzioni di una tene
PARTE PRIMA 105
rissima madre I Ed ecco come un interprete egualmente di
voto che dotto, Cornelio A-Lapide, descrive le sollecitudini,
le premure, le tenerezze materne di Maria verso la Chiesa,
questa vergine illustre, dice egli, stata da Ges Cristo de
stinata sulla croce ad essere la madre particolarmente degli
Apostoli e dei fedeli, come egli ne era stato il tenerissimo
padre, perch la sua mano pietosa venisse a sollevare i ca
duti, a consolare gli afflitti, a confermare i vacillanti, a con
sigliare i dubbiosi, a fissare glincerti; ed infine perch tutti
ed in tutto dirigesse colla sua prudenza, istruisse co suoi
lumi, animasse col suo amore: Virgo relieta fuit a Chri-
sto post se , ut illa Apostolorum et ficlelium esset m ater,
lapsos colligeret, affiictos solaretur, titubantes solidaret,
dubiis et anxiis consuleret, eosque per omnia dirigerei,
instrueret animar et. Ora egli certo che Maria non manc
ad alcuna di queste funzioni verso i suoi novelli figliuoli.
Imperciocch fu essa che raccolse insieme i discepoli che la
cattura di Ges Cristo avea dispersi e messi in fuga; fu essa
che eccit lanimo di Pietro scoraggiato ed abbattuto perla
memoria di aver negato il Maestro, e lo confort a sperare
e ad essere sicuro del perdono. Fu essa infine che port la
calma, la sicurezza, la fiducia nel cuore di tutti i fedeli che
la morte di Ges Cristo avea scompigliati e confusi, e li con
ferm nella fede della sua risurrezione vicina: Unde ipsa
Apostolos a Christo capto diffugientes collegitj Petrum ob
negalionem Christi pusillanimem spe veniae erexit; omne-
sque morte Christi turbatos fide resurrectionis Christi mox
fatarae confirmavit.
Che pi? Col crescere dei pericoli e dei bisogni della
Chiesa fu visto crescere altres lo zelo e la carit di questa
tenerissima madre. Il furore de Giudei si arma di tutta la
potenza dei principi: e per distruggere la Chiesa sul nascere,
simprigionano gli Apostoli e i discepoli si flagellano spie
tatamente. si danno a morte. Ora l amore materno fa che
106 PARTE PRIM A

Maria prenda come suoi proprii questi rei trattamenti di cui


vede la Chiesa sua figlia divenuta vittima. Tutto ci che i
discepoli soffrono nel corpo, questa madre amorosa lo spe
rimenta nel cuore; e le pene e i tormenti che ciascuno soffre
separatamente in s stesso, lamore li riunisce insieme per
farli tutti provare a Maria. Pure, fatta maggior di s stessa
e divenendo pi magnanima e pi forte a misura che soffre
di pi, trionfa delle sue pene, e incorraggiando gli Apostoli
co suoi discorsi e sostenendoli col suo esempio, loro insegna
a superare le proprie: Cum autem principes Judaeorum
Apostolos incarcerarent, flagellarent, occiclerent, ipsa omnes
hasce persecutiones, quasi sibi illatas, vive sentiebat; sed
excelso animo superabat, et Apostolos superare verbo et
exemplo docebat.
Ora questi conforti, siegue a dire il citato autore, questi
ajuti appunto volle Ges Cristo assicurare alla sua Chiesa
nel destinarle Maria per madre. A questi risultati mir, questi
previde, quando la chiam donna j e volle dirle: 0 madre
mia, da questo momento siete la donna verace, la donna ge
nerosa e forte, la donna perfetta, che in mia vece sia visibil
mente la base, la pietra e la colonna della mia Chiesa. Voi
sostenetela colla fermezza e colla robustezza del vostro animo;
e non solo in questi primi istanti, ma in tutti i secoli suc
cessivi sino alla fine del mondo siate ancora di questa Chiesa
che vi do in figliuola la difesa c lappoggio, adoperando la
costanza e il consiglio, lintercessione e la preghiera per rin
tuzzarne i nemici, per dissiparne le tempeste, per allonta
narne i pericoli e le tentazioni: Haec omnia praevidens d iri-
stus dixit: Mulier. 0 mater} esto deinceps mulier fortis et
generosa quae mei loco sis basis, petra et columna Eccle-
siae, ut eam robore tuo fulcias, omnes tentationum pr-
cellas tua constantia, consilio, oratione elidas et dssipes,
non tantum nunc, sed et omnibus deinceps seculis usque
ad fnem mundi (A-Lnp. in Joan.).
PARTE PRIMA 107

Conformemente adunque ai disegni amorosi di Ges Cri


sto, non dimentica Maria in cielo noi fedeli che formiamo la
Chiesa, per la quale fu s sollecita, s tenera e s amorosa
qui in terra. Imperciocch Ges Cristo non lha costituita
madre della Chiesa solo pei primi momenti in eui questa
nacque e si propag, ma per sempre e sino alla consuma
zione desecoli: Omnibus deinceps seculis usque ad finem
mundi. E come qui in terra cosa certissima, dice S. Bernar
do, che Maria fu oltremodo tenera e sollecita della salute del
mondo, Constai pr universo genere fiumano fuisse solfi-
citam (Homil. 2 super Miss.); cos, dice S. Germano, non vi
nel cielo chi, ad eccezione di Ges Cristo, si prenda mag
giore sollecitudine di noi, di quella che prende e risente Ma
ria: Quis, post Filiitm tuum, curam gerit fiumani generis
sicut et tu?
Che fa essa perci nel cielo questa madre amorosa? Ah!
essa per noi presso Ges Cristo ci che Ges Cristo per
noi pure presso del Padre. Presenta essa di continuo al trono
della maest divina i nostri prieghi, dice il beato Raimondo,
espone i nostri bisogni, perch in qualit di madre la no
stra mediatrice ed avvocata presso del Figlio, come il Figlio
nostro mediatore ed avvocato presso del Padre; anzi e
presso del Padre egualmente e presso del Figliuolo tratta
con sollecitudine il grande negozio della nostra salute: Ipsa
preces servorum repraesentat in conspectu divinae maje-
statisj quia ipsa est advocata nostra apud Filium, sicut
Filius apud Patremj imo apud Patrem et Filium procu
rai negotia nostra (praefat. in Cant.). E come Ges Cristo
dimostra di continuo al Padre le sue piaghe, cos Maria di
mostra di continuo al Figliuolo il suo seno per muoverlo
verso di noi a compassione e piet.
E qual meraviglia di ci? Essa madre: questa tenera pa
rola dice tutto, spiega tutto, e fa supporre e credere che Maria
fa tutto ed c tutto per noi presso di Ges Cristo. Impercioc-
108 PARTE PRIMA

ch mai possibile, si dice in Isaia, che una madre dimen


tichi e non senta il pi costante interesse, la pi viva com
passione, il pi tenero amore pel suo pargoletto, pel frutto
delle sue viscere ? Numquid oblivisci poterti mater infan-
tem, ut non misereatur filio uteri sui (Isa. 49)? Ma quan
danche ci potesse succedere nel cuore di una madre ter
rena; Maria pu con ragione soggiungere collo stesso Pro
feta che non potr mai e per nessun conto dimenticarsi di
noi essa che madre spirituale e celeste: Et si illa oblita
fuerit, ego non obliviscar tui (ibid.). La ragione di ci si
che Maria, come osserva il divoto Gisleberto, non madre
alla foggia delle altre madri, ma la madre per eccellenza,
a madre perfetta, la madre modello, la madre delle madri,
come si chiama la vergine delle vergini, la stella delle stelle,
Matrem Matrumf stella stellarum, virgo virginum. una
madre dataci a bella posta da Ges Cristo perch ci ami, ci
consoli, ci difenda. Una madre che si d essa stessa il titolo
dolcissimo di madre del bello amore, della vera speranza e
del vero conforto: Ego mater pulchrae dilectionis etsanctae
speij una madre che si d un tal titolo e se ne fa un sog
getto di vanto e di glorie, dice un sanfo Padre, per indi
carci che tutta amore e tenerezza per noi, cui a pi della
croce ha ricevuto ed ha accettato per figliuoli: Se dilectio-
7iis esse matrem gloriatur, quia tota est amor erga nos ,
quos in filios recepit. Perci, qualunque sia la condizione
della nostra vita, lo stato del nostro cuore, subito che siamo
della Chiesa e siamo nella Chiesa, e per le siamo figliuoli;
siamo certi che il seno della sua misericordia aperto per
noi, e la sua mano pronta a soccorrerci: Omnibus aperti mi-
sericordiae suae sinum.
E per indicarci appunto chessa sempre pronta, sempre
tenera verso di noi nediversi stati in cui possiamo trovarci,
la Scrittura le d nomi diversi, chiamandola aurora che spun
ta, luna che ricrea, sole che illumina e che feconda: Quasi
PARTE PRIMA 109

aurora consurgens, pulchra ut luna, electaut sol {Cant. 6).


Poich Maria, dice Innocenzo III, luna per quelli dcsuoi
figliuoli che camminano nella notte del peccato; aurora
per quelli che incominciano a sorgere alla luce della grazia ;
sole per quelli che camminano nel meriggio della santit
e della virt: Luna in nocte, aurora in dilucido, sol in
meridie. E la Chiesa per ci stesso la chiama la clemente,
la pia, la dolce verginella Maria, 0 clemens, o pia, o dulcis
virgo Maria giaccff, come dice S. Bernardo, essa' cle
mente pei suoi figliuoli che han pi bisogno, pia per quelli
che pregano, dolce per quelli che amano: Clemens indi
genti bus, pia exorantibus, dulcis diligentibus. Clemente
coi penitenti, pia coi proficienti, dolce colle anime sublimi
c perfette: Clemens poenitentibus, pia proficientibus, dulcis
contemplantibus. Clemente nel venire in nostro soccorso,
pia nelfarricehirci delle sue grazie, dolce nel darci tutta
s stessa : Clemens liberando, pia largiendo, dulcis s do
nando. Che se essa risente della parzialit per alcuno de
suoi figliuoli; i pi miserabili, i pi infelici, i pi disprezzati,
cio i peccatori, sono quelli che attirano di pi il suo sguardo
pietoso e risvegliano la sua tenerezza. Imperciocch essa non
fu costituita madre nostra se non nel momento in cui Dio
stesso dava la prova pi grande della sua misericordia verso
dei peccatori, morendo per loro. Maria dunque, nominata,
dir cos, nellepoca della misericordia, nel tempio stesso della
misericordia e dal Dio che era allora singolarmente il Dio
della misericordia e del perdono, singolarmente madre di
misericordia e di piet, e cosila saluta e la invoca la Chiesa;
Salve, regina, mater misericordiae. Ora che cosa significa
mai questa dolce parola misericordia? Essa, per quanto a
me ne pare, un bellissimo e felicissimo composto di tre
parole latine miseriae cor datum, il cuore dato alla miseria;
come la parola cadaver il composto di queste tre parole
latine caro data vennibus, la carne data ai vermini. Il titolo
HO PAHTE PRIMA

adunque di madre della misericordia, onde da tuttala Chiesa


di continuo invocata Maria, significa una madre il cui cuore
tutto dedicato, dovuto, consagrato alla miseria desuoi
figliuoli per sollevameli; una madre che, per quanto sia
tenera ed amorosa per tutti i suoi figliuoli, lo assai pi
pei pi miserabili; e che di questo sollievo e di questo soc
corso si fa una occupazione dlia sua vita, un titolo della
sua gloria, un dovere della sua grandezza. E .in verit, come
benissimo argomenta Riccardo da S. Lorenzo, se Maria non
fosse oltremodo premurosa e sollecita di ajutare i pi mise
rabili trasuoi figliuoli che sono i peccatori, non le compe
terebbe pi il titolo di madre della misericordia, giacch non
sarebbe n madre, n misericordiosa. Non sarebbe madre:
poich la madre non sindura, non volge altrove lo sguardo
dalle miserie, dalle infermit deproprii figli; ma sintenerisce
tanto di pi per loro, quanto essi sono pi infelici e pi
bisognosi. Non sarebbe misericordiosa: giacch la miseria
il campo in cui la misericordia, come lo stesso vocabolo lo
indica, si esercita, si manifesta trionfa, e dove non vi
miseria, non vi luogo alluso della misericordia, come dove
non vi offesa, non vi luogo a clemenza ed a perdono.
Ora quale miseria vi mai da paragonarsi a quella del
peccatore, che nella Scrittura si chiama lessere povero e
miserabile per eccellenza: Nescis quia es miserabilis et pau-
per (Apoc. 3)? Non pu dunque Maria, dice un interprete,
rigettare il peccatore, senza rinunziare ai suoi titoli e man
care al suo carattere ed alla sua dignit: Non dedignatur
peccatorem; propter hoc enim factam se recolit misericor
diae genitricem: ubi enim non est miseria, misericordia
non habet locum.
Che anzi, secondo il pensiero di questo Dottore, non pos
siamo noi presentarci a Maria cd invocarla col titolo dolcis
simo di madre, senza che il suo pensiero quasi involontario
ricorra altcmpo, al luogo, al fine,.alla persona da cui lolla
PAMTE PRIMA 111

la prima volta ricevuto: Recolit se factam misericordiae


genitricem. Il titolo di madre, questo vocabolo s pieno di
dolcezza, suona sempre soavissimo allorcchio e riesce te
nerissimo al cuore della donna a cui diretto. E qual madre,
al sentirsi chiamare madre dal suo tgliuolino, non si sente
appassionare il cuore e ricercare le viscere da un senso di
deliziosa tenerezza? Ma per Maria ha esso una forza, unat
trattiva, un incanto particolare. Esso le rammenta il Calvario.
Esso le rammenta leccesso della carit verso dei peccatori,
della quale ivi Ges Cristo le pos sotto gli occhi lo spettacolo
e le diede lesempio. Esso le rammenta come il suo Figliuolo
moribondo raccolse sul suo labro vicino a spirare tutto la
vanzo delle sue forze, e con una voce che gli usc dal fondo
del cuore le consegn tutti i fedeli per figliuoli. Queste tenere
memorie mettono in movimento, in agitazione il cuor di Maria,
e le fanno provare per noi quel senso di squisita tenerezza,
di amor generoso che allora prov. Le sue viscere si com
movono sopra di noi, come sopra i figli acquistati nel mo
mento misterioso del suo dolore.Ed al vederci raccolti attorno
a lei, invocandola con questo dolcissimo nome, in un trasporto
di commozione e di piet, Ah! dice a s stessa, questi sono
i pargoletti, sono i figliuolini che il mio Figlio e Signore mi
diede, mi confid prima di morire sulla sua croce; li rico
nosco al carattere di cristiani, allimpronta del Battesimo,
alle tracce del sangue divino di cui li vedo bagnati. S, son
dessi appunto: ed io non posso loro negare quellamore e
quella tenerezza di cui Ges, nel darmeli, mi fece un dovere,
ed io neHaccettarli un titolo di dolcissimo vanto: Parvuli
sunt quos donavit mihi Deus (Gen. 55).
Non possiamo dunque dubitare che Maria sia per accogliere
i nostri prieghi con bont, ascoltarli con pazienza, avvalorarli
con efficacia, secondarli con amore: e che sia per dimostrarcisi
madre tenerissima, tanto solo che noi ricorriamo a lei colla
fiducia di affezionati figliuoli.
112 PARTE PRIMA

Capo XV. G es C risto com e colle parole dette a M aria - E cco il tuo fi
glio - le isp ir i se n tim e n ti di ten erissim a m a d re verso la C hiesa, cos
colle paro le d ette a S. G iovanni - E cco la tua madre -h a isp ira to ai veri
fedeli se n tim e n ti, verso M aria, di affezionali fig liu o li. A ccordo m e ra
viglioso d i tu tte le nazioni catto lich e n e lla m a re e nel v enerare M a
r ia : esso non e non pu essere che laffetto d e lla p aro la onnip o ten te
d i G es C risto, e d ella trasfu sio n e e d ella p erm an en za del su o sp irito
n ella v era C hiesa.

La solenne dichiarazione di Ges Cristo in croce, che noi


siamo andati in questo libro spiegando, contiene due parti.
Nella prima il Salvatore ha costituita Maria in madre della
Chiesa: Dixit Mairi suae: Ecce filius tuus; nella seconda ha
costituita la Chiesa, e tutti i veri fedeli in conseguenza,in figli
di Maria: Deinde dicit discipulo: Eccemater tua. Or poich
tutte e due le parti di questa dichiarazione amorosa sono
state pronunziate nello stesso tempo, nello stesso luogo, dalla
stessa persona, e tutte e due insieme formano uno depi
preziosi ed importanti articoli del testamento di Ges Cristo
in croce; hanno tutti e due la medesima forza, e devono aver
prodotto i medesimi effetti nelle diverse persone che ne sono
il soggetto. Come dunque, colle parole dette a Maria: Ecco
il vostro figlio, si veduto che Ges Cristo non solo le ha
dato il titolo e il grado, ma la qualit altres, il cuore e laffetto
di nostra madre; cos colle parole dette a Giovanni ed a
quelli di cui Giovanni era il rappresentante: Ecco la vostra
madre, non solo ha dato il Signore alla Chiesa ed ai veri
fedeli il titolo e il grado, ma la qualit vera altres, laffetto
e il cuore di figli di Maria. Imperciocch queste ultime pa
role, come le altre, sono state pronunziate da un Dio: come
le altre formano parte dellespressione delle sue ultime vo
lont e del suo testamento; come le altre sono parole ope
rose ed efficaci che compiono quello che indicano e nel me
PARTE PRIMA .113

desimo momento che lo indicano; come le altre, infine, fecero


una impressione profonda, indelebile, e risvegliarono senti
menti ed affetti analoghi nellanimo del personaggio cui fu
rono indirizzate.
Non solamente Maria per, ma Giovanni o la Chiesa, in
queglistanti misteriosi ed ineffabili, in seguito della parola
possente delluomo-Dio, provarono una vera rivoluzione nel
proprio cuore e se lo sentirono tutto ad un tratto cambiare,
elevare, temperare ai dolci affetti proprii denuovi incarichi
e delle nuove qualifiche che loro erano conferite; sicch
come la vera data del tenerissimo amor materno di Maria
verso la Chiesa si il Calvario e la morte di Ges Cristo,
cos questo medesimo tempo e questo medesimo luogo sono
la data del tenerissimo amor filiale della Chiesa verso Maria.
E perch non rimanesse alcun dubbio sopra luguaglianza
di questi effetti meravigliosi delle parole del Signore tanto
in Maria rispetto alla Chiesa, quanto nella Chiesa rispetto a
Maria, il Signore ha usato la medesima espressione, il me
desimo giro di parole tanto nel dare la madre al discepolo,
quanto nel dare il discepolo alla madre, avendo detto alluna :
Ecco il vostro figlio; ed allaltro: Ecco la vostra madre. La
parola ecco, di cui si fatta conoscere la forza e il mistero,
egualmente visi trova: il tornio della frase. lo stesso. Ora
espressioni affatto simili indicano simili idee, simili concetti,
simili dritti e simili doveri.
Ed ecco la ragione di quellamore s universale, s costante,
s tenero e s industrioso della vera Chiesa verso Maria. I
sommi pontefici e i vescovi, i concilii generali e i concilii
nazionali, i Padri e i Dottori, gli ordini religiosi e gli ordini
militari, le universit e le accademie hanno fatto mai sem
pre a gara per celebrarne le lodi, per promoverne il culto,
per ampliarne la divozione, per difenderne e vendicarne
dalla temerit degli eretici le eccelse prerogative, i titoli di
grandezza onde piaciuto a Dio di ricolmarla. I Padri e i
114 PARTE PRIMA

Dottori particolarmente, quando parlano di Maria, sembrano


trasportati da un sentimento di stima profonda e di tene
rissimo affetto. Il loro entusiasmo si risveglia, la loro facon
dia si anima, la loro espressione diviene pi felice e pi
energica, i loro concetti e i loro pensieri si elevano come
i loro sentimenti. La loro eloquenza, pi che quella della
mente, allora quella del cuore; e se la ragione e la fede
che li guida, per lamore che li muove e li rende facondi.
E mentre che certi freddi teologi, stranieri al vero spirito
della religione, sotto manto di uno zelo o stolido o menzo
gnero pel Figlio, accusano i fedeli di dare titoli troppo ele
vati alla Madre, cosa singolare che i Padri tutti, con un
accordo maraviglioso, Ne parlano, dice il Segneri, bene
spesso con tali forinole che han bisogno di amica inter
pretazione, affinch non si stimino esorbitanti (Divoto di
Maria, p. I): e ci che ancora pi singolare, i Padri apo
stolici, i Padri dei primi secoli della Chiesa, e perci i pi
vicini alla fonte della tradizione cristiana, i Dionisii, glIgna-
zii, glIrenei, gli Epifanii, i Cirilli, sono i pi enfatici nelle
lodi di Maria, ed i pi teneri ed i pi affettuosi nella loro
divozione.
Mirate quante feste ha istituite la Chiesa ad onor di Ma
ria; quante pratiche divote ha adottate e promosse; quante
belle preghiere ha composte, quanti titoli magnifici le attri
buisce nel celebrarne le grandezze e neHiraplorarne in tutti
i suoi bisogni il patrocinio! Mirate come questo nome dol
cissimo, dopo quello di Ges Cristo, introdotto dalla Chiesa
in tutti i suoi riti, in tutte le sue cerimonie, in tutte le
parti del culto 1 Mirate quante volte la onora tra lanno, la
celebra nel mese, la richiama nella settimana, linvoca nel
giorno! E con quanta unzione, con quanta fiducia, con quanta
tenerezza e con quanto trasporto! .
Ora non vi nulla in tutto ci che debba recarci mera
viglia. Subito che la parola onnipotente e feconda di Ges
parte prima
Cristo lui costituito la Chiesa figlia di Maria, ed ha dato ai
membri di questa Chiesa, insieme col titolo, il cuore ancora
di figliuoli di Maria ed il sentimento profondo ed indelebile
di questa figliolanza, come a Maria diede quello della ma
ternit: la Chiesa non pu condursi con Maria, non'fli par
lare di lei, se non nella maniera in cui si conduce infatti e
ne parla. Essa figlia e figlia verace, costituita e formata
tale dal Figlio stesso di Dio: questa parola dice tutto, spiega
tutto: e qual prova di tenerezza e di.amore pu mai parere
soverchia quando trattasi di figlia a Madre?
Di pi, la Chiesa figlia amorosa, ma di un amore s puro,
s santo, s tenero, come lamore di Ges Cristo medesimo
dal quale emana. Ges Cristo, come si veduto, in questa
circostanza s solenne, si posto nel luogo nostro e ci ha
fatto passare nel suo: o piuttosto ci ha renduto una stessa
cosa con lui. Perci non solo ha dato a Maria il medesimo
cuore che ha versoci noi esso stesso: ma ha dato a noi an
cora il medesimo cuore che ha esso stesso verso di lei. La
fiamma della divina carit che, discendendo dalla croce,
uscendo dal cuore del Redentore, mentre che parole s soavi
uscivano dalla sua bocca, venne ad investire Maria, comprese
ancora Giovanni, ed in tutti e due fece nascere i sentimenti
daquali era allora penetrato il divino suo cuore. E siccome
amava.egli allora come padre tenerissimo i figli della Chiesa,
rappresentati da Giovanni; e come affezionatissimo figlio la
sua eroica madre Maria; cos questa sua carit risvegli in
Maria il pi tenero amor materno per noi; ed in noi risve
gli il pi tenero amor filiale verso Maria.
Osserviamo ancora con S. Paolo che Ges Cristo non solo
ci ha fallo divenire in s stesso figli del suo medesimo Padre
celeste che Dio; ma ha trasfuso in noi il suo medesimo
spirito, il suo medesimo cuore, perch possiamo riguardare
ed amare questo Dio come vero padre nostro per grazia,
malgrado la distanza infinita che da noi lo separa per na
116 PARTE PRIMA

tura; giacch, dice questo Apostolo : Noi abbiamo, col titolo,


ricevuto ancora lo spirito di quella sublime adozione onde
il nostro cuore c sollevato sino a chiamare, con un clamore
di profonda dilezione e fiducia, Dio, nostro Padre, Accepi-
stis spiatimi adoptionis in quo clamamus : Abba Paterj e
soggiunge ancora, che una delle operazioni interiori e sc-
crete dello Spirito Santo questa per lappunto di darci la
persuasione intima di essere figli di Dio, ed i sentimenti che
vi corrispondono, e di mantenerli in noi sempre vivi ed ope
rosi: Ipse enim Spiritus testimonium reddit spiritui no
stro quod sumus filii Dei.
Ora, ci che in noi ha fatto riguardo al suo medesimo
Padre: non ha potuto non farlo altres riguardo alla sua
Madre medesima. Ci ha dunque anche vrso di lei, come
verso del Padre, fatto parte del suo medesimo spirito, del
suo medesimo cuore, del suo medesimo amore, onde siamo
penetrati dalla verit di quest altra adozione e siamo ani
mati a riguardare, ad amare ed invocare Maria come nostra
vera madre.
Questa dottrina spiega ancora lentusiasmo, il trasporto
della divozione di tutti i popoli veramente cristiani verso
Maria. Ho veduto grandissima parte dellItalia ; da per tutto
mi si detto: Oh! il nostro popolo poi singolare per la
divozine verso Mariaj ed avendo esaminato da me stesso
il fatto, mi sono convinto che era verissimo. Ma siccome lo
stesso mi si detto da per tutto, e da per tutto ho verifi
cato che accade lo stesso-, cos di unaltra cosa altres ho
dovuto convincermi, cio che la divozione verso Maria una
divozione s straordinaria, s grande, s tenera, s affettuosa,
che ogni popolo si crede solo ad averla tale; e che intanto
questa divozione appunto cos grande, cos tenera e cos af
fettuosa, nella quale ogni citt, ogni popolo si crede di esser
unico, infatti la divozione di tutte le citt e di tutti i po
poli dellItalia nostra.
PARTE PRIMA 117

La stessa osservazione accadr di fare a chi vorr confron


tare nazione con nazione anche fuori dItalia. Siano di esem
pio le due nazioni cattoliche dellEuropa, pi lontane fra loro
per distanza di luoghi non meno che per diversit di lin
guaggio, di governi e di costumi, la Spagna e la Polonia,
prima almeno delle luttuose vicende di questi ultimi tempi.
Chi considera la Spagna da prima sotto il rispetto di che
si tratta, creder che non vi sulla terra popolo pi dello
Spagnuolo fervente e pi divoto di Maria; tanti sono non
solo gli altari, i santuarii, le chiese e i pii stabilimentfsacri
al suo dolcissimo nome, ma ancora le istituzioni puramente
letterarie, civili, politiche, militari a lei dedicate. Se per
si volger alla Polonia lo sguardo, sar forza di essa ancora
confessare assolutamente lo stesso. Imperciocch vedesi ivi
Maria non solo onorata con tutti i titoli egli ossequii dogni
sorta proprii della Spagna, ma invocata altres col titolo spe
cialissimo di Regina della Polonia. Lo stesso si dovr con
cludere se si paragona la Francia collAlemagna, lUngheria
colla Boemia, la Baviera collAustria, lIrlanda collInghil
terra cattolica, i Latini coi Greci, gli Armeni cogli Etiopi, il
nuovo mondo collantico, i vecchi popoli cristiani coi novel
lamente venuti alla fede. Maria scorgesi da per tutto vene
rata con tanta magnificenza di' titoli, moltiplicit di feste,
fervore di pratiche, specialit di affetto, che di ciascuno di
.questi popoli e di queste contrade dovr dirsi che c la con
trada sacra specialmente a Maria e il suo popolo particolare.
E se lo stesso si pu diredi ciascuno, egli chiarissimo che
di tutti insieme potr dirsi ancora lo stesso: ci che signi
fica che tutte le nazioni cattoliche hanno un medesimo sen
timento, un medesimo cuore per Maria.
E siccome alla madre ricorrono i figliuoli in tutte le loro
occorrenze, cosi nelle calamit pubbliche e nelle angustie
private, nebisogni dellanima e nelle miserie del corpo, nel
tempo dei flagelli di Dio e nel tempo delle persecuzioni degli
L a M a d re d i D io. 8
118 PARTE PRIMA
J
uomini, il clero e il popolo, i principi e i plebei, le citt e
le provincie, tutte le condizioni, tutte le classi, tutte le et,
tutti i sessi ricorrono sempre e da per tutto a Maria. Maria
invoca il navigante nella tempesta, linfermo nella malattia,
il povero nellindigenza, lafflitto nella tribolazione, il guer
riero nella battaglia: e quello che pi, il peccatore nelle
miserie delle sue abitudini e del suo peccato si rivolge a
Maria; e non vi cristiano s degenerato, s corrotto che,
anche in mezzo alla licenza delle passioni, non conservi nel
fondo del proprio cuore un avanzo dinclinazione verso Ma
ria; che a lei di quando in quando non rivolga qualche mesta
occhiata con cui le chieda piet, e che non nutrisca una fi
ducia secreta nel suo materno patrocinio. E chi esercita lec
clesiastico ministero conosce per esperienza che queste dis
posizioni rimote del peccatore sono sovente il canale onde
la grazia penetra nel suo cuore e se ne rende padrona.
Ed cosa veramente singolare che la piet, il fervore, la
santit propria del cristiano essendosi col volger dei secoli
indebolita e raffreddata a segno che la massima parte dei
moderni cristiani sono, rispetto agli antichi, appena ci che
una smorta pittura rispetto al suo vivente originale; pure
il culto di Maria, lungi dallesser venuto mai meno, ogni d
pi si accresce, si consolida e si estende. Qual festa di Ma
ria non si celebra da per tutto con dimostrazioni di vera
gioja e di vera religione? Quale divozione, quale pratica no
vella sintroduce ad onor suo, che subito non alligni, non
si propaghi, non si perpetui, non si mantenga a fronte delle
bestemmie, della incredulit, dei delirii delleresia e dei sar
casmi dell indifferenza? Quale libro si stampa a sua lode
che non sia tosto ricercato con impegno, letto con trasporto?
Quale immagine che la rappresenti simprime, si colora,
si mette di nuovo al pubblico, che non risvegli una nuova
divozione c un nuovo entusiasmo? Il culto di Maria dunque
-ancora supcriore alle prove del tempo, che lutto affievo
lisce, tutto deteriora, tutto distrugge.
PARTE PRIMA 119
Orn questo sentimento s unanime, s universale, s pro
fondo, s costante, s tenero decattolici per Maria, non pu
essere lcffetto dello industrie, dello zelo di un individuo o
di un corpo, per influente che sia, inteso a propagarlo. Im
perciocch nessuna causa privata e particolare pu mai pro
durre un effetto s comune e s generale. Bisogna dunque
risalire ad una causa pi elevata e pi possente, ad una
causa che opera su i cuori e che vimprime istinti di cui
non si pu assegnare ragione; sentimenti che non si coman
dano : inclinazioni che, per mezzi puramente umani, non pos
sono ottenersi giammai n cos costanti a traverso delle pi
tristi vicissitudini, n cosi universali tra popoli tanto diversi
dindole e di costumi, e di luoghi si distanti. Bisogna attri
buirlo a quello spirito di cattolicit che informa tutta la
Chiesa, che ne come lanima, ed lo spirito stesso di Ges
Cristo che rimasto nella Chiesa sino alla fine del mondo
per ispirarle non solo la concordia della fede nella credenza
delle medesime dottrine, ma ancora la concordia dellamore
nella pratica delle medesime opere di religione c di piet.
Bisogna riconoscervi leffetto prodigioso della parola di Ges
Cristo, onde egli come ha dato a Maria un sacro istinto, un
cuore di madre verso i veri fedeli, ha dato altres ad ogni
vero fedele un istinto, un cuore di figliuolo verso Maria. E
qual meraviglia poi che i figli, subito che hanno della figliuo-
lanza la qualit insieme c i sentimenti, bench divisi fra
loro per distanza di luoghi, sintendano senza parlarsi, e
senza concertarsi si accordino nellonorare la loro madre,
nellinvocarla con fiducia, nel celebrarla con trasporto, nel-
lamarla con tenerezza, se un comune istinto, ricevuto colla
grazia della fede, che ispira e persuade questi sentimenti
comuni?
20 PARTE PRIMA

Capo XVT. Il cu lto e la divozione verso la M adre di Dio, indizio d e lla


vera fede. Gli eretici non in ten d en d o n u lla di questo m istero di am ore
e b ia sim a n d o le p ratich e catto lich e verso M aria, si credono savii, e
sono sto lid i; dicono di vederci, e son ciechi.

Ma questa una di quelle leggi delle quali Iddio avea di


gi predetto per la bocca del suo Profeta che al tempo della
redenzione le avrebbe scritte egli stesso non gi sulle pie
tre, ma nel euore de figli degli uomini: Scribam legem
meam in corde eorum (Jer. 35): poich infatti questo sen
timento di divozione e di affetto verso Maria, e di fiducia
nella sua intercessione e nel suo patrocinio, pi o meno te
nero, pi o meno fervente, si ritrova nel cuore di ogni vero
cattolico.
Non sappiamo delle volte renderne a noi stessi ragione:
eppure non possiamo disfarcene, rimanendo cattolici, perch
non l abbiamo noi destato in noi stessi, ma la medesima
grazia che ci ha renduti figli della Chiesa, ci ha dato altres
il sentimento di figli di Maria: a segno che non si conosce
vero cattolicismo senza la divozione a Maria, n vera divo
zione a Maria fuori del cattolicismo.
Quindi la divozione a Maria (e questa riflessione ancora
consolantissima per le anime veramente pie e fedeli) uno
degli indizii, dei segni meno equivoci e pi ecrti della vera
fede. E la ragione ne chiarissima dietro tutto quello ehe
si finora discorso.
Giovanni non dato a Maria per figliuolo in quanto esso
Giovanni figlio di Zebedeo, in quanto ha dei pregi perso
nali e tutti suoi proprii: ma in quanto esso discepolo e
discepolo diletto di Ges, Discipulus quem diligebat Jesusj
in quanto cio ha le due qualifiche le quali appartengono
tutti i veri fedeli, a tutti i figli della Chiesa: e perci
Giovanni tutti in s medesimo li rappresenta, come si di
t>ARTE P R I M A 12i

gi notalo col Silvcira: Joannes est nomen particulare, cli-


scipulus nomen comunej ut denotetur quod Maria omni
bus relieta est ma ter.
Maria dunque particolarmente madre devcri credenti,
e questi sono particolarmente i suoi veri figliuoli. Da ci ne
siegue che siccome non vi vero credente, ossia vero di
scepolo diletto di Gesti Cristo, che non sia figlio altres di
Maria, cos non vi vero figlio di Maria che, perci stesso,
non sia discepolo diletto di Gesti e vero credente: e siccome
lessere discepolo diletto di Ges e vero credente una con
dizione necessaria per divenire figlio di Maria ed avere verso
di lei un cuore ed un affetto da figliuolo, cos lessere figlio
di Maria e lavere per lei affetto e cuore di figliuolo un
segno, un indizio sicuro di essere vero credente e discepolo
diletto di Ges Cristo; giacch il Figliuolo di Dio colla sua
divina parola non diede il nome, la qualit e molto pi il
cuore di figli di Maria, se non ai suoi veri discepoli diletti,
ai veri credenti, ai veri figli della Chiesa.
Si legge nella vita di S. Ignazio che, traversando egli co
suoi nove compagni le contrade della Svizzera, gi infette
dalla eresia di Calvino, per passare in Italia, una donna si
fece loro incontro, e nei trasporti del pi grande entusiasmo
e versando dagli occhi lacrime di giubilo e di tenerezza, si
prostr ai loro piedi, e non si stancava di benedire Iddio e
di baciare le loro vesti coi segni della pi grande divozio
ne. Interrogata costei dai santi pellegrini della ragione di
queste straordinarie dimostrazioni di gioja cristiana, disse:
Io sono cattolica, e la sola rimasta cattolica in questa terra
infelice. I predicatori della setta di Calvino hanno fatto tutti
gli sforzi per trarmi nella loro apostasia; e per riuscirvi
hanno preteso persuadermi fra le altre cose che il cattoli-
cismo finito e che pi non vi sono cattolici nel mondo.
Io non ho loro creduto: ma oggi mi gode indicibilmente
lanimo al vedere comiei occhi che i nuovi maestri di cr-
8*
122 PARTE PRIMA

rore sono impostori. Ah! non vero che non vi sono pi


cattolici, mentre tali siete voi veramente. E che voi siate
cattolici Io tengo per sicuro al vedere che tutti portate al
collo il rosario di Maria, che leresia in queste contrade ha
proscritto, e che perci per me un segno certo di cattoli-
cismo. Aff, che questa donna in tal congiuntura dimo
str una intelligenza della vera religione che pi grande
non potrebbe aversi da un profondo teologo; e collajuto
del suo religioso istinto e del tatto della sua vera piet
formossi un giudizio pi certo e pi sicuro di quello che
avrebbe potuto ottenere dalla pi dotta controversia o da
una teologica dimostrazione. Imperciocch difatti lonorare
con tenerezza filiale Maria lo stesso che essere discepolo
di Ges Cristo e perci figlio della Chiesa; e perci ancora
il sentire divozione per Maria uno dei pi certi segni di
essere nella vera religione.
S. Germano-, molti secoli prima, avea anchegli ragionato
appunto cos, avendo detto che siccome la respirazione
allo stesso tempo cagione e indizio che luomo vive nellor-
uine naturale, cos linvocazione del nome di Maria e la
pratica del suo culto prova che coloro che vi si esercitano
vivono nellordine spirituale, ed germe che produce una
tal vita, ed alimento che la conserva: Sicut respirano non
solum est signum vitae, secl etiam causa; ita Mariae no-
men quoti in servorum Dei ore versatur simul argumen-
tum est quod vivant, et simul etiam hanc vitam efficit et
conservai (Orat. de Virg.). E siccome la vera fede il prin
cipio della vita spirituale dei giusti, Justas autem nieus ex
fiele vivitj cosi linvocazione e il culto verace di Maria im
plicitamente argomento e prova altresi della vera religione
e della vera fede.
Egli perci che nelle contrade in cui i cattolici vivono
frammischiati agli eretici, le citt in cui si vedono sulle vie
le imagini di Maria, sono da tutti riconosciute per citt
PARTE PRIMA m
cattoliche; e le famiglie in cui si odono recitare di Maria
le lodi sono a questo solo segno ravvisate per cattoliche fa
miglie. Ed anche nellItalia nostra, nella quale, sebbene le
galmente tutta cattolica, pure disgraziatamente lincredu
lit e leresia contano non pochi seguaci, la famiglia in cui
si sa che si recitano le lodi e il rosario di Maria per ci
solo si ha per vera famiglia cristiana. Quindi quel senso de
lizioso di santa compiacenza che provano le persone animate
dal vero zelo di religione allora quando, o passando per le
vie pubbliche, o stando nella propria casa, odono, sia nel
giorno, sia nel silenzio della notte, laria echeggiare delle
lodi di Maria che si recitano nelle private abitazioni: non
gi che quella famiglia in cui questa pratica non in uso
si abbia o si debba, per questo solamente, avere per una
famiglia di religione sospetta. Ma se lomissione delle pra
tiche di piet verso Maria non gi sempre un segno din
credulit o di eresia, il contrario per vero generalmente,
cio che l'invocazione e il culto di Maria segno di vera
religione: e questo ormai nellopinione comune il distin
tivo delle famiglie veramente cristiane.
Ahi che chi crede alle pratiche di piet, crede molto pi
ai dommi della vera religione; e non pu essere contrario
alle dottrine, agli insegnamenti del figlio, chi si compiace,
chi si delizia nellonorare la madre. Questo sentimento in
nato di tenerezza figliale per Maria ha la sua radice nella
vera fede; uno defrutti chessa porta, degli effetti che
essa produce, dei sentimenti chessa ispira: e dacch il F i
glio di Dio non ha dato che il suo vero discepolo diletto,
il vero fedele, per figlio a Maria, costui solamente ha di
questa figliuolanza il sentimento e ne compie i doveri.
Coloro pertanto che, per somma loro sventura, si sono
separati dallunit della Chiesa per gittarsi nello scisma o
nelleresia, siccome non sono veri discepoli diletti di Ges,
perch fuori della Chiesa; cos non hanno n la qualifica,
124 PARTE PRIMA

n il cuore, n laffetto di figliuoli di Maria, retaggio sola


mente proprio de discepoli diletti di Ges. Questa legge di
amor filiale per Maria non si trova scritta nel loro cuore.
Imperciocch questa legge o il sentimento che essa produce
ha la sua sorgente nella stessa tenerezza filiale che Ges
Cristo ha per Maria, e di cui fa parte a quelli che formano
un solo corpo con lui, ossia alle sue membra, ai veri figli
della sua Chiesa. Tutti coloro adunque che non sono della
Chiesa, e che perci non formano un corpo con Ges Cristo,
siceome, restando in questo stato, non partecipano ai suoi
privilegi ed asuoi diritti, cosi non partecipano ai suoi sen
timenti ed a suoi affetti. Non sentono essi perci nulla di
tenero, di dolce, di affettuoso per Maria. Il loro cuore per
lei freddo ed indifferente. Essa per loro donna e non ma
dre.Ss hanno alcun sentimento di stima per la gran donna,
non hanno per alcun movimento di dilezione per la ma
dre amorosa. Se la venerano, se la onorano, al loro modo,
questo culto tutto di mente e di ragione, ma non di cuore
c di sentimento; un culto di stima, di opinione, che non
risveglia alcun affetto; un culto arido e freddo, un culto in
somma che non culto: giacch una pratica qualunque di
religione a cui straniero il cuore un omaggio sterile,
filosofico, astratto della mente; ed un tale omaggio esce dalla
sfera degli atti di religione, e di culto non merita nem
meno il nome.
Stranieri pertanto gli eretici ai sentimenti che noi cat
tolici proviam per Maria, non intendono nulla in tutto ci
che noi facciamo e diciamo a lei e.per lei. Non compren
dono che il culto che noi le rendiamo, culto particolare,
culto diperdulia, inferiore a quello che a Dio prestiamo,
ma superiore a quello che si pratica eoi santi, non com
prendono, dico, che questo culto per noi una specie di
stinto religioso, un moto indeliberato, un bisogno del cuore.
Non comprendono che esso leffetto delle relazioni di fi-
PARTE PRIMA 128
gliunlanza clic la parola divina ha stabilito fra noi e Maria,
unitamente alle relazioni di fratellanza che la stessa parola
divina ha stabilito tra noi e Ges Cristo; e che tanto na
turale che noi proviamo un vero gusto, una vera delizia in
tcriore ad onorare Maria, a ricorrere a lei, ad invocarla,
quanto naturale che un figlio provi gusto e delizia nel
fare altrettanto colla propria madre.
Quindi nelle nostre pratiche di divozione verso Maria,
sebbene regolate e ritenute dentro i giusti confini dallau
torit della Chiesa, non vedono essi che pratiche supersti
ziose, ossequii fuori di misura, ingiuriosi a Dio, inconve
nienti a Maria, e per noi stessi inutili e vani. Quindi ei cri
ticano, ci biasimano, ci deridono ancora ; e si applaudiscono
e si gonfiano, perch essi non fanno nulla di tutto ci: quanto
dire che si dan vanto di una cosa per la quale dovrebbero
gemere seco medesimi: giacche intanto essi non compiono
tali pratiche perch non ne hanno il sentimento, non ne
sperimentano ih bisogno; e sono cos stranieri ad una delle
sorgenti delle pi grandi consolazioni e dei pi grandi con
forti che noi cattolici nelle tristi vicende della vita troviamo
nel ricorrere e nellonorare Maria, e che ci salva dagli ec
cessi della disperazione e dagli orrori del suicidio.
Ma se qualcuno dei nostri fratelli separati riabbraccia, co
me tutto giorno accadde principalmente a questi nostri tempi,
riabbraccia, dico, sinceramente la vera religione e rientra
nella vera Chiesa; esso medesimo sperimenta, sul proposito
di che si tratta, un cangiamento sorprendente e istantaneo
nel proprio cuore. Senza che nessuno gli faccia una legge
della divozione a Maria, incominera tosto a sperimentarne
rinclinazionc e a sentirne il bisogno. Il suo cuore si apre
da s allamor filiale verso questa tenera madre: i pregiu-
dizii cadono presso di lui insieme cogli errori; il cuore si
cambia come lo spirito. Colla retta regola del credere, prende
anche la vera regola deHamare;c, come ho avuto occasione
m MARTE PRIMA
di osservarlo io stesso, i protestanti sinceramente convertiti
al cattolicismo, sebbene non abituati come noi dalla nascita
alle pratiche della divozione, diventano come per incanto
singolarmente divoti di Maria e dimostrano in ci un fer
vore, un impegno, un gusto capace di far vergognare co
loro che una tale divozione ban succhiata col latte.
Per la contraria ragione per, appena un cristiano (e lo
stesso deve molto pi dirsi di un popolo) esce dal circolo
dellunit cattolica e abbandona la Chiesa, siccome perde
la qualit di figlio di Maria (giacch pi di Maria non fi
glio chi pi non fratello e membro del corpo di Ges
Cristo), cos ne perde ancora listinto e il sentimento; ed
abbandona perci ogni pratica di piet verso colei che, di
madre che era, divenuta per lui una estranea. Si crede costui
come rischiarato da un lume improviso a scorgere dellesor
bitanza, della superstizione e dello scandalo dove prima ve
deva una giusta ed edificante pratica di religione. Ma que
sto, che crede un lume novello, non che un accrescimento
di tenebre: Lumen, quocl in te est, tenebrae sunL Collal
terarsi in lui la vera fede, si alterato lordine della di
vina carit: e i sentimenti del cuore si sono in lui cancel
lati a misura che, per usare una espressione profetica, si
sono diminuite le sante verit nel suo spirito: Diminutae
sunt veritates a fliis hominum (Psal. di). Intanto, inorgo
glito per ci per cui dovrebbe umiliarsi, e pago di s stesso
per quello per cui dovrebbe compiangersi, si mette a com
battere la vera divozione, che colla vera fede ha perduta, e
clic condanna perch pi non la intende, e pi non la in
tende perch non la sente egli pi.
Quindi che gli eretici di tutte le sette e di tutti i co
lori, si sono in tutti i tempi scagliati prima di ogni altra
cosa contro le pratiche della piet cattolica verso Maria: e
per distruggerle con maggior successo, incominciano ad at
taccare i privilegi sublimi di Maria che ne sono il fonda
PARTE PRIMA 127
mento, e che la tradizione e i concilii le hanno assicurati.
Perci siccome il culto e la divozione di Maria indizio di
vero eattolicisino, cos indizio di eresia o almeno di so
spetta religione Tavversione e molto pi il disprezzo c la
guerra, che, sotto la maschera di uno zelo bugiardo per la
dignit del figlio, si fa alle prerogative della madre ed alle
pratiche di piet con cui la invocano e la onorano i suoi
veraci figliuoli.
Spargiamo lacrime di compassione sopra questo acceca
mento volontario di una porzione debattezzati, e sopra le
miserie di cui questo loro accecamento per essi sorgente
funesta. E felici della nostra sorte di trovarci nella vera
Chiesa, dove abbiamo Maria-per madre: siamo generosi e
costanti nel culto di lei, neHattaccamento per lei, per aver
parte a quei beni, che seco porta la compagnia e la prote
zione di questa madre amorosa.

Capo XVII. Le parole di Ges C r is t o - E c c o la madre ,ecco il figliuolo -


rich iam a n o n a tu ra lm e n te al pensiero le parole di P i l a t o - E c c o luomo ,
ecco il vostro re .- Circostanze di q u es ta dichiarazione di P ilato.
S ua significazione e rapporto che ha col titolo della croce. Spiega
zione di questo titolo e su a a rm o n ia colle parole di G es Cristo, in
questo titolo, ed in queste parole si contiene lu tto il cristianesim o.
Q uali devono essere i veri figli di Maria.

Dopo tutte le interpretazioni s varie e s importanti che


nel corso di questo libro sisono date alle parole di Ges
Cristo, Ecco il tuo figlio, ecco la tua madre, parrebbe che
non potesse nuHaltro aggiungersi di nuovo sulle parole
medesime. Pure tale la fecondit della parola di Dio che "
quanto pi si considera e si medita, tanto pi vi si scoprono
grandi e preziose verit: e le citate parole in particolare
sono s gravide di sublimi misteri e di utili insegnamenti
che se si volessero tutti riferire e spiegare, bisognerebbe
che ricominciassimo di nuovo questa prima parte del pre-
128 PARTE PRIMA
sente trattato. Ma poieh essa andata insensibilmente cre
scendo al di l forse del bisogno, e certamente al di l della
nostra prima idea e del nostro primo concepimento; nella
necessit di ailrcffarci di giungerne al fine desiderato, ci
contenteremo di dare ancora di queste parole misteriose
unultima spiegazione che sempre meglio ce ne far cono
scere la profondit e ci fornir materia di una solida ed
importante istruzione, eon cui daremo termine alla prima
parte del nostro lavoro.
Noi vogliamo per un istante arrestarci alla parola Ecco,
che, come vedesi, nellindicato discorso del Signore si trova
per ben due volte ripetuta, e che, attesa la circostanza so
lenne e grave in cui stata pronunziata, deve avere una
grande estensione e contenere essa sola, un importante mi- -
stero.
E come difatti pu mai leggersi questo tenerissimo Ecce
mater, ecce filiasj Ecco la madre, ecco il figliuolo , che
Ges Cristo ha pronunziato di Maria, senza che il pensiero
quasi involontariamente ricorra al non men tenero e com
movente Ecce homo, ecce rex; Ecco l uomo, ecco il re , che
il preside romano Pilato'ha detto di Ges Cristo?
Aveano i Giudei fatto del corpo santissimo del Signore il
governo pi spietato, lo scempio il pi atroce, lo strazio
il pi crudele, che siasi mai fatto al mondo, non dico di
alcun altro uomo, ma di fiera alcuna condannata al macello.
Lo aveano scarnificato coi flagelli, pesto coi bastoni, op
presso'cogli schiaffi, bruttato cogli sputi: e perch luomo
del dolore divenisse luomo dellobbrobrio!, ed al tormento
fosse aggiunto ancora il ludibrio e il disonore, gli aveano
conficcato sul capo unorridn ghirlanda di acutissime spine,
gli aveano ricoperte le spalle di un cencio di vilissima por
pora, e messagli tra le mani per scettro una canna, ed in
sultatolo e derisolo come re da burla. In questo stato s
compassionevole, in questo atteggiamento s proprio a de-
PARTE PRIMA 129
stare di s compassione e piet, Pilato Io addita ai Giudei
dicendo: Ecco luomo, Ecce homo. Ma ahi! che questa vista di
Ges ricoperto da capo a piedi di piaghe e grondante di san
gue, lungi dallintenerir quelle fiere, ne accende di pi lodio
e il furore. Perci invece di acconsentire che gli si lasci la
vita, con grida feroci ne reclaman la morte : Crucifge, cru-
cifge. E perch il preside esita, vacilla a condiscendere al
lingiusta inchiesta crudele, lo minacciano della ribellione
del popolo e della disgrazia di Cesare. Questa ultima mi
naccia pareva che dovesse render cauto Pilato dal dare a
Ges Cristo alcun titolo, dal riconoscere in lui alcun carat
tere che potesse risvegliare le gelosie e i sospetti della po
litica. Pure non cos. Cieco istrumento egli dei disegni di
Dio, cui serve senza volerlo, e desuoi misteri, che compie
senza conoscerli, dice lEvangelista che, facendo di nuovo
comparire avanti a tutti Ges, si assise nel luogo dei giu-
dizii, chiamato in lingua greca Litostrato, e Gabbata in lin
gua ebrea, e stando per toccare lora sesta, nel giorno di
venerd, additando Ges allimmenso popolo ivi presente, in
aria misteriosa e profetica esclam ad alta voce: Ecco, o G iu
d e i . il vostro r e : Adduxit foras Jesum, et seclit pr tri-
hunali in loco qui clicitur Lithostralos, hebrace autem
Gabbata. Erat autem parasceve Paschae, bora quasi sextaj
et dicit Judaeis: ECCE REX VESTER. Ora tutte queste
circostanze della persona, del giorno, dellora, del luogo,
che, come il titolo della croce, nominato in diverse lin
gue; queste circostanze, dico, che accompagnano tale dichia
razione e che sono s minutamente notate dallEvangelista
indicano abbastanza eh essa il compimento di un grande
mistero. E difatti siccome il titolo di Re de Giudei equi
vale a quello di Messia, ed i Giudei con questo nome hanno
sempre chiamato il Messia e Io aspettano ancora sotto que
sto nome: cos la dichiarazione di Pilato non altro se non
che il riconoscimento pubblico e solenne che egli nel giorno
130 PARTE PRIMA
solennissimo di Pasqua, a nome di tutte le nazioni soggette
allimpero romano, a nome di tutta la terra, a nome di tutta
la gentilit, fa di Ges Cristo eome vero Messia e vero Sal
vatore del mondo.
Invano pertanto indispettiti i Giudei al vedersi dal pre
side imporre loro per re un uomo ehessi vogliono punito
come un schiavo, gridano tumultuando di non volere affatto
sapere di lui, di non riconoscere altro re fuori di Cesare.
Pilato, immobile nel suo proposito, fermo nella sua dichia
razione, soggiunge sempre: Eppure il vostro r e ; come
MAI VOLETE CHE IO CONDANNI IL VOSTRO RE ALLA CROCE, Regem

veslrum crucifigam? E non contento di aver dato a Ges


questa gloriosa qualifica a voce, la ripete ancora in iscritto;
e ad onta di tutti i reclami, di tutte le opposizioni, di tutte
le ripugnanze, si ostina a volere posto sulla croce di Ges
Cristo questo gran titolo: Ges5 nazareno re di Giu d ei ; ti
tolo misterioso e sublime che riunisce in uno stesso scritto
i titoli che Pilato gli avea dato pocanzi eolie parole nel
dire di lui: Ecco luomo; ecco il re.
Egli impossibile perci il non riconoscere che la mano
di Dio guida la mano di Pilato nello scrivere, eome lo spi
rito di Dio ha mossa la sua lingua nel parlare cose s strane,
s meravigliose e s vere; e che stato il Padre eterno clic,
pel ministero di Pilato, ha scritto sulla croce del suo Figlio
il suo vero titolo di onore e di grandezza, che lessere re
de Giudei, Messia, Salvatore, ossia, lessere uomo e les
sere Dio: Ecce homo; ecce rex. Jesus nazarenus rex Jit-
daeorum.
Ora mentre ehe per questa iscrizione misteriosa, collocata
nellalto della croce, il Padre eterno proclama ed addita al
luniverso Ges Cristo come vero Messia, questo Figlio me
desimo pronunzia e detta come due altre iscrizioni da collo
carsi luna sulla testa di Maria, laltra su quella di Giovanni,
avendo detto di Maria, Ecco la , Ecce maierj e di
m a d r e

Giovanni, Ecco il F igliuolo, Ecce Filius.


. PARTE PRIMA 131
0 profondit dei divini consigli, o convenienza dedivini
misteri! Tutta la religione si contiene in queste tre iscri
zioni. Tutte e tre hanno un medesimo scopo e vi concor
rono con un accordo meraviglioso!
Nel testo greco liscrizione della croce del Signore porta:
Hic est Jesus nazarenus, ovvero Ecce Jesus nazarenus,
Q uesti G es nazareno : ecco G es nazareno. dunque,
come abbiamo osservato, la ripetizione delle parole di Pi-
lato, Ecce homo, Ecco l uomo ; giacche il Nazareno, per es
sere veramente G es ossia Salvatore delluomo, prima di
lutto, dice S. Agostino, deve essere uomo: Nisi ille esset
homo, 7ioii liberaretur homo. Quanto per sono grandi e
sublimi queste parole. Ecco il nazareno, ecco l uomo ! Esse
significano: Ecco ritorno, il vero uomo in cui Immagine di
Dio perfetta. Ecco luomo che Dio ebbe particolarmente
in vista, dice Tertulliano, quando al principio del mondo
disse: Facciamo Vuomo a nostra immagine e somiglianza j
ed a cui pensava mentre con una degnazione ed un amore
infinito dava alla creta le forme di uomo. Quiclquid limo
exprimebatur, Christus cogitabatur homo futurus. Ecco luo
mo che si esso stesso degnato di chiamarsi il figlio del-
Vuomo, giacch, senza opera umana, pure nato dalluomo
nel seno di una vergine vera figlia delluomo, Homo natus
est in eas che delluomo ha perci la natura senza averne la
colpa, le miserie senza averne i peccati; in cui luomo rifor
mato ed richiamato alla sua primitiva condizione: incui tutto
ordine, perfezione, armonia: luomo completo, luomo per
fetto, luomo per antonomasia, luomo in senso generale ed as
soluto, luomo per eccellenza, che rappresenta in s stesso ve
ramente tutta lumanit, e che deve tutta salvarla: luomo
perci sul cui esempio devono modellarsi tutti gli uomini
ed al cui confronto verranno un d giudicati: Ecce homo,
ecce Nazarenus. Questuomo per non solamente uomo;
ma uomo-Ges, uomo-Salvatore, uomo re deGiudei,
132 PARTE PRIMA
uomo-Messia, uomo che dal legno infame in cui confitto
regner sopra tutti gli uomini, Regnabit a Ugno Deus. Que
sto regno lo fonder per mezzo deGiudei ; giacch gli Apo
stoli e i primi fedeli saranno Giudei, e luniverso si unir
alla radice del popolo giudeo, alla casa di Giacobbe, alla stirpe
di Davidde, di cui cos sar perpetuo il regno, Sedem David j
domus Jacobj et regni ejits non erit finis: e questo regno non
sar stabilito col ferro ma col legno, Non ferro, secl Ugno; non
col terrore, ma collamore; non per moltiplicare degli schiavi,
ma performaredei figliuoli-.come ha una diversa origine, avr
una natura diversa. Non come un regno della terra, ma un
regno del cielo, Regnimi meum non est de hoc mundo; non
il regno delluomo, ma il regno di Dio : Regnavit a Ugno Deus.
Dunque questo Uomo Re, Salvatore, questo Salvatore
Dio. Perci Ecco luomo, ecco il re de Giudei vuol dire:
Ecco l uomo-D io . Ora questa dottrina, che Ges Cristo
vero Dio e vero uomo, la vera dottrina, la vera fede, la
fede divina, la fede santa, la fede pura che giustifica e che
ci salva: Haec est fides recta, ut credamus et confifeamur
quia Dominus nosler Jesus Christus, Dei Filius, Deus et
homo est. In essa si contiene tutto il cristianesimo: essa
ne il fondamento e la base, il compendio e il simbolo.
Quanto non dunque ammirabile il disegno di Dio, che una
dottrina s preziosa e s importante, un Evangelio s lieto
e s caro lo abbia fatto scrivere a grandi lettere, e nelle
lingue pi universali e pi comuni, alla testa della croce di
Ges Cristo 1
Dopo questa iscrizione per che sta in testa del Figlio
sintende meglio limportanza e la grandezza delle parole
pronunziate sopra la Madre: Ecce Mater. Perch se Ges
Cristo luomo perfetto, Maria la donna perfetta, la donna
per eccellenza, la gran donna, la donna in senso assoluto,
Mulier: giacch cos Ges Cristo la chiama; la donna sen-
z'altra aggiunta, come Ges Cristo luomo senzaltra
PARTE PRIMA 133
qualifica, Ecce homoj la donna, sola benedetta fra tutte le
donne, sola libera dal peccato e colma di grazia e di san
tit, M ulier ; Beneclicta in mulieribusj gratin piena. Donna
per e ancora regina, cio corredentrice; come Ges Cristo
uomo e re, cio redentore. Vergine e madre, come Ges
Cristo uomo e Dio. va verace, come Ges Cristo vero
Adamo. va verace, perch la prima va partorisce per la
terra, Maria pel cielo: quella pel corpo, questa per Io spi
rito; quella pel tempo, questa per leternit. E per, dice
S. Epifanio, Maria , in senso proprio, litterale, completo e
perfetto, madre dei viventi: Beata virgo est mater viven-
tium, non temporali, sed spirituali et aeterna vita in coelo.
Ges Cristo adunque nelladditare Maria con queste brevi
ma sublimi parole: Ecce mater, Ecco la madre, come se
avesse detto: 0 miei fedeli, o figli djile mie piaghe e del
mio sangue, dopo di avere riconosciuto in me il padre che
vi genera; riconoscete ancora in Maria la madre per mezzo
della quale siete da me rigenerati, Ecce mater. Nel credere
e confessare in me lunione della divina natura collumana
in una sola persona, credete ancora in lei lunione della
verginit e della maternit. Lun domma non meno im
portante dellaltro, e luno collaltro collegato e congiunto.
Se io non fossi veramente uomo, non potrei patire per
luomo: ma se non fossi Dio, noLi potrei soddisfare- a Dio e
riconciliarvi con Dio. Ma io non sarei Dio, se Maria non
fosse vergine; e non sarei uomo verace se essa fosse la
mia vera madre. Come uomo e Dio sono io il vero Sal
vatore degli uomini; come vergine e madre essa la Ma
dre di Dio e perci la vera madre degli uomini: Mater
omnium viventium. Eccola dunque questa madre, cui, dopo
di me, dovete tutto ci che voi siete, tutto ci che voi rice
vete nellordine della salute: Ecce materl Eccola qui la vo
stra madre verace: riconoscetela allatteggiamento sublime,
al cuor generoso, allinvitta costanza, Riconoscetela alla sol-
La M adre di D io . 9
134 PARTE PRIMA

lecitudine con cui tutti vi ha presenti, alla tenerezza con


cui tutti vi raccoglie nel suo cuore, alla pena atrocissima
con cui vi genera e vi fa ritrovar vita dalla mia morte.
Eccola qui la madre eroica, la madre magnanima, la madre
santa, pudica, benedetta; la madre amorosa, vigilante, sol-
lecita: la madre eccellente, la madre sublime, la madre per
fetta: Ecce mater tua1
Finalmente, perch nulla manchi nellinsegnamento della
croce, come le parole dette di Ges Cristo e di Maria c i-
struiscono di ci che dobbiamo credere, le parole dette di
S. Giovanni cinsegnano ci che dobbiamo operare. Imper
ciocch avendo Ges Cristo detto di Giovanni: Ecco il f i
gliuolo , Ecce filius, dopo di aver detto di Maria: Ecco la
madre , Ecce mater j lo stesso che aver voluto indicare del
figlio i doveri, come ha indicato i pregi e le grandezze della
madre. Sebbene Ges Cristo, morendo per tutti gli uomini,
tutti li rigenera alla vita ed il vero Padre di tutti, pure
non tutti gli uomini in fatto sono suoi seguaci, suoi disce
poli, suoi figli nati dalla sua morte: or cos appunto, seb
bene Maria penando altres per tutti gli uomini, tutti li
partorisce ed di tutti la madre; pure non tutti in fatto
sono figli nati dal suo dolore. Vi sono delle condizioni ne
cessarie per partecipare al. beneficio di questa doppia na
scita, per entrare in questa santa parentela, in questa au
gusta famiglia, per essere vero discepolo di Ges Cristo,
vero figlio di Maria. Ora volete conoscere quali sono queste
condizioni, soggiunge il Salvatore dallalto della sua croce?
Mirate Giovanni: esso il modello, lesempio, il tipo dei
veri discepoli e seguaci e dei veri figli di Maria: Ecce fi
lius. Cos sul Calvario abbiamo gli esempi, i modelli di
ogni perfezione. Vogliamo sapere chi c il vero uomo che ha
viscere di vera tenerezza per lumanit, il vero padre, il
vero re? Guardiamo Ges Cristo che d la vita per gl in
grati suoi figli, che simmola pei vili suoi schiavi: Ecce
PARTE PRIMA 135
homo; ecce rex. Vogliamo sapere chi' la madre verace?
Guardiamo Maria che sacrifica il figlio a s pi caro, per
salvarei figli pi bisognosi: Ecce metter. Ma vogliamo sa
pere ancora chi il vero discepolo dell uno,'il vero figliuolo
dellaltra? Guardiamo Giovanni, che, puro di cuore, forte di
animo, tenero di affetto, non sa dividersi da Ges Cristo e
da Maria; ed assiste alla morte delluno, alle ambasce del
laltra per applicarsene il frutto '.Ecce filius. Come dunque
Ges Cristo esprime in s stesso la perfezione delluomo
ed per eccellenza I uomo, Ecce homo, e Maria esprime la
perfezione della madre ed pure la madre per eccellenza ,
Ecce metter, cos Giovanni esprime la perfezione dei figli, ed
per eccellenza il discepolo caro a Ges, Discipulus quem
diligebat Jesus, il figlio per eccellenza di Maria: Ecce filius
tuus.
Oh uomo, oh madre, oh figliuolo! Chi mi dar che questi
preziosissimi Ecce, Ecco V uomo, ecco la madre, ecco il fi
glio, mi risuonino sempre allorecchio, mi stiano di conti
nuo innanzi gli occhi, mi rimangano sempre fissi nel cuore,
perch mi strugga e mi consumi di riconoscenza e di amore
verso un tale uomo, verso una tal madre, ricopiando in me
stesso la virt di un tale figliuolo?Dir dunque a me stesso:
Ecco luomo, Ecce homo; Ecco il re, Ecce rex! Ecco luo-
mo-Dio, il re mansueto e pacifico, perch regna collamore;
ma re forte e potente, che quando vuole, trae tutto a s
stesso. Regnate, s, mio Signore e mio Dio, nella mia mente
e nel mio cuore; regnate sulle ruine delle mie cattive abi
tudini, dei miei peccati: regnate in me colla vostra grazia,
colla vostra misericordia, col vostro amore.
Che se sorge ad intimidirmi il pensiero ehe egli Figlio
di Dio e Dio egli stesso; dir: Ecco Ges nazareno, Ecco
l uomo , Ecce Jesus nazarenus, ecce homo; cio a dire il
Dio uomo, il Dio vestito delle medesime carni, della mia
slessa natura, delle mie stesse miserie, per potere avere com
136 PARTE PRIMA
passione delle mie infermit; il Dio figlio delluomo per
salvar luomo. Me gli appresser dunque senza tema, gli
parler con fiducia, con familiarit, come ad un eguale; lo
invocher con amore, e tratter con lui il grande affare della
mia salute, laffare pel quale egli vissuto, morto da uomo ;
Ecce Deus meus, fiducialiter agam, et noti timebo.
Che se, non ostante il suo essere di uomo, mi spaventa
ancora il suo essere di Dio; non ostante il suo essere di re
dentore, mi fa tremare il suo essere di giudice; di un Dio
di cui ho oltraggiato le leggi, di un giudice di cui ho provo
cata la giustizia; per non disperare, per non abbattermi,
mi ricorder che vicino a questuomo-Dio io ho una madre,
Ecce materj una madre verace, una madre che mi ha par
torito fra tante pene e che non vuole che vada per me per
duto il frutto di tanti stenti, di tanto dolore e di tanto
amore; una madre di misericordia, di piet, di dolcezza,
sollecita di salvarmi assai pi che non lo sono io stesso di
essere salvato; una madre il cui patrocinio, la cui interces
sione, il cui appoggio, il cui cuore, il cui amore sono per
me una sicura difesa contro lo sdegno divino ed un mezzo
sicuro per ottenere la divina piet. Eccola l a pi della
croce del suo Figlio divino questa madre affettuosa: Ecce
metter. Oh come dolce il suo viso, pietoso il suo sguardo,
grande la sua anima, tenero il suo cuore 1 Andr dun
que ai suoi piedi, mi stringer al suo fianco, mi nasconder
sotto il suo manto. Ahi che in questo asilo, in questo rifu
gio non potr colpirmi lira di Dio, che i miei peccati han
provocata, ed'essa stessa mi aprir la strada al cuore del
suo Figlio e mi ritorner nella sua grazia e nel suo amore.
Ecco dunque la madre in cui devo abbandonar la mia sorte,
di cui devo coltivarmi la benevolenza e la piet: Ecce
materl
A tale effetto dir per ultimo a me stesso: Ecco in Gio
vanni il Figliuolo esemplare, il figliuola modello, sulle cui
PARTE PRIMA 137

tracce uopo che io cammini per arrivare a conseguire la


grazia delluomo-Dio e lamor della madre: Ecce filius. Per
ci ad esempio di Giovanni sar geloso dellillibatezza del
corpo, della purezza della mente, del eandore del cuore: ed
allontaner da me tutte le pratiche, tutte le occasioni che
possono compromettere la pudicizia propria del mio stato,
la pi fragile, la pi delicata e la pi preziosa di tutte le
virt, quella di cui sopra ogni altra fu gelosa Maria, quella
onde Giovanni piacque a Ges, e quella perci onde solo
potr io piacere ed a Ges ed a Maria.
Ad esempio di S. Giovanni non temer i pericoli, la per
secuzione, Todio, le dicerie, i sarcasmi del mondo per seguire
Ges Cristo sul Calvario. Non arrossir dellignominia della
croce del mio Salvatore: ne far anzi la mia vera gloria, il
mio vanto esclusivo, e mi stimer onorato di starvi vicino, di
dividerne gli obbrobrii per ottenere la salute, la risurre
zione e la vita, che da questo solo albero prezioso discende:
Mihi autem absit gloriari ni.si in cruce Domini nostri Jesu
Christi, in quo est salus, vita et resurrectio nostra!
Ad esempio di S. Giovanni amer sopra tutto Ges e Ma
ria: consacrer alluno e all'altra i miei affetti, il mio cuore,
la mia vita, tutto me stesso. Star sempre sul Calvario in
loro compagnia per meditarne le pene, ammirarne lamore
ed ottenerne le grazie. Avr Maria tra le mie cose pi care:
Accepit eam discipulus in sua. Felice me allora, giacch di
me ancora sar detto: Ecco il discepolo diletto di Ges Cri
sto, Discipulus quem cliligebat Jesusj ecco il vero figlio di
Maria, Ecce filius tuusl E se sar qui in terra del numero
dcsuoi veri figliuoli, sar ancora del numero desuoi for
tunati eredi nel cielo.
Senonchsi per noi abbastanza discorso sul primo titolo
sul quale si fonda la maternit di Maria rispetto a noi, cio
sulla disposizione amorosa del medesimo Ges Cristo che,
come in testamento e in legato prezioso, ci ha per madre
138 PARTE PRIMA
lasciata la sua medesima madre. tempo che passiamo a
trattare del secondo titolo onde Maria pure divenuta a
tutto rigor del termine madre nostra, cio per aver con
corso, colle sue pene, al nostro rinascimento spirituale; os
sia per avere, coi dolori atrocissimi cui si volontariamente
e generosamente assoggettata per noi, cooperato al gran
mistero onde noi siamo nellordine spirituale rinati dalla
more di Dio Padre e dalle piaghe e dal sangue di Ges
Cristo suo Figliuolo. E questo sar largomento di che pas
siamo ora ad occuparci nellaltra parte dellopera.
P A R T E SECONDA

C a po I . Vi sono d u e specie di p a t e r n it : lu n a di n a t u r a , la l tr a di a d o

zione. Esse sono tu tte e d u e in D i o , che per n a t u r a p a d re del suo


V e r b o ; e per adozione padre^degli u o m in i : e aU u n a e a l la l tr a il
P a d re eterno h a associata Maria.

Le leggi umane e divine riconoscono ed ammettono due


specie di paternit: la paternit di natura e la paternit
di adozione. La paternit di natura ha il suo principio nella
fecondit naturale dellessere, la paternit di adozione nella
fecondit dellamore. Poich, dice S. Agostino, anche la ca
rit feconda, anche la carit madre; e quando la natura
non pu dare figliuoli, la carit se li forma colladozione, e
li porta come nelle sue viscere, e li nutrisce e li alimenta
nel suo seno; e lamore che adotta viene^allora in supple
mento della natura clfe manca: Charitas mater est, chari-
tas nutrix est.
Queste due specie di paternit si ritrovano in Dio come
nella loro propria sorgente, poich, dice S. Paolo: O gni pa
ternit IN CIELO ED IN TERRA DERIVA DA D lO : A q U O O l l l U i S
paterntas in coelis et in terra nominatili (Eplics. 5). Per
natura egli padre del suo Verbo, che genera nelleternit
dalla sua sostanza; per adozione padre degli uomini, che
40 PARTE SECONDA
nel tempo ha fatto e fa nascere dal suo amore: Dedii eis po-
testatem flios Dei fieri... Qui ex Deo nati sant (Joan. 1).
Ed tanto pi vero, riguardo a Dio, che i suoi figli adot
tivi nascono dal suo amore, quanto che non cerca egli, come
i padri terreni, una paternit di adozione per supplire al
difetto di una paternit di iatura: poich per natura gi
egli padre sin da tutta leternit di un Figliuolo a s uguale, -
splendore della sua gloria ed immagine delia sua sostanza,
ma cerca un paternit solamente per diffondere le ricchezze
della sua bont.
La natura divina feconda; e perci Dio ha per natura un
figliuolo consustanziale e perfetto: ma lamor divino fecondo
ancor esso; e perci Iddio ha altres defigli di adozione. E
perci ancora, dice lApostolo*^ Giovanni, Noi dobbiamo
allimmenso amore di Dio non solo il nome, ma la qualit
ancora e lessere di figliuoli: Videte qualem charitatem de-
ditnobis Pater, ut flii Dei nominemur et simus (Joan. 1).
La nostra figliolanza di adozione pertanto, rispetto a Dio,
non altrimenti unidea ascetica, un titolo iperbolico, un
nome vano e senza effetto: ma un fatto vero e reale, Filii
Dei nominamur et sumusj un fatto perci enunciato da Dio
stesso netermini pi chiari, pi energici, pi precisi nelle
Sacre Scritture. In effetto, prima che si compisse questa ado
zione per noi s utile, s cara e s gloriosa, egli lha fatta an
nunziare al mondo per mezzo di Geremia suo profeta con
queste enfatiche parole: Ecco ci che dice Iddio onnipo
tente: Verr un giorno in cui io stesso sar veramente vo
stro padre, e voi sarete-miei veri figliuoli: Ego ero vobis
in patrem, et vos eritis mihi iti flios, ait Dominus omni-
potens. Quando poi questo giocondo mistero di amore si
compiuto, ci ha fatto dire per mezzo dellapostolo S. Paolo:
Che questa nostra adozione, in figliuoli di Dio per mezzo di
Ges Cristo, leffetto di un suo decreto di predestinazione
formato daHelernit: Qui praedestinavit nos in adoptionem
PARTE SECONDA 141
filiorum, per Jesum Christumj che appunto per compirla
c darcene la solenne investitura, ha spedito il suo unige
nito Figlio sopra la terra, Misit Filium suum... ut adoptio-
nem filiorum Dei reciperemus; che essa non esclude, non
eccettua alcuno, ma comprende tutti coloro che hanno la vera
fede di Ges Cristo, Omnes enim filii Dei estis per fidem
quae est in Christo Jesuj che essa non solamente in vo
caboli ed in parole, ma fci d in fatto titoli autentici, dritti
reali, e ci costituisce, in qualit di veri figliuoli, eredi veri
di Dio e coeredi di Ges Cristo, Si autem filii, et haeredesj
haeredes quidem Dei, cohaeredes autem Christij che, affine
che siamo profondamente convinti della verit della nostra
adozione, lo Spirito Santo ne rende testimonianza al nostro
spirito e la ricorda incessantemente al nostro cuore, lpse
Spiritus testimonium reddit spiritili nostro, quod sumus
filii Deij e finalmente, che non solo ci ha dato Iddio il ti
tolo e le ragioni di figliuoli, ma ce ne ha infuso ancora nel
lanima il sentimento, per una comunicazione dello stesso
spirito del suo Figliuolo, affinch lo invochiamo come nstro
padre, colla stessa fiducia e collo stesso amore con cui Ges
Cristo lo nomina padre suo: Quoniam autem estis filii, misit
Deus spiritum Filii sui in corda vestra, in quo clamatis
Abba (Pater). Non rimane perci alcun dubbio che noi, in
compagnia di Ges Cristo, siamo figliuoli veri di Dio. Ges
Cristo lo per natura, noi per adozione. II titolo e lorigine
ne differente; ma gli stessi ne sono i dritti, le ragioni, le
conseguenze.
Se non che non senza riflesso alla materia che trattiamo
che abbiamo procurato di stabilire la veracit della nostra
adozione di figliuoli di Dio: mentre questa adozione ap
punto il fondamento, il modello, la regola altres della no
stra adozione in-figli di Maria.
Difatti, considerata bene leconomia del mistero della re
denzione, chiaramente si scorge che il Padre eterno ha vo
142 PARTE SECONDA
luto associare Maria in tutto ci che tendeva al compimento
di questopera ineffabile della sua misericordia e del suo
amore. Perci Alberto Magno chiama Maria L a cooperatrice ,
della redenzione , Adjutvix redemptonisj Ugone cardinale
la dice L a compagna dell altissimo I ddio nella grand opera
della nostra salute , Adjutorium Altissimi, causa salutisj
S. Lorenzo Giustiniani la nomina L a riparatrice de L secolo,
Reparatio seculi; e moltissimi santi Padri, secondo losser
vazione di Arnobio, danno spessissimo anche a Maria titoli
che in rigore non convengono che solo a Ges Cristo come
redentore: Eadem vo cablila, qua e Christo alioqui debentur,
Matri nonnumquam adscrit>untur.
Ora, posto questo libero disegno di sapienza e di carit
dalla parte di Dio, di associarsi una donna perla riparazione
delluomo, come il demonio si avea associata una donna per
la sua rovina: chiaro che il Padre eterno, per farla ope
rare di concerto con lui a questo scopo s sublime, ha dovuto
elevarla sino a lui, e, per quanto lo permettesse la capacit
di una creatura, farla partecipe della fecondit del suo amore
non meno che della fecondit del suo essere ed associarla
alla sua paternit di adozione rispetto agli uomini, come
lha associata alla sua paternit di natura rispetto al suo
Verbo divino.
Che labbia associata alla paternit di natura rispetto al
Verbo evidente da ci che Maria non ne divenuta altri
menti madre per una fecondit sua naturale e propria della
donna. Per questo lato si era essa condannata ad una felice
sterilit col proponimento di mantenere intatta la sua ver
ginale purezza. E come posso, dicea essa perci allangelo
che le annunziava la sua divina maternit, come posso
mai avere un figliuolo io che ho giurato di esser vergine?
Non lo sa egli il Signore ci che io sono e ci che ho pro
mosso? Quomodo fet istud, quoniam virum non cognosco?
Maria, secondo le sublimi ed energiche espressioni dellau-
PARTE SECONDA 143
gelo medesimo, non diviene madre del Verbo, se non parte
cipando, per quanto era ci possibile ad una pura creatura,
alla fecondit della natura divina: perch infatti una sem
plice creatura non pu, clic per virt di Dio, divenire la
madre di Dio, Non tem etele soggiunse quindi il messag
gero celeste; la verginit che voi avete giurata a Dio non
vimpedir di divenire sua madre. Il vostro concepimento
sar non gi lopera della concupiscenza, ma il miracolo
dello Spirito Santo, che verr sopra di voi ed abiter nel
vostro seno. Avrete Dio per isposo, perch siete destinata
ad avere Dio per figliuolo. Non si tratta qui dunque di
dovere divenir madre come le altre donne per una fecondit
tutta umana, ma per una virt tutta divina e propria del
laltissimo Dio, della quale sarete misteriosamente rivestita
e ripiena: ed in questo modo che voi avrete per figliuolo
colui che riconosce Dio stesso per padre: Ne timeas, Maria...
Spiritus Sanctus superveniet in te, et virtus Altissimi oburn-
brabit tibij icleoque quocl nascetur ex te sanctum vocabitur
Filius Dei. Parole sublimi ed energiche, io ripeto, colle
quali lo Spirito Santo ha voluto significare che la fecondit
di Maria non dalla terra, ma dal cielo; non dalluomo,
ma da Dio; che non deriva dalle leggi della natura umana,
ma dalla potenza della natura divina, Virtus Altissimi, per
la quale Maria diviene madre, in certo modo, alla guisa me
desima onde il Padre eterno padre del suo Verbo; poich
infatti Maria, senza padre, genera vero uomo dalla sola
sua sostanza, nel tempo, quello stesso Verbo divino che il
Padre eterno senza madre, genera vero Dio dalla sola sua
sostanza, nelleternit: Ver bum illucl, dice S. Cirillo, quod
superne ex aeterno genitum est a P a l r e idem in tempore
ex virgine Maria inferne genitum estj e S. Agostino: lite
singulariter natus de patre sine matre; de maire sine patre.
Sine matre Deus; sine patre homo (apud Petav., Dogmat.
theol., tom. IV, lib. V, eap. 15, 4; et cap. IV, 11).
144 PARTE SECONDA
Se non che, avendo cos Dio fatto Maria partecipe della
fecondit della sua natura, impossibile a concepirsi che non
Tabbia altres fatta partecipe della fecondit del suo amore;
e che, dopo di averla elevata allaltissimo onore di avere lo
stesso Verbo di Dio per suo naturale figliuolo, non Tabbia
altres chiamata a parte dellatto deUimraensa piet di for
marsi gli uomini in suoi figli adottivi. Per compiere dunque
lopera sua di volere associata Maria alla sua doppia genera
zione ed alla sua doppia paternit in ordine alla salute del
mondo, lha fatta, per quanto ci era possibile, divenir madre
ai titoli medesimi onde padre egli stesso, cio per natura
e per adozione: e come, per farla madre naturale del Verbo,
che esso genera dalla sua sostanza, ha riempito il seno di lei
della sua virt divina, cos, per farla madre adottiva degli uo
mini che'esso genera dal suo amore, le ha trasfuso nel cuore
le tenerezze della sua misericordia, i sentimenti della sua.
divina bont. Perci siccome Ges Cristo c vero naturale Fi
gliuolo di Dio e di Maria, perche generato dalla sostanza di
Dio nelleternit e dalla sostanza di Maria nel tempo; cos
gli uomini sono veri adottivi figli di Dio pure e di Maria,
perch rinati ad una vita novella dallamore di Dio e dal
lamore di Maria. Cos lamore il primo principio e il1
primo titolo della nostra figliolanza rispetto a Dio; e perci
dice S. Giovanni: Vedete con quai trasporti damore ilv
Padre celeste ci ha prevenuti, che non solo ha voluto che
ci chiamassimo, ma che fossimo realmente suoi figli: Videte
qitalem charitatem dedit nobis Pater, ut filii Dei nomi-
nemur et simus. Ed il primo principio e il primo titolo
della nostra figliolanza rispetto a Maria pure Tamorc; e
perci dice S. Agostino: Maria, in quanto allo spirito, non
altrimenti madre del Salvatore che il nostro capo ma
piuttosto sua figlia, essendo spiritualmente nata da lui, giac
ch tutti coloro che credono in lui, tra i quali ancora Ma
ria, a tutta ragione diconsi i figli dello Sposo. In quanto a
parte seconda 14o
noi per, che siamo le membra di Ges Cristo, Maria ve
ramente nostra madre secondo lo spirito, perch colla sua
carit ha cooperato alla nascita defedeli nella Chiesa. Se
condo il corpo poi essa veramente madre del capo mede
simo di cui noi siamo le membra: Maria mater quidem
spiritu non capitis nostri, quod est ipse Salvator, ex quo
illa magis spiritualiter nata est, quia omnes qui in eum
crediderunt, in quibus et ipsa est, recte filii Sponsi ap-
pellantur. Sed piane mater membrorum ejus, quod ?ios
sumusj quia cooperata est charitate ut fideles in Ecclesia
nascerentur, quia illius capitis membra sunt corpore vero
mater ipsus capitis (Aug., De sancta virginitate).
Quanto dire che questo grande dottore riconosce in Ma
ria una doppia maternit: la maternit della carne e quella
dellamore. Per la carne sua purissima essa vera madre di
Ges Cristo nostro capo; per lamore essa altres madre
degli uomini che a questo capo sono uniti come sue mem
bra: perch il cuore di Maria stato fecondo, come stato
miracolosamente fecondo il suo seno; e come dal suo san
gue ha generato Ges Cristo, cos col suo amore ha concorso
a far nascere dei figli nella Chiesa. Perci ancora S. Bernar
dino da Siena dice che Maria per amore appunto dive
nuta vera madre di tutti coloro dequali S. Giovanni stato
solo il rappresentante e la figura: In Joanne intlligimus
omnes quorum Beata virgo per charitatem cffecta est mater.

C a po I I . L am o re h a fatto che Dio a b b ia voluto ad o tta rsi gli u o m in i

per figliuoli. 11 sagrificio del n a t u r a le suo figlio, condizione neces


sa ria per q u e s ta adozione. Dio vi acconsente; e diviene perci rigo
ro sam e n te nostro padre. Maria altres conform asi ai m edesim i se nti
m enti di generosit per la salute del m o n d o ; e perci diviene rigo
ro sam e n te n o stra m adre.

Ma qui duopo spiegare in qual modo lamore di Dio ci


ha fatto divenire suoi figli di adozione; poich siccome la
146 PARTE SECONDA
maniera ineffabile onde Iddio genera dalla sua sostanza il
naturale suo Figlio senza madre il modello e il tipo onde
Maria genera altres dalla sua sostanza questo stesso suo na
turale figliuolo senza padre; cos lamore pel quale Dio si
forma defigli adottivi negli uomini e deve essere la norma
onde Maria ancora ha avuto gli uomini in figli di adozione.
Dio Padre ha da tutta reternit un figliuolo a s eguale,
elle appaga perci tutta lattivit del suo amore, come esau
risce tuttala sua sostanza, che il Padre intieramente gli co
munica; ma non appaga la sua misericordia: poich, santo
della stessa santit del Padre, perfetto di tutte le sue per
fezioni, e Dio esso stesso di tutta la sua divinit, non pu
il Verbo eterno essere un soggetto dindulgenza, di com
passione e di piet. Questo attributo divino non si pu ma
nifestare che sopra di esseri imperfetti, inferiori, deboli, in
fermi che non hanno nulla, che non meritano nulla e a cui
perci Dio non pu nulla donare, anzi non pu nemmeno
ricordarsene senza far risplendere la sua degnazione, la sua
. bont e la sua misericordia: Ubi non est miseria, miseri
cordia non habet. locumy dice S. Bernardo. Egli perci che
Dio, oltre del figliuolo che genera della sua sostanza, ha vo
luto formarsi de figli nelle viscere della sua misericordia,
nellampiezza della sua carit.
Questi figliuoli per che egli vuole adottarsi e far nascere
dalla fecondit del suo am'ore per farne i fratelli del suo
primogenito, generato, nella fecondit della sua natura, han
potuto da s soli perdersi, ma non si possono da s soli sal
vare; han potuto vender s stessi, ma non si possono da s
soli redimere: Vendere se potuerunt, sed redimere se non
potuerunt (Aug.). Sono schiavi, e bisogna riscattarli: sono
nemici, e bisogna riconciliarli ; sono colpevoli, e bisogna dhc
loro si perdoni; sono corrotti, e bisogna santificarli; sono
immondi, e bisogna purificarli; sono estinti infine, e bisogna
richiamarli novellamente alla vita. Di pi, necessario per-
PARTE SECONDA 147
ci un sagrifirio, una soddisfazione, una espiazione, umana
nella sua esecuzione, perch si tratta, dice S. Agostino, che
deve essere offerta dalluomo e per luomo, ma divina nel
suo prezzo, nel suo merito, nella sua eccellenza, perch si
tratta di farla gradire e di renderla degna di Dio: Peccatimi
Aclae tantum fuil ut illttd non cleberet solvei'e nisi homo,
sed non possit nisi Deus. Bisogna perci che il Figliuolo
stesso di Dio si unisca alluomo, ne prenda la natura, di
venga ci che noi siamo senza cessar di essere ci che egli
, che sia Dio ed uomo, per poter patire da uomo e per
luomo come vero figlio delluomo, e potere allo stesso tempo
elevare in s medesimo il merito de patimenti delluomo
sino a renderli soddisfattorii della divina maest in qualit
di Figlio di Dio.
0 Padre eterno, Padre giusto, Padre santo, consentirete
voi a questa condizione che luomo stesso non osa di cre
der possibile,'non che sperarla? Abbandonerete voi alle igno
minie, ai tormenti, alla morte il vostro unigenito, oggetto
di tutte le vostre delizie e di tutte le vostre tenerezze, come
immagine di tutte le vostre perfezioni, per fare acquisto de
gli uomini, che il peccato vi ha resi odiosi e nemici? Vor
rete voi dare il vostro naturale figliuolo per farne il prezzo
di figliuoli adottivi? Si, dice appunto S. Paolo, messo a pa
ragone ir Figlio e noi, per salvare tutti noi non l'ha rispar
miata al suo proprio Figlio e lo ha volentieri offerto e do
nato, Proprio Filio suo non pepercit; sed pr nobis omni
bus tradidil illuni s e questo stesso figliuolo divino dice nel
suo Vangelo: Iddio, laltissimo, lonnipotente, il creatore del
tutto, che non abbisogna di nulla, e di cui nulla pu accre
scere la perfezione, la gloria, la grandezza e la felicit, ha
avuto tale eccesso di degnazione e di piet, e tale stata la
sua generosit, la veemenza, la tenerezza, il trasporto del-
lamor suo per un mondo contaminato e corrotto, degno solo^
di tutto il furore del suo sdegno, di tutta la severit desuoi
448 PABTE seconda
eterni castighi, Sic Deus dilexit mundum, che senzaltro
merito nostro che quello di una profonda miseria, unita ad
una profonda malizia, senzaltro stimolo chele ricchezze e
il fondo inesauribile della sua bont; ci ha donato non gi
un uomo a s caro, un angiolo del suo trono, ma il Figliuolo
stesso che genera nel suo seno ; il suo proprio, naturale, uni
genito Figlio; e lo ha dato non gi al regno, ma alla morte;
non gi al trionfo, ma alla croce: UtFilium suum unigeni-
tum daret. Affinch, soggiunge S. Paolo, noi, sue povere
creature, passassimo dallobbrobrio alla gloria, dalla morte
alla vita, dalla servit alla libert, dallabbandono all ado
zione, di suoi nemici, che eravamo, divenissimo suoi veri
figliuoli: Misit Deus Filium suum, ut eos qui sub lege
erant redimerei, ut adoptionem fliorum Dei reciperemus.
Ora siccome, anche qui nel mondo, un uomo che, spinto
dalla compassione e dallamore per un fanciullo povero, ab
bandonato ed infelice, sei raccoglie in casa e lo mette ne di
ritti e nelle ragioni di figliuolo, perci solo ne diviene padre
di adozione; cos appunto, avendo Iddio Padre avuto com
passione dello stato di abiezione, di miseria, di abbandono
in cui noi eravamo caduti, ed avendoci fatto parte dedritti,
delle ragioni, dei privilegi comunicabili del suo Figlio, ci ha
veramente adottati, e noi siamo divenuti, non solo di titolo
ma di fatto ancora, suoi veri figliuoli, ed egli padre nostro
di adozione: Ut filii Dei nominemur et simus.
Se non che la sua degnazione e la sua misericordia, a ri
guardo nostro, tanto pi ineffabile e stupenda, quanto che,
se accade alcuna volta fra noi che un qualche uomo gene
roso e caritatevole si adotti per figlio uno sventurato, non
accade per mai che si adotti un nemico; se si chiama qual
che volta a parte de diritti di figlio anche un estraneo, non
si mette per lestraneo nel luogo del figliuolo naturale e
legittimo; e molto meno si umilia, si sagrifica il figlio le
gittimo e naturale per aver ladottivo. Nel caso nostro per,
PARTE SECONDA 149
dice S. Paolo, la divina piet ha sorpassato tutti i confini,
perch ci ha adottati, mentre gli eravamo odiosi e nemici,
perch ci ha messo nel luogo del suo figliuolo naturale, ed
ha voluto che la sua morte fosse il rimedio denostri mali
ed il titolo della nostra adozione: Commenclat autem cha-
ritatem suam Deus in nobis, quoniam, cium adhuc pecca-
tores essmus, Christiis pr nobis mortuus est.
Oh carit, dice S. Bernardo, veramente soprabbondante, che
supera ogni termine, che eceede ogni misura! Perch fosse
salvato lo schiavo, n Iddio Padre ha risparmiato il proprio
Figliuolo, n il Figliuolo ha risparmiato s stesso: Propter
nimiam charitatem suam, qua clilexit nos, ut servum re
dimerei, nec Pater Filio, nec sibi Filius ipse pepercitt
Oh grande, incomprensibile, sublime mistero! La mente
umana rimane soprafatta ed oppressa dalla grandezza di
tanta degnazione, dalleccesso di un si tenero amore. Manca
ogni espressione, perch manca ogni idea; ed il pensiero co
sternato e confuso si arresta come in unestasi di gioconda
tenerezza e di profondo stupore.
Se non ehe questo prodigio decieli si pur rinnovato so
pra la terra; dal seno di Dio si ripetuto nel cuore di Maria.
S. Agostino, sopra quel passo del Vangelo, in eui Ges
Cristo ha detto: Chiunque fa la volont del mio Padre,
esso il mio vero fratello e la veram ia madre, afferma
che Maria stata pi fortunata e felice per avere praticato
questo grande insegnamento di Ges Cristo, di quello che
per averlo concepito secondo la carne; e che. la sua paren
tela, il suo titolo di madre di Ges Cristo, non le avrebbe
a nulla giovato, se non avesse ella portato Ges nel suo
cuore meglio aneora che nel suo seno: Beatior Maria per-
cipiendo fider Christi quam concipiendo carnem Christi.
Et materna propinquitas nihil Mariae profuisset, nisi fe-
licius Christum corde quam carne gestasset (De sancta
virginitate, 3).
L a M a d r e d i D io . 10
ISO PARTE SECONDA
Poich dunque la santit ineffabile di questa eccelsa crea
tura, la perfezione della sua anima, il prodigio della sua
virt, stato principalmente riposto in una conformit in
tera, completa, perfetta desuoi voleri, desuoi desiderii, dei
suoi sentimenti, coi desiderii, coi sentimenti, coi voleri di
Dio: fuori di dubbio, dice S. Bonaventura, che Maria ha
diviso con Dio stesso questi prodigi di generosit e di mi
sericordia rispetto agli uomini, e che, volendo anche in que
stopera sublime della divina piet conformarsi esattamente
allatto generoso con cui Dio ci ha donato lunigenito suo
Figlio, con cui questo Figlio medesimo si offerto e si dato
per vittima e prezzo della nostra salute: essa stessa lo ha
ceduto, lo ha donato, lo ha offerto allo stesso fine pietoso,
con una generosit, con una prontezza, con un amore, di cui
non si pu nulla immaginare di pi grande allinfuori della
generosit, della prontezza e dellamore di Dio, che le ser
vito di stimolo e di modello; affinch, come Maria ha comune
con Dio la condizione di avere Ges Cristo per figliuolo,
abbia comune altres con lui la carit verso dgli uomini ;
e la conformit tra il padre celeste ola madre terrena fosse,
per quanto era possibile, in tutto e per tutto intera e per
fetta: Nullo modo dubitandum est quin Mariae animus vo-
luerit etiam filium tradere, propter salutem generis Im
mani, ut mater per omnia conformis fieret Patri et Filio.
Perci,soggiunge il santo Dottore, dopo lamore del Pa
dre celeste, viene immediatamente lamore di Maria pel ge
nere umano. Dio stesso le trasfuse le fiamme della sua ca
rit verso di noi. Essa ne fu penetrata e ripiena per quanto
la sua purissima anima fu capace di riceverne. Il suo cuore
arse quindi delle fiamme di questo fuoco celeste. Lopera
della nostra salute le fu cara pi della vita preziosa del pro
prio figlio. Ad imitazione del padre celeste non solo ha con
sentito, ma ha pienamente desiderato, ha efficacemente vo
luto che il santo, linnocente, il diletto suo figlio fosse cari
PARTE SECONDA 151
cato delle nostre colpe, perch noi avessimo la sua giustizia;
che sostenesse le nostre punizioni e i nostri gastighi, per
ch noi avessimo tutti i suoi diritti e i suoi privilegi; che
fosse trattato da reo, c noi risparmiati come innocenti; che
morisse di una morte abbrobriosa e crudele, perch noi na
scessimo alla gloria ed alla felicit; che fosse posto nel no
stro luogo, perch noi entrassimo nel luogo suo: e soppor
tasse tutto il peso dellira celeste, perch noi provassimo
tutti gli effetti della divina misericordia. Questo Figlio di
vino le era caro pi di s stessa: ma noi le siamo stati pi
cari di questo Figlio divino, perch essa lo ha volentieri do
nato e sagrificato per noi: Nulla post eam creatura ita per
amorem nostrum exardescit, quae filium suum , quem
multo plus se amavit9pro nobis declit et pr nobis obtulit.
Tutto ci adunque che si detto del Padre eterno nella
generosa donazione che ci ha fatta del proprio Figlio, colla
dovuta proporzione, si pu dire e ripetere altres di Maria.
E difatti il citato santo Dottore non dubita di applicare a Ma
ria le tenere ed enfatiche parole con cui Ges Cristo ed il
suo apostolo S. Paolo ci hanno dipinto il prodigio dellamore
di Dio nellaverci donato il proprio unigenito: poich sog
giunge che anche di Maria pu dirsi: Tale stata la vee
menza del suo amore, la tenerezza del suo affetto pel mondo,
che ha donato il suo Figliuolo unigenito perla salvezza del
mondo, Sic Maria dilexit mund'um ut Filium suum uni-
genitum darei; e che anche di Maria pu dirsi che, messa
in paragone la morte spietata e crudele del figlio e la no
stra salute, non ha esitato un istante nella scelta; e non lha
risparmiata al figlio proprio per lucrare gli estranei, ma
pronta e volentierosa Io diede per rimedio e salute di tutti:
Proprio filo suo non pepereit, sed pr nobis omnibus tra-
didit illuni.
Ed a che stupirsi di ci, dice S. Barnardo? Come il seno
di Maria conforme al seno di Dio nel generare, cosil suo
152 PARTE SECONDA
cuore conforme al cuore di Dio nellamare. Come ha ge
nerato il figlio nel tempo per una fecondit simile in certo
modo a quella onde Iddio lo ha generato nelleternit, cos
lo ha donato col sentimento del medesimo disinteresse, del
medesimo trasporto e del medesimo amore. La donazione che
Dio ce ne ha fatta leffetto di una carit, di cui non si pu
immaginare, n pu darsene altra pi grande; e la dona
zione che ce ne ha fatta Maria leffetto di una carit, di
cui non si pu immaginare, n pu darsene altra pi grande
dopo quella di Dio: Fecit illud charilas, qua majorem nomo
habuit; fedi et hoc'charitas, cui post Ulani similis altera
non fuit.
Da tutto ci ecco per la conseguenza che, acconciamente
allargomento che trattiamo, naturalmente discende: cio a
dire che come Iddio Padre, collavere appunto donato per
noi il Figlio che genera dalla sua sostanza, divenuto, a tutto
rigore del termine, padre nostro; cos Maria, collaverci do
nato essa pure il figlio medesimo, generato dal suo sangue,
divenuta, a tutto rigore del termine, nostra madre. La no
stra fgliuolanza rispetto ad ambedue leffetto di una ri
gorosa giustizia, fondata sopra il prodigio di una grande mi
sericordia; poich luno e l altra lhanno acquistata per
mezzo dellatto della pi sublime generosit, lhanno com
prata col cambio di ci che aveano di pi caro e di pi pre
zioso,, col cambio del loro naturale figliuolo.
Maria dunque, sotto questi rapporti, madre nostra al
titolo medesimo, per le medesime ragioni, onde Dio no
stro padre. La nostra filiazione rispetto a Maria cos sacra,
cos autentica, eos legale, come la nostra filiazione rispetto
a Dio. Lo stesso ne il prezzo: la donazione eia morte del
comune Figliuolo. Lo stesso ne il termine: la nostra salute.
Lo stesso ne il principio: la misericordia, la compassione
e lamore. Sicch anche rispetto a Maria possiamo con S. Bo
naventura dire ci che S. Giovanni ha detto di Dio: Ve-
PARTE SECONDA 153
dcte con quai trasporti ci ha amato Maria, che ha voluto pro
curarci non solo il nome, ma la qualit altres, il dritto e le
ragioni di suoi figliuoli: Vdete qualetn charitatem dedit
nobis Maria, ut fitti ejus nominemur et simus.

Capo III. L offerta di Maria del proprio Aglio deve essere consid erala
in tu tte le sue circostanze particolari di tem po e di luogo. Essa co
m in c ia ta in segreto nel m o m e n to d e llincarnazione, e si m a n if e
sta ta in pubblico nel giorno della purificazione. Profezia di S im eone, '
e generosit desenliraenti di M aria n ella c c e lta rla , Sin d a llo ra essa
incom inci a divenire nostra m a d re .

Ma lofferta magnanima, la donazione generosa che Maria


ci ha fatta del suo Figliuolo unigenito, non deve solo essere
considerata, come per noi si fatto sinora, in una maniera
generale ed astratta. Per entrare nello spirito, per conoscere
almeno in piccola parte leccellenza di un mistero di tanta
piet e di tanta tenerezza per noi, e che costituisce il vero
titolo della nostra adozione in figliuoli della Madre di Dio,
bisogna ancora meditarlo in una maniera pratica e partico
lare, e ricordare il tempo, il luogo in cui fu fatta, le circo
stanze misteriose che vintervennero, i sentimenti sublimi
che laccompagnarono, i sagrificii e le pene che ne furono
la condizione, le benedizioni che ne furono.la conseguenza.
Sul Calvario questa offerta, per noi s preziosa, fu sola
mente consumata e compiuta; ma gi trentatr anni interi
erano trascorsi dal giorno in cui per la prima volta fu fatta.
Nel momento misterioso dal quale dipendettc la salute del
mondo, nel momento in cui la Vergine pronunzi quel po
tentissimo fiat, si faccia , pel quale dovea essere riparato
tutto ci che con un aitro fiat era stato creato; per la chiara
intelligenza che Maria avea delle profezie, e molto pi per
la copia immensa delle illustrazioni celesti di cui fu ripieno
il suo spirito, vide come in una tela tutta la serie degli av-
154 PAKTE SECONDA
venimenti, dei misteri che si sarebbero succeduti nella vita
intera del figliuolo che concepiva. Conobbe essa colla pi
grande distinzione e con una infallibile certezza che il Figlio
di Dio, di cui diveniva madre, non si destinava nel mondo
alla gloria del regno, ma allignominia della croce. In quel
l'istante medesimo adunque, dice S. Bernardino da Siena, in
cui concepiva un crocifisso nel suo seno, fu essa stessa cro
cifissa nel suo cuore; ed in segno del fiero destino che at
tendeva il figlio che essa allora generava dal suo purissimo
sangue per virt dello Spirito Santo, dispose Iddio che essa
il concepisse nel giorno venticinque di marzo, in cui tren-
tatr anni dopo, secondo la tradizione pi comune, questo
Figlio divino fini sul Calvario fra mille pene la sua mortale
carriera: In signum quod cruciflxa crucifixum concepii,
ordinavit summa sapientia Deus quod eadem die Virgo
Christum concepit qua Christus passus fuit.
Ora la cognizione chiarissima di questo mistero che si
dovea compire nel figlio, il profondo convincimento del sa
crifizio doloroso che esso avrebbe imposto alla madre, lungi
dal far vacillar la prontezza ed il coraggio di Maria nel pre
stare un consenso che le apriva la serie di tante pene, le
accese anzi nel cuore, dice S. Anseimo, il desiderio pi ar
dente, i trasporti pi veementi di veder per cotal mezzo
compiuta lopera della salute degli uomini. Quindi per questa
doppia piena inondatrice della carit di Dio che riemp il
suo tenero cuore, e della virt di-Dio che ingombr il suo
purissimo seno, per questo doppio consenso prestato e che
il suo proprio sangue servisse a formare un corpo alla per
sona del Verbo, e che il sangue di questo suo figlio servisse
a costituire il prezzo della nostra salute: per questo atto di
piena ubbidienza al doppio decreto di Dio e che il Verbo
divino cominciasse a vivere in lei, e finisse col morire per
noi; Maria divenne doppiamente madre; concep un doppio
figliuolo, runo col suo sangue. laltro col suo amore; e come
PARTE SECONDA 155
madre carissima delluno per natura, dellaltro per adozione,
sin da quel momento incominci a portare, a nutrire nel
suo cuore amoroso i figli degli uomini, come incominci a
portare e nutrire nel suo seno il Verbo stesso di Dio: Per
lume consensum in incarnationem Filii, omnium salutem
vigorosissime expetiit et procuravit; ita ut ex tunc omnes
in suis visceribus bajulat, sicut verissima mater flios suos.
Ma questi sentimenti sublimi, queste disposizioni magna
nime, che Maria incominci a nutrire nel suo interno, ri
guardo ai figli degli uomini, dal momento stesso che divenne
madre di Dio, non tard molto a palesarle allesterno e con
fermarle ancora collopera. Nel giorno della sua purificazione
rinnov essa in una maniera pubblica e solenne, nel san*
tuario di Gerusalemme, lofferta generosa del proprio figlio
alla nostra salute che avea di gi fatta tacitamente nel san
tuario del suo cuore. Come Ges Cristo, secondo S. Paolo, si
present allora nel tempio in qualit di vittima ; Maria si
associ a questi sentimenti di misericordia e vi si present
come afferma S. Epifanio, in qualit di sagrifieatore: Virgi_
nem appello veluti sacerdotem. Ges ricopi in una maniera
pi perfetta la docilit dIsacco, e Maria la generosit di
Abramo. Il vecchio Simeone, dice S. Ambrogio, rappresentava
lumanit intera invecchiata nel disordine della colpa. Maria,
nel depositare nelle braccia di lui il suo pargoletto, lo de-^
dico, lo don allintera umanit e loffr per la salute di
tutti, come per la salute di tutti Cavea partorito. Lo rinun-
zi in certo modo come suo figlio, per darlo a noi tutti co
me redentore: Omnibus Maria offert quem pr omnibus
eumdem peperit Salvatorelli.
La sua risoluzione adunque era gi presa; la sua volont
era pronta; il suo spirito sottomesso; era disposto e rasse
gnato il suo cuore, allora quando Simeone, recatosi in atteg
giamento di profeta, con un tuono misterioso e solenne che
tutto annunziava la maest deIlispirazione:divina, Donna,
156 PARTE SECONDA
disse a Maria, sin da questo medesimo istante il figlio ehe
tu hai offerto non pi tuo, ma di altrui: esso costituito
per rimedio di salute, di risurrezione e di vita per molti,
bench per altri sar in Israello un soggetto di scandalo e
di perdizione: Et dixit Simeon ad Matrem ejas: Ecce po-
situs est hic in ruinam et resurrectionem multorum in
Israel. Sar esso come un vessillo di eontradizione, attorno
a cui tutte le passioni si colleglleranno per abbatterlo. Sar
loggetto di una universale persecuzione e di un odio uni
versale: Et iti signum cui contradicetur. Allora si faranno
manifesti i sentimenti pi reconditi, i pi oceulti pensieri
rispetto a lui, di tradimento, di vilt, dinvidia, di furore de
.suoi nemici; di coraggio, di fedelt, di amore desuoi cari:
Ut vevelentur ex multis cordibus cogitationes. Ma ahi 1 ehe
ci che egli soffrir nel corpo, tu, o donna, per vicenda di
amore, lo risentirai nella tua anima. La vista della sua morte
spietata sar come una spada di acuto dolore che, rispar^
miando la tua vita, trapasser da parte a parte il tuo cuore.
Con un sol colpo saranno allora immolate due vittime. Il
martirio del figlio sar allo stesso tempo il martirio della
Madre. La sua morte sar tua morte, il dolor suo sar
tuo dolore: Et tuam ipsius animam doloris gladius per-
transibit.
Oh acerbo annunzio al cuor di una madre 1Oh feral profe
t a i Qual tempesta di eontrarii affetti,qual tumulto di funeste
apprensioni dovettero eccitarle in seno queste lugubri pa
role! Pure Siccome, se Simeone le pronunzia, a giudizio di
Maria, per Dio che le ispira; e non sono gi gli accenti
di un uomo della terra, ma la manifestazione dei decreti del
eielo; reprime essa la sua materna tenerezza, intimidita,
sconvolta da questo oracolo: fa tacere tutte le sue affezioni
in vista delle disposizioni superne; ed entrando nelle; dispo
sizioni e nei sentimenti stessi che lapostolo S. Paolo attri
buisce a Ges Cristo in questa medesima circostanza, S,
PARTE SECONDA 157
risponde, nel segreto del suo cuore, al Dio che le parla al-
rorecchio per la bocca del suo Profeta. Poich cos volete, o
Dio santo, o Dio giusto, cos si faccia. La prima legge che io
ho fatta a me stessa, il mio primo dovere si laccettare
tutte le vostre disposizioni e tutti i vostri disegni, e il sot
tomettermi pienamente ai vostri voleri: In capite libri scri
ptum est de me, ut faciam voluntatem tuam. ben dolo
roso per me che, dopo avermi dato un figliuolo c tal figliuolo,
appena datomelo, mel richiediate. Ma siccome lo rivolete per
tenervi luogo delle vittime carnali che non han mai potuto
piacervi; e perch il corpo di cui lo avete rivestito sia sa-
grificato alla salute degli uomini, io vengo volentieri ad of-
frirvelo, Holocausta noluistij corpus autem aptasti... Tunc
dixi: ecce vento. Questopera dimmensa piet ben mi consola
del rammarico della mia offerta. La salute del mondo merita
bene che io vi sacrifichi il mio cuore, poich il mio Figlio
vi offre la sua vita c il suo sangue. Consento a privarmi del
frutto delle mie viscere, purch gli uomini abbiano in esso
il Redentore promesso dalla vostra misericordia. Disponete
del figlio senza alcun riflesso al dolor della madre. I vostri
disegni di piet si compiano, i vostri voleri'si facciano. Il
mio cuore sar sempre aperto ad ascoltarli, la mia opera sar
sempre pronta ad adempierli: In capite libri scriptum est
de me, ut faciam voluntatem tuaml
In questa grande cerimonia adunque, predetta e celebrata
gi da Malachia come il pi perfetto, il pi sublime e a Dio
il pi gradito de sacrificii di Giuda e di Gerusalemme, Et
placebit Domino sacrifichivi Juda et Jerusalem sicut dies
saeculi, Maria si mette in perfetto accordo col Padre celeste
e col suo Verbo umanato: e di concerto fissano il gran con
tratto della nostra salute. Maria offerisce, come Ges Cristo
si sottomette, e il Padre eterno accetta. Maria impegna la
sua volont e il suo cuore, come Ges Cristo vimpegna la
sua vita c il suo sangue, c il Padre eterno la sua misericordia
158 P A B T E SECONDA

e il suo perdono. In questa guisa si conchiude e si stipola


nel tempio il gran trattato di riconciliazione tra il cielo e la
terra, che un giorno deve compiersi sul Calvario. Oh trattato,
oh contrattogli alleanza, oh mistero, di cui mallevadrice
e la bont del padre, e lubbidienza del figlio, e la generosit
della madre! di cui il sacrificio di Ges e di Maria sono la
condizione, cd il frutto ne la gloria di Dio e la salute degli
uomini 1
Come tutto per grande e sublime in. questa offerta!
Perch un padre consentisse a dare alla morte il proprio
figlio, affinch i suoi nemici avessero vita; ci voleva una
misericordia come quella del Padre celeste che Dio. Pereh
un sacrificio fosse degno di Dio; ci voleva una vittima di
una eccellenza come quella di Ges Cristo che Figlio di
Dio. E perch una madre offrisse essa stessa il proprio figlio
per laltrui salute: ci voleva una generosit, un eroismo co
me quello di Maria che madre di Dio,
Or siccome sin da questi primi momenti incominci Ges
Cristo ad essere il redentore del mondo, e il Padre eterno
ad essere il vero nostro padre; cos Maria sin da questi pri
mi momenti incominci a divenire la vera nostra madre di
adozione: giacch acconsent sin dallora alla condizione pe
nosa, con cui questa adozione si dovea compiere, ne ammise
le basi e ne accett i termini, i doveri e le conseguenze che
doveano accompagnarla.

Capq IV. S to ria di G iocabda m a d re di Mos, fig u ra e profezia delle


disposizioni colle q u ali M aria rip ig lia il suo figliuolo dal tem pio.
Q u ad ro d elle pene in terio ri di M aria d u ra n te la v ita in te ra di G es
C risto. G enerosit e costanza della su a offerta e del suo am o re per
n o i, che le d a n n o nuovi titoli a lla m a te r n it degli uom ini.

Se non che Maria riprende dalle braccia di Simeone il


proprio figliuolo poco dopo di avervelo depositalo; ma hai
come lo riprende diverso da quello che lo port !
PAR T E SECONDA 159
Si legge nei Libri Santi che Faraone monarca di Egitto
volendo vedere intieramente distrutta Febrca nazione., che
gli era divenuta odiosa, avea prescritto sotto rigorosissime
pene che i maschi che nascerebbero presso quel popolo fos
sero tutti esposti ed annegati nel Nilo. In adempimento di
s (iero decreto, Giocabda madre di Mos, il terzo mese dac- .
ch lo avea partorito evenuto in casa nascosto, fu costretta
ancor essa di abbandonare alla morte il suo pargoletto. Se
non che ebbe lattenzione di chiuderlo in un cestino di
giunchi, ricoperto di materie che lo rendessero impermea
bile'alle acque, e di lasciarvi in custodia laltra sua figlia
Maria ad osservare da lungi che cosa sarebbe mai addivenuto
dellurna e del caro oggetto che vi era dentro riposto. Ora
accadde che la figliuola stessa del re per nome Termuta vide
per caso quel cesto sulla riva opposta del fiume: e fattoselo
raccogliere, e scorgendovi dentro un bambino di una squi
sita bellezza, Elegcintem, come dice la Scrittura, e S. Stefano
dice, Deo grattini, nebbe compassione. Lo prese adunque
tra le sue braccia, lo strinse al suo seno, lo colm di ca
rezze e volle salvarlo dal destino crudele che lo attendeva.
Allora le si fece innanzi la sorella del bambino, e Volete,
disse, o signora che io vi faccia qua venire una donna ebrea
che nutrisca questo pargoletto che vispira tanto interesse e
tanta tenerezza? E,sullaffermativa della reai principessa,
corse a ragguagliar di tutto la madre e la condusse e la in
dic alla generosa Termuta in qualit di nutrice. Termuta,
non sospettando per nulla che Giocabda potesse esserne la
madre verace, Prendi, le disse, o donna, questo bambino,
io tei confido come cosa mia propria; tir devi nutrirlo ed
allevarlo per me, e da me ne sarai largamente ricompensata :
Accipe ptteriim istum et nutri miiij ego clabo libi merce-
clem titani (Exod. 2). Non si poteva dare a Giocabda un
incarico pi dolce e pi gradito di quello di allevare il suo
proprio figliuolo; n tra le ebree madri di allora ve ne fu
160 PARTE SECONDA

una di lei pi fortunata, che vide, sola fra tutte, il frutto


delle sue viscere salvato da un sicuro naufragio, e ridonato
alla sua materna tenerezza. Ma la sua ventura non fu senza
perdita, n il suo contento senza dolore. Era essa la vera
madre di Mos; e per tal vicenda dovea nella pubblica opi
nione passare per esserne sol la nutrice, Mulier. Essa lo avea
partorito; e dovea mostrarsene estranea. Era veramente suo
il bambino; e dovea nutrirlo, allevarlo, crescerlo per altrui.
Difatti, come divenne adulto il fanciullo, dovette spogliar
sene affatto, dovette rimanerne priva per sempre, dovette
consegnarlo alla reai donna da cui lo avea ricevuto, che lo
adott per figliuolo: Suscepit mulier et nutrivit puerum,
adultumque tradidit filae Pharaonis, quae adoptavit illuni.
Ora questo tenero racconto nella sua verit istorica evi
dentemente misterioso: e, secondo la regola di S. Agostino,
una vera profezia come tutti gli altri fatti storici della
Scrittura. E chi mai questo bambino di rara bellezza c
grato a Dio, Elegans, Deo gratus? se non Ges Cristo di
cui sta scritto: Egli bello al di sopra di tutti i figli de
gli uomini. La grazia discende abbondantemente dalle sue
labra... Il fanciullo cresceva in grazia agli occhi di Dio: Spe-
ciosus forma prae fliis iominum, diffusa est gratta in la-
biis tuis.... Paer autem crescebat gratta apud Deum. Chi
questa nutrice che, essendo veramente madre del bam
bino, non chiamata che col titolo di donna, Suscepit mu
lier? se non Maria, che, essendo madre naturale, madre
verace deiruomo-Dio, non costantemente chiamata da
questo figlio divino che col titolo di donna , Quid tibi est,
mulier? Mulier ecce filius tuus. Chi mai questa reai prin
cipessa gentile che raccoglie il fanciullo, che se lo appro
pria, che lo stringe al suo seno e lo colma di carezze e di
benedizioni? se-non la chiesa dei gentili, che chiamata la
figlia del re, filiae regis, e che per mezzo del vecchio Si
meone, che ne era la figura, prende nelle braccia il barn
PARTE SECONDA 161

bino Ges, e se lo appropia come suo tesoro, e lo vezzeggia,


c ne benedice Iddio, Accepit eum in ttlnas suas et bene-
(lixit Deum; e lo proclama suo Salvatore, la speranza di
tutti i popoli, la luce degentili: Salutare tuum ante faciem
omnium populorum : lumen ad revelationem gentium.
Ora, per ubbidire alla legge di Dio, che prescriveva che
tutti i primogeniti dIsraello gli fossero offerti nel tempio,
c che luomo-Dio particolarmente gli fosse offerto per es
sergli sacrificato, Maria, nel terzo mese del suo parto di
vino, lo ha essa stessa presentato ed espsto a rimaner nau
frago nel torrente dello sdegno e della giustizia divina che
in lui dovea essere soddisfatta. La Chiesa, per mezzo di Si
meone, lo raccoglie, se lo appropria; e se, come Termuta,
lo ridona alla sua propria madre, non glielo ridona come a
madre, ma come a nutricej non perch lo allevi per s, ma
perch lo allevi per noi, Accipe puerum istum et nutr
m ihi; e perch lo consideri non pi come suo' figlio, ma
come comune redentore: Omnium populorum, revelatio-
nem gentium. E fu come se le avesse detto Simeone: Ri
prendete, o Maria, questo pargoletto; ma oh come vel ri
torno diverso da quello che me lo deste 1 Voi lo portaste
qua al tempio come vostro vero figliuolo; e non lo ripren
dete che come vittima devota, consacrata alla salute del
mondo. Lo portaste come cosa vostra; e lo riprendete come
propriet degli uomini a cui da questo istante appartiene.
Lo portaste come un frutto dolcissimo delle vostre viscere; e
lo riprendete come un fascetto di amarissima mirra. Lo avete
allevato finora per vostro conforto; lo alleverete da quinci
innanzi per vostra pena. Non lo ritirate dalle mie braccia
che per consegnarlo in quelle deGiudei. Non lo ritirale
dal tempio che per accompagnarlo al Calvario. Non lo ri
prendete dalTaltare che per riservarlo alla croce. Non avrete
la consolazione di nutrirlo che per avere il dolore di ve
derlo morire. Dei vostri stenti ncHallevarlo non raccoglie
m PAKTE SECONDA

rete per frutto che una piaga crudele che vi trapasser


da parte a parte il cuore: Tuani ipsius animali% dolo-
ris gladius pertransibit. Sono i popoli tutti che ricave
ranno frutto dalle sue pene e vita dalla sua morte: Salu
tare tuuni ante faciem omnium populorum. Revelationem
gentium.
0 Maria, o tenera ed amorosa Maria, consentirete voi a
ripigliare dalle braccia di Simeone il figlio vostro a condi
zioni s dure? Consentirete voi ad allevarlo per altrui, dopo
averlo partorito per voi stessa? Consentirete ad esserne la
nutrice, dopo che ne siete veramente la madre? Consenti
rete a riprenderlo a patto di esserne poi un giorno privata?
Consentirete di fare del figlio vostro la vittima, il prezzo
dei vostri figli adottivi? Ges Cristo vero Figliuolo di Dio,
ma esso altres vero figliuol vostro. In forza del dritto spe
ciale di propriet che tutte le leggi riconoscono nelle ma
dri rispetto ai proprii figli, questo figlio non pu essere con
venientemente destinato alfa morte senza il vostro consenso.
II Padre eterno ha di gi dato questo consenso e decretato
il sacrificio per la sua parte. Voi, o Maria, darete ancora il
vostro consenso e sottoscriverete al decreto ancora per la
parte vostra ? Oh vicenda dolorosa ! Oli alternativa funesta ! Se
voi acconsentite, che fa mai del figlio vostro? Ma se voi ri
cusate, miseri noi! di noi che fia? No, Maria non ricusa.
Avrebbe voluto ben essa, dice S. Bonaventura, dare in cam
bio s medesima e sostenere sopra di s sola tutti i tor
menti e tutte le pene che un d dovevano fare di Ges uno
scempio s atroce. Avrebbe voluto mettersi nel suo luogo:
.ma poich una vittima puramente umana non potea placare
una giustizia divina, e poich luomo perduto non poteva
essere salvato che da un Dio; Maria piega volenterosa la
fronte. Ci che piaciuto a Dio di decretare, piace anche
a lei di accettarlo; ed approva il sagrifcio del suo unige
nito figlio per la salute del mondo: Si fieripotuisset, omnia
PAR T E SECONDA 463
tormenta qua e filius pertulit, sustinuissetj et nihilominus
placidi ei quod unigenitus sutis pr salute Immani generis
offerretur. Accetta dunque una legge s dura: e, vera Gio-
cabda, prende a nutrire il suo proprio figlio, come se pi
non vi avesse alcun dritto, come se non fosse riguardo a
lui pi madre, ma una donna comune: Suscepit mulier pue-
rum et nutrivit.
Ma quale immaginazione pu comprendere, non che lingua
spiegare il martirio], la pena, il dolore che siffatto incarico
le impone, e per la generosit del suo amore nellaverlo a
riguardo nostro accettato?
Ges Cristo non morir che una sola volta sul Golgota.
Maria, dice S. Bernardo, da questo momento muore od ogni
istante per trentatr anni in suo cuore. La sua vita un
intreccio di ambasce dolorose, di funeste apprensioni pi *
crudeli di ogni morte: Moriebatur vivens, dolorem ferens
mortem crudeli orem. Le profetiche parole di Simeone le ri
suonavano continuamente allorecchio, e la spada predet
tale del dolore le slava di continuo appuntata sul cuore.
Diceva un antico che non vi maggiore miseria, n am
bascia pi dolorosa, quanto la certa previsione delle disgra
zie future. Lanimo sperimenta in lutti glistanti la pena
di ci che si compir in un istante solo: Calamitosus est
animus futuri praescius et ante miserias miser. Pure vi
un segreto sollievo nella lusinga, cui mai un cuore afflitto
non rinunzia, che ci che si prevede di funesto pu essere
che non accada. Maria non pu dar luogo a questa lusinga
alleviatrice. Non sono le umane vicende che condurranno
il suo figlio sul Calvario, ma i decreti immutabili di Dio.
Sa essa troppo bene e crede con una fede la pi ferma, con
un convincimento il pi profondo e il pi perfetto che, di
quanto i Profeti hanno vaticinato sopra itormenti egli ob-
brobrii del Messia, nemmeno una sillaba rimarr senza com
pirsi: e la vivezza della sua fede le fa considerare come se
164 PARTE SECONDA
accadesse nel presente ci che non accadr che nella lonta
nanza di un remoto avvenire.
Ci che crede, essa lo vede, lo sente e ne sperimenta ad
ogni istante tutta la pena che ne risentir quando sar real
mente compiuto. Ogni momento le riconduce nuovi motivi
di pena, nuovi argomenti di dolore. Col corpo essa in Bet
lemme, in Nazaret, in Egitto; ma collo spirito assiste di
continuo allorrida scena del Calvario. Come Abramo, nei
tre giorni che precedettero il sacrificio dsacco, cos Maria,
nei trentatr anni,che precedettero il sagrificio di Ges Cri
sto, non vede pi in lui un figliuolo di promessa, ma un fi
gliuolo di dolore. Sia che lo nutrisca del suo latte, sia che lo
stringa al suo seno, sia che lo veda sotto i suoi occhi crescere
in sapienza, in grazia ed in et; il pensiero di questa tenera
madre corre involontario al macello spietato che ne sar
fatto; e pensa e vede che quelle sante membra delicate, quel
vago sembiante cui essa con riverenza appressa le sue pu
rissime labbra, saranno straziate dai flagelli, peste dalle per
cosse, bruttate dagli sputi, squarciate dai chiodi, trafitte dalle
spine, attossicate dal fiele e sospese al pi tormentoso e
pi ignominioso patibolo.
Quindi quante occhiate amorose le volge questo figlio di
vino, quante le indirizza parole, quante le rende testimo
nianze di ossequio, di ubbidienza, di amore, tante sono le
trafitture che straziano il cuor della madre. Dovunque essa
gitta lo sguardo, tutto le richiama altamente le immagini
funeste e le tremende particolarit della catastrofe, di cui
Ges Cristo sar vittima; tutto le parla di tormenti e di
morte: Quidquid aspiciebam, direbbe S. Agostino, mors
erat. II solo nome di patria, di una patria che dovea fare
un trattamento s reo di colui che era venuto a salvarla, era
per lei un supplicio: Erat mi hi patria supplicium. Tutto
le reca noja e fastidio; e come la mente non si occupa che
di funesti pensieri, cos il cuore si pasce sol di dolore e
PARTE SECONDA 465

gli occhi di pianto: Oderam omnia, et solus fletus dulcis


mi hi erat.
0 cuore di M^ria. addolorata e trafitta, dicca a tal consi
derazione il beato Uberto da Casale, comprendo bene per
ch il vostro affanno sia stato dai Profeti paragonato ad un
oceano sterminato di amarezza: poich, siccome anche le
acque dolci defiumi, entrando nel mare, cambian natura e di
vengono salse ed amare, cos tutti i pensieri, tutti gli oggetti
capaci di arrecare a voi gioja o sollievo, entrando nella vostra
mente annuvolata dalla tristezza, nel vostro cuore di continuo
immerso nel dolore, rimaneano assocbiti e si cambiavano in
argomenti di amarissimo lutto: Facta est velut mare con-
tritio tua, Beata Virgoj sicut flumina quae in mare re-
fluunt in amaritudines convertimtur, sic omnes cogita-
tiones tuas mare cordis tui in amarum lamentimi absor-
bebat. La prescienza certissima della passiona.del figlio
dunque per Maria, dice Ruperto abate, un lungo e non in
terrotto martirio: Tu longum, praescia futurae passionis
filii tui, pertulisti martyrium. Dal momento che essa offr
nel tempio il suo unigenito, e questi rimase perci come im
pegnato a servire di prezzo per la salute degli uomini, Ma
ria, cori maggior ragione del Profeta, pot dire di essere en
trata in istato di vero sagrificio; che il suo cuore dive
nuto una vittima in ogni istante immolata per rinascere
poco dopo ad una immolazione novella; e che il suo olo
causto un olocausto permanente e perpetuo, che per tren-
talr auni ogni momento si compie, e poi si rinnova pi
spietato e pi crudo: Propter te mortificamur tota die, aesti
mati simius sicut oves occisionis.
Ma questo appunto ci discuopre la veemenza, la forza, il
trasporto del desiderio di Maria per la nostra salute. Come
si rinnovano in ogni istante le sue pene, cos in ogni istante
rinnova essa la sua ferma risoluzione, il suo acceso desi
derio di abbracciarle; e come ogni momento si rinnova il
L a M adre d i Dio. \\
166 PARTE SECONDA

suo martirio, cos ogni momento rinnova essa lofferta del


figlio che ne la cagione, in vista del beneficio della reden
zione degli uomini che deve esserne il frutto.
Il martirio di Maria ha questo di particolare al di sopra
di ogni altro martirio che il tempo, che suole rimarginar
molte piaghe e lenire lintensit del dolore, in Maria pro
duce un effetto affatto contrario. Il tempo moltiplica e rende
pi profonde le piaghe del suo cuore, e pi violento e pi
acuto il suo dolore; poich, ogni giorno che passa, il Cal
vario, con tutto ei che vi si deve compiere, sempre pi si
avvicina alla sua immaginazione; poich ogni passo di pi
che il diletto suo figlio d nella carriera della vita un
psso che sempre pi lavvicina verso del Golgota. Questa
fiera montagna, che dee vedere spirare sopra di s il figlio,
si appressa ogni giorno di pi alla fantasia della madre; ed
essa conosce ogni giorno con sempre maggiore distinzione
e chiarezza i misteri che vi eompir lamore di Ges Cri
sto e gli atti di rabbia infernale, di cieco e spietato furore
che vi consumer la perfidia e lodio deGiudei. Pure que
ste apprensioni sempre pi dolorose, questi presagimcnti
sempre pi funesti, lungi dall indebolire per nulla il desi
derio di Maria di vedere il proprio figlio immolato per noi,
rendono anzi questo desiderio medesimo sempre pi vivo,
sempre pi impaziente, a misura che diviene pi intenso c
pi violento il suo dolore; e quanto pi spaventevole e pi
orrida le si presenta la scena del Calvario', tanto essa co
suoi fervidi prieghi ne affretta il momento che deve com
pirla. La sua carit supera le sue pene; quanto pi soffre,
tanto pi ama.
Perci ancora lofferta di Maria non di un solo mo
mento, ma di tutti i momenti. Sperimenta essa in ogni istante
il dolore di ci che il figlio soffrir un giorno per noi e di
ci che per lui e con lui soffrir il cuor della madre; ed in
ogni istante lo approva e lo desidera; sente ad ogni istante
PARTE SECONDA 467
tutto lorrore della morte di Ges Cristo; ed in ogni istante
vi acconsente, la vuole, la brama. Come il suo cuore rimase
sempre trafitto da quel sentimento dintensa doglia che la
prima volta le cagion la profezia di Simeone; cos il suo
spirito rimase sempre costante nelle disposizioni generose
in cui si trov allora quando fece per la prima volta lof
ferta. E sempre dunque dolente, ma sempre rassegnata; sem
pre amareggiata, ma sempre pronta: nessun momento senza
dolore, nessun momento senza amore.
Non dunque una sola volta che ci ha donato il figlio,
come non una sola volta ha provato le pene della sua mor
te: ma tante volte, quanti sono i momenti che separano le
crudeli misteriose vicende del Calvario dalle tenere ceri
monie del tcmpio.'La sua offerta moltiplico, come inolti-
plice il suo martirio: o piuttosto una sola offerta non
mai smentita, non mai ritrattata e per trentatr anni non
mai interrotta; come un solo e non mai raddolcito e non mai
interrotto per trentatr anni il suo martirio. Oh amore, oh
dolore 1Oh dolore il pi intenso, oh amore il pi veemente !
Oh donazione, oh martirio 1 Oh martirio il pi spietato, oh
donazione la pi generosa 1 Poich come il martirio di Maria
il pi atroce dopo quello del Figlio di Dio, cos lamore e
la donazione di Maria la pi grande dopo quella del Pa^
dre celeste. La sua carit per noi ha solamente nel cielo il
suo modello, come prende il suo principio dal cielo; poich
quell amore medesimo che ha indotto il Padre celeste, ha
impegnata altres la madre terrena a donare, a sagrificare
amendue lunigenito loro figliuolo, che Dio, alla nostra
salute: e per questa donazione ineffabile, per questo cambio
di somma piet, luno divenuto vero padre e laltra vera
madre dei figli degli uomini.
168 PARTE SECONDA

C apo V. I se n tim e n ti m a te rn i di M aria verso degli uom ini b isogna


co n sid erarli p artico la rm en te su l C alvario. M aria vera v a , com e
G es C risto lA dam o verace. R elazione m isteriosa tra il p ara d iso
terrestre e il C alvario. N ecessit di trovarvisi M aria in co m p ag n ia di
G es C risto. Sacrificio offerto dai genitori di S ansone a lla loro pre
senza, fig u ra del sacrificio del C a lv a rio , cui doveano assistere letern o
P ad re e M aria.

Ma, a somiglianza dell amore di Ges Cristo, lamore di


Maria pel genere umano c la generosit della sua offerta,
essendo stata grande, sublime, eroica, durante la vita del
figlio, tocc f ultimo termine, pervenne all ultimo grado
dintensit, di forza, di eccellenza nella sua morte: sicch
anche di Maria proporzionatamente pu dirsi: Avendo
amato i suoi figli di adozione che erano nel mondo, nel fine
poi li am oltre ogni termine ed oltre ogni misura: Cum
dilexisset suos qui erat in mundo, in finem dilexit eos.
Il Calvario perci come il luogo del suo pi crudo mar
tirio, cos il teatro in cui ha dato prove pi grandi del
suo pi tenero amore; e ci che nel tempio fu incominciato,
sul Calvario si compie. Qui questa eccelsa matrona, questa
madre amorosa e magnanima ha consumato il sacrificio del
suo cuore: ha pagato generosamente limmenso prezzo della
nostra maternit e ne ha ricevuto da Dio stesso latto au
tentico, il pieno dominio e la solenne investitura.
Ma, prima di entrare nella profondit di questo mistero
che Maria ha compiuto sul Calvario, necessario il cono
scere per quali fini ha voluto il Signore che vi si recasse,
c qual personaggio vi abbia rappresentato.
dottrina di S. Paolo apostolo che il primo Adamo non
che il tipo, il modello, la figura, la profezia delldamo se
condo, che c Ges Cristo: Adam primus, qui est forma futuri.
Difatti come diversa dedue Adami lorigine (giacch luno,
nato dalla terra, terreno; laltro, disceso dal cielo, celeste:
PARTE SECONDA 169
Primis homo de terra terrenus; secundus homo de caelo
caelestis), cos con uno spirito tutto diverso il secondo Adamo
ha ricopiato in s stesso i diversi stati del primo, si messo
nel suo luogo e ne ha preso sopra di s il peccato per espiarlo,
i debiti per sodisfarli, le maledizioni per abolirle, le pene
per cancellarle; divenuto la sorgente di ogni giustizia, come
quello stato lorigine di ogni peccato, e col suo sacrificio
ha restaurato tutto ci che il primo colla sua disubbidienza
avea,perduto. Ges Cristo dunque il vero Adamo, lAdamo
perfetto, lAdamo vero, il vero padre che genera gli uomini
alla grazia ed alla vita, eome il primo li ha generati solo
alla colpa e alla morte.
Ora, se Ges Cristo il vero Adamo, Maria lva verace;
poich, dice S. Giovanni Crisostomo, per Maria altres viene
ristaurato tutto ei che per mezzo di va era andato in mina,
come appunto per mezzo di Ges Cristo riscattato e redento
tutto ci che per mezzodi Adamo era stato alienato e perduto :
Restauratur per Mariam quod per Hevam perieratj per
Christum redimitur quod per Adam fuerat captivatum (De
interdict. arbor.). Cos Adamo ed va, che ci hanno perduto,
ci sono presentati come immagini viventi, come profezie de
due grandi personaggi che ci dovean salvare; e, per un se
greto maraviglioso della divina sapienza e della divina piet,
la nostra riparazione figurata negli autori medesimi della
nostra rovina.
Come grande adunque, eome sublime, come mera
vigliosa la economia della religione! Come tutto in essa si
lega, si combina, si corrisponde! Il paradiso terrestre predice,
figura e profetizza il Calvario; ed il Calvario compie ci ehe
il paradiso terrestre ha adombrato, e luno serve allaltro
di spiegazione e di lume dei grandi misteri ehe, con quattro
mila anni dintervallo, vi si sono compiuti: in uno, misteri
di .delitto, di orgoglio, di severit e di morte; nellaltro, mi
steri di santit, di umiliazione, di misericordia e di vita. Nel
ir
170 PARTE SECONDA

mezzo della sinagoga sinnalza una croce, perch sorgeva un


albero nel paradiso terrestre. Da un legno deriva la nostra
salute, perch la nostra perdizione era cominciata da un legno.
Per un legno sconfitto il demonio che per un legno avea
trionfato delluomo, e dellumanit: e cos la stessa materia
che ha servito alla sventura, serve al rimedio; e ci che aveva
prodotto il malesi converte in antidoto e in medicina, come,
con molti Padri della Chiesa osserva S. Massimo: In Ugno
crucifigitnr; ut quia homo in paradiso per arborem con-
cupiscientiae deceptus fueraty nunc idem per arborem sai-
varetur, atque eadem materia quae causa mortis fueraty
esset remedium sanilatis. Un Adamo ci ridona la vita, perch
un Adamo ci avea destinati alla morte. Il Figlio di* Dio si
abbraccia alla croce e vi muore nellesteriore qualit di pec
catore, discendendo cos sino allultimo grado della bassezza,
poich non vi nulla di pi vile e di pi basso al di sotto
del peccato; come luomo avea portato una mano orgogliosa
sopra di unaltra croce, colla pretensione sacrilega di dive
nire simile a Dio, agognando allultimo grado della gran
dezza, poich non vi nulla di pi grande fuori di Dio:
Adam peccavit, dice S. Agostino, extendendo manum ad
lignum vetitum; sic Christus, ut peccatimi hoc lueret, ex-
tendit manum ad lignum crucis.
Ma siccome alla prevaricazione del primo Adamo lodio
del demonio associ unva, cos la divina bont volle as
sociare Maria alla espiazione di Ges Cristo, affinch, dice
S. Bernardo, tutti e due i sessi concorressero alla riparazione
del mondo, come tutti e due i sessi ne aveano consumato
leccidio: Congruum fuit ut adesset nostrae reparationi
sexus uterque, quorum corruptioni neuter defuisset.
va dunque, a pi dellalbero che uccide, esige, dimanda
imperiosamente che Maria sia a piedi dellalbero che vivifica.
Poich il Figlio ha preso la posizione di Adamo peccatore,
la Madre ha dovuto prendere la posizione di va peccatrice.
PARTE SECONDA 171

Deve essa vedere coi proprii ocelli lo scempio di Ges Cri


sto e prender parte alle sue pene espiataci ; poich va
vide coi proprii occhi la caduta di Adamo e prese parte alla
sua ribellione. E perch Adamo pecc alla presenza di va,
pare che Ges Cristo non possa essere crocifisso e morire
che alla presenza di Maria e con Maria, che con una volont
ferma e generosa concorre alla grande espiazione del pec
cato, Ges Cristo deve divenire il capo unico di un popolo
di santi: poich con va, che con una volont piena e per
fetta concorse alla consumazione del peccato, Adamo era di
venuto il capo unico di un popolo di scellerati.
Quandanche perci il Vangelo si fosse su questo punto
taciuto, dallessere stata va con Adamo a pi dellalbero ed
aver partecipato alla sua disubbidienza, alla sua sensualit,
al suo orgoglio, avremmo potuto con tutta sicurezza con
chiudere che Maria stata altres a piedi della croce di Ges
Cristo e che ha partecipato alla sua profonda umiliazione,
ai suoi obbrobrii ed alle sue pene.
QuellEbrea fortunata che fu poi madre di Sansone, stando
afflitta e dolente di non potere aver figliuoli a causa della
sua sterilit, vide un giorno comparirle allimproviso lan
gelo di Dio, che, fuori di ogni sua speranza, le annunzi che
ben presto avrebbe concepito e partorito un uomo che sa
rebbe stato la gloria e la salute dIsraello. Poco dopo poi
l'angelo del Signore essendole nuovamente apparso, Manue
suo consorte, sullinsinuazione dello stesso messaggicro cele
ste ed alla presenza di lui, volle offrire un sacrificio a) Dio
operatore delle meraviglie. E preso dalle sue gregge un ca
pretto, lo immol e lo pose sul rogo, perch vi fosse consu
mato in olocausto perfetto. Stavano sposo e consorte in aria
di religioso silenzio ad assistere a questo sacrificio cogli oc
chi fissamente immobili sulla vittima; quando tutto ad un
tratto videro langelo, che in forma umana era ivi tuttavia
presente, levarsi in aria c collocarsi in mezzo alla fiamma,
m PARTE SECONDA

come per esservi ancor esso, ostia novella, sacrificato e con


sunto; e da ci compresero che colui che credevano un uomo
era langelo di Dio, anzi Dio stesso: Et intellexit Manne an-
gelum Domini esse, et dixit ad uxorem saam: Vidimus
Deurn (Judic.).
Ora dal complesso di tutte queste circostanze chiaro si
scorge che questo racconto e questo sacrificio misterioso,
figurativo e profetico. E come difatti nelle parole con cui
langelo; annunzi ad una sposa sterile per natura la nascita
di Sansone, non vedere la profezia delle parole, con cui ad
unaltra sposa sterile per amore di verginit stata annun
ziata la nascita di Ges Cristo ? Le espressioni in tutti e due
i casi sono presso che identiche. Un angelo diceva alla madre
futura di Sansone: Non ostante la vostra sterilit, che vi
rende incapace di aver prole, ecco che voi concepirete e
partorirete un figliuolo che sar il Nazareo di Dio e libe
rer il suo popolo dalle mani de Filistei : Sterilis es et absque
liberisj sed ecce concipies et paries filium : et erit Naza-
raeus Dei, et ipse incipiet liberare Israel de manu Phili-
sthinorum'.' Ed un angelo pure dice alla madre futura di
Ges Cristo: Non temete, o Maria sebbene voi non
conosciate e non vogliate conoscere mai uomo; ecco che voi
concepirete e partorirete un figliuolo per opera dello Spi
rito Santo, che sar il Santo echiamato il Figlio di Dio; gli
metterete per nome Ges, giacch esso sar il salvatore del
suo popolo dai proprii peccati : Ne timeas, Maria.... virimi
non cognosco.... Spiritus Sanctus superveniet iti te....: ecce
concipies et paries filium. Quod nascetur ex te sanctum
vocabitur Filius Dei... Et vocabis nomen ejus Jesum.... Ipse
enim salvimi faciet populum suum a peccatis eorum...
In quanto poi al sacrificio di Manue, osservisi da prima
che esso offerto allaperta campagna nel luogo stesso in cui
langelo apparve la seconda volta alla consorte, Sedenti in
agro; ed il sacrificio di Ges pure offerto fuori della citt,
Parte seconda 1*3

Extra portam passus est (Ilebr.). Egli Manue che prende


colle sue mani un capretto che deve servirgli di vittima, Tulit
Manue haeclum de caprisj ed stato il Padre eterno che
ha adattato un corpo umano al suo Verbo per farlo divenire
vittima verace degna di lui: Holocausta noluisti, corpus
autem optasti mihi. Egli Manue pure che colloc la vit
tima sopra di un sasso, Et posuit super petramj ed stata
la volont del Padre celeste che ha confitto Ges Cristo in
croce sulla rupe del Calvario. E Vangelo in forma umana che si
colloca da s medesimo in mezzo alla fiamma, come per di
mostrare di essere esso la vera vittima che rendeva a Dio
accettevole un tal sacrificio, che altro significava, dice S. Ago
stino (Quacst.. 54), fuorch quellAngelo del gran consiglio,
cio il Verbo eterno, che nella forma di servo, ossia nel
lumanit di cui si sarebbe rivestito, non avrebbe altrimenti
ricevuto sacrificio, ma si sarebbe costituito sacrificio esso
stesso: Quodstetit Angelus in aitaris fiamma magis signi
ficasse intelligendum est illum magni consilii Angelum in
forma servi, hoc est in homine, quem suscepturus erat, non
accepturum sacrificium, sed ipsum sacrificium futurum?
Finalmente, se qui si tratta del sacrificio di Ges Cristo, non
vi pi dubbio cheManuee la consorte, che ritti in piedi e con
occhio attento assistono alTimmolazione della vittima, Ipse
autem et nxor ejus intuebantur, siano la figura del Padre
eterno e di Maria, che, luno in un modo invisibile e laltra in
visibil maniera, hanno, come vedrassi, assistito tutti dpeal
sacrificio del comune Figliuolo, mentre che si offriva sul
Calvario.
Ma perch mai leterno Padre vuole presente la Madre alla
troce scempio del Figlio? egli necessario che il suo sguardo
amoroso sia funestato da uno spettacolo s dolente, c che i
suoi occhi veggano scorrere da mille ferite un sangue s caro?
E egli necessario che da questa scena di orrore siano stra
ziate le sue viscere, e che sia trafitto spietatamente il suo
174 . PARTE SECONDA

cuore? Ah! procuriamo diniendere alla meglio un s grande


mistero.
Egli chiarissimo che stato disegno di Dio che Maria
colla sua ubbidienza e colla sua carit cooperasse alla reden
zione dell'uomo, come va avea cooperato alla di lui caduta
col suo egoismo e col suo orgoglio. Ma questa cooperazione
Dio ha voluto che per parte di Maria fosse libera e volon
taria, come libero e volontario ne stato dalla parte di Dio
il primo disegno: tanto esigendo il sacrificio di un uomo-
Dio, perch in esso tutto fosse degno di Dio. Siccome dunque
attese il consenso di Maria per farle concepire il suo proprio
Figlio, cos ha voluto che vintervenisse anche il consenso di
lei per immolarlo, e che lamore della Madre si unisse al
lamore del Padre celeste, affine che, di un comune accordo
e con una liberalit comune, ci facessero dono del comune
Figliuolo e !o sacrificassero alla nostra salute. Maria avea
di gi fatta questa offerta del Figlio sin dal momento che
ne era divenuta madre: e lavea ripetuta ad ogni istante, du
rante la preziosa sua vita, come esso stesso questo Figlio di
vino avea accettata la morte sin dal momento della sua in
carnazione, e colla sua nascita avea incominciata, al dire di
S. Bernardo, la passione della sua croce: A nativitatis exor-
dio passio crucis simili exoi'ta. Ma luno e laltro avea no
fatto ci nel secreto deloro cuori, nel silenzio del loro amore
per gli uomini: bisognava ora che lofferta delluna e lac
cettazione dellaltro divenisse pubblica e solenne- Come Ges
Cristo consente perci ad essere pubblicamente crocifisso;
cos deve a questa consumazione del suo sacrificio acconsen
tire altres pubblicamente la Madre. Ora non vi che l'as
sistenza che vi presterebbe Maria con una rassegnazione
eroica, con una costanza straordinaria, con una calma per
fetta, che possa far conoscere che al sacrificio del Figlio con
corre liberamente e volontariamente ancora la Madre; che
ci che vuole in questistanti misteriosi la giustizia di Dio,
PARTE SECONDA 17o

ci che la ubbidienza di un uomo-Dio accetta, lo accetta an


cora e lo vuole la docilit e lamore della Madre di Dio: Ut
in omnibus conformis esset Patri et Filio.

Capo VI. A differenza di A gar, che non vu o le veder m o rire Ism aele,
M aria deve essere sp e lla lrice d ella m o rie di G es C risto. Suo viaggio
del C alv ario ed in co n tro doloroso col F iglio. Suo contegno diverso d a
q u ello di G iacobbe a lla vista d ella tonaca in sa n g u in a la di G iuseppe.
P ro d ig io d ella fortezza di M aria.

Se si fosse adunque trattatoci una madre comune, la stessa


carit che avea condotte sul Calvario.le altre sante matrone
ne dovea tener lontana Maria. Ci che per le discepole fu
atto di generosa piet poteva sembrar durezza per la Madre.
Non nelle regole ordinarie della convenienza che una madre
sia spettatrice dellestremo supplicio del figlio cui non pu
recare alcun soccorso: e ci perch lo spettacolo di una madre
immersa in un profondo dolore non accresca i patimenti del
figlio, e la vista degli acerbi dolori del figlio non funesti Io
sguardo e strazii il cuor della madre.
Egli perci che Agar, serva di Abramo, essendole mancata
lacqua nella solitudine di Bersabea, e vedendo il suo unige
nito figlio Ismaele gi boccheggiante per lardor della sete,
Se non posso, disse, pi recargli alcun soccorso, a che serve
che io lo tenga stretto ancora tra le mie braccia? se esso deve
irreparabilmente perire, che bisogno vi che io funesti il
mio sguardo materno collo spettacolo doloroso del suo fiero
destino? Ahi che non ho cuore di vedermi morire il figlio
sotto degli occhi miei: Cumque consummata esset aqua.,,
clixit: N videbo morentem puerum. Ed in cos dire,
oi

depone il fanciullo moribondo a piedi di un albero e si ritira


in disparte alla distanza del tiro di un dardo, Abjecit puerum
subter imam arbareni, et abiit procul quantum potest ja-
cere arcusj e postasi a sedere sopra di un sasso, e scop
piando in un dirottissimo pianto, fece echeggiare laria in
176 PARTE SECONDA

torno di gemiti profondi e di dolorosissime grida : Et sedens


contra levavit vocem suam et flevit.
Cos adoper la madre di un puro uomo; ma la madre di
un uomo che allo stesso tempo Dio non deve adoperare
cosi. Come madre di Dio, Maria ha degli obblighi da cui sono
dispensate le altre madri: e quello che per ogni altra madre
avrebbe potuto sembrare per lo meno una inconvenienza,
per Maria un dovere. Come essa ha ricevuto questo Fi
gliuolo in una maniera tutta particolare, cos non deve per
derlo che in una maniera tuttrf^propria di lei. Come Ges Cri
sto non muore per necessit alla foggia degli altri uomini, cos
Maria in questa morte deve portarsi in un modo tutto di
verso delle altre madri. Sul Calvario tutto deve essere grande,
straordinario, misterioso, sublime, degno della vittima di
vina che simmola. Maria devessere dunque presente alla
morte di Ges Cristo, affinch dalla maniera eroica, straordi
naria, miracolosa con cui a questa morte assiste la Madre,
possa conoscersi la divinit del Figliuolo. Appena perci da
Giovanni, il solo fra i discepoli che non avea mai perduto di
vista nel corso della sua passione il suo divino maestro, sente
Maria che il giudice iniquo, con quelle medesime labbra con
cui avea dichiarato solennemente Ges innocente, lo avea
condannato alla morte, e che gi il suo diletto Figliuolo ca
rico del peso della sua croce s'incammina per la via del Cal
vario; Ecco il tempo', esclama, ecco il giorno, ecco lora
dei divini misteri! Morr pur troppo, o eterno Padre, il mio
unigenito figlio, poich la vostra gloria lo esige, la vostra
giustizia lo vuole, la salute degli uomini lo dimanda: ma esso
non morr che sotto degli occhi miei: e quella vita che io
gli diedi, gliela vedr terminare io stessa: Videbo morien-
tem puerum.
Quando Ges Cristo riempiva le contrade di Palestina de
beneficii del suo amore e della fama desuoi portenti: quando
gli correvano appresso i popoli acclamandolo come linviato
PARTE SECONDA 177
del ciclo per la consolazione della terra, quando entr in
Gerusalemme in trionfo tra le acclamazioni e le grida fe
stose delle turbe divote; Maria non gli teneva appresso, se
ne allontanava, si nascondeva, perch nessun raggio della
gloria del Figlio venisse a riflettere sopra la Madre. Ma quando
questo Figlio medesimo va al patibolo per finirvi la vita colla
morte pi obbrobriosa e spietata, quando si tratta di divi
derne gli affronti e le pene, Maria si mostra. Alla gloria, alla
sodisfazione innocente di essere additata come la madre av
venturosa di un profeta, volentieri rinunzia; ma non ri
nunzia gi allignominia c al dolore di essere pubblicamente
additata come la madre infelice di un condannato; ed il tras
porto con cui corre ad essere spettatrice e consorte del mar
tirio del Figlio eguale alla cautela che usa per essere di
menticata quando trattasi detrionfi di lui: Viclebo morien-
tem puerum.
Eccola quindi abbandonare la sua solitudine e, come la
sposa dei Cantici, vera figura desanti trasporli di Maria, gi
rare per le vie e le piazze di Gerosolima, impaziente din
contrarsi col diletto del suo cuore che s incammina al pa
tibolo: Circuivi civitatem. La citt pressoch abbandonata
c deserta: il popolo tutto corre in folla al luogo decondan
nati, riempiendo laria di grida di una gioja feroce. Maria
ne ode da lungi il rumor cupo, il rimbombo funesto; e dietro
ad esso e molto pi alle orribili tracce che lasciava il Fi
glio nel suo penoso cammino, segnando la terra che calcava
di cadute e di sangue, riconosce la via in cui ritrovarlo.
Guari infatti non va che sente il fiero squillo della tromba
che Io precede e pubblica il preteso delitto e latroce con
danna; e poco dopo ecco venirle innanzi egli stesso.Ma ahi!
clic di uomo, secondo la profezia dIsaia, esso non ha nem
meno pi la figura: Vidimus eumf et non erat aspectus. La
sua fronte circondata di una ghirlanda ignominiosa e cru
dele di pungentissime spine, che, trapassate avendo le tempie,
178 PARTE SECONDA

mostrano al di fuori le punte insanguinate; i suoi occhi


umidi delle lacrime sparse sopra Gerusalemme deicida e
grondanti di sangue; il suo volto livido e contrafatto; il
suo petto squarciato di piaghe; tutto il corpo pesto dafla
gelli; ed egli languido, spossato, anelante sotto lorribile peso
della sua croce, tra glinsulti del popolo e le spinte crudeli
della sbirraglia, va lentamente guadagnando a stento lerta
pendice del Calvario. Oh incontrol oh vistai oh spettacolo
atroce al cuor di una madre 1
Di Giacobbe sta scritto che, al vedere la tonaca insan
guinata del suo figliuolo Giuseppe, diede in altissime grida
di dolore, si strapp di dosso le vesti, proruppe in un tor
rente di lacrime, cadde in unambascia profonda, e sdegn
ogni consolazione ed ogni conforto: Quam cum agnovisset
pater, dicit: Tunica filii mei est; fera pessima devoravit Jo
seph. Scissisque vestibus, lugens filium suum mallo tem
pore..., noluit consolationem accipere. Ora che far Maria
alla vista non gi della veste, ma del corpo del proprio fi
glio, solcato da profonde ferite e ricoperto di sangue?
Qualche scrittore che ha minutamente descritto tutti i luo
ghi teatro della passione dolorosa delluomo-Dio, afferma che
vi tuttavia sul Calvario un tempietto diroccato che dicesi
S. Maria dello spasimo, ed un sentiero che chiamasi an
cora oggid la strada dellamarezza; poich diccsi che ivi
appunto, essendosi incontrata Maria a vedere il Figlio in at
teggiamento s compassionevole, in una situazione s cru
dele, cadde a terra svenuta, non reggendo alla piena inon-
datrice del suo dolore. Ma, senza ammettere una tal caduta,
ehe gravissimi scrittori niegano come indegna della Madre
di Dio, nella quale tutto dovea indicare una costanza, una
fortezza, una grandezza danimo pi che umana, fuor di
dubbio per che a quella vista le si gel il sangue nelle vene,
tutte le si commossero le sante viscere per compassione, le
si spezz in seno il cuor per dolore; e perci rimase ivi al
PARTE SECONDA ^ 70
quanto immobile e come assiderata, astratta dasensi, ma
non alienata dalla ragione.
Che anzi fu a s stessa s presente che non mai apparve
s magnanima e s sublime, quanto in questo istante in cui
fu pi addolorata. Gli occhi della Madre sincontrano negli
occhi del Figliuolo: si rimirano entrambi, e i due cuori com
mossi arcane misteriose parole si parlano e si rispondono.
La vista di tanta fermezza, in mezzo a tanto dolore per parte
di una madre, intenerisce, dice S. Bernardo, anche i cuori
pi duri; essi non possono contenersi dal mescolare le loro
colle lacrime delle figlie di Gerusalemme, cui Ges Cristo
ha vietato di compassionarlo e di piangerlo, Multus etiam
invitos ad lacrymas provocabat; omnes plorabant qui ob-
viabant ei, e nel pianto comune essa sola non piange, e nella
commozione comune alla vista dell'acerbit delle sue pene,
essa sola soffre con animo sereno, con ciglio asciutto. E, ben
differente da Giacol5be, non un solo movimento, non un solo
segno, non un solo accento, non una sola lacrima di dolore,
non un solo rimprovero alla sinagoga ingrata, che le ritorna
il figlio in uno stato s compassionevole e s diverso da quello
onde Maria glie lo allev e gliel diede; non un solo lamento
sullodio infernale degli accusatori, sulla ingiustizia dei ma
gistrati, sulla barbarie dei carnefici, sulla cieca rabbia del
popolo; non un solo tentativo, dal quale non avrebbe potuto
astenersi ogni altra madre, di gittarsi tra la folla, di giun
gere sino al figlio per stringerselo al seno e recargli conforto.
Ma reprimendo glimpeti della sua tenerezza materna s pro
fondamente ferita, ma comandando ai suoi affetti e al suo
dolore, ma concentrando nel fondo del trafitto suo cuore
tutta l ambascia che lo crucia, tutta la tristezza che lo in
gombra, accompagna Ges in silenzio, come bramo, dice
S. Ambrogio, accompagna Isacco sino al luogo del suo sacri
ficio: Abraham Isaac, Maria comitabatur filium. Anzi, sog
giunge Giuglielmo abate, come essa la prima dei predesti
180 PARTE SECONDA

nati; cos la prima a percorrerne la via: e. praticando il


Vangelo prima che fosse promulgato, la prima che, giusta
il precetto di Ges Cristo, prende la sua croce e lo siegue
sul Calvario per essere interiormente crocifissa con lui: Tol-
lebat et Mater crucem suam et sequebatur eum, crucif-
genda cum ipso (in Cant. 7).
Cos, come Ges Cristo dimostra che non si va al cielo
che per la via del Calvario e dietro le orme sanguinose del
Figlio di Dio, Maria dimostra che non si va a Ges Cristo
che dietro le tracce ed in compagnia della sua madre; che
tenendo fedelmente dietro allodore prezioso degli unguenti
delle sue virt, si va dritto ad incontrare Ges Cristo; che
la strada che batte Maria quella appunto in cui si trova
Ges: e difatti lo stuolo glorioso delle vergini eroiche che,
secondo la profezia di Davidde, cammineranno dietro le pe
date di Maria, perci solo si troveranno con Ges, il vero
Re della gloria, saranno a lui presentate e ricevute da lui,
e dietro questa guida seguiranno lAgnello dovunque egli
va: Adducentur - Regi virgines post eam; proximae ejus
afferentur Ubi. Maria perci, allo stesso tempo che genera i
figli della Chiesa colleroismo della sua carit, li conduce
ancora e li guida colla sublimit desuoi esempi, ed indica
ed appiana la via ai figli del suo amore e del suo dolore, ai
quali ha procurato la vita.

Capo VII. Peccato di v a consum ato' cogli occhi e col cuore anche p rim a
d i esserlo sta to colla m ano. La sola v ista delle pene del figlio b asta
p erch M aria ne d iv id a il dolore. Mos, che v a a con sid erare la v i
sione del S in ai, fig u ra di M aria che si ap p re sta a co n tem p lare la scena
d el C alvario. S en tim enti e disposizioni che vi reca.

Ricordiamo per che il peccato di va non consistette gi


nellavere materialmente mangiato il frutto vietato. Prima
ancora che essa avesse distesa la sua mano temeraria a quel
cibo funesto, il suo peccato, quantunque non ancora mani-
PARTE SECONDA 181
fcstatosi al di fuori collopera, era di gi stato consumato
nel disordine dei sentimenti del cuore. Mirate infatti, dice
S. Bernardo, questa donna orgogliosa ed incauta che, pene
trata dalle bugiarde promesse del serpe, si va a piantare
a piedi dellalbero di cui Dio avea vietato di toccare il
frutto. Il comando di Dio era semplice, chiaro, preciso, cor
roborato dalle pi tremende minacce. Il mettersi a vagheg
giare quel frutto era lo stesso che vagheggiare il veleno che
dovea recarle la morte. Perch dunque si sta essa a consi
derare collocchio ci che non l permesso di ghermir colla
mano? Perch si ferma a gittarvi sopra degli sguardi di
colpevole compiacenza? Invano si scuserebbe col dire che
loracolo divino proibisce solo di cibarsi del frutto, non gi
di mirarlo: perch, se il mirarlo non perci un consu
mare il peccato, per lo stesso che cominciarlo. E difatti,
mentre essa si delizia collocchio della bellezza del frutto,
il tentatore.si rende segretamente padrone del suo cuore:
Quid tuam morten tam attente intueris? Quid illue tam
crebro vagantia lumina jacis? Quid spedare libet quoti
manducare non licei? Oculos, inquis, tendo, non manum.
Non est inter dietimi ne videam, sed ne comedam. Hoc etsi
culpa non est, culpae tamen indicium est; te enirn in
tenta ad aliud, latenter interim in cor tuum serpens illa-
bitur (De gradib. humilit.).
Ma non si altrimenti solo esposta di gi va al pericolo
di peccare: essa ha gi peccato. La Scrittura dice che essa
vide che il frutto era tanto buono al gusto quanto era alla
vista dilettevole e bello: Vidi mulier quod esset bonum
aspeduque delectabile. Cio a dire, come osservano glin
terpreti (A-Lap. in hunc loc.), che il frutto funesto colla
sua esteriore bellezza attira non solo lo sguardo, ma ancora
il cuore di quella donna infedele, e ne trattiene non solo
fisso locchio a mirarlo, ma ancora il pensiero a contem
plarlo ed il desiderio a volerlo: Sua forma et pulchritu-
La Madre di Dio. 12
482 PARIE SECONDA
dine Hevam quasi delinebat iti moroso sui intuitu et con-
templatione. Ne considera curiosamente la bellezza e brama
di gi provarne la squisitezza del gusto. Yi si gitta sopra
non solo cogli occhi, ma colla mente ancora e col cuore. Se
ne pasce col desiderio, anche prima di stendervi la mano.
Vi si ferma sopra con tutta lanima anche prima di avvici
narlo alla sua bocca. Vi si delizia con una sensuale avidit,
con una ingordigiajmmensa; ingrandisce a s stessa colla
sua immaginazione ci che prover di delizioso e di soave
nel mangiarlo, e ci che otterr di grande o di sublime
dopo averlo mangiato, cio la perfetta somiglianza con Dio
e lonniscienza del bene e del male: Eritis sicut di scien-
tes bonum et malum. E tale risente in s stessa gusto al
palato e soddisfazione al suo orgoglio che quasi pi non
distingue tra il vederlo e il raccoglierlo, tra il bearsene solo
collimmaginazione e il deliziarsene col gusto: Vidit, id
est curiosius et cum voluptate illecebrosa illuda intuita est
et morose consideravit. Sicch non necessario, soggiunge
un santo Padre, dopo tuttoci, lo stendervi la mano. va
ha gi tutto trangugiato il veleno per le vie del guardo e
e se n inebriata e ripiena. E prima di concorrere collo
pera alla colpa di Adamo per questa vista, per questa di
lettazione deliberata e colpevole lha gi consumata col
cuore; ed ha dal canto suo commesso tuttoci che era ne
cessario non solo per morire essa stessa, giusta le divine
minacce, ma ancora per far morire quelli che da lei nasce
ranno c per divenir madre funesta dei morti : Haurit virus
peritura, et perituros paritura.
Perci ancora non necessario, perch Maria partecipi ai
patimenti, agli obbrobrii del Figlio, chcssa sia con lui fla
gellata difatti e crocifissa con lui. Baster che, come lo spi
rito di opposizione alla volont di Dio avea condotto va
a piedi dellalbero, lo spirito di ubbidienza, di conformit,
di soggezione ai voleri di Dio, conduca a pi della croce
PARTE SECONDA 183
Maria. Baster che, come va si piantata in faccia allalbero
di morte con un cuore in preda ad un immenso disordine,
in preda alla concupiscenza, in onta del divieto di Dio: Maria
si pianti a piedi dellalbero di vita con un cuore sottomesso,
umile, in preda del dolore, in omaggio ai decreti severi
di Dio. Baster che essa si fermi in unestasi di amarezza
a tutte contemplare le ambasce del Figlio: come va fer-
mossi in unestasi di sensualit a gustare la squisitezza
del frutto. Baster che essa funesti il materno suo sguardo
colla vista dello spettacolo il pi crudele e il pi spietato;
come va lusing il suo, colla vista la pi gioconda, la pi
lusinghiera e la pi dilettevole. Cos per le vie del guardo
tutto lorrore, tutta lamarezza delle pene del Figlio le pas
ser nellanimo, come per le vie del guardo penetr nel
cuore di va tutta la dolcezza velenosa del frutto vietato.
Cos anche senza provare nel suo corpo gli strazii della
croce, ne risentir tutti i dolori nel cuore, ne sar inebriata
e colma, soffrir con lui ci che vedr soffrirsi da lui; e
senza essere posta in croce con lui, sar per crocifissa
per lui.
Ora egli c in questo modo appunto che Maria va ad as
sociarsi alla immolazione di Ges Cristo ed a partecipare
alle sue pene. La potenza visiva, direbbe S. Cipriano, la
considerazione attenta dello scempio del Figlio sar lo stru
mento crudele dellacerbo martirio di questa tenera madre:
Tarn grave martyrium sustinut virtute oculorum suor uni.
Egli in questo modo che concorrer allopera della nostra
salute, ne otterr da Ges Cristo il merito e ne ricever
la ricompensa, divenendo madre fortunatissima per la vita
di quei medesimi uomini dequali va, colla sua orgogliosa
presunzione, colla sua temeraria disubbidienza, divenuta
madre funesta, ma per la morte.
Stando il popolo dIsraello in penosa schiavit sotto la
dura dominazione del re dEgitto, Iddio raanifestossi in un
184 Parte seconda
modo misterioso a Mos sulle cime del Sinai. Vide quel gran
profeta da lungi un vasto roveto in preda ad unattivissima
fiamma clie da ogni parte lo investiva e che lo faceva in
cessantemente ardere, ma senza consumarlo: Apparuit in
fiamma ignis de medio rubi, et videbal quod rubus arde
rei et non combureretur (Exod. 5). Sorpreso, alla vista di
un fenomeno s strano e singolare, Mos, Via su, disse seco
medesimo, si vada tosto l a contemplare da vicino questa
visione s grande e s stupenda : Dixit ergo Moyses : Vadam
et videbo visionem hanc magnam. Vi si reca difatti in tutta
fretta: ma, nellavvicinarsi al luogo del prodigio, una voce
di persona invisibile lo avverte che bisognava scalzarsi i
piedi per riverenza, giacch la terra che calcava era vene
rabile e santa: Solve calceamentum de pedibus tuisj locus
enim in quo stas terra sancta est. Ora questo racconto
una figura insieme ed una profezia del mistero del Calvario.
I padri e glinterpreti sono daccordo a ravvisare nel ro
veto che circondato e compreso dalle fiamme senza es
serne consumato il Verbo di Dio fatto uomo: poich, come
il roveto spinoso, aspro, vile ed abbietto, cos lumanit
assunta dal Verbo eterno non stata lumanit dellAdamo
innocente, ma quella dellAdamo colpevole, soggetta a tutte
le miserie ad eccezione del peccato, povera, amile, tra
vagliosa, tribolata e dolente: Ignis in rubo, dice Cornelio
A-Lapide, est Deus in carne, seu Ver bum caro factum. Ru
bus enim spinosusj asper9 humilis et vilis, Christi fiumani-
tatem significai, quam ipse sponte multis aerumnis et la-
boribus subiectam, pauperem, humilem, despicabilem su-
scepit. Il fuoco poi indica la pena immensa, gli strazii atroci
di cui questa umanit santissima sarebbe stata la vittima;
giacch nulla pi frequente nella Sacra Scrittura quanto
la figura del fuoco adoperata per significare la tribolazione,
la persecuzione, il dolore. Ma qnesto fuoco delle nostre mi
serie c delle nostre pene, da cui Ges Cristo stato inve-
PAKTE SECONDA 185
stito ed oppresso, non solo non ha in lui alterata per nulla la
divinit; ma non ha nemmeno ridotta in dissoluzione ed in
cenere la sua santa umanit, come parea che dovesse natu
ralmente succedere; non avendo, giusta la profezia di Da-
viddc, il Santo di Dio provata la corruzione del sepolcro :
Nec dabis Sanctum tmim videre corruptionem. E come la
sua nascita di uomo non alter la virginit della madre ,
cosila sua morte da uomo non alter la santa integrit del
suo corpo. Or siccome Ges Cristo sul Calvario particolar
mente fu sottoposto al fuoco degli spasimi pi atroci, cosi,
soggiunge linterprete test citato, il Verbo di Dioche si fa
udire dal roveto altro non che il Verbo di Dio sulla
croce: Verbum Dei in rubo est Verbum in erm e, quia
utrobique inter spinas. Questa visione adunque da Mos a
tutta ragione chiamata enfaticamente visione grande , Vi-
debo visionem hanc magnam, non che lo spettacolo ve
ramente grande, il prodigio dei prodigi, la scena unica di
un Dio in croce per la salute del mondo. E ci ancora
tanto pi vero, quanto che il luogo stesso in cui Ges Cri
sto crocifsso, per volere di Dio, porta della visione il
nome; giacch quel Calvario medesimo, parte del monte
Moria, in cui Iddio impose ad Abramo di sagrificare il suo
Isacco e che fu indicato a quel patriarca come la terra della
visione per eccellenza: Vade in terram visionis . Dal che,
come la stessa Scrittura lo avverte, ha avuto origine quel
bel proverbio, dai tempi di Abramo restato sempre in uso
presso gli Ebrei, Dio vedr nel monte , Unde usque hodie
dicitur in monte D ominus viDEBiT ; proverbio, dice S. Giro
lamo, che era allo stesso tempo una profezia ed una pre
ghiera colla quale gli Ebrei quando erano angustiati ed
afflitti protestavano che la gran providenza dovea venire
dal monte, e che la terra della visione altres la terra
del soccorso. In monte Dominus videbit. Proverbialis lo-
cutio qua in angustiis co?istituti utebantur Hebraei, auxU
lium exspectantes.
186 PARTE SECONDA
Ora se la visione misteriosa del Sinai la figura della
visione ancora pi misteriosa e pi augusta del Calvario ,
Mos che si affretta di andare a considerar da vicino il Dio
nascosto in mezzo alle fiamme del roveto figura di Maria
che si appresta a contemplare il Dio nascosto in mezzo alle
umiliazioni profonde, agli atroci spasimi della sua croce.
Come dunque, col giungere sul Calvario la comitiva do
lente incomincia a spiegarsi la visione ineffabile che tanti
veggenti di Dio aveano da quaranta secoli predetta; appre
stiamoci, dice essa pure Maria, ad essere spettatore di que-,
sta visione tanto per me spiatata e dolente, quanto sar
preziosa pel mondo; nella quale tutto grande, giacch il
Dio della piet, nella grandezza desuoi obbrobrii e delle
sue pene, manifester all universo la grandezza del suo
amore: Vadam et video visionem hanc magnam.
N solo .corre Maria a questo spettacolo misteriso per
sua propria elezione; ma ci va ancora perch Iddio stesso,
come si notato, ve la chiama, ve la vuole presente, per
renderla depositaria delle sue ultime volont, dei suoi di
segni di misericordia sulla sua Chiesa , come Iddio stesso
invit Mos alla visione del Sinai per farli conoscere i di
segni della sua bont sul popolo eletto. Ve la chiama e ve la
vuole presente, dice Riccardo da S. Vittore, affinch come
ne avea fatto il miracolo della virginit ed il modello delle
vergini per la purezza, ne facesse il miracolo della fortezza
e la regina dei martiri per le sue pene; e cos riunisse in
lei in supremo grado tutti i pregi, tutte le diverse bellezze
della santit di tutti i santi, e la rendesse la prima nel me
rito, come era la prima nella dignit, essendo sua madre:
Voluit filiits ut universam sanctorum pulchritudinem ex-
cederet mater; et sicut appellatur virgo virginum, ita ap-
pellaretar martyr martyrum. Ve la chiama infine, dice il
divoto Lanspcrgio, e ve la vuole presente, perch alle pene
clic egli soffriva per tutti si associasse colei che avea de
PARTE SECONDA 187
stinato di dare a tutti per madre, e per costituirla sul Cal
vario condottiera del popolo cristiano, come Mose costi
tuito sul Sinai duce del popolo ebreo: Voluit Christus coo-
peratricem nostrcie redemptionis adstare, quam constitue-
rat nobis dare matrem.
Perei ancora, come Mos non si avvicina al roveto mi
sterioso che dopo di avere deposti per riverenza i suoi cal
zari, simbolo, dicono glinterpreti, delle passioni umane,
delle terrene affezioni, deglinteressi del tempo di cui deve
spogliarsi chiunque si avvicina a considerare i misteri di
Dio, Ei qui accedit ad divina mysteria deponenda esse cal-
ceamenta, idest passiones et affectiones simul et rationes
humanas et terrenas (A-Lap.); cosi Maria non si appressa
al Calvario, terra infinitamente di quella del Sinai pi au
gusta e pi santa, che con un sentimento profondo di re
ligione, dimenticando in certo modo tutte le ragioni, glin
teressi di madre di Ges Cristo, per sostenere lalta dignit
di corredentrice, come Ges Cristo sembra dimenticare le
affezioni e gl interessi di figlio di Maria per farla solo da
redentore del mondo: e come Ges Cristo in tal qualit non
muore gi come gli altri figli, cos Maria non si porta in
questa morte come le altre madri: Solvit calceamenta sua.
Con tai sentimenti, degni della presenza di un figlio che
ha Iddio stesso per padre, e del cuore di una madre che ha
un Dio per figliuolo, si accinge Maria a considerare la grande
c stupenda visione che lamore di Dio e la perversit degli
uomini spiegano al materno suo sguardo. Oh visione vera
mente grande, sublime, ineffabile, dice S. Agostino, in cui
la piet tormentata in luogo dellempiet, la sapienza
derisa in luogo della stoltezza, la verit estinta invece della
menzogna, la giustizia condannata in luogo delliniquit,
la misericordia c afflitta in luogo della crudelt, la sincerit
inebriata di aceto, ed attossicata di fiele per la dolcezza in
luogo della miseria, linnocenza punita per la reit, e la
188 PARTE SECONDA

vita stessa muore invece della morte: Ecce pr impia pie


tas flagellatiti', pr stulto sapientia illuditur, pr mendace
veritas necatur, damnatur justitia pr iniquo, misericor
dia affligitur pr crudeli, pr misero repletur sinceritas
aceto, inebriatili' felle dulcedo, addicitur innocentia pr
reo, moritur vita pr mortuo (Aug., Serm. 41)!
Avviciniamoci col pensier nostro anche noi a Maria sul
Calvario. Se non che essa ci va solo per contemplare i mi
steri ed essere a parte dei dolori del figlio, noi dobbiamo
fermarci a considerare, coi misteri e coi dolori del figlio,
quelli ancora della madre. Poich, com si di gi avvertito,
dopo lo spettacolo e la memria dellagonia e della morte di
Ges Cristo non vi spettacolo pi interessante, nou vi
memoria pi augusta, pi venerabile, pi tenera e pi devota,
dice S. Amedeo, di quella dei sentimenti di magnanimit e
di amore per noi, con cui patisce la santa e preziosa anima di
Maria : Veneranda et piena devotionis et lacrymarum me
moria ricordavi qualiter passa sit sancta illa anima glo-
riosae, suasque pertulerit de Christi morte angustias.

Capo Vili. Le m ad ri ne m ali d ella lor prole patiscono assai di p i di


q u ello d ie se fossero loro p ro p rii. L a C ananea. La passione di G es
C risto div ien e perci tu tta passione di M aria. S im ilitu d in i onde i P ad ri
spiegano q u e sta co m unione di pene. Dolori acerbissim i di M aria n ella
crocifissione d el figlio. M aria senza essere p o sta in croce, crocifissa
con G es C risto e m u o re sp iritu a lm e n te per lu i.

proprio dellamore che dicesi di amicizia, osserva il


dottor S. Tomaso, il trasformare la persona che ama nella
persona amata, l'identificarle insieme cos che ciascuna di
esse creda suoi proprii i beni e i mali, le consolazioni e le
pene dellaltra: In amore amicitiae amans est in amato, in
quantum reputatbona vel mala amici ut sua. E poich la
compassione ha luogo solo quando si vede patire un estra
neo, non gi allorch patiamo noi stessi; e poich l'amore
PARTE SECONDA 189
fa riguardare come un altro se stesso un parente, un amico;
cosi, allorch esso patisce, non sentiamo per lui compassio
ne, ma proviamo in noi medesimi il suo proprio dolore, e
siamo afflitti desuoi mali, e patiamo noi stessi in lui e con
lui: Misericordia proprie est ad alterimi, non autem ad
seipsum. Ita si sint aliquae personae nobis conjunctae, ut
sint quasi aliquid nostri, pula filii aut parentes, in eorum
malis non miseremtir, sed dolemus, sicut in vulneribus
nostri (2 2, quaest. 30, art. 1).
Or questo sentimento, comune a tutti coloro che sentono
delTamor vero per altri, per s forte, s energico, s vio
lento nei genitori, e particolarmente in una madre rispetto
al proprio figliuolo che non ha essa altrimenti bisogno di
provare realmente i mali di lui per sentirne tutta la pena,
ma basta, dice Erasmo, solamente il conoscerli, per esserne
anche pi addolorata ed afflitta di quello che se ne fosse
essa medesima travagliata ed oppressa, e per patire assai di
pi nella persona dei figliuoli di quello che il figlio patisca
in s stesso: Parentes magis torquentur in filiis quam in
semetipsis.
Mirate quella donna desolata e piangente che corre dietro
a Ges Cristo, riempiendo laria intorno di altissime grida
e chiedendo al Signore che abbia di lei compassione e piet,
Jesu fili David, miserere mei. Invano lallontana il popolo,
gli Apostoli la respingono, Ges istesso non la degna, non la
cura e, per mettere ad una prova delicata le sua fede, fa an
cora sembiante di disprezzarla. Nulla la disanima, la fa ta
cere, larresta dal reclamare misericordia e soccorso. Ma che
vuole essa mai, che pretende, che aspetta? Qual il male
che laffligge, la tribolazione che lopprime? Ah 1essa non ha
personalmente alcun male. E la spa unica figliuola che, pos
seduta dal demonio ed ossessa, ne stranamente strapazzata
e conquisa: Filia mea male a daemonio vexatur. Ora ci
solo basta: questa calamit della figlia lamor materno In rende
190 PARTE SECONDA
una calamit propria della madre. E la figlia che indemo
niata; ma la pena, il dolore di questa corporale infermit
della figlia Io prova assai pi acuto nel suo cuore la madre.
Quindi nulla di pi giusto quanto che, nel chiedere la gua
rigione della fanciulla, gridi piet e misericordia per s stessa:
Jesu, miserere meis flia mea male a claemonio vexatur. Anzi
dice S. Isidoro Pelusiota che per un padre, e molto ancora
pi per una madre, il darsi dai magistrati morte al proprio
figlio un supplicio di gran lunga pi duro e piu atroce di
quello clic darla a lei stessa: Parentibus acerbius est sup-
plicium, cum filio exitium datur. Perci un uso univer
sale e costante, dettato dalla natura ed approvato dalla ra
gione e dalla^carit, il tenere lontani i genitori quando la
umana giustizia punisce di morte un figliuolo. E Dio stesso
per dimostrare quanto questi riguardi s naturali, s legit
timi, s sacri si debbano rispettare c mantenere fra gli uo
mini, ha voluto che fossero osservati persino verso gli ani
mali, avendo proibito severamente che lanimale che dovea
servire di vittima fosse immolato nel giorno stesso, quanto
dire, sotto gli occhi deproprii figli, per non fargli provare
due volte la morte, luna in s stesso, laltra nel figlio: Bos
sive ovis non immolabuntur ima die cum foetibus sais.
Sia pur dunque vero che va, per quanto sia stata grande
la sua avidit nel vagheggiare e direi quasi nel divorarsi
coUingordigia dellocchio e con tutto il trasporto del desi
derio il frutto vietato; non abbia potuto per mai provarne
tutta la funesta dolcezza, se non dopo essersene realmente
cibata ed averne dato a trangugiare una parte al suo scia
gurato consorte. In quanto a Maria per, per sentire tutta
lamarezza, tutto il dolore delle pene e delle ignominie di
Ges Cristo, non ha bisogno di provarle fisicamente essa
stessa. Essa madre: e lamore materno, dice S. Barnardo,
riproduce esattamente nel suo animo tutti gli spasimi che
la brutalit dei carnefici d atrocit dei tormenti fanno pr
PARTE SECONDA 191
vare nel corpo al figliuolo: Quoil in carne Christi agebant
davi, in Virginis mente affectus erga filium. Volete dun
que sapere che cosa mai soffra Maria nella sua passione? Mi
rate, dice S. Bonaventura, ci che nella sua passione soffre
Ges Cristo; giacch ci che luno patisce in s stesso, in
lui c con lui per istrana vicenda di amore lo prova ancor
laltra. Oh misero perci, oh afflitto e desolato cuore di que
sta tenerissima madre, in cui in una maniera ineffabile
rinnovata, ripetuta la carnificina crudele che si fa delle
membra delicate, del corpo adorabile del figliuolo: Quod
Christus in corpore, tu,o beata Virgo, in corde perpessa es.
Quindi le gentili immagini, le belle similitudini, alle quali
ricorrono i Padrie i dottori della Chiesa perispiegare que
sta corrispondenza fedele, questa armonia perfetta tra i pa
timenti del corpo immacolato di Ges Cristo ed i dolori del
cuore tenerissimo di Maria. Se vi sono due cetre bene ac
cordate fra loro, basta toccarne una sola, perch i suoni di
essa, per la sola simpatica vibrazione ed oscillamento del
laria, si riproducano esattamente nellaltra. Or tale appunto,
dice S. Gregorio Nisseno, si la misteriosa consonanza, l'ar
monia dolorosa, con cui i patimenti del figlio si ripetono nel
lanimo altres della madre: Jesa dolente, dolebat et mater.
Erant duae citharae, quarum ima sonante, sonat altera,
vel nullo pulsante.
Dove trovasi l'eco, lc~parole e le voci delluomo odonsi
ripetere nellopposta muraglia nel vero lor suono, non che
nella vera loro espressione: or cos appunto, soggiunge Ar
noldo, non vi colpo, non vi ferita ricevuta da Ges Cri
sto ehe per una trista e luttuosa vicenda non si riproduca
nel cuore di Maria: Nullum ictuin recipiebat Christi cor
pus, cui non tristis echo responderet in corde ma tris.
In uno specchio di grande dimensione tutti gli oggetti cir
costanti sono ricopiati esattamente in tuttala perfezione della
loro figura e dcloro colori. Ora egli c in questo modo_ap-

192 PARTE SECONDA
punto, dice S. Lorenzo Giustiniani, che nel cuore dolcissimo
di Maria si ripetuta, si rappresentata fedelmente la pas
sione di Ges Cristo, con tutte le sue circostanze, con tutta
la sua acerbit, con tutti i suoi orrori: Speculum passionis
cor Virginis effectum est.
Un torrente furioso che, vinte le sponde, distrutti gli ar
gini, abbattuti i ripari, si diffonde per la vicina campagna,
dopo di avere riempiuto tutti i luoghi sottoposti alla sua
piena soverchiatrice, si ripiega sopra s stesso c sempre pi
si rigonfia e sinnalza per la soprabbondanza dellacqua di
cui ha inondato e ripieno tutto ciche lo circonda. Ora egli
appunto in tal guisa, dice S. Bernardo, che la piena ster
minatissima dellamarezza, dopo di avere sopraffatta e ri
colma la santissima umanit di Ges Cristo, trabocca al di
fuori, inonda ed avvolge nei suoi flutti funesti anche lani
ma di Maria e, dopo di averla tutta investita e ripiena, ri
torna con maggior impeto a sempre pi intristire ed ama
reggiare Ges. Olr misterioso flusso e riflusso di pena 1 Oh
tormentosa ed inesplicabile ambascia ! Tantus erat impetus
passionis ut, Christo impletoj in matrem conflueret pa-
tientemj qua similiter impleta, in filium iterimi redun-
daret. 0 ineffabilis reciprocano ! 0 dolor inesplica bilis!
Che importa pertanto che Maria non sia stata personal
mente sottoposta al reo trattamento, agli orribili strapazzi
che si fecero a Ges Cristo soffrire in casa di Pilato, e che
anzi non vi sia stata forse nemmen presente? Quello che essa
non prov, non vide nel pretorio, lo conosce, lo vede, e per
ci lo prova ancor essa sul Calvario.
Gi vi giunta questa tenera madre dolente, e con essa
lamato suo figlio anelante ed oppresso sotto lenorine peso
della sua croce. Si pone adunque a contemplarlo di nuovo.
Oh fiera vista ! Oh spettacolo funesto ! Oh volto santo 1 Oh
sembiante divino, nel quale fanno a gara di bearsi, miran
dolo, i comprensori del cielo! E dove pi quella serenit
PARTE SECONDA m
di fronte, quella vivacit di occhi, quciramabilit di sguardi,
queirammirabile perfezione di tratti, quello splendore di
colorito celeste, quel prodigio di bellezza inesprimibile, misto
meraviglioso di maest e di dolcezza, di santit e di grazia
che incantava, che attirava tutti gli sguardi, che soggiogava
tutti i cuori e che teneva immobili tutte le menti io unestasi
di amore divino, in una misteriosa saziet di paradiso? Ahi
che tutto ci che vi si ammirava di dolce, di soave, di pro
digioso, di divino, si ecelissalo ed estinto: Mutatus est co
lor optimus. Pallida la fronte, smorto lo sguardo, livido
il labbro, e le sante guance bruttate dagli sputi e solcate
dalle ferite. Il capo adorabile orrendamente avvolto in una
fiera ghirlanda di forti giunchi, di pungentissime spine. Le
loro punte insanguinate appajono anche fuori dalla fronte,
dagli occhi e dalle tempie, e lasciano bene argomentare e
lorribile fierezza con cui sono state calcate, e lo strazio che
han dovuto fare dei pi sensibili e delicati tessuti per aprirsi
sino al di fuori una via, e Io spasimo atroce che devono pro
durre quelle di loro che rimangono internate nel cerebro.
Il sangue che ne scorso si rappreso in grumi sul santo
viso. Sicch non rimane pi traccia de suoi lineamenti di
vini, della natia sua forma per riconoscerlo : e di uomo non
ha nemmen pi la figura: Non est ei species, neque decor,
vidimus eum et non erat aspectus. Oh spettacolo da spez
zare i cuori pi duri! Oh vista di compassione e di dolore!
Le pie donne che lo accompagnano non possono sostenerla;
e desolate ed afflitte sfogano con un lagrimare dirotto lin
terna pena che ne risentono. Or, se tale limpressione che
questa vista compassionevole di Ges fa al cuore delle sue
discepolc, qual sar quella che avr prodottone! cuore della
sua amorosissima madre? Ah! che al primo scontrarsi figlio
e madre, volto con volto, occhi con occhi, cuore con cuore,
una commozione profonda eccitossi in Maria, un tremito della
persona, uno scompiglio inesprimibile in tutto il sangue, un
m PARTE SECONDA
senso squisitissimo di dolore. E l immagine visibile del
santo suo volto insanguinato, che Ges Cristo nel viaggio,
del Calvario erasi degnato di lasciare impressa nel bianco lino
della Veronica per ricompensarne la religiosa piet, non
che la figura di ci che ora egli stesso invisibilmente opera
nellanimo di Maria. Ivi, dice S. Amedeo, imprime egli in
una maniera ancora pi espressiva i lineamenti del suo viso
nello stato compassionevole in cui si trova. Sicch il funesto
pallore, le tristi lividure del volto del figlio, che si videro
tuttad un tratto ricopiate nel volto ancora della madre,
non sono che lindicio che anche i dolori e le piaghe di quel
sacro sembiante sono state riprodotte nel cuor di Maria : Pal-
lidus vultus Christi exsanguem redelidit vullum genitricisj
ille carne, ista corde passa est. Pi dogni altra cosa per,
soggiunge Ruperto abate, si riuniscono a lacerare, a trafig
gere il cuore di Maria le spine crudeli onde essa vedea e
sentiva farsi un s duro scempio del capo adorabile di Ges
Cristo. Perci dicono gl interpreti che nelle divine Scrit
ture Maria paragonata alla rosa; mentre essa non ispiega
Tincanto del santo pudore, le fiamme della carit ond ru
biconda e vermiglia, se non tra le spine dei dolori del Fi
gliuolo che la circondano: Maria fait rosa inter spinas;
quia quaecamque spinae Filium , eaedem et matrem con-
fxerimt et tacer aver unt vultieribus condolentiae et com
passi onis.
Ma il suo sguardo materno riserbato ad essere spetta
tore di pene ancora pi crudeli. Egli sotto degli occhi suoi
che i manigoldi strappano al figlio violentemente di dosso
le vesti di gi attaccate alle piaghe; e cos queste piaghe ri-
novano e scuoprono al vivo in un modo spietato. Oh compas
sione, oh dolorel Vede Maria quel santo corpo, che lo Spirito
Santo avea formato del solo purissimo sangue di lei, non gi
solamente piagato, ma divenuto da capo a piedi una piaga,
sicch non vi riinane parte alcuna di sano: A pianta pedis
PARTE SECONDA 19o
usque ad verliccm caplis non crai in eo sanitas. Vede pia
gate le stesse piaghe; c negli stessi solchi profondi dei fla
gelli, altre ulceri aperte pi profonde e pi ampie. Vede
stracciate le carni, pendente a brani la pelle, infranti i nervi,
scoperte al vivo le ossa, tutto il corpo piovere a rivi il san
gue dalle ferite. Oh atroce spettacolo 1Oh vista insopportabile
al cuor di madre 1 Comprese ella allora tutto lorrore della
inaudita carnificina che la flagellazione avea fatto di carni
s tenere e s delicate, e tutta ne prov per un consenti
mento misterioso la pena; poich, dice Arnoldo, a misura
che questa tragica scena si svolge al suo sguardo, ed essa va
discoprendo le onte spietate fatte a quel corpo s caro, ri
sente in s medesima una nuova ferita: Quot laesiones in
corpore Cliristi, tot vulnera in corde matris. Tutta la dif
ferenza, osserva S. Bonaventura, si solamente, che in Ges
Cristo sono disperse in tutto il corpo le piaghe, ed in Maria
lamor materno le raccoglie, le riunisce e le ristampa tutte
nel cuore: Singulti vulnera per ejus corpus dispersa, in uno
corde sunt unita.
Ecco per che il momento giunto in cui lostia di Dio
sia collocata sulfaltare per essere offerta in olocausto a Dio,
e Ges Cristo sia collocato sulla croce. Ve lo urtano difatti
i carnefici, ve lo rovesciano sopra con amarissimo insulto,^
ve lo distendono con funi, ve lo fissano con durissimi chio
di; e la madre ode colle sue orecchie ed il fiero rimbombo
dei ferali martelli e lo scroscio funesto delle ossa slogate.
Vede coi proprii ocelli c le vesti insanguinate gettate con
disprezzo a suoi piedi; ed i chiodi crudeli che a traverso
glinfranti nervi si aprono la via in larga ferita; ed il san
gue che ne sgorga a rivi, che ne schizza in ogni parte, sic
ch n aspersa essa stessa; e le convulsioni delle sante mem
bra distratte, ed il rovesciarsi della croce, ed il ribattersi
dechiodi; e vede per tutto ci compirsi la fiera profezia che
Ges Cristo sarebbe stato conculcato e posto come uva nel
196 PARTE SECONDA
torchio per ispremcrsene il sangue prezioso sino allultima
stilla: Torcular calcavi solus.
Si leva quindi in alto lalbero della salute, depositario di
un pegno s caro, e si lascia cadere con furia nel foro pre
parato. E Maria ode essa stessa il cigolar delle ossa ad un
urto s fiero; mira essa stessa squarciarsi le ferite delle mani
e dei piedi, dilatarsi e divenire pi ampie, e vede esposto
ignudo alluniversale ludibrio quel sacro corpo, santuario
dellinnocenza, tabernacolo della divinit, modello del santo
pudore. Ora per una tal vista, dice S. Girolamo, lamor ma
terno prende ad imitare in questa tragica circostanza, ri
spetto a Maria, ci che il furore spietato de Giudei compie
rispetto a Ges Cristo: e tutti i colpi di martello, tutte le
ferite, tutti i chiodi e tutte le torture che straziano, che
slogano, che squarciano le sante carni del figlio, questo amore
le ricopia e le riproduce nellanimo della madre: Quot vtil-
nera, quot davi, quot ictus Christi cameni rumpentes, to-
tidem Mariae animavi verberantes. Sicch, aggiunge Arnol
do, questo amore appunto per Maria la spada che la fe
risce, il carnefice che la crocifigge, Gladio doloris vulnei'a-
batur spiritu, crucifigebatur affectuj e S. Agostino pure
dice: Amendue comuni ebbero i chiodi, comune la croce, ed
glia croce stessa furono confitti e la madre e il figliuolo:
Crux et davi filii fuerunt et matris. Christo crucifixo, cru-
cifigebatur eUmater. Ahi dice S. Bernardo, non ci fermiamo
solo alle apparenze; penetriamo nella realt delle cose. Maria
corporalmente non ist che vicino alla croce, ma spiritual-
mente sta essa pur sulla croce: Ubi stabas? Numquid juxta
crucem? Imo et in cruce. Imperciocch Maria non gitta so
lamente qualche sguardo fuggitivo su questa scena di or
rore, di crudelt e di sangue; ma la contempla immobile, la
considera nelle sue parti, lapprofondisce, vi sinterna con
tutta la vivezza della sua intelligenza s chiara, con tutto il
vigore della sua immaginazione s pura. Si mette col suo
PARTE SECONDA 197
spirito nella positura dolente del figlio; attua il suo pensiero
sopra gli strazii crudeli di cui vittima quella santa uma
nit, li trasporta colla fantasia nella propria persona c se
li rappresenta, se li dipinge s al vivo che anche nelle di
verse parti del proprio corpo prova in certo modo ci che
Ges Cristo patisce nelle diverse parti del suo, c ne risente
lacerbit dello spasimo come se li patisse essa stessa. Egli
cos che anchessa ha il capo trafitto dalle spine, le mani
e i piedi traforati dai chiodi, tutto il corpo logoro dalle fe
rite, tutte le membra distratte dalleculeo della croce. Egli
cos che sperimenta essa pure e lardor della sete che lo
divora, e lamarezza del fiele che lo attossica, e lumiliazione
degli uomini che lo insultano, e la pena del Padre che lo
abbandona. Egli cos che con lui impallidisce, si scolora,
si duole, si agita allavvicinarsi dellultimo momento, ed ha
comune con lui lagonia e la morte, come ha con lui comune
il patibolo: Imo et in cruce cum filio cruciaris. Che se essa
realmente per non muore, ci non altrimenti per suo con
forto, per sua minor pena: ma al contrario per suo mag
giore tormento. Imperciocch da prima, come Ges Cristo
nellorto, cos Maria a pi della croce, dice Alberto Magno,
sostenne un dolore s acuto e s intenso che, senza un pro
digio, sarebbe stato di per s solo bastevole a farla vera
mente morire come annegata in un mar di tristezza: Tristi-
tiam quamdam habuit idoneam quae mortem afferreL nisi
Deus miraculo sustentasset. In secondo luogo, avrebbe essa
voluto, dice S. Bernardino da Siena; infinite volte mettersi
nel luogo del figlio, essere sostituita a lui nella croce e mo
rire per lui: Infinities, si potuisset, se morti pr filio tra-
didisset. Ma una vittima puramente umana non essendo ba
stevole a soddisfare la divina giustizia, e non potendo mo
rire in cambio del figlio, bramava almeno ardentemente di
morire in sua compagnia, ed al sacrificio invisibile del suo
amorosissimo cuore, dice Arnoldo, aggiungere altres quello
L a M a d re d i D io. 43
198 PARTE SECONDA
visibile della sua purissima carne: Optabat ipsa ad sangui
nali animae et carnis suae addere sanguinem. Se dunque
non essa morta altrimenti di quella morte che divide dal
corpo lanima che non vorrebbe separarsene, per morta
di quella che dicesi morte seconda e che, come osserva
S. Agostino, ritiene come inceppata nel corpo lanima che
vorrebbe partirne: Prima mors ammani nolentem pellit a
corpore, secunda mors ammani nolentem tenet in corpore.
Ora questo secondo genere di morte stato per Maria di
gran lunga pi doloroso, dice S. Amedeo, di quello che se
avesse in s penoso incontro subito realmente il primo: giac
ch unangoscia che opprime, un dolore che lacera,
unagonia che desola, un interno ardore che crucia, un
incendio che divora, una morte peggior di ogni morte il
sentire tutti della morte.i dolori senza punto morire : Jnter
haec Dei Genitrix consternabatur animo; quia ibi nioeror,
ibi dolor, ibi agonia, ibi aestus anim i, ibi incendia, ibi
mors morte durior, ubi vita non tollitur, et mortis angu
stia toleratur.
Maria dunque, dice S. Bernardo, vive, ma senza vita,
muore, ma senza morte. Vive, ma morendo; muore, ma vi
vendo. Muore perch non muore, e vive una vita peggiore
di ogni morte. Oh morte la pi misteriosa ed ineffabile dopo
la morte del figliol Ges muore, ma solo nel corpo; Maria
muore con lui, md solo nel cuore: Moriebatur vivens, vivebat
moriensj nec mori poterat^ quia vivens mortua erat... Ille
etiam mori corpor e potuitj ista commori corde non potuit?

Capo IX. F ortezza so v ru m a n a di M aria nel sostenere lim m enso dolore


d ella crocifissione di G es C risto. E gli cosi che essa coopera a d
espiare il peccato, com e v a concorse a co n su m arlo . S to ria di R esfa
consorte d i S au lle , fig u ra di questo m istero.

Questo strazio del tenero cuore di Maria supera come


ogni concetto, cosi ogni espressione. Perci S. Amedeo rav
PARTE SECONDA 199

visa un miracolo della potenza divina, nellattitudine sublime


con cui Maria assiste spettatrice magnanima delle pene e
della morte di Ges Cristo: Opus fortitudinis, Christo mjo-
riente et matre aspiciente, exhibilum est.
E vero che nulla di tutto ci che essa vide soffrirsi dal
figlio le giunge nuovo ed inaspettato. Sono trentatr anni
ch'essa conosce colla pi grande distinzione e chiarezza que
ste crudeli torture e questa morte spietata in tutte le sue
pi piccole circostanze: e per s lungo tempo, come ne ha
avuto viva nella mente lidea, ne ha portata confitta la pro
fetica spada nel cuore. Ma la vista le aggiunge una scossa
violentissima, e le rinnova e le fa sperimentare in un solo
momento tutto il dolore che ne ha sentito in tanti anni, e
la ferita fattale dalloracolo di Simeone diviene pi profnda
e pi ampia. Quello che il suo cuore presagiva le appare
pi spaventevole di quanto avea saputo immaginare: il fatto
supera la previdenza: i timori sono stati al di sotto della
realt. La scena ha perci tutta laria della novit. Il dolore
ha tutta la impressione viva ed acuta della sorpresa. Pare
dunque che non vi sia nulla pi grande della pena del suo
cuore. Pure non cos. Il miracolo delle sue pene supe
rato dal miracolo del suo silenzio e della sua tranquillit.
Come nel tempio non chiese ragione o spiegazione della
profezia, cos ora sul Calvario non si lagna del suo compi
mento. Come il suo timore non fu affannoso, cos ora non
impaziente il suo dolore. La calma del passato, la rasse
gnazione del presente, tutto annunzia unanima di una tem
pra pi che umana e solo degna della Madre di Dio. E mi
rate, dice il citato Padre, come in Maria tutto il contegno
d<el severo pudore abbellito, nobilitato da tutto il vigore
di-una sovrumana costanza:'/ tanta adversitate deposita
nec resolvit pudorem verecundiae, nec amisit vigorem con-
stantiae. Sommo il suo affanno, eppure non si sfoga col
pianto; atroce la sua pena, eppure non vien meno il suo
200 PARTE SECONDA
coraggio; ma rimane ritta in piedi, immobile, costante, su
blime, con una grandezza danimo superiore alla grandezza
del suo dolore: Nec dolor excussit lacrymas, nec animimi
poena dejecit. Stabcit sublimissima quaderni animi magna
nimi tate.
Oh gloria, oh onore del sesso muliebre! soggiunge S. An
selmo. Nella fuga vergognsa degli uomini, che non sono
che discepoli, questa gran donna, sebbene sia madre, si
pianta con pi fermo presso alla croce del figlio e ne divide
tutte le pene. Il prodigio della verginal pudicizia si fa ve
dere in essa unito al prodigio della fortezza. Il figlio stesso
il cui amore la fa penare, la sostiene e la corrobora colla
sua fede. Nonjun segno dimpazienza nel suo volto, non
una parola di lagnanza, di maledizione, di vendetta dalla
sua bocca. Nel suo cuore colma di amarezza, e sembra im
passibile nel suo sembiante. Il suo animo naufrago nel
pianto, ed asciutto il suo ciglio. Oh accordo meraviglioso
di verecondia e di costanza, di pazienza e di amore! La pi
pura, la pi delicata, la pi timida di tutte le vergini la
pi paziente, la pi magnanima, la pi eroica di tutte le
donne: Discipulis fugientibus, cunctisque recedenti bus vi-
ris, in gloriata totius foeminei sexus, inter tot pressuras
' filii sui, constanter ipsa sola stabat in fide Jesu firma; et
pulchre stabat, ut decet pudicitiam virginalem. Non se la-
niabat in tanta amaritudine. non maledicebat, non mur-
murabat, nec hoslium vindictam a Deo petebatj sed sta
bat disciplinata, verecunda virgo, patientissima, lacrymis
piena, doloribus immersa (S. nselm.).
Cos nella fortezza di Maria sul Calvario dovea trovare
un nobile contraposto la debolezza di va nel paradiso ter-^
restre: come la sensualit di Adamo trova un contraposto
non solo, ma un rimedio, negli atroci patimenti di Ges Cri
sto: e come Adamo non solo a pi dellalbero fatale, nel
consumare il peccato, cos Ges Cristo non solo in croce
PANIE SECONDA 201
nel momento in cui pel peccato sodisfa. Come quello ebbe
in va una complice, una compagna nellorgoglio, nella so-
disfazione e nel piacere, cos questi ha in Maria una com
plice, una compagna nella pena, nellumiliazione e nel do
lore. Coq questa sola differenza per tra la figura c il figu
rato, osserva il Salinerone, che nel paradiso terrestre fu la
donna la prima che si piant a pi dellalbero funesto, che
ne tolse e ne trangugi il frutto onde fu avvelenata e morta,
ed essa fu che ne fece poi parte alluomo e lo rendette con
sorte della sua morte, come del suo peccato: ma sul Calva
rio 1 uomo il primo a cogliere, a gustare lamaro frutto
della croce, ed esso che poi ne fa parte alla donna; sic
ch dove la colpa cominci dalla donna, la sodisfazione
provenuta dalluomo: Ut reina ex eo sequuta est, quodmu-
lier, ad lignum scientiae accedens, comedit ac proinde mor
tila est, et viro tradidit in mortem ad edendumj ita hic e
contrario, vir primo de tigno amaro crucis gustavit et foe-
minae gustandum praebuit. Et uti a duobus casus mundi
profectus est; ita salus et redemptio a duobus, Christo et
Maria, proficiscitur.
Poich va pot peccare senza di Adamo, Maria per non
pot per nulla espiare il peccato senza di Ges Cristo. Ges
Cristo solo Dio; egli solo per natura e per essenza santo,
innocente. Il solo suo sacrificio, i soli suoi patimenti sono
di un valore infinito ed hanno la forza di espiare le altrui
colpe, non avendo nulla egli da espiare in s stesso. La so
disfazione dunque dovea cominciare da colui che solo capace
di darla. Maria vi solamente associata perch come colluo
mo antico vi fu ancora'una donna allalbero che ci ha perduti,
cos coIIuomo nuovo vi fosse pure una donna allalbero che
ci salva: Uti a duobus casus mundi profectus est, ita salus
et redemptio ma duobus, Christo et Maria, proficisceretur.
Chiamata adunque Maria per fini s nobili ad essere par
tecipe dello pene del figlio, adempie lincarico da Dio rice-
202 PARTE SECONDA
vuto di cooperare alla redenzione, colla fermezza con cui
va adempie il suo, ricevuto dal demonio, di cooperare al
peccato. Invano si tenterebbe di farla allontanare. Quanto
pi respinta, tanto pi si stringe dappresso allalbero
della croce. Non volge mai altrove lo sguardo, non diverte
mai altrove il pensiero dal lacrimevole obietto di Ges in
croce; non lascia neppure un istante solo di beverne tutta
lamarezza che per le vie del guardo le ridonda nel cuore.
E come va stette immobile ed attenta a contemplare, a
bearsi con tutta lanima, con tutti i trasporti del cuore,
dellalbero cagione di questa catastrofe, cos, dice S. Am
brogio, Maria fissa ed immobile collo sguardo, come colla
persona, Stabcit, colla mente come col cuore sopra il fi
gliuolo crocifisso: ne considera con occhio religioso e pio
ad una ad una le ferite crudeli; sorbe sino allultima stilla
e sinebria del loro dolore; le medita, le contempla, le ap
prova, se ne compiace, vi si delizia, vi applaudisce, le offre,
sul riflesso che esse sono le fonti inesauste, le scaturigini
preziose della grazia e i titoli autentici della redenzione del
mondo: Spectabat piis oculis filli vulnera, per quae sciebat
hominibus reclemptionem futuram.
Allora quando furono tolti a Resfa, consorte di Saulle, i
due figli che essa avea avuti da quel monarca, e consegnati
ai Gabaoniti per essere crocifissi, non si legge che questa
madre sventurata abbia fatta resistenza o mossa querela sul
fiero decreto che in una maniera s barbara la privava de
gli unici frutti delle sue viscere, degli unici conforti della
sua vedovanza. Si dice solo che come queste vittime infe
lici furono alla croce confitti sul monte ed in faccia al Si
gnore, la madre desolata corse al luogo del sagrificio e, dis
tese sopra di un sasso le sue vesti di duolo, giacque im
mobile a pi dei patiboli da cui pendevano i pegni della
sua tenerezza, spettatrice animosa dellorribile scena; e dopo
di averne raccolto lultimo spirito, assorta nella sua amba
PARTE SECONDA 203
scia profonda e nel suo silenzioso dolore, rimase ivi una
estate intera a custodirne le care spoglie e difenderle dalla
voracit delle bestie: Tult rex duos filios Respha, quos ge-
nuerat Saul... dedit eos in manus Gabaonitarum, qui cru-
cifixerunt eos in monte coram Domino. Tollens autem Res
pha cilicium, substravit libi supra petram ab initio messis
donec stillaret aquaj et non dimisit aves dilacerare eos per
diern, neque bestias per noctem (II Reg. 21).
Ma qual cosa ha potuto mai ispirare a questa madre in
felice una rassegnazione s eroica in un s giusto e s pro
fondo dolore? Ah! che stato certamente il sapere che que
ste vittime erano state da Dio stesso richieste in espiazione
del sangue ingiustamente sparso dalla razza crudele di Saul-
le ; e che la morte spietata deglinnocenti suoi figli sarebbe
stata la salute del popolo ed avrebbe fatto cessare la fame
che da tre anni desolava le patrie contrade: Facta est fa-
mes tribus annis jugiter. Et consuluit David oraculum Do
mini. Dixitque Dominus: Propter Saul et domum ejus san-
guinum, quia occdit Gabaonitas.
Ora chi non riconosce che questa storia dolente al me
desimo tempo una luminosa profezia del sagrificio di Ges
Cristo? Il santo, il puro, linnocente Figlio di Maria im
molato per espiare le colpe della razza di Adamo colpevole,
come i figli innocenti di Resfa sono sagrificati pei delitti
della stirpe di Saulle. Questi sono crocifissi sul monte di Ga-
baon alla presenza di Dio: Cruciflxerunt coram Dominoy
c Ges Cristo crocifisso sul monte Calvario alla presenza,
sotto gli occhi e per decreto del Padre celeste. La morte dei
figli di Resfa deve far cessare le calamit dIsraello; e la
morte del figlio di Maria deve far cessare le calamit di tutti
i popoli e riconciliare il cielo colla terra. Resfa si conforta
della perdita dei figli collidea del vantaggio che ne risul
ter al suo popolo; e Maria sostiene con una fortezza sovru
mana lo scempio di Ges Cristo colIMea del vantaggio che
204 PARTE SECONDA
ne risulter per tutto il mondo. E se la Scrittura tace sulle
esterne dimostrazioni di dolore cui dovette naturalmente
abbandonarsi la madre di due uomini in una circostanza s
atroce, ci certamente per indicare che nessuna esterna
dimostrazione di dolore avrebbe alterato la perfezione della
rassegnazione della Madre di Dio, e che essa avrebbe per
sonalmente assistito a s gran sagrificio colla eroica calma
che dovea distinguere uno spirito come quello di Maria pro
fondamente sottomesso ai voleri di Dio e di un cuore, come
il suo, investito, penetrato dalla carit la pi tenera, la pi
generosa per la vita spirituale dei figli degli uomini.
Quindi, lungi dallopporsi alla crocifissione spietata di
Ges Cristo, si unisce di volont e di affetto allamore del
Padre che lha decretata, allubbidienza del Figliuolo che
vi si sottomette: Factus obediens usque ad mortem, wior-
tem aatem crucis. E vi si unisce, dice S. Anseimo, con una
adesione s piena e s perfetta che, se fosse necessario, vi
contribuirebbe ancora collopera, ed essa stessa sommini
strerebbe i chiodi, appresterebbe i martelli, presenterebbe
le funi per attaccare il figliuolo al suo patibolo e mettere
sul suo rogo la vittima, ad imitazione di Abramo nel sagri-
ficare esso stesso il suo Isacco, come pi innanzi vedrassi:
poich non si pu immaginare che una santit, come quella
di Maria, la quale di l appunto comincia dove termina la
santit di tutti gli altri santi, e che riunisce in s stessa
tutto ci che di pi sublime e di pi perfetto si trova in
tutti i santi diviso, trattandosi di dover essere immolato il
proprio figlio, sia rimasta al di sotto della prontezza, del
coraggio e della fortezza di Abramo: Ita divinae voluntati
conformis erat ut, si oportuisset ad implendam voluntatem
Dei, ipsa filium in cruce possuisset atque obtulisset: neque
enim minoris fuii obedientiae quani Abraham.
Anzi, dice Santa Matilde, non solo con ciglio asciutto e
invitta costanza, siccome Abramo, ma ancora con una
PARTE SECONDA 205
specie di gaudio, come si conveniva alla ubbidienza perfetta
propria della madre di un Dio, di concerto col Padre eterno
destina anche Maria il suo figliuolo alla croce, per esservi
immolato alla salute del mondo: Gaudens flliutn suumpro
mundi salute voluit immolari.

Capo X. C o n trasto nel cuore di M aria tra lam o re d e lla v ita del figlio
e lam o re d e lla s a lu te degli u o m in i, ra ffig u ra to n ella lo tta dei d u e
gem elli nel seno di R ebecca. G enerosit con cui d al secondo a m o re
la preferenza su l prim o. F ortezza a m m ira b ile d u ra n te l a g o n ia del
figlio, e rin n o v az io n e d ella offerta d e lla vita di lui p er la redenzione
del m o ndo. Q u ad ro su b lim e che S. P aolo fa del C alvario, e p arte im
p o rta n te che vi ra p p re se n ta M aria. L a m ad re che, al g iudizio di S a
lom one, cedette a lla su a riv a le il p ro p rio figlio per non v ed erlo pe
rire, fig u ra d e llesposto m istero .

Ma la morte di un figliuolo unico, diceva un antico, un


colpo si violento, un dolor s pungente, una ferita si cru
dele, che vince ogni forza, abbatte ogni coraggio, smentisce
ogni saviezza, ecclissa ogni riflessione. In si fiero frangente
una nuvola di profonda tristezza, sollevandosi dal fondo
del cuore addolorato e trafitto, arresta quasi ogni esercizio
della ragione: sicch lanimo conturbato, rimasto senza guida,
abbandonato al proprio dolore, cerca invano s stesso e pi
uon si trova, n pi padrone di dominare un sentimento
s veemente, di sostenere una tal perdita senza mostrarsi
esteriormente alterato, molto meno di comportarne con calma
la vista. Or siccome non fuvvi mai figliuolo unico pi de
gno di Ges Cristo, n fuvvi mai madre pi tenera di Ma
ria: cos, dice S. Bernardo, non vi fu mai morte di figliuolo
che dovesse riuscire pi dolorosa ed acerba a cuor di ma
dre: Non fuit talis filili s, non fuil talis ma ter, non fuit
dolor tantus. La misura della veemenza del suo dolore fu
la veemenza del suo amore: e siccome il suo amore fu il
pi tenero, il pi forte, il pi violento*, cos il pi acuto,
206 PARTE SECONDA
il pi profondo, il pi intenso esser dovette il suo dolore :
Quanto dilexit tenerius, tanto vulnerata est profundus.
Se non che allimpeto di questo amore per un figlio che
suo Dio si oppone nel cuor di Maria un amore non meno
impetuoso e veemente pei figli degli uomini; e questi due
amori lottano insieme nel cuore che li contiene, come i due
gemelli lottavano nel seno di Rebecca : Collidebantur in
utero parvitli. Ci che un amore cerca, laltro lo fugge; ci
che Tulio dimanda, laltro lo abborre. Non si pu sodisfar
luno, senza sacrificar laltro. Glinteressi ne sono contra
rii, come ne sono diversi gli oggetti. Non pu Maria bra
mare la salute degli uomini senza volere del figliuolo la
morte: non pu bramare che viva il figliuolo senza consen
tire alla perdizione degli uomini. Volere il mondo salvo, ed
estinto il proprio suo figlio, troppo doloroso; volere libero
dalla morte il figlio e il mondo perduto, troppo crudele. Oh
guerra 1 Oh lotta! Oh contrasto di due amori possenti ih un
solo e medesimo cuore 1 Collidebantur in utero ejus parndi.
Quindi, come la consorte dIsacco, non potendo suppor
tare la guerra intestina che si facevano nel suo seno i ge
melli, proruppe in gemiti, in lamenti ed in pianto, Ah!
dicendo, se dovea a tale stato condurmi, se dovea costarmi
s caro il concepire figliuoli, quanto era meglio il non di
venire mai madre: Si sic mihi futurum erat, quid necesse
fuit concipere? pare che con molta pi di ragione do
vesse altres Maria ripetere: OiraJ che serviva il conce
pire il Verbo di Dio, se dovea quindi vederlo comiei pro-
prii occhi s crudelmente morire? Che serviva il divenire
la pi fortunata di tutte le donne, se dovea divenire la pi
afflitta, la pi desolata di tutte le madri? Si sic mihi futu
rum erat, quid necesse fuit concipere?
Pure no: ma come Rebecca istruita dalloracolo di Dio
che, nei decreti della sua providenza, il maggiore desuoi
figli dovea servire al minore, Major serviet minori, diede
PARTE SECONDA 207
nel suo amore al minor figliuolo la preferenza, Rebecca cli-
lgebat Jacob (Gen. 25), cos Maria, sapendo essere de
creto di Dio, come Io avea Ges Cristo dichiarato esso stesso,
ohe il Figliuolo di Dio servisse ai figli degli uomini e fosse
sagrificato alla loro salute, Non venit Filius hominis mi-
nistrari, sed ministrare.... et dare animam suam redem-
ptionem pr multis; non si lagna, non geme della durezza
del suo destino, ma consente ancor essa che il minore de
suoi figli al maggiore prevalga; che il suo figlio naturale
serva ai suoi figliuoli di adozione e sia vittima per la loro
salute. Nel suo cuore contristato, combattuto e diviso, la
more della salute del mondo ottiene la preferenza sulla
more della vita di Ges Cristo: e questo amore per la sa
lute del mondo ha in lei tal dominio, tal preponderanza, tal
forza che, soverchiando, direi quasi, Y amore rivale della
vita di Ges Cristo, le fa sostenere, dice un santo Padre,
con una specie di gioja secreta, la morte di questo in vi
sta della salute di quello: Tanta fuit Mariae charitas ut
quasi gaudentur sustinuerit mortem filli propter salutem
generis humani.
Se non che questa morte ignominiosa e spietata del pro
prio figlio non si compie gi in un istante, ma preceduta
da una egualmente spietata e tormentosa agonia. Il cielo e
la terra sembrano cospirare insieme e desolare gli ultimi
momenti della vita deHuomo-Dio. Ges dallalto della sua
croce, dov barbaramente confitto .come su dun eeuleo
crudele, in mezzo agli spasimi pi atroci, alle interne am
basce pi tormentose, solleva verso del cielo la voce del suo
affanno., il gemito del suo dolore, come per chiedergli quel
conforto che gli niega la terra. Ah! Padre santo, Padre giu
sto c pietoso, non riconoscete pi il vostro Figlio? Dallal
tra parte linferno spiega contro il crocifisso Signore i suoi
estremi furori. Scribi e farisei, popolo e magistrati, soldati
e carnefici, Ebrei c Romani si pascono .avidamente di que
208 PARTE SECONDA
sta scena di dolore,* e nei trasporti del cieco loro odio e
della loro gioja feroce prorompono in atroci bestemmie, in
insolenti disfide, in derisioni crudeli, indispettiti che la man
suetudine di Ges Cristo sia pi grande della loro barbarie
che non ha limiti, e che sia egli pi paziente nel soffrire
di quello che essi siano inumani e barbari nel tormentare.
Maria, col presente, ascolta questi atroci strapazzi, questi in
sulti sacrileghi che si fanno ad un Dio che le- figliuolo,
ad un figliuolo che suo Dio.
A traverso la debole luce che gli astri gi mezzo estinti
tramandano su quella terra deicida, contempla quel sacro
corpo ricoperto di piaghe, spossato di forze, sfigurato dai
martirii, trafitto dai chiodi; vede il livido labro, le smorte
guance e gli occhi nuvolosi, aggravati dal sonno di morte,
ed il sangue che sempre pi lento scorre dalle ferite ad
inaffiare il fiero monte. Ode essa stessa i languidi suoni di
una voce moribonda, i mesti lai, i sospiri affannosi di quella
santa umanit desolata, vicina ad esalar tratormenti una
nima naufraga nel dolore e colma di affanno; e per vicenda
damore tutte Maria sente riprodursi e ripetersi nel fondo
del cuore le interne ambasce che opprimono lanimo, e gli
spasimi atrocissimi che straziano le meinhra delicate di Ges
Cristo: Quocl Christus in corpor e, Beata Virgo in corde
perpessa est, dice la comune dei Padri con S. Bernardo.
Pure non torce il volto, non diverte altrove lo sguardo
da una scena s tragica, da si lacrimevole obietto: ma, fatta
di s stessa maggiore, dice un interprete, e nellatteggia
mento fermo, maestoso ed immobile della persona, tutta di
mostrando lelevatezza e nobilt del suo animo, sinnalza in-
sino a Dio; e tra la meraviglia e il dolore, tra la compas
sione e lamore, rimane assorta nella contemplazione del
grande, ineffabile sagramento dimmensa piet di un Dio
in croce confitto per la salute delluomo: Corpore excelsa,
animo cxcclsior, specluns et admirans magnimi pielatis sa
cramentimi, Deum in cruce.
PARTE SECONDA 200
E dolorosa, insopportabile, crudele per una madre la
vista di un figliuolo e di un tal figliuolo che agonizza, che
geme in un oceano di obbrobrii, di amarezze e di pene. Ma
limportanza dello scopo cui diretto il sagrificio di que
sto figlio, fissa di pi la religioso attenzione di questa ma
dre di quello che lacerbit dei modi con cui si compie;
e rimmensit del vantaggio che al genere umano ne deriva
le fa quasi obliare e gustare in certa guisa lambascia pro
fonda che essa stessa ne prova: Laetabatur dolens, quod
sacrificimn offerebatur in rcdemplionem omnium.
Gema pure Giovanni, si sciolga pure in lacrime Madda
lena: l'uno ha il cuore di un discepolo, laltra di una figlia.
Maria ha il cuore di una madre; ma essa madre di Dio:
sosterr dunque con onore questa sublime dignit. Ama
Ges come suo figlio, ma molto pi lo ama come suo Dio.
Lo ama come vuole essere da lei amato. Il Padre e il Figlio
sono non solo loggetto, ma la regola ancora e il modello
deHamor suo. Il suo amore bens il pi naturale, il pi
legittimo, il pi vivo, il pi ardente; ma altres il pi
puro, il pi elevato di tutti gli amori, nobilitato dalla san
tit e dalla maest della sorgente da cui deriva, improntato
dal sigillo della divinit del Padre di cui essa figlia, della
divinit del Figliuolo di cui madre, e perci in tutto con
forme alluno e allaltro: Ut in omnibus conformis esset
Patri et Fitio. Sdegna dunque di manifestarsi al di fuori coi
gemiti, di confortarsi nel pianto; e domina e fa tacere tutti i
sentimenti naturali in vista delle disposizioni superne: Amor
Dei in ea tantum praevaluit ut omnem humanum affectum
devinceret.
Quindi, mentre tutte fremono le creature deglinsulti e
dello scempio del creatore; mentre la natura turbata e scon
volta sospende il corso delle sue leggi, e minaccia di rien
trar nel suo nulla; mentre il sole stesso quasi inorridito si
oscura alla met del giorno e ricusa dilluminare s gran
210 PARTE SECONDA
delitto, nel lutto universale, nelluniversale seotnpiglio ,
solo Maria, assorta nella considerazione pi della divina ca
rit di cui le si presenta lesempio che del tragico caso
che la priva del figlio, assiste immobile allatroce spettacolo
con un maestoso contegno, con una tranquillit eroica, con
una rassegnazione perfetta: Omni creatura in morte filii
gemente, ipsa sola cum divinitate immobilis. E, fra tante
ambasce in cui' naufrago il suo cuore, osserva un con
tegno s maestoso, un s profondo raccoglimento, un s re
ligioso silenzio, che desta uno stupore universale in quanti
sanno che essa la madre delluomo che muore sulla croce
confitto : Stupebant omnes qui ?ioverant hujusmodi homitiis
matrem quod etiam in tantae angustiae pressura silen-
tium servaret.
Ma se tace il suo labro, non tace gi il suo cuore. A misura
che si avvicina del figliuolo la morte, si accresce lintensit
del suo dolore*, ma col crescere del suo dolore cresce altres
il suo amore: quanto pi acerbo per lei il sagrificio del
figlio, tanto pi ardentemente brama chesso si compia-, e
quanto pi profondamente trafitto il suo cuore, tanto di
viene pi infiammato di carit; e nelle fiamme e negli ac
cessi di questa carit santa, carit celeste, che dal cuore
stesso di Dio discende nell'animo di Maria, al padre rivolta,
Non curate, gli dice, o Padre giusto, o Padre misericor
dioso e clemente, il mio tormento. Sono madre vero, e voi
sapete quale guerra fa al mio cuore lamor mio; ma non
gli siete padre voi stesso? il frutto delle mie viscere; ma
non altres 1*immagine della vostra sostanza? Nelle sue
vene scorre il mio sangue: ma non sono in lui tutte le vo
stre perfezioni? Lo amo come mio figlio diletto; ma come
diletto vostro figlio non lo amate anche voi? Pure voi lab
bandonate; ebbene, ancor io Jabbandono. Voi non gli ri
sparmiate; nemmeno io gli risparmio. Voi lo condannate;
anchio lo condanno. S, muoja il mio figlio sopra la croce;
PARTE SECONDA 2i
vi rimanga pure per voler vostro confitto, finch vi esali
l'ultimo spirito, purch voi siate sodisfatto ed ubbidito, e
gli uomini salvi: Crucifige, crucifige eum.
Ecco dunque Io stesso grido di morte, per linnocente
Ges, uscire non solo dal cuore rabbioso e crudele dei fa
risei, ma ancora dal cuor tenero ed amoroso di Maria. Se
non che questo grido, che nei nemici di Ges Cristo un
grido dinfernale furore, nella madre un grido di celeste
piet. Quelli gridano morte a Ges per odio contro Ges;
questa grida morte a Ges ancor essa, ma per amore verso
degli uomini. Questo grido in quelli il pi grande dei
delitti che li perde; in Maria il pi grandatto di miseri
cordia che ci salva.
Ah! che sul Calvario tutto grande, sublime, maestoso,
ineffabile, degno del Dio santo che vi simmola. Da una
parte lagnello di Dio puro e senza macchia che, conser
vando tutta la sua mansuetudine divina, fin sotto la mano
crudele che lo sagrifica, prega perch la sua morte sia pro
fittevole a quelli stessi che gliela danno; che offre s stesso
in olocausto perfetto alla giustizia di Dio, alla salute del
mondo, e per far gradire la sua offerta di un valore infi
nito, laccompagna, dice S. Paolo, collelevazione delle sue
mani, In elevatione manuum; collincendio del suo cuore,
da cui i pi teneri sospiri di amore si sollevano verso del
ciclo come un odoroso profumo, in odore incensi; con grida
misteriose, con lacrime devote, con una riverenza profonda,
Cum clamore et lacrymis.... pr sua reverentia.
Dallaltra parte il Padre eterno che, secondo S. Paolo,
non solo presente in particolar modo sul Calvario, ma
in Ges Cristo medesimo, accogliendo il sacrificio desecoli
che gli offre il proprio Figlio: ed in vista di esso si ricon
cilia col mondo, Deus erat in Chrislo mundum reconcilians
sibi; che perdona, che rimette i peccati del mondo in gra
zia della gran soddisfazione che ne riceve, Non reputans
m PARTE SECONDA
illis delieta ipsorumjc clic con una penna intinta nel san
gue del proprio figlio scancella il tremendo chirografo che
ci condannava a perire: Delens quod adversus nos eratchi-
rographum decreti, quod erat contrarium nobis.
Dopo ci pare che non siavi nulla da aggiungere ad un
quadro s sublime, come sublime il mistero che ne il
soggetto: eppure no, dice S. Ambrogio: dopo lo spettacolo
di un Dio che piange il peccato del mondo, e di un Dio
che lo perdona, vi ancora qualche cosa capace di destare
il nostro religioso stupore e la nostra tenerezza: ed lo spet
tacolo dellatteggiamento, dei sentimenti sublimi con cui
a questo stesso mistero assiste e prende parte anco la ma
dre: Stabat non degeneri spectaculo mater. Poich Maria,
tenendo la via di mezzo tra questi due personaggi, si asso
cia ai sentimenti di amendue e conferma ed approva e sot
toscrive, anzi coopera, contribuisce a ci che per la nostra
salute si fa dalluna e dallaltro. Dal figlio prende la norma
dellubbidienza ; ed in lui e con lui si sottomette ai decreti
rigorosi del Padre. Dal Padre prende la norma della carit,
e con lui e in lui condanna, abbandona il figlio alla salute
del mondo.
Di questa generosit danimo, di questa sublimit di co
raggio della madre di Dio nel sopportare pene s atroci,
nel privarsi volenterosa del proprio figlio per la nostra sa
lute, abbiamo una immagine ancora ed una figura nel libro
terzo dei Re.
Due donne presentaronsi un giorno innanzi al re Saio-
mone, disputandosi fra loro un bambino, e ciascuna recla
mandolo per suo proprio figliuolo. Ora che fece il savio mo
narca per conoscere in modo certisssimo quale delle due fosse
del conteso pargoletto la madre verace? Ordin che gli si
recasse una spada e che ivi stesso, sotto gli occhi delle due
donne rivali, il fanciullo vivo fosse in due parti trinciato e
diviso per mezzo e data a ciascuna una parte del cadavere
PARTE SECONDA 213
insanguinato: Afferte mihi gladum, et dividite infantem
vivum in duas partes, et date dimidiam partem uni et di-
midiam partem alteri. Bene sta, ripigli allora una delle
due donne, bene sta, cos va fatto; si uccida, si divida pure
il bambino cagione della contesa: e cos nessuna di noi due
abbia la soddisfazione di possederlo. Illa dicebat : Necmihi
nec libi sit; sed dividatur. Cos parlava, cos sentiva colei
a cui il fanciullo non apparteneva per nulla. Ma colei al
contrario che ne era la madre vera, che era certa di averlo
generato, non sent e non parl altrimenti cos. Ma, al ve
dere il carnefice, che, preso per un piede il pargoletto,
sguainata la scimitarra, stava per compiere s funesto giu
dizio; al .vedere scintillare il ferro crudele che dovea fare
s misero scempio del frutto delle sue viscere; prov essa
anticipatamente nel cuore il fiero colpo che stava per essere
scagliato al figliuolo nel corpo ; e questa strage dell inno
cente pargoletto riusc a lei pi tormentoso il vederla che
a lui stesso Tesserne vittima. Sintese per lanimo tra
figgere, agitarsi tutto il sangue per dolore, commuoversi
tutte le viscere per compassione e piet. Commota suntvi-
scera ejus super flio suo; ed in un trasporto di tenerezza
materna si leva ad arrestare al feritore il braccio, e No, no,
esclama, no per piet non vogliate s barbaramente truci
dare il fanciullo: datelo pur vivo a costei, io vi acconsento.
Amo meglio di rimanerne priva io stessa che di vederlo
sotto de miei occhi morire: Obsecro, domine, date illi in-
fantem vivimi, et nolite inlerfcere eum. Oh donna genero
sa, ripiglia allora il monarca, questa tua tenerezza d a di
vedere che tu sei veramente del pargoletto la madre. Ripi
glialo dunque ancora vivente, e sii felice di esserne madre
due volte; e perch lo hai generato del tuo sangue, e per
ch colla tua generosit lo hai dalla morte salvato: A itrex:
Date huic infantem vivimi et non occidaturj haec est enim
mater ejus.
L a M a d re d i D io. U
214 PARTE SECONDA
Or questo racconto s tenero una figura di un mistero
ancora pi tenero e pi commovente che Maria comp a pi
della croce, e del titolo sacro onde divenuta nostra ma
dre. Come quella donna generosa cedette volentieri allin
vidia della sua ingiusta rivale il proprio figlio, cos Maria
ha volentieri ceduto il proprio allodio de Giudei ed alla
salute degli uomini peccatori. Ed essa ancora, associandosi
ai generosi sentimenti di Dio Padre, S, o Padre, ha escla
mato a pi della croce, si dia pure al genere umano vostro
nemico il mio proprio figliuolo; io vi acconsento: Date illi
infantem. Se non che la donna di Salomone contenta la
pretensione iniqua della sua rivale per salvare al proprio
figlio la vita; Maria al contrario acconsente alla morte del
*proprio figlio per dar la vita aglingiusti che ne reclamano
il prezzo. Quella dice: Si dia pure il fanciullo a chi lo
chiede, purch non si uccida. Maria dice: Si uccida pure
Gest Cristo, purch si dia a chi ne abbisogna. Quella col
cedere il figlio lo ha salvato; e Io stesso figliuolo, e non gi
la rivale, ha raccolto il frutto della generosit della sua ma
dre. Maria, col cedere Ges Cristo, lo ha crocifisso, lo ha
morto; e noi peccatori, e non gi il suo figlio, abbiamo rac
colto il frutto della generosit della sua offerta. Nella figura
la madre ha un solo figliuolo-, nel figurato Maria ha per
due figli, il figlio naturale Ges Cristo concepito della sua
sostanza, e gli uomini figli adottivi generati dal suo amore.
Quella compie dunque nel suo unico figlio i due atti del-
lamor materno; onde se ne priva e lo salva, lo cede e lo
ricupera: Maria compie sopra due differenti soggetti questi
atti del. materno suo affetto; si priva dell uno per salvar
laltro, luno cede alla morte per richiamar laltro alla vita.
Finalmente come quella donna fortunata, allatto generoso
di donare il bambino per non vederlo morire, ne ricono
sciuta e proclamata madre verace; cos Maria, allatto ge
neroso di aver dato lun figlio alla morte per salvar lal
PARTE SECONDA 2 lo
tro, riconosciuta altres c proclamata vera madre nostra.
E difatti come Salomone, alla vista di tanta generosit della
donna, Riprendi, le dice, vivo il bambino, che ben si vede
clic tuo figlio, Date huic infantem vivimi, haec est enim
mater ejusj cosi il vero Salomone dallalto della sua croce,
come dal suo soglio e dal suo tribunale, dice a Maria:Prendi
o donna, in Giovanni tutti gli uomini per figliuoli, ch ben
si vede, dal prezzo che hai pagato per acquistarli, che ti son
cari e che sono veramente tuoi figli; Mulier, ecce filius tuus.
0 spada tremenda adunque della divina giustizia, pronta a
scagliare sopra di noi 1 ultimo colpo, tarresta. 0 giudice
divino, ritirate di grazia la sentenza severa che nella vostra
giustizia avevate pronunziata sopra di noi. Udite i teneri
prieghi della nostra madre, che s istantemente ve ne sup
plica e ve ne scongiura. Mirate chessa, colla sua presenza
alla morte del figlio suo unigenito, s immola in lui e con
lui, e ve lo d questo figlio in prezzo della nostra salute:
Obsecro, Domine, date illi infantem et nolite occidei'e. Su
via, placato da questo cambio, sodisfatto da questa offerta,
risparmiateci per sempre: consegnateci, vivi della vita della
grazia, all'amore materno di Maria, che con tante sue pene ha
ben dimostrato di essere la nostra madre verace: Date huic
infantem vivum et non occidaturj haec est enim mater ejus,

Capo XI. Sacrificio d Isacco offerto d al proprio p ad re vera fig u ra del


sagrificio di G es C risto offerto d a lla p ro p ria m a d re M aria. S piega
zione di q u e sta bella figura in tu tte le sue p arti, e su a applicazione
ai m isteri del C alvario. C onseguenze m o rali deU 'esposla d o ttrin a .

Non si pu mai ammirare abbastanza la magnanimit del


cuore, la profonda e tenera compassione di Maria pel tristo
destino defigli degli uomini, onde, come si test veduto,
questa madre pietosa ha generosamente consentito all im
molazione del figlio delle sue viscere per la redenzione dei
figli del suo cuore. Non dunque n strano, n ineonve-
216 PARTE SECONDA
niente che S. Bonaventura, come abbiam riferito, abbia ap
plicate a Maria le sorprendenti parole che del Padre eterno
ha scritte lapostolo S. Paolo: Non lha risparmiata neppure
AL SUO UNIGENITO FlGLlO, MA LO HA SACRIFICATO ALLA SALUTE
Proprio Filio suo non pepercit, sed pr nobis
di t u t t i :
omnibus tradidit illum. Sebbene, tra lamor di Dio e la-
mor di Maria per gli uomini vi sia una differenza infinita
nella estensione, pure lo stesso ne il principio e il fine;
giacch la stessa carit che mosse il Padre eterno, trasfusa,
come si dimostrato, nel cuore di Maria, ha mosso anche
lei a quest'atto dinaudita, incomprcnsibil piet.
Non per senza mistero che nel passo di S. Paolo test
citato, c che S. Bonaventura applica con tanta ragione a Ma
ria, lapostolo, in parlando delleccesso di carit onde Id
dio Padre si degnato di sagrificare Ges Cristo alla no
stra salute, abbia usata questa espressione: E gli non l ha
perdonata al suo proprio figlio : Proprio Filio suo non pe-
percit. Questa espressione s energica ed allo stesso tempo
s tenera identicamente la stessa di quella che la Scrit
tura adopera in parlando di Abramo dopo il sagrificio dI-
sacco, essendo stato *dctto a quel gran patriarca: Tu non
l hai perdonata al tuo figliuolo unigenito , Non pepercisti
tuo unigenito. LApostolo adunque, coll aver detto del Dio
Padre precisamente ci che stato detto di Abramo, ha vo
luto chiaramente indicarci clic tra queste due offerte e que
sti due sacrificii vi relaziono, vi nesso, vi attinenza di
sentimenti, come vi somiglianza di espressioni; che luno
la profezia, laltro la verit; luno limmagine, laltro il
prototipo; luno la copia, laltro loriginale: e che il sagri
ficio dIsacco la figura del sacrificio di Ges Cristo.
Che se Isacco sacrificato la vera figura di Ges Cristo,
Abramo che lo sacrific la vera figura di Maria. E sebbene
il testo di S. Paolo alluda direttamente al Dio Padre, e que
sti sembri figurato in bramo; pure, poich Maria, come si
PARTE SECONDA 217
c veduto, stata perfettamente unita di desiderio, di vo
lont e di amore col Padre celeste nel volerci far dono del
proprio figlio; c poich questa nobile creatura come il
rappresentante, il vicario di Dio padre, che compie in una
maniera visibile sopra la terra ci che quegli vuole ed opera
solo invisibilmente dal cielo, cosi fuor di dubbio che in
Abramo, che non la risparmia al suo unigenito figlio, dob
biamo riconoscere la figura non solo della invisibile gene
rosit del cuore di Dio, ma ancora della generosit visibile
del cuore di Maria. Che anzi, giacch nel sagrificio di bra
mo si parla della sua fede, della sua ubbidienza, della sua
prontezza alla voce di Dio, e nulla di tutto ci a Dio si con
viene, ma al contrario litteralmente vero solamente di Ma
ria; cos Abramo ba pi punti di somiglianza e di contatto
con questa madre generosa, e in riguardo ad essa la figura
pi espressiva e pi strettamente legata colla verit. Esa
miniamo dunque nelle sue particolari'circostanze, questa
bella figura, questa luminosa profezia; e vediamo come in
essa indicato non solo il merito di Maria nellavere of
ferto ed immolato il suo figlio per conformarsi ai disegni
ed ai voleri di Dio; ma ancora la sua ricompensa, essendo
perci stesso divenuta la madre nostra, ed ammiriamo vi
vamente espresso e direi quasi divinamente dipinto, due
mila anni prima che si compisse, tutto il mistero che finora
abbiamo spiegato.
Fu detto difatti da Dio ad Abramo: Prendi il figlio tuo
unigenito Isacco, tanto amato da te; va seco lui nella terra
della Visione, ed ivi sagrificalo a me in perfetto olocausto
sopra uno dei monti che io sar per indicarti: Tolle flium
tuum quem diligis Isaac, et vade in terram Visionisi atque
ibi offeres eum in holocaustum super unum montium quem
monstravero Ubi. Ogni parola di questo severo comanda
mento, osserva S. Ambrogio (De Abraham, lib. I, 8), espri
me u n a circostanza novella che deve rendere pi difficile
44'
218 PARTE SECONDA
c pi doloroso il sagrificio che si domanda a si tenero pa-
- dre, e mette ad una terribile prova la, sua ubbidienza, poi
ch getta nella tortura pi crudele il suo cuore. Si vuole
da lui che sagrifichi non una persona qualunque, ma il pro
prio figlio, Tolle filium tumnj non un figlio chiunque esso
siasi, ma quello ehesso ama di pi e da cui pi riamato,
Quern diligis. Non basta ci ancora. Non si vuole gi Ismaele,
ma Isacco, Isaac. Non il figlio della serva, ma quello della
libera; non il figlio della natura, ma quello della promessa;
non il figlio della condiscendenza, ina quello del merito; il
figlio che Abramo ha avuto miracolosamente dalla sposa ste
rile, da cui non pu sperarne un secondo; perci figlio solo,
primogenito ed unigenito insieme: Non sinit otiosum esse
affectum patris; a principio stimulat pietatis aculeis. Non
satis putavit clixisse filium; adjungit, quem diligis. Nec
otiose addidit nomen sancti\, Isaac, enm quem suscepisti
de uxore unicum; in senectute, tamquam fdei tuae prae-
miumj ex promissione Dei, non conjugis foecunditate, ex
qua alium spellare possis.
N solo si esige che un padre tolga esso medesimo al pro
prio figlio la vita, ma che esso stesso loffra in sagrificio:
cio a dire che, dopo aver veduto sotto degli occhi proprii
spirare il figlio di propria mano svenato, lo vegga ancora
coi proprii occhi consumarsi dal fuoco, ed assista alla lu
gubre cerimonia sino al suo termine, finch lolocausto sia
intieramente compiuto: Offeres in holocaustum. Oh aspro
comandamento 1Oh prova delicata 1Oh intimazione funesta!
dice S. Amedeo. Gli si turba ad Abramo lo spirito per rac
capriccio, gli si commuovono le viscere per compassione,
gli si gela il cuore per orrore: Spiritus passus es Abraham,
quandOf jussus Isaac immolari, paterno pertentabatur af-
fectu't et ab imis vsceribus pietate nati movebatur. Pure
in s duro cimento non manca a s medesimo la sua fede,
la sua ubbidienza a Dio non si smentisce; non vacilla il
PARTE SECONDA m
suo coraggio. Sente tutta la pena del sagrincio, e noi ricusa;
c quanto pi duro il comando, tanto ne pi pronta le
secuzione: Agebat tamen nihilominus injunctum opus,im-
pige'j exsequutor.
Un somigliante intimo fu fatto ancora da Dio a Maria nel
tempio per la bocca di Simeone. E questo tuo figlio, le fu
detto, i decreti di Dio lo hanno destinato alla contradizione
ed alla morte. Tu stessa, o madre, dovrai allevarlo per que
sto doloroso destino; tu stessa dovrai condurlo al sagrificio,
tu stessa dovrai essere spettatrice della sua morte; e la spada
che toglier a lui la vita trapasser di acuta doglia il tuo
cuore: Ecce posilus est hic in segnum cui contraclicetur j
et tuam ipsitis animam doloris glaclius pertransibit. Pure
anche Maria ad un annunzio s fiero allanimo di una te
nera madre piega umile il capo, si rassegna, s sottomette,
ed incomincia a riguardare il suo figlio come una vittima
e lo alleva sol pel Calvario.
Tre giorni scorrono dalla ordinazione del sagrificio dI-
sacco alla sua esecuzione: ed in qnesti tre giorni l imma
ginazione di Abramo spaventata d e notte dal pensiero
funesto di dover rimaner privo fra poco di una vita s pre
ziosa, di un oggetto s caro. Isacco non morr che in un
istante sul rogo. Abramo muore in suo cuore in ogni mo
mento; e non pu mirarlo o risovvenirsene senza sentirsi
lanimo lacerare dallidea della morte che dovr dargli egli
stesso che gli diede la vita. Ma dall annunzio fatto solen
nemente a Maria del sagrificio di Ges Cristo sino alla sua
consumazione passano ben trentatr anni: ed in tutto que
sto tempo il cuore di Maria incessantemente trafitto dalla
spada del dolore che un giorno immolando il figlio, trafigge
ancora la madre.
Il dolore di Abramo si accresce a misura che si avvicina
listante fatale chedeve metter fine alla vita dIsacco; ma
eoi crescere del suo dolore cresce ancora la prontezza della
220 PARTE SECONDA
sua volont e la generosit della sua ubbidienza: e quanto
pi afflitto, tanto pi si affretta a recider le legna e ad
apprestar esso stesso i luttuosi preparativi del sagrificio:
Cimi concidisset Ugna.
Il martirio di Maria, a misura che Ges Cristo cresce in
et e si avvicina al Calvario, diviene sempre pi intenso;
ma il suo desiderio di vedere presto consumato lolocausto
del figlio diviene tanto pi vivo, quanto pi acuto ogni
giorno il suo dolore. Ed essa che, durante la predicazione
gloriosa di Ges Cristo, si rimane per Io pi ignota e nas
costa in Nazaret; quando poi Ges Cristo va a Gerusalem
me per esservi crocifisso, abbandona la sua casa e la sua so
litudine e gli tien sempre dietro per non pi lasciarlo ehe
dopo di averlo veduto offerto sullaltare della croce alla
giustizia di Dio ed alla salute del mondo.
Come per si va pi innanzi in questa misteriosa figura,
i tratti di somiglianza col figurato divengono sempre pi
luminosi. E come possibile il ricordare Isaeco ehe porta
esso medesimo sulle sue spalle la legna sulle quali deve es
sere deposto senza pensare a Ges Cristo ehe porta esso
medesimo sulle sue spalle il legno della croce sulla quale
deve esser confitto? Come possibile il ricordare Abramo
che pieno di fede e eolmo di amarezza, siegue il figlio, che
curvo sotto il peso delle sue legna va lentamente guada
gnando la cima del Moria, senza pensare a Maria che, pe
netrata dallidea depi sublimi misteri e naufraga nel do
lore, mesta ed animosa, sensibile e forte, rassegnata e do
lente, accompagna il figlio che oppresso dal peso della sua
croce va guadagnando a gran pena la vetta del Calvario?
Che pi? Persino il luogo dedue sagrificii Io stesso; giac
ch il monte Moria, indicato ad Abramo per limmolazione
dIsaceo, non che una vasta montagna divisa in colline,
una delle quali appunto il Calvario, luogo indicato a Ma
ria per la crocifissione di Ges Cristo. Questo pure il luogo,
PARTE SECONDA 221
per dirlo di passaggio, nel quale, secondo la costante tra
dizione degli Ebrei, sagriGcarono a Dio ancora Abele, No e
Melchisedecco; icui sacrificii, con quello di Abramo, espres
sero ciascuno uno dei diversi caratteri che tutti poi dovea
riunire in s stesso il sagrificio di Ges Cristo, termine e
scopo ultimo e perfetto di tutti i sagrificii. Questi caratteri
principali sono quattro. II primo che il sagrificio di Ges
Cristo dovea essere decretato dal Padre e compiuto sotto
gli occhi della sua madre; e questa circostanza espressa
nel sagrificio dIsacco. Il secondo, che dovea essere volon
tariamente offerto da Ges Cristo medesimo, sacerdote della
sua vittima e vittima del suo sacerdozio ; e questa circostanza
indicata nel sacrificio di Melchisedecco. Il terzo, che dovea
compiersi per linvidia dei suoi stessi fratelli i Giudei; e
questa circostanza stata figurata da Abele. Il quarto final
mente che dovea essere offerto per la riconciliaziQne del
cielo colla terra, dell uomo con Dio; e questa circostanza
fu simboleggiata da No. Oh preziose colline! Oh santa e mi
steriosa montagna, santificata dai pi sublimi sacrificii dei
figli degli uomini, e finalmente dal sagrificio per eccellenza
del Figlio stesso di Dio! A te siano sempre rivolti i miei oc
chi in te sia sempre fisso il mio cuore, poich da te una
volta uscita la grazia che si diffusa nel mondo; e da te
aspetto ancora io la salute e gli ajuti per conseguirla: Le*
vavi oculos meos in montes, unde veniet auxilium m ihit
Se non che la Scrittura rammenta che Abramo accompa
gna la sua vittima portando in una mano la spada che deve
trafiggerla e nellaltra il fuoco che deve consumarla: Ipse
portai in manibus ignem et gla'dium. Ora la spada che
trafigge Ges Cristo e gli d veramente la morte si e la sua
ubbidienza al Padre, Factus obediens usque ad mortemj ed
il fuoco che lo consuma si il suo amore per gli uomini,
Dilexit nos, et tradidit semetipsus pr nobis. E questi stru
menti misteriosi del sagrificio di Ges Cristo sono come
PARTE SECONDA
portati in mano da Maria; giacch essa rappresentando in
una maniera visibile il Padre invisibile, approvando colla
sua presenza, ratificando colla sua autorit di madre, secon
dando con tutte le forze desuoi santi e sublimi trasporti
questo sagrificio, accompagnando Ges Cristo per confor
marsi ai voleri di Dio e per cooperare alla salute degli uo
mini, mette in mostra, rende pubblici e solenni i due grandi
sentimenti di ubbidienza e di amore ai quali Ges Cristo
sagrifica volontariamente s stesso.
Giunto al luogo del sagrificio, Isacco ode dal padre che
esso stesso deve servire di vittima. Pure non si lagna, non
ripugna, non si ricusa. E rosi raffigura veramente colui che
con una volont piena e perfetta ha accettato il decreto di
morte, che vi si anzi da s medesimo offerto, Oblatus est
quia ipse voluit, e che, durante la sua vita, stato come
divorato dalla santa impazienza e dal pi violento trasporto
di vedersi presto naufrago nel proprio sangue: Baptismo
habeo baptizari, et quomodo coarctor usque cium perfida-
tur? Quindi raccoglie con gioja lintimo che, a nome del
Padre celeste, Maria colla sua presenza gli fa di sagrificarsi
per noi, e di concerto ratificano il sagrificio che la giusti
zia di Dio e linteresse del mondo esigono e della vita del
figlio e del cuor della madre.
Sebbene per Isacco consente al sagrificio di s medesimo
e volontariamente vi si offre, pure Abramo lo lega sullal
tare di gi eretto, Cum ligasset filium suam, posuit super
altare; per significare che il vero Isaeco, sebbene sarebbe
morto dando di sua piena volont la propria vita, Ego pono
animam meam, pure sarebbe stato ancor esso legato con
chiodi allaltare della sua croce, affinch il suo sagrificio
volontario avesse lesteriorit di un supplizio forzato, posto
"che era offerto in espiazione ed a nome delluomo pecca
tore. E poich Maria si fa spettatrice immobile della croci
fissione del figlio, lapprova, la vuole, la consente a nome
Parte seconda 223
dellbramo celeste-, e come se essa medesima eolie sue
mani materne avesse legata la vittima.
Non vi era luso di mettere sullaltare la vittima , prima
che fosse dal coltello del sacerdote svenata; ed il fuoco non
dovea consumarla se non dopo che fosse estinta. Pure Isacco
collocato vivo sul rogo, ed posto sullaltare prima di es
sere immolato. Anche questa circostanza era necessaria per
rendere ancora la figura pi somigliante al figurato, che,
per volere del Padre celeste significato e confermato dalla
presenza della madre terrena , vivo dovea essere collocato
sullaltare della croce ed ivi simultaneamente essere immo
lato dallubbidienza e consumato dallamore.
Terminati tutti questi preparativi, necessarii non tanto
pel compimento dell immolazione quanto perch V imma
gine avesse col suo originale una conformit pi perfetta ,
Abramo stende la mano, sguaina il coltello, alza il braccio
per vibrare il colpo fatale: ed in questatto tutto rabbrivid
nella persona, un freddo gelo gli corse per le ossa, tremo-
gli in seno con insoliti palpiti il cuore e gli si spezz per
dolore; mentre il colpo che stava per iscagliare immolava
due vittime, dice S. Pier Crisologo : la vita preziosa del figlio
e lanimo angoscioso del padre; sicch in Isacco Abramo im
molava s stesso: Immolabat sese in filio. Qui ebbe termine
questo misterioso sagrificio: poich lubbidienza di Abramo
perfetta, e perfetta ancor essa la docilit dIsacco; poi
ch luno e laltro nelle disposizioni dellanimo aveano ese
guito realmente quanto lor era stato richiesto. La mano
arrestata quando il cuore non ha nulla di pi da offrire :
Non extendas inanimi tuam super puerum.
Ma ci che era bastante per la figura non bastava per
pel figurato. Maria non dovea sagrificarc la vita del figlio, n
il figlio offrire s stesso solamente nelle disposizioni del
cuore, ma ancora nellesterno compimento dellopera. Lan
tico Adamo, lAdamo peccatore, l uomo vecchio, che Ges
224 v PARTE SECONDA
Cristo rappresentava in s stesso sul Calvario, dovea vera*
mente essere immolato e morto per dar luogo al giovine
Adamo, allAdamo santo, all'Adamo novello. Maria dunque
coHeroismo della sua rassegnazione, col fervore della sua
carit, perch la salute del mondo si compia, vibra essa pure
e raddoppia i colpi sulla vittima augusta, finch essa vera
mente si estingua. E si estingue difatti sotto il peso non
meno della giustizia del Padre che della tenerezza della sua
madre per gli uomini, che perci nel figlio immola pure, s
stessa : Immolabat sese in filio. Anzi, diceS. Amedeo, il suo
sagrificio ancora assai pi tormentoso di quello che se essa
avesse solo sagrificato s stessa: giacch incomparabilmente
pi di s stessa gli era cara la vita del figlio, vittima della
sua immolazione e cagione del suo dolore : Maria torqueba-
tur magis quam si torqueretur ex se; quoniam snpra se
incomparabiliter diligebat id unde dolebat.
Ma come Abramo ha figurato lubbidienza perfetta, la ge
nerosit sublime, gli spasimi atrocissimi di Maria sostenuti
nelloffrta del figlio, ha figurato altres la ricompensa am
plissima che ne ha conseguita. Imperciocch siccome Abramo
per aver voluto sagrificare il suo Isacco divenuto il vero
padre del popolo eletto, cos Maria per aver sagrificato al
tres Ges Cristo divenuta veramente la madre del po
polo cristiano.
Difatto compiuto appena il sagrificio, Abramo ud queste
grandi parole che tutto ne annunziano il merito ed il gui
derdone: Perch hai compiuto un atto s sublime e s
grande, e per ubbidire a me non lhai pur perdonato al tuo
figliuolo unigenito, io giuro per me medesimo, dice il Si
gnore, che ti colmer di benedizioni e moltiplicher la tua
discendenza al di l del numero delle stelle del cielo e dei
grani di arena sparsi sul lido del mare: Per memetipsum
juravi, dicit Dominus: quia fecisti hanc\ rem et non perpe*
cisti filio tuo unigenito propter me, benedicain tibi et miti-
PARTE SECONDA w 225
tiplicabo scmen tuum sicut stellas caeli et arenam quae
est in litore maris.
E Maria altres, poich ebbe, col suo volere immedesimato
al volere del Padre celeste, confitto in croce il suo unigenito
figlio, ud dalla bocca medesima di questo Figlio divino le
tenere e misteriose parole chele annunziarono ed il merito
sublime e lampia ricompensa del suo sacrificio. Mentre Ges
Cristo, in atteggiamento pi da Dio che da figliuolo, addi
tandole in Giovanni limmensa moltitudine dei fedeli, la
Chiesa, Donna, le dice, ecco da questo momento in poi il tuo
figlio, Mulier, ecce, filius tiius. Questo figliuolo un solo,
poich tutta la comunit dei fedeli, la Chiesa, non former
che un corpo solo, di cui io sono il capo>filius tuns. Ma allo
stesso tempo saranno in uno molti figliuoli, poich saranno
tanti, quanti sono i veri credenti. Ecco dunque la posterit
numerosa che tu, o donna, in questo momento acquisti, e
che io ti predico e ti destino come un solo figliuolo: Mulier,
ecce filius tuus.
Grande e sublime mistero 1 La promessa che Dio fa ora
ad Abramo gli era stata di gi fatta altre volte nei me
desimi termini. Guarda, gli era stato gi detto, il cielo, e
numerane le stelle, se ci ti possibile: or sappi che la
tua discendenza sar s numerosa e s ampia: Suscipe cae-
lum et numera stellas, si potesj sic erit semen tuum. Ti
dar da Sara un figliuolo che ricolmer delle mie bene
dizioni, e sar padre di nazioni e di re: Ex Sara clabo fi-
lium cui benedicturus sum , eritque in nationes, et reges
populorum orientur ex eo. Ma questa promessa nella sua
esecuzione e nel suo compimento era legata al sacrificio
di questo figlio medesimo che gli promesso; e la bene
dizione che deve moltiplicarne la stirpe, non discender
dal cielo se non dopo che Abramo avr data questa prova
stupenda della maravigliosa sua fede e della sua perfetta
ubbidienza.
226 PARTE SECONDA
Anche a Maria la promessa che Ges Cristo le fa dal lalto
della sua croce di renderla madre fortunatissima della Chie
sa era stata di gi fatta altra volta. Langelo nel salutarla
henedetta in fra tutte le donne, Benedicta tu in mulieribus,
alludeva certamente alla sua maravigliosa fecondit ed al nu
mero immenso di figliuoli che avrebbe avolo nel concepire
un fgliuol solo; poich le soggiunge che la generazione di
questo figlio sarebbe eterna, come eterno sarebbe il suo re
g n o :^ regnabit in domo Jacob in aeternum, et regni ejus
non erit finis. Ma per Maria pure il compimento di s alti
augurii, di s ampie promesse legato al sagrificio volontario
che le annunziato ed al complesso degli atti perfetti, dei
sentimenti sublimi manifestati in questa circostanza s tra
gica e s tormentosa.
Nulla sembrava a prima vista tanto contrario alla promessa
divina di una posterit numerosa, quanto il sagrificio di
Isacco che dovea esserne il padre. E ci nulla ostante, ladem-
pimento di questa promessa dipendeva dal sagrificio di una
vita si cara. Se Abramo avesse indugialo dimmolare il suo
figlio finch questo stesso figlio avesse avuto altri figliuoli,
perci stesso Isacco sarebbe rimasto sterile; e la discendenza
di bramo per questo lato avrebbe avuto fine in Isacco. AI
contrario, sagrificandolo, mentre che ancora vergine, Io
rende fecondo: per un .figlio che si offre a perdere, ne acqui
sta ben molti; per un individuo che non risparmia, diviene
padre di un popolo; e per quella via per cui poteva temere
di rimaner privo di figli, diviene padre di una posterit nu
merosa.
Nulla pure sembrava pi opposto al compimento delle
brillanti promesse fatte a Maria dallangelo, della numerosa
discendenza del suo Figlio divino, dello stabilimento del suo
regno, della perpetuit del suo impero, quanto la sua morte
ignominiosa su di un infame patibolo. Eppure il Profeta lo
avea detto: Egli non vedr moltiplicarsi la sua stirpe sino
PAftTE SECONDA 227

alla posterit pi rimota, se non a condizione che avr vo


lontariamente subita la morte pel peccato: Si posuerit ani
mavi suam pr peccato, viclebil semen longaevum. Maria
adunque questo grano di eletto frumento divino che la sua
vergine terra ha prodotto non lo vedr germogliare c mol
tiplicarsi in unampia messe feconda di figliuoli dei quali
essa sar pure la madre, se non alla condizione, come Ges
Cristo stesso lo ha dichiarato, che questo grano prezioso sar
stato schiacciato e morto e da essa medesima riposto nelle
viscere della terra: Nisi grammi frumenti cadens in ter
roni mortuum fuerit, ipsum solimi manet. Si autem mor-
tuum fuerit, fructum multimi affert. Cos Maria, per un
figlio che non risparmia, che olfre, che immola, ne acquista
tanti nel solo Giovanni, quanti sono gli uomini ai quali Io
sagrifica nei trasporti della sua carit : In Joanne intelligi-
mus omnes quorum Maria per charilatem effecta est mater.
E perch alcun dubbio non rimanga che la benedizione
di una posterit ancora pi ampia stata assicurata a Ma
ria, S. Paolo medesimo osserva che Dio non disse gi ad
Abramo io benedir le tue discendenze, le tue stirpi, quasi
che la benedizione dovesse essere comune anche agli altri
suoi figli; ma alla tua stirpe, alla stirpe sola dIsacco: e
questa stirpe cui Dio qui fa allusione Ges Cristo: Abraham
dictae sunt repromissiones et semini ejus, et non dicit se-
minibus, quasi in multis, sed quasi in uno: et semini tuo,
QUI EST C hRISTUS.
Dunque la feconda discendenza di cui Abramo divenuto
padre nel solo Isacco la vera profezia della discendenza
numerosa di cui Maria divenuta madre. Se dunque la fe
condit e la discendenza dIsacco la profezia della fecon
dit e della discendenza molto pi nobile e molto pi estesa
di Ges Cristo, chiaro che la benedizione data in Isacco
ad Abramo la figura della benedizione molto pi prege
vole data in Ges Cristo a Maria. E come Abramo non ot
228 PARTE SECONDA
tiene questa benedizione che lo costituisce padre di tanti
popoli che mediante il sacrificio dIsacco, cos Maria non
acquista questa benedizione che la rende madre di tanto
mondo che per mezzo del sagrificio di Ges Cristo. La sua
maternit adunque sopra i discendenti di Ges Cristo suo
figlio, o sopra i cristiani, per lo meno altrettanto reale,
altrettanto giusta, altrettanto fondata, quanto la paternit di
Abramo sopra i discendenti disacco o sopra grisraeliti.
E perch Abramo, neHimmoIazione del suo unigenito
Isacco, fu ancora figura di Dio Padre nellaver voluto im
molarci il suo unigenito Ges Cristo; e Maria si associata
a questi medesimi trasporti di carit del Padre celeste, nel-
lavere essa pure di concerto con lui voluto farci dono del
comune figliuolo: cos la sua maternit, riguardo a noi, ha
ancora una sorgente pi.nobile e pi elevata, un titolo an
cora pi santo e pi augusto; poich essa deriva dalla stessa
paternit di Dio sopra di noi. Tutti e due con una ammira
bile armonia di generosit, di degnazione e di amore hanno
abbandonato alla morte il proprio figliuolo naturale, nato
dalla rispettiva sostanza, secondo la doppia natura, per for
marsi dei veri figliuoli adottivi. Tutti e due hanno offerto
un prezzo infinito per comprare questa adozione. Tutti e due
se lhanno legittimamente e realmente acquistata. Noi siamo
nati veracemente dallamore di entrambi; e dobbiamo ri
guardare Maria s veramente per nostra madre, come riguar
diamo per nostro padre Dio stesso: Filii Dei et filii Mariae
nominamur et sumus.
E se lapostolo S. Paolo credeva di avere un dritto sacro
di essere riguardato come padre dai cristiani da s conver
titi, perch, dicea loro, io vi ho generato in Ges Cristo col-
lavervi predicato il Vangelo, In Christo Jesu per Evan-
gelium ego vos genitij quanto pi Maria avr dritto di es
sere da noi riguardata come madre verace, avendoci non an
nunziato il Vangelo, ma donato, offerto, sagrificato lautore
PARTE SECONDA 229
del Vangelo, e dal quale a noi discendono tutte le grazie del
Vangelo?
Non dobbiamo dunque dire solamente con Tobia che siamo
figliuoli desanti, Filii sanctornm sumus; ma dobbiam dire
altres: noi siamo figli del Santo dei santi c di colei he in
maggiore abbondanza ha posseduto la santit, cio figli di
Dio e figli di Maria.
E poich la nostra discendenza, nellordine della grazia,
da Dio e da Maria da urta parte non irieno reale di quella
dai nostri padri terreni nellordine della natura, e dallaltra
di lunghissima mano pi nobile, pi sacra e pi importante;
cosi dobbiamo con maggiore premura, con maggiore tene
rezza adempire verso questi nostri grandi genitori celesti gli
obblighi chela legge cimponc verso i genitori terreni. Dob
biamo dunque credere che, anche rispetto a Dio ed a Maria,
ci si dica: Figlio onora e rispetta il tto* padre fa tua*ma
dre: Horiora pattern etmatrem tuam. E siccome questo'pre
cetto verso i genitori terreni non include solo lobbligazione
di mostrare stima e venerazione per le loro prsone, ma an
cora il dovere di rispettare il loro nome, il loro casato in
noi stessi: cos e molto pi ancora' inf riguardo ai celesti
nostri genitori, non dobbiamo solo essere pii, devoti ed os
sequiosi, ma dobbiamo pria di tutto rispettare in noi e fare
rispettare dagli altri in noi stessi la qualit di figli di Dio
c di figli di Maria, bborrendo tutto ci che possa agli oc
chi del cielo c della terra, degli angeli e degli uomini degra
dare questo carattere augusto ed oscurar s gran nome.
Stirpe celeste e divina, come diceva S. Paolo; Genus ergo
cum simas Dei, non dobbiamo far torto al nostro spirituale
casato, alla nostra divina prosapia con lina condotta umana
e terrena. Penetrati dal sentimento della dignit della no
stra origine, dobbiamo riguardare con un santo disprezzo ed
abborrirecon una virtuosa alterigia le bassezze della vanit,
le cure soverchie deglinteressi terreni, gli sfoghi descnsi
La Madre di Dio. 45
230 PARTE SECONDA
che non sono in armonia col decoro divino dovuto al no
stro stato, e colla santit, coHinnoeenza, colla purezza che
essa cimpone, e che ci degradano non solo sino alluomo,
raa ancora al di sotto dei bruti. E come nel mondo dallo
scorgere in un uomo elevazioni di sentimenti, cultura di
maniere, dignit di procedere, generosit di operare, si ar
gomenta con molta ragione il lustro della sua origine, la
nobilt della sua stirpe; cos, dice Ges Cristo nel Vangelo,
voi dovete perfezionare la vostra condotta e il vostro cuore,
le vostre operazioni e i vostri sentimenti in modo che
ognuno possa conchiuderne la vostra discendenza celeste e
la vostra figliuolanza divina: Estote perfecti sicut et Pater
caelestis perfectus est.... ut sitis filii Patris vestri.
Oh se fossimo veramente penetrati da questa grande idea,
Sono figlio di Dio, e Dio mio vero padre. Sono figlio di
Maria, e Maria, la madre stessa di Dio, mia vera madre !
Qual pensiero da un lato pi tenero, pi giocondo, pi dolce,
e dallaltro pi capace di nobilitarci innanzi ai nostri pro-
prii occhi, e di farci tenere lontani da tutto ci che turpe,
degradante ed abietto?
Dobbiamo in secondo luogo ai nostri celesti genitori te
nerezza ed amore. Lamore con amore si paga. Essi non ci
hanno generato che coll amore; collamore sorprendente,
ineffabile onde hanno donato il proprio figlio alla nostra sa
lute: Sic Deus dilexit mundum ut Filium suum ungenitum
darei. Dobbiamo dunque ricambiarli con amore. Essi ci hanno
sagrificato tutto ci che avevano di pi caro e di pi pre
zioso, il proprio loro figliuolo: noi dobbiamo sagrificar loro,
quando la divina legge lo dimanda, le nostre passioni, le no
stre voglie, i nostri rei appetiti, gli oggetti cbe pi cincan
tano e ci lusingano, ancorch ci siano cari coin i nostri pro-
prii figli. Non ci , vero, rapporto alcuno tra queste vitti
me. E qual rapporto pu mai esservi tra il Figliuolo di Dio
che ci stato sagrificato ed una ignobile passione che noi
Parte seconda 231
potremmo sagrificare? Pure il nostro tenero padre Iddio ,
lamorosa nostra madre Maria ne sarebber contenti. Non ri
chiedono nulla di pi dalla nostra miseria e dalla nostra
debolezza; e con ci solo avremo dimostrato, in modo da
soddisfarli, la gratitudine e la riconoscenza che da noi di
mandano.
Finalmente dobbiamo a questi augusti genitori fiducia.
Colui che generoso del pi, dicea S. Paolo, non negher
certamente il meno. Ora se Dio, di concerto con Maria, ci
stato generoso e prodigo del proprio Figlio, come potremo
mai dubitare un istante solo che vogliano alcuna cosa ne
garci; particolarmente essendosi impegnati, nelfaverci do- >
nato il Figlio, di darci altres tutto il resto? Qui proprio
Filio suo non pepar cit, sed pr nobis omnibus tradiclit il
luni; quomodo non etiam cum ilio omnia nobis donavit?
S, Iddio e Maria nelfaverci donato il Figlio, ci hanno le
gato e messo in certo modo a nostra disposizione, nell or
dine della grazia, le ricchezze del loro amore e della loro
bont. Noi li troveremo sempre pronti ad ascoltarci, sempre
solleciti a difenderci, sempre amorosi nellaccoglierci, sem
pre generosi nel beneficarci. Fidiamo dunque alla loro te
nerezza le nostre anime e il nostro destino. Abbandoniamoci
con una piena fiducia nel loro amore; ai torti che potremo
avere lor fatti non aggiungiamo anche questo, che sarebbe
il pi sensibile al loro cuore, di diffidare cio della loro mi
sericordia. E se la nostra miseria, la nostra ingratitudine
verso Dio, se la memoria delle nostre colpe ci arresta dal
presentarci con confidenza a Dio nostro padre, di cui ab
biamo provocato lo sdegno, ricorriamo alla madre nostra Ma
ria. Essa tutta dolcezza, tutta misericordia, tutta piet,
perch madre. Andiamo in sua compagnia al trono di Dio,
facciamo valere presso di lui la sua maternit. Insistiamo
perch salvi il figlio ingrato della sua ancella: Salvimi fac
fili uni ancillae tuae, cio di colei che nel momento di dive
m PARTE SECONDA
nire madre del Signore, si disse del Signore l 'ancella: Ecce
cincill Domini. Essa sapr pure sostenere le nostre suppli
che, far valere le nostre ragioni, rendere accettevoli i nostri
prieghi c farci a prova conoscere che non men tenera, men
generosa madre nostra nel cielo di quello che, a tanto suo
costo, lo fu gi sul Calvario.

C apo X II. G es C risto ha v o lu to essere crocifisso p er d iv e n ir D uom o


di lu tti i d o lo ri. A q uesti dolori som m i ed in co m p ren sib ili h a asso
ciata M aria, di cui le pene perci sono sta te som m e ed in co m p ren si
bili. Si arg o m e n ta ci d a lla gran d ezza del suo am o re per G es. C a
ra tte ri e so rg en ti di q u esto am ore, cagione d ella passione di M aria, e
ac erb it d i q u esta passione. II re d e m a rtiri h a c h ia m a ta M aria a
pi d ella croce per essere d e m a rliri la reg in a . S alom one e B ersab ea
su a m a d re , fig u re di q u esto , m istero.

Ma dopo di aver veduto come la passione e la morte di


Ges Cristo stata comune ancora a Maria, e come essa ne
ha sentito veramente in s stessa tutti i dolori e tutte le
pene; prima di conchiudere un argomento di tanta compas
sione e di tanta tenerezza, bisogna ancora un poco fermarsi
a ponderare, di questi stessi dolori e di queste pene da Ma
ria tollerate, lestensione e lintensit, mettendo a calcolo
che Maria non una madre comune, ma una qiadre che ha
un Dio per figliuolo: qualit sublime senza dubbio, ma che
come stata per lei origine dei pi grandi privilegi, cosi le
stata causa ancora depi grandi dolori. E ci per sempre
meglio intendere la durezza della condizione, alla'quale ci
ha acquistato per figli e gli spsimi atrocissimi che le siamo
costati.
Abbiamo di gi accennato che il Figliuolo di Dio fattuorao
avendo, nella sua misericordia, preso sopra di s limpegno
generoso di salvar Tuonio, immolando la sua vita per luo
mo, prefer la morte di croce ad ogni altro genere di morte,
affine che noi vivessimo pel medesimo mezzo pel quale era-
PARTE SECONDA 233
vaino morti alla grazia; che il principe delle tenebre fosse
conquiso con quellarma medesima onde avea trionfato; e
che siccome da un legno avea avuto principio la nostra ro
vina, cos la nostra salute derivasse da un legno. Questa
almeno lopinione comune dei santi Padri, dcDottori e degli
interpreti; che la Chiesa stessa ha in certo modo consacrata,
professandola chiaramente in tutte le parti della sacra uffi
ciatura della croce e della passione.
Ma se questa ragione vera, non per altrimenti la sola
per la quale il Redentore del mondo ha voluto essere cro
cifisso. S. Atanasio, presso lA-Lapide, afferma che la morte
di croce stata da Ges Cristo prescelta ancora come rime
dio il pi opportuno, come espiazione la pi naturale della
concupiscenza che dal primo peccato tutti abbiamo contratta,
e che lorigine funesta, la velenosa sorgente di ogni pec
cato: Crux est expiatio ad remedium concupiscentiae ex
peccato Ada e contractae, quae fons et origo est omnium
peccatorum. Ita S. Athanasius de incarnatione Verbi (A-La-
pide in Matth.).
Questa opinione sembra appoggiata allautorit di S. Paolo,
il quale dice: Noi sappiamo di certo che Ges Cristo ha vo
luto crocifiggere ed ha veramente crocifisso in s stesso il
nostro vecchio uomo per la distruzione dei corpo del pec
cato: Scimus quia vetus homo noster simul crucifixus est
ut destruatur corpus peccati. Ora il vecchio uomo ed il
corpo del peccato non che la concupiseenza che si in noi
sviluppata in conseguenza del peccato.
Per intendere per il rapporto che la concupiscenza del
luomo pu mai avere colla morte di Ges Cristo in croce,
bisogna osservare che la concupiscenza quel lievito fu
nesto che corrompe tutta la massa, quel veleno sottile ed '
energico che da per tutto sinsinua, e vizia ed altera e gua
sta tutto luomo e, pel ministero dei sensi e delle passioni,
vi esercita sopra un terribile impero. Prci, nata dal primo
234 PARTE SECONDA
peccato, genera a vicenda e si riproduce in tutti i peccati.
Perci ancora in essa e per essa sono rappresentati tutti i
peccati, come in essa e per essa tutti sono commessi. Ora il
Figliuolo di Dio avendo preso sopra di s di soddisfare non
solo pel primo peccato, origine della concupiscenza, ma pei
peccati ancora di tutti gli uomini che ne sono la conse
guenza, ha dovuto prendere particolarmente di mira la con
cupiscenza che tutti li comprende e li raffigura, chiamata
perci da S. Paolo con un vocabolo sommamente filosofico
Il corpo del peccato, e perci ha dovuto preferire un ge
nere di supplicio in cui questo corpo del peccato, ola con
cupiscenza, condannata, punita, stimmatizzata in tutti
i suoi rami.
Ora il genere di morte pi a proposito perci era appunto
quel della croce: giacch come nella concupiscenza si con
tengono tutti i peccati, cosi nella croce, osserva Cornelio
A-Lapide, si soffrono tutte le pene. Essa allo stesso tempo
una spada che fende i piedi e le mani; un eculeo che dis
tende e sloga tutto il corpo; una graffia che lacera; una be
stia che d morte e dilania; un fuoco che investe, che bru
cia tutto luomo e lo va lentamente consumando: In crace
omnium poenarum genera concurrunt. Crux etiim manus
pedesque secai ut gladius ; corpus distendit ut equuleus ;
lacerat ut ungula; laniatut bestiaej urit ut focus adeoque
lento quasi igne hominem assat et necat. Perci Ges Cri
sto, soggiunge lo stesso scrittore, sulla croce ha sofferto tutte
le pene che pu luomo soffrire, tutti i tormenti cui sono
stati sottoposti tutti i martiri, Quare Christus omnium mar-
tyrum tormenta sensitj supplicio conveniente a chi volle
in esso e per esso soddisfare per le colpe di tutti i pecca
tori. E poich, collessersi volontariamente incaricato della
odiosa responsabilit di tutti i peccati, egli, che la santit,
linnocenza medesima per essenza, divenuto come liiomo
di tutti i peccati e, secondo lenergica espressione di S. Paolo,
PARIE SECONDA 235
divenuto come il peccato medesimo, Qui peccatum non
tiovit, factus est pr riobis peccatum j cos per la sua croce
divenuto luomo di tutti i dolori, di tutte le miserie, di
tutte le pene, anzi come la stessa miseria per eccellenza, la
stessa pena e lo stesso dolore: Virimi dolorimi etscientem
infrmitatem.
Ma poich la concupiscenza, frutto allo stesso tempo e ca
gione del peccato, si al principio sviluppata per la colpa
di tutti e due i sessi, ed in seguito in tutti e due i sessi
stata ed c novello fomite e cagione di colpa: cos sebbene
i soli dolori, le sole pene dciruomo-Dio fossero pi che ba-
stevoli ad espiarla, come lhanno essi soli difatti espiata,
pure per Testerno compimento della figura, ha voluto que
sto Redentore divino che tutti e due i sessi concorressero
a questa grande espiazione, a questa solenne condanna; che
vicino a Ges, Vuomo dei dolori, vi fosse altres dei dolori
la donna, cio Maria; e che le pene somme, intense, ineffa
bili delluno fossero, nel modo che ci era possibile, comuni
anco allaltra.
Ora qual mente potr mai* comprendere, non che lingua
spiegare gli atroci spasimi delluomo-Dio sulla sua croce?
11 suo corpo innocente, santo, puro, immacolato. Il
nuovo Adamo, come lantico, stato formato di una terra
vergine, di una carne straniera al disordine della concupi
scenza e del peccato: pure un corpo umano veraceche ha
carne e sangue, poich lo ha preso per gli uomini suoi figli,
che, come osserva lApostolo, sono composti di sangue e di
carne: Quia pueri commanicaverant carni et sanguini, et
ipse simili ter parti ''wvit iisdem (Hebr. 2). Ma poich que
sti medesimi uomin ' 0 peccatori, cos questa carne, per

poterli rappresentart e simile alla carne del peccato, In si


militudine carnis peccati, cio a dire passibile, mortale,
inferma come la carne delluomo dopo la colpa; e perci
esprime benissimo nel suo esteriore il nostro uomo vecchio,
236 PARTE SECOiNDA
la nostra concupiscenza, il corpo del peccato; ed dalla
giustizia di Dio trattata e puuita severamente colle puni
zioni dovute ad una carne peccatrice ed infetta dalla concu
piscenza e dal peccato. Giacch per la concupiscenza ha
tre rami principali: lamore dei beni sensibili, lorgoglio
e la volutt; cos in questa carne sono tutti e tre puniti
ed espiati per mezzo di una assoluta nudit, di obbrobrii
di ogni genere e di atrocissimi spasimi: e come la con
cupiscenza infetta tutto il corpo e non ne lascia alcuna
parte senza il disordine del peccato, cos il patibolo cui
Ges Cristo confitto tiene tutto il sacratissimo suo corpo
in una orribile tortura, e non ne lascia parte alcuna senza
un senso particolar di dolore. I suoi occhi non mirano che
oggetti di compassione e di orrore; le sue orecchie non odo
no che bestemmie o insulti; la sua fronte trafitta dalle
spine; la sua lingua amareggiata dal fiele; il suo corpo
penduto immobile dai chiodi e sospeso alle proprie piaghe.
La croce, in cui sono le sante sue membra violentemente
distese, ne sloga le ossa, ne distrae i muscoli, ne convelle
i nervi, ne schianta e ne strappa anche nellinterno le vi
scere. Le parti pi intime, le midolle stesse delle ossa non
sono senza tormento, Ges Cristo non sente che dolore, do
lore squisitissimo, acutissimo, universale, che tutto lo pe
netra, che tutto lo invade, che tutto lo lacera, lo crucia, lo
consuma e lo rende luom del dolore; giacch ha voluto
vestire la forma delluom del peccato.
Oh stato violento! oh situazione crudele per la santa uma
nit del Signore 1 Avea ben egli ragione perci di dire per
mezzo del suo Profeta: 0 voi tutti che mi vedete a questa
croce confitto, considerate bene ci che io vi soffro, e poi
sappiate dire se tra gli uomini si fatto mai pi spietato
governo di un uomo, c se vi dolore che sia per nulla pa
ragonabile al mio dolore: 0 vos omnes qui transitis per
viam , attendile et videte si est dolor sicut dolor melisi
PARTE SECONDA 237
Ora facciamo ragione che Ges Cristo patisce tutto ci alla
presenza c sotto gli occhi medesimi di Maria, p chessa non solo
vede, ma calcola ancora, ma penetra colla sua mente lincom-
prensibilc eccesso di tante pene;c come pi di ogni altra vi
cina alla croce colla persona, cos, dopo Ges Cristo, la crea
tura che da questa stessa croce pi tormentata ed afflitta.
Oh mistero della sapienza divina e della divina giustizia
neircconomia della graziai A proporzione della dignit, della
virt e dei privilegi di Maria, altres il suo tormento. Col
ma di grazia, madre di Dio, essa sorpassa nella dignit tutto
ci che non Dio. Essa , dir cos, collocata nei confini
della creazione, ha esaurito tutti i privilegi che una pura
creatura capace di ricevere: e dopo di lei non vi pi
che linfinito e lincreato. Essa , dice S. Agostino, il capo
d'opera della divina potenza, al di sopra del quale non vi
altro fuorch colui che lha formata: Opus quod solus ar
ti fex supergreditur. Or questa stessa, dice S. Amedeo, la
misura delle sue pene. Come non vi nessuna cratura che
siasi avvicinata pi dappresso al Dio fatt'uomo nello splen
dore dei privilegi e nel merito della virt, cos non ve n
stata alcunaltra a lui pi prossima nella moltitudine dei
tormenti e nellintensit delle pene: Prae cunctis sancts
fuit Christo vicinior,?ion tantum in odorem unguentorum,
sed in multitudine dolor umj non solum in gaudio conso-
lationum, veruni etiam et in abundantia passionimi.
Siccome dunque non vi tormento, non vi dolore, non
vi pena che possa essere mai paragonata ai tormenti, ai
dolori, alle peue di Ges Cristo: cos, ad eccezione di que
sta sola passione del figlio, non vi stata mai al mondo,
soggiunge lo stesso Padre, passione alcuna che possa anche
da lungi avvicinarsi, nonch paragonarsi allacerbit della
passione della madre: Nulla hic similitudo, nulla ad tan-
tam moeroris acerbitatem accedit comparano. Ben ebbe
perci ragione di dirle in ispirito il Profeta: 0 Vergine in
238 PARTE SECONDA
comparabile, o desolata figliuola di Sion, e a che cosa po
tr io mai paragonare lampiezza delle pene da cui stato
come schiacciato e infranto il tuo cuore? se non ad un vasto
sterminatissimo mare? Cui assimilabo te, cui comparabo te,
Virgo, filia Sion? Magna est velut mare contritio tua!
Ah che tutto in Maria mistero profondo, impene
trabile arcano! E come mistero la sua immacolata con
cezione, mistero la sua purissima verginit, mistero lab
bondanza delle sue grazie, mistero laltezza della sua di
gnit di madre di Dio; cos, conchiude S. Amedeo, mistero
incomprensibile ed inesplicabile si ancora il dolor del
suo cuore a pi della croce: Effugit omnem sensum, hu-
manos intellectus exsuper at concepta de passione nati tri-
stitia. Anzi S. Bernardino da Siena afferma che non pure
intelletto umano, ma nemmeno angelica -mente ha potuto
comprendere e spiegare lacerbit della passione di Ma
ria: ma siccome essa non lebbe comune che con Ges,
cos non la comprese che il.solo Ges: e come la sola ma
dre penetr, per quanto era ci possibile ad una creatura,
nei patimenti del figlio, cos questo solo figlio divino pe
netr e conobbe in tutta l'intensit i patimenti della sua
madre: Tanto dolore compassa est Virgo ut inexplicabile
sit linguae angelicae, et solus Jesus dicere potuerit, qui
solus potuit maternos penetrare dolores.
Pure possiamo formacene una qualche idea dalla gran
dezza del suo amore: giacch il suo dolore, nella passione
di Ges, fu in ragione del suo amor per Ges, e la vee
menza appunto di questo amore, dice il citato Padre, fu la
materia che serviva a nutrire lincendio delle sue pene:
Quo magis diligebat, plus doluit, et magnitudo amoris at-
tulit fomenta passionis. Se dunque lamore stato la mi
sura del suo dolore, consideriamo, come ce ne avverte lA-
Lapide, quanto essa ha amato, per concludere in qualche
modo quanto ha sofferto: Ut scias quanlus fiterit dolor, co
gita quantus fuert amor.

i
PARTE SECONDA 239
E primieramente certissimo che la sensibilit di affetto
nella donna in proporzione della delicatezza della sua com
plessione e della purezza del suo cuore. Perci che le per
sone delicate e gentili, le donne pure, e singolarmente le
vergini, hanno una tempera danimo squisitamente sensi
bile e dolce, ed amano con affetti veementi e con una in
dicibile tenerezza. Ora quale complessione pi gentile, pi
delicata, pi nobile, pi eccellente di quella di Maria, la
creatura pi perfetta di quante, ad eccezione della san
tissima umanit di Ges Cristo, ne sono uscite dalla mano
creatrice di Dio, ed in cui la stessa delicatezza dei tratti,
la perfezione delle forme, la eccellenza degli organi, come
la dolcezza squisita dei sentimenti, da una parte non furono
per nulla alterate dal peccato originale, e dallaltra furono
abbellite e perfezionate di pi da tutti glincanti della gra
zia, da tutta la ricchezza dei doni celesti, di cui Dio la ri
colm dal momento della sua concezione? Qual purezza poi,
qual candore, qual illibatezza eguale alla sua, che eccliss
col suo splendore fino la purezza degli angeli, che attir
sopra di s gli sguardi e le compiacenze di Dio: Virginitate
placuit? 0 specchio tersissimo di verginal pudicizia, che
nessuna aura profana giammai macchi, Speaulum sine ma
cula, o carne immacolata, sempre bella, perch sempre pu
ra, Tota pulchra es, fosti tu che col tuo candore incanta
sti leterno Verbo in modo che volle in te prender radice -
e vestir forma umana: In utero radices egil (Tertulliano)!
0 colomba di Dio, amica di Dio, bella di Dio, giglio candi
dissimo delle misteriose con valli, Amica mea, columba
mea, formosa mea, lilium convallium, fosti tu che facesti
germogliar nel tuo seno il fior nazareno che si delizia solo
tra i gigli dellintatto pudore, Qui pascitur inter liliaj che
collessere stato da te concepito, ti ha in certa guisa ren-
duta pi pura, pi illibata e pi vergine di quella clic ti
ritrov: Haec purgalionem traxit,unde concepii (S. Leone)!
240 PARTE SECONDA
Se dunque non vi fu mai vergine pi pura, pi candida di
Maria:cos mai non vi ebbe cuore pi dolce,anima pi tenera,
pi sensibile, pi amorevole e pi affettuosa della sua: e se
essa fu la pi perfetta di tutte le vergini, fu altres la pi
amorosa, e perci appunto, dice S. Lorenzo Giustiniani, fu la
pi desolata e pi profondamente afflitta di tutte le madri:
Quanto dilexit tenerius, tanto vulnerata est profundius.
Di pi, avendo Maria concepito senza opera d uomo,
avendo il solo suo purissimo sangue somministrato allo Spi
rito Santo la materia onde egli form la santissima umanit
di Ges Cristo; la carne di Cristo tutta e sola carne di
Maria, Caro Christi, caro Mariae: e per osserva lA-La-
pide che Maria stata assai pi madre di Ges Cristo di
quello che le altre madri lo sono dei proprii figliuoli. Maria
ne stata, in certo modo, e padre e madre in solido al me
desimo tempo, avendo il Verbo eterno tratto solamente ed
unicamente da lei quella sostanza che gli altri figli traggono
parte dalla madre e parte dal padre: B. Virgo magis fuit
parens Christi quam sint aliae matres suorum fili or um
nam ipsa in solidum fuit pater et mater Christi, quia ab
ea Christus accepit omnem suam substantiam, quam alii
nona sola maire, sed eliam a palre accipiunt (in Lue.).
Quindi, soggiunge Io stesso piissimo autore, Maria am im
mensamente di pi Ges Cristo, di quello che le madri le
pi tenere abbiano amato ed amino i proprii figliuoli; e Ia-
more che in riguardo ai figli tra il padre e la madre di
viso, in Maria fu in uno riunito e raccolto; e come essa di
padre e di madre insieme sostenne con Ges Cristo le veci,
cos di padre e di madre insieme ebbe lamore: Consequen-
ter amor inter Christum et matrem longe major fuit quam
sit inter alias matres et flios; adeoque amor qui intra pa-
trem et matrem dividitur, in Virgine unitus et collectus
fuit, quia ipsa tam malris quam patris vices subivit. Ri
flettete ancora, dice S. Amedeo, clic le altre madri concep-
PARTE SECONDA ni
scono senza conoscere n il sesso n le qualit future del
loro parto. Concepiscono senza riflessione al soggetto e come
a caso, e sono obbligate a dira colla madre dei Maccabei ai
proprii figli: Io non so in qual modo siete apparsi nel mio
seno; voi siete stati in esso formati senza mia saputa e senza
mia cognizione: Nescio qualiter in utero meo apparuistis.
Maria, al contrario, prima ancora di concepire nel suo pu
rissimo seno il Verbo di Dio, seppe dallangelo chi era co
lui che essa avrebbe concepito, cio lUnigenito del Padre,
il Figlio stesso di Dio; e fu perci interrogata del suo libero
assenso. Fu dunque per lei un figliuolo da lei conosciuto,
da lei voluto, da lei scelto, da lei amato anche prima di
averlo, e per a lei caro assai pi di quello che ogni altro
figlio lo sia stato alla propria madre: Quae enim metter di-
lexit filium suum ut ista? Non enim fortuito concepit, ut
caeterae mulieres, sed unicits Patris pia electione et gra
tuita bonitate matris visceribus influxit. In hoc est unde
magis diligebat. Come dunque non vi ebbe mai figliuolo
concepito come Ges Cristo, ripiglia S. Lorenzo Giustinia
ni, e come madre mai non vi ebbe che abbia generato co
me Maria; cos non vi fu mai amore pi grande, e perci
nemmeno pi gran dolore: Noti fuit talis filius; non fuit
talis materj non fuit tanta charitasj non fuit dolor tati-
tus. E con maggior precisione dice S. Bonaventura : Come
non vi fu mai sulla terra pi caro figlio, cosi non vi fu do
lore pi cocente, pi vivo c pi amaro: Ntillus dolor ama-
rior, quia nulla proles charior.
Da ci quella specie dimbarazzo in cui pare che si tro
vino i Padri per rinvenire concetti acconci ad esprimere le
pene di Maria. S. Tomaso colla sua teologica precisione si
contenta-di dire che il dolore di Maria fu il massimo di
quanti mai se ne possono sperimentare nella vita presente:
Dolor Virginis fuit maximus inter dolores praesentis vilae.
Pensiero profondo nella sua apparente semplicit; giacche
242 PAR l SECONDA
quasi se avesse detto che come Maria ha da Dio ricevuto
tutti i privilegi, tutte le grazie che una pura creatura ca
pace in questa vita di ricevere, cos ha patito quanto una
pura creatura capace in questa vita di patire.
Questa altresi lopinione di S. Amedeo, il quale perci
afferma che siccome la santit di tutti gli uomini virtuosi
insieme riunita non forma affatto la sola santit di Maria,
cos appunto tutti i dolori e tutte le pene di tutti gli uo
mini addolorati ed afflitti insieme riunite non formeranno
mai la sua acerbissima passione: Omnes dolores mundi si
essent simul contundi, non essent tanti, quantus dolor
gloriosae Mariae.
Egli infine da ci che S. Bernardino da Siena deduce
una conseguenza che pu a prima vista sembrare una pia
esagerazione, ma che in fondo una rigorosa verit, se si
riflette alTimmensit dei dolori del figlio ed allimmensit
dellamore onde vi partecip la sua madre: cio che se le
pene da Maria sofferte sul Calvario si dividessero fra le sen
sibili creature, nessuna di esse potrebbe sostenerne anche
una sola porzione senza morirne: Tantus fuit dolor Virgi-
nis ut si inter omnes creaturas quae pati dolorem pos-
sunt dmderetur, omnes subito interirent.
Che se la piena delle sue amarezze, che divisa tra le crea
ture sarebbe bastevole a dar loro di repente la morte, rac
colta tutta nel suo tenerissimo cuore lha per lasciata in
vita, ci non accaduto, n potuto accadere, dice S. An
selmo, senza un grande e manifesto miracolo. La passione
di Maria fu tutta interna. Essa fu dellindole e della natura
di quella onde Ges agonizz e sud sangue nellorto. Per
ci quello spirito di soprannaturale fortezza che mantenne
in vita il tglio, sicch non morisse sotto il peso di una in
tensissima tristezza capace di per s stessa a dargli la morte,
Tristis est anima mea usque ad mortem, questo spirito
medesimo mantiene in vita sul Culvario la madre, sicch
PARTE SECONDA 243
essa non venga meno sotto il peso delle pungenti sue an-
goscie. E, gran cosai il Dio medesimo per cui si addolora
c che la sostiene nel suo dolore: per lui pena, e nella sua
pena vive solo per lui: Non crediderim, domina, te po
ltrisse stimulos lantos cruciatus, qain vitam amilteres, su-
stinere, nisi ispe spiritu's filii tiri te confortaret.
Ma come meravigliarsi dell inaudita ed incomprensibile
acerbit di tante pene di Ges Cristo e della sua dolcissima
madre sul Calvario, allorch si riflette alla inaudita ed in
comprensibile malizia della colpa di Adamo e di va nel
paradiso terrestre? Nel loro corpo, come nel loro spirito,
tutto ubbidiva alla concupiscenza; nello spirito adunque e
nel corpo di Ges Cristo e della sua madre tutto dovea es
sere immolato alla carit. Tutto in quelli fu sensualit di
carne e perversit di cuore; tutto in questi dovea essere
strazio atrocissimo e di spirito e di corpo. Immenso fu di
quelli il disordine del peccato, immensa dovea essere in questi
la pena e la sodisfazione che di concerto ne han data. E come
va in Adamo e con Adamo divenne per la sua infedelt la re
gina degli apostatinosi Maria in Ges Cristo e con Ges Cristo
divenne per lacerbit delle sue pene la regina demartiri,
Regina martyrumj titolo sublime e glorioso, che bisogna
perci convenire che con ogni ragione e giustizia si spetta
a Maria per quello che ha patito per noi sul Calvario.
Dellantico Salomone dice la Scrittura che, dopo di es
sersi assiso egli stesso sul trono, fece un altro trono collo
care vicino al suo, ed in esso alla destra del monarca si as
sise Bersabea sua madre: Et sedit supra thronum situm j
positusque est thronus mairi regis, quae sedit ad dexteram
ejus (III Reg.). Ora questa una figura di ci che il vero
Salomone, il vero re pacifico, ha fatto sul Golgota. La croce
, secondo la profezia di Davidde, il vero suo trono, dal
quale Ges Cristo ha incominciato a. conquistare ed a re
gnare nelluniverso: Regnavit a tigno Deus. Le spine sono
244 PARTE SECONDA
la sua coronari chiodi, il suo scettro; il sangue di. cui ri
coperto il suo corpo piagato, il misterioso paludamento o
ammanto reale che lo adorna. Queste s strane insegne di
regalia che ha egli ricevute dalla perfida sinagoga, snaturata
sua madre, per sua ignominia e per suo tormento, pure
sono le insegne di sua vera maest, di sua vera gloria, di
sua vera grandezza: e questo giorno iu cui ne adorno,
quanto alla sua santissima carne funesto, altrettanto
giocondo al suo cuore. Esso il giorno presso il quale il
suo tenero amore per noi ha sospirato con indicibile impa
zienza; il giorno della sua gioja sincera, perch in esso ce
lebra le sue nozze misteriose colla sua Chiesa. Queste sono
almeno le espressioni con cui se ne parla nei Cantici: Egre-
dimini, filiae Sion, et videte regem Salomonem in diade
mate quo coronavit illum mater sua in die desponsatio-
7iis illius, in die laetitiae cordis ejus. Ora in un giorno di
tanta solennit e di tanta gloria per lui non ha voluto es
sere assiso sul trono del suo tormento senza la sua madre.
Essa ancora ha voluto che fosse collocata alla sua destra e
dividesse con lui il suo onore e il suo dol.ore: Positusque
est thronus matri regis, quae sedil ad dexteram ejus.
Come grande, come sublime questo spettacolo agli oc
chi della fede, che soli possono riconoscerlo ! Adamo ed va
airalbero della scienza perdono il regno che Dio avea loro
conceduto sopra tutti gli esseri; e Ges 'Cristo e Maria ne
sono investiti allalbero della croce. Adamo ed va, colla-
ver voluto agognare a vestirsi della stessa gloria di Dio, sono
spogliati della loro veste reale dellinnocenza; Ges e Ma
ria dpo avere rinunziato alla grandezza esteriore dovuta
alluno come Figlio di Dio, ed allaltra come madre di Dio,
sono rivestiti di gloria e di grandezza. Oh gloria acquistata
collignominia ! Oh grandezza frutto del dolore 1II re dei mar
tiri fa riflettere ancora-sulla regina sua madre i raggi della
sua maest misteriosa, tutta riposta nelleccesso desuoi ob-
PARTE SECONDA 245
brobrii c delle sue angosce. Essa con lui le divide; ed ec
cola ferma alla sua destra, nel manto dorato della carit,
che dal cuore del figlio si diffonde nellanima della madre
e ladorna della misteriosa variet de suoi tormenti e delle
sue pene; Astit regina a dextris tuis in vestitu deaurato,
circumdata varietate.

Capo X III. S iegue lo stesso arg o m e n to . C ircostanze p artico la ri del m a r


tirio di M aria. P ian to di D avidde per la m o rte di A ssalonne. F ortezza
a m m ira b ile di M aria, fig u ra ta n e lla fortezza d ella m a d re d eM accabei.
Spiegazione d i q u esta figura.

Ma il martirio di questa maestosa regina non , come


quello del re, sanguinoso; come sensibile non la sua croce.
Ma che perci? Luno e laltra sono forse per essa meno
acerbi e meno spietati? Imperciocch bisogna risovvenirsi,
dice acconciamente al nostro proposito S. Amedeo, che vi
sono due sorti di martirio; luno in palese, laltro in oc
culto; l uno manifesto, laltro nascosto; luno corporeo,
laltro spirituale: Sciendum est duo esse genera martyrii:
unum in manifesto, aliud in occulto; unum palens, aliud
latensj unum in carne, aliud in spiritu. Gli Apostoli e i
martiri patirono nella loro carne; nello spirito hanno poi
patito coloro che hanno provato nel fondo delle loro anime
qualche cosa di assai pi tormentoso delle stesse pene cor
poree: Carne sancii Apostoli et martyres passi sunt: spi
ritu vero sancii illi qui quid passione carnis durius in
suis spiritibus passi sunt. Tale si fu il martirio di Abramo
quando si apprest, dietro il comandamento da Dio ricevu
tone, ad immolare il suo Isacco, che pi dogni cosa avea
caro: Spiritus passus est Abraham, quandojussus est Isaac
filium suum, quem unice diligebat, immolare; ed il mar
tirio di questo gran patriarca perci appunto fu pi dolo
roso di qualunque tormento avesse potuto egli sostenere
nella propria carne, perch offr alla morte il figlio che
La Madre di Dio. 16
246 PAttTE SECONDA
amava pi della sua propria vita: Vir iste saprei cameni
passus est, quia filium, quem carne propria plus ambat
offerre non clistulit.
Or di questo genere appunto, cio tutto spirituale ed in
terno, fu il martirio di Maria a pi del venerando legno
della eroce. Ivi essa bevette a larghi sorsi il ealice della
marezza, divise col figliuolo la passione e la morte, ed in
un torrente di affanni colma ed inebriata sostenne una pena
quale non si mai da alcuno sostenuta, ed alla quale non
vi nulla che possa essere paragonato: Hoc patiendi ge
nere gloriosa triumphans venerandae cruci dominicae pas-
sionis inhaesilj hausit calicem; bibit passionali; et tor
rente doloris potata, nulli unquam simi lein potuit per-
ferre dolorem,
I martiri difatti, come argomenta Guglielmo, patirono e
morirono per Ges Cristo, Maria per patisce e muore con
lui. Essa la sola che pu dire di avere diviso le pene del
figlio e di essere stata eon lui commartire dello stesso mar
tirio, come fu lacerata dallo stesso dolore. E mentre gli al
tri furono rubicondi del proprio sangue che era sangue di
uomo, Maria fu aspersa del sangue del Figlio che sangue
divino: Alii sancii moriendo pr Christo, haec cornino-
riendo cum Christo martyr fuit et commartyr Christi. Il-
lorum corporale, Mariae spirituale martyrium. Marlyres
suo, hoc est fiumano sanguine, sed Maria Filii, idest Dei
sanguine rubebat. Le spade, le mannaje, gli eculei furono
gli strumenti delle pene dei martiri; lo stromento per delle
pene di Maria fu lo stesso Ges Cristo piagato, crocifisso, in
sultato, spirante in un mare di obbrobrii e di dolori: Instru
mentum martyrii ejus fuit ipse Christus.
Perci i martiri quanto pi amavano Ges Cristo, tanto
meno sentivano lorrore dei loro tormenti, il eui termine
era il congiungersi ed il possedere Ges. Lamore di cui
erano santamente ebri e ricolmi nel loro cuore faceva loro
parte seconda 247
riguardare come delizie di un giocondissimo convito le pene
atroci del loro corpo: Numqucim tam jiicunde epulati su-
miis, cum haec libenter pr Jesu Christi amore per feri-
mus, come dicevano Marco e Marcellino. Maria al contrario
quanto pi ama Ges, tanto pi pena al veder penare Ges;
e tanto pi crudo le riesce un martirio il cui termine si
per lei il perdere la vista e la compagnia di Ges. Il figlio
che patisce il Dio stesso chessa adora; e la grandezza del
suo amore, osserva S. Bernardo, lungi dal lenire, accresce,
inasprisce e rende pi vivo e pi intenso il suo dolore: In
aliis martyribus maltUudo amoris dolorer linivits sed
beata Virgo quanto jilas amavit, tanto plus doluit. Che
importa chessa risparmiata, se vede spirare tra lorrore
dei tormenti un Dio suo figliuolo? Essa lo ama incompara
bilmente pi di s stessa. Non si pu dunque comprendere,
non che esprimere, la durezza del suo martirio, dice S. An
seimo; mentre essa incomparabilmente pi trafitta dalla
morte di lui che da una morte chessa potesse sostenere
in s stessa per lui: Quale autem illud martyrium fuerit
exprimi non potestj adeo tamen durius fuit, ac si ipsa oc-
cideretur, quia plus Filium diligebat quam seipsam.
Di Davidde sta scritto che, udita la nuova della morte fu
nesta del suo figliuolo Assalonne, si abbandon ad una pro
fonda malinconia e, dirottamente piangendo, fece echeggiar
lungamente le regie sale di accenti dolenti, e non si stan
cava di ripetere: Oh sventurato mio figlio Assalonne! Oh
Assalonne mio figlio! Perch non sono io piuttosto caduto
morto in tua vece? Perch sono stato io risparmiato e tu
estinto? Oh figlio mio Assalonne, oh Assalonne mio figlio 1
Contristatus est itaque rex et flevitj et vadens sic loqueba-
tur: Filii mi, quis mi hi tribuat ut ego moriar pr te, Absa-
lon fili mi, fili mi Absalon!
Ora se Davidde avrebbe voluto esso piuttosto morire che
il suo figliuolo, figliuolo degenere, ribelle, che avea attentato
248 PARTE SECONDA
al regno ed alla vita del suo medesimo genitore, quanto
pi Maria avrebbe voluto piuttosto esser morta essa di quello
ehe il figlio suo, figliuolo santo, innocente, amoroso, fedele,
figliuolo che ha Dio per padre, ed Dio esso.stesso 1 Con
quanto maggior trasporto di desiderio avr essa ripetuto
nelleccesso del suo giusto dolore: Oh Ges mio figlio 1 Oh
santo, innocente e divino mio figlio Gesl Perch, volen
dosi una vittima in croee, non ho potuto esser io quella?
Perch non sono stata io sostituita nel [tuo luogo? perch
non sei stato tu risparmiato ed io estinta? 0 mio figlio Ges,
0 Ges diletto mio figlio 1 0 Jesu fili mi, fili mi Jesut Quis
mihi tribuat ut moriar pr te, Jesu fili mi, fili mi Jesu?
Non possono dunque recare sorpresa i pensieri enfatici
desanti Padri intorno allacerbit del martirio di s tenera
madre. Infatti S. Basilio dice che Maria tanto supera tutti
1 martiri nellintensit della sua pena, quanto il sole gli al
tri pianeti nellabbondanza della sua luce: Virgo universos
martyres excedit tantum, quantum sol reliqua astra. S. Gi
rolamo da ci appunto che il martirio di Maria fu tutto in
teriore e nascosto nel fondo della sua dolcissima anima dice
che essa deve considerarsi come pi che martire; mentre
il martire, come si di gi accennato, confortato nel cuo
re, se straziato nel corpo, e Maria, che risparmiata nel
corpo, dilaniata e trafitta nel cuore: Plusquam martyr
fuitj nam alii sancti passi sunt in carne, Maria in anima.
S. Idelfonso asserisce ehe, se si riunissero insieme tutti i
tormenti che i martiri hanno separatamente sofferto, si fa
rebbe bens un orrendo e spaventevole martirio, ma un tal
martirio non darebbe che unassai meschina idea del mar
tirio di Maria: Parum est Mariam in passione fiilii tam acer-
bos dolores pertulisse ut omnium martyrmn collective tor
menta superar et. Finalmente S. Anseimo va ancora pi in
nanzi, ed afferma che non solo le pene tutte dei martiri
sono da riputarsi leggiere, ma da contarsi un nulla in para-
PARTE SECONDA 249
gonc delle pene di Maria: Quidquid crudelitatis inflictum
est corporibus martyrum leve fuit, a ut potius nihil in
comparatone tuae passionis.
Nulla perci pu immaginarsi di pi grande dellacerbit
delle pene di cui fu vittima il cuore tenerissimo di Maria..*
Ma no, cinganniamo, dice S. Amedeo: al di sopra delle pene
di Maria vi ancora qualche cosa di pi grande e di pi
stupendo, ed la fortezza onde le ha sostenute. Oh calice
misterioso di affanni pi amaro che morte! Eppure Maria
vi appress con invitta costanza le labbra e lo bevette sino
alla feccia. Una donna, sostenuta dalla grazia, ha potuto essa
sola soffrire ci che tutti gli uomini iosieme soffrir non po
trebbero, ed ha trionfato della debolezza del sesso. La donna
ha vinto luomo e si sollevata al di sopra dellintera uma
nit per la fortezza, come al di sopra di quello che pu lu
manit soffrire fu il suo dolore : Haust poculum amarus
ipsa mortej et quod hominum genus ferve non posset, ad-
juta divino munere foemina caluit sustinere. Vicit sexum,
vicit hominem, et passa est ultra humanitatem.
Una figura insieme ed una profezia di questa miracolosa
e sovrumana fortezza della madre di Dio labbiamo, nella
Storia Sacra, nellinvitta madre dei Maccabei. Vide essa sotto
i suoi proprii occhi i sette figliuoli, che teneramente amava
pi di s stessa, luno dopo laltro sostenere gli strazii pi
crudeli e la morte pi atroce: 'giacch furono loro recise
lestremit delle mani e depiedi, tagliata la lingua, svelta
spietatamente coi capelli la cute del capo, abbrustolito tutto
il corpo in padelle roventi, e cos dilaniati finirono fra i pi
acuti tormenti la loro vita nel fuoco. Ahi che le storie sacre
e profane non rammentano un esempio di maggior barba
rie. Non mai sguardo materno fu funestato da pi atroce
spettacolo: n materno cuore fu trafitto da pi intenso do
lore. Non deve dunque, dice S. Agostino, questa douna ma
gnanima dirsi solo una volta martire, giacch dopo dei figli
250 PARTE SECONDA
confess aneor essa fra i tormenti la religione e la legge di
Dio, e coron una vita santa con un glorioso martirio, Novis
sime post filios et mater consumpta estj ma deve dirsi sette
volte martire, poich il martirio di ciascuno dei diletti suoi
figli fu per lei un nuovo e distinto martirio: Septies mar-
tyr fui. Siccome tutti li amava, cos essa fu tormentata in
ciascuno di loro prima ancora di esserlo in s stessa. Tutti
i loro dolori, tutte le loro pene, furono sue pene e suoi do
lori; e lamor materno ripeteva ciascuna volta nel euore
della madre lorribile carneficina che essa vedea farsi di
ciascuno dei proprii figli: In omnibus passa est, quia ama-
bat omnes. Pure, oh donna, dice il Sacro Testo, sopra ogni
dire ammirabile 1 Oh madre veramente straordinaria, eroica
e degna dellomaggio e della venerazione di tutte le anime
religiose e pie, che ebbe il coraggio e la forza di vedere con
ciglio asciutto, con volto sereno, con animo non sol tran
quillo, ma lieto, la strage crudele di sette figliuoli in un
medesimo giorno 1 Supra modum mater mirabilis et bo-
norum omnium memoria digna, quae septem filios pereun-
tes sub uniits diei tempore conspiciens bono animo fere-
batt E lungi dal lagnarsi di vedersi luno dopo laltro alla
sua presenza toglier di vita in s barbari modi i proprii fi
gli, gliene gode lanimo: e fatta maggior di s stessa e ri
piena di celeste sapienza come di forza celeste, e dimostrando
maschi pensieri ed energico vigore in cuore femmineo, esorta
anzi ciascuno di loro essa stessa con indicibile premura a
soffrire da pii, a morire da forti: Singulos illorum horta-
batur repleta sapientia et foeminae cogtationi masculi-
num animum inserens. Mirate con quale tenerezza di af
fetto, eon quale forza di materna eloquenza parla, prega e
scongiura lultimo, il pi tenero desuoi figli e lo sollecita
o lo persuade; Figlio, dicendole, mio caro e diletto figlio,
piet ti stringa della tua vedova madre ! Rammenta, o figlio,
questo mio seno clic ti ha portato, il latte con cui ti ho nu-
PARTE SECONDA 251
trito, le cure e le pene che ho sofferto io la poverina per
allevarti e condurti sino a questa et: Fili ini, miserere
mei, quae te in utero novem mensibus portavi, et lac trien
nio (ledi et alni et in aetatem islam perduxi. Ma che chie
de, che vuole questa madre desolata con una preghiera s
commovente? Forse che questultimo figlio le risparmi il
dolore di vederlo morire, secondando le sacrileghe preten
sioni del tiranno? Il tiranno se lo crede, se ne lusinga; ed
perci che ha invocata la mediazione della madre, affine
dindurre allapostasia il fanciullo: Vocavit rex matrem,
et siiaclebat ei ut adolescenti fieret in salutem.
Ma questa eroica madre, pi che per la vita del figlio
unico che le resta, in timore per la sua fede; e pi che i
tormenti che faranno scempio del suo corpicciuolo, paventa
lapostasia che pu corromperne laniraa innocentissima. La
religione pi che la natura in lei sollecita: e ci che teme
non gi il furore del tiranno, ma la tenerezza dellet del
fanciullo, che potrebbe farlo vacillare. Perci quello che
chiede con tante lagrime e con espressioni di s tenero amore
si che il figlio acconsenta, ad esempio desuoi generosi
fratelli, a morire da martire, piuttosto che a viver da em
pio: a temere Iddio, a disprezzare il carnefice: Ut non ti-
meas carnificem istumj sed clignus fratribus tuis effectus
particeps suscipe mortem.
Ma donde ha potuto mai questa generosa matrona attin
gere tanta fortezza? Che cosa ha potuto mai ad una femmina,
ad una madre ispirare s straordinario coraggio? La spe
ranza appunto, dice la Scrittura, chessa avea ferma ed im
mobile in Dio intorno a felici effetti di queste morti, non
solo pei figli che ne erano vittime, ma per tutto il popolo
che ne avrebbe raccolto il frutto: Propter spem quam in
Deum habebat. Perci lultimo dei figli dicea in morendo:
Ah io muojo volentieri per rendere Iddio propizio al mio po
polo. Io sono certo che la mia morte c quella demici fra-
252 PARTE SECONDA
telli avr una forza espiatrice innanzi a Dio onnipotente. Noi
siamo vittime in cui il giusto suo sdegno contro tutta lebrea
nazione sar sodisfatto e placato: Ego animavi et corpus
trado invocans Deum maturius genti nostrae propitium
fieri. In me vero et iti fratribus meis desinet Omnipotentis
ira quae super omne genus nostrum justo super ducta est.
Ora chi non vede in questo esempio di sublime fortezza,
di generosit singolare, di profonda e soda religione della
invitta madre deMaceabei, delineati i tratti di una fortezza
assai pi nobile, di una generosit assai pi straordinaria,
di una religione assai pi perfetta, di cui diede esempio sui
Calvario la madre divina di Ges Cristo? Quella vide, vero,
immolarsi sotto degli occhi proprii ben sette figliuoli, e
Maria un solo; ma questo unico figlio di Maria non pure
vale egli solo i sette Maccabei, ma vale infinitamente di pi
di tutti insieme L figli degli uomini, giacch egli ancora
Figlio di Dio. Maria adunque avea per lui un amore pi
grande dellamore insieme riunito di tutte le madri pei pro
prii figli: e per, come lo abbiamo di gi osservato, dietro
la scorta dei Padri, il suo cuore stato assai pi addolorato
e trafitto dalla vista dello scempio atrocissimo di questo suo
figlio unigenito, di quello che stato trafitto e addolorato
il cuore di tutte le madri insieme che sono state spettatrici
delle pene e della morte dei proprii figliuoli. Se la madre
deMaccabei perci sette volte martire, perch vide mo
rirsi alla sua presenza sette figliuoli; Maria martire infi
nite volte, perch vide alla sua presenza morirsi un figlio
che vale infiniti figliuoli.
Del rimanente la figura ha dei tratti assai chiari di so
miglianza col figurato. Sette volte si rinnovato il dolore
nellanimo della madre deMaccabei a causa desuoi sette
figliuoli; e sette volte ancora il dolore si in particolar
modo rinnovato nellanimo di Maria a causa del suo unico
figliuolo Ges: e come settemplice fu il martirio di quella,
PARTE SECONDA 253
cos settemplice stata per questa la spada del dolore. Pi
che alla crudele catastrofe che la priva ad un tempo di tutti
i suoi figli, pensa la madre de Maccabei che Io sdegno di
Dio provocato dalle prevaricazioni dIsraello sarebbe sodis
fatto e spento sopra quella nazione pel sacrificio di quella
santa e generosa famiglia; e lidea della salute del suo po-
. polo gliene fa sopportare con s nobile calma la vista: In
me et super fratribus meis desinet Omnipotenlis ira super
omne genus nostrum. E Maria, pi che allavvenimento do
loroso che la priva del suo unico figlio, pensa, come ha os
servato S. Ambrogio, che per questa immolazione del figlio
sar placata lira di Dio, accesa dalle prevaricazioni di tutti
gli uomini; e lidea della redenzione del mondo le fa so
stenere con tanta fortezza lo spettacolo delle piaghe di Ges
Cristo: Spectabat piis oculs flii vulnera, ex quibus scie-
bat hominibus redemptionem futuram. La madre de Mac
cabei, lungi dal dolersi che i suoi figliuoli Sono destinati a
servire di vittime espiatorie per si nobile oggetto, anela ed
affretta con tutti i suoi trasporti il momento da compiere
essa pure questa grande immolazione colla propria vita; si
offre al furor del tiranno e Io provoca: e non paga finch
non immolata essa stessa : Novissime post filios et mater
consumpta est. Maria pure, dice S. Ambrogio, lungi dal
lagnarsi che il santo suo figliuolo innocente sia sagrificato
pel mondo colpevole, vorrebbe essa pure essere sagrificata
con lui; e perci, soggiunge lo stesso S. Ambrogio, va ecci
tando la rabbia dei carnefici di Ges contro di s-medesima
e si offre al loro furore: Maria sese persequutoribus offe-
rebat. Finalmente la madre de'Maccabei, dice S. Agostino,
divenne madre pi feconda quando diede alla morte i pro-
prii figli che quando li partor alla vita; poich divenne
spiritualmente come la madre del suo popolo, cui collcsem-
pio della sua eroica virt conferm nella vera religione:
Foecundior virtulibus quando flii passi sunt quam foe-
254 PARTE SECONDA
tibus quando nati sunt. E Maria altres divenne madre pi
feconda quando perdette, anco di sua propria volont, il
proprio figlio nel dolore che quando lo concep nellalle
grezza ; poich, per un figliuolo di cui fu priva, ne acqui
st ben molti. Diede alla croce Ges Cristo, ed in lui e cou
lui divenne madre di tutti i cristiani: Suis in cruce dolo-
ribus hoc etiam promeruit, ut non solum Joannis, sed
omnium credentium mater diceretur et esset (Rupcrto
abate). Oh fertili dolori dunque e pene veramente feconde
della Madre di Dio! Oh trasfissione veramente per noi pre
ziosa del suo tenero cuore! In questo cuore siamo stati noi
tutti generati dalle sue pene, come Ges Cristo stato nel
suo senogcnerato dal suo sangue. Oh seno, oh cuore, taberna
colo del Figlio di Dio ed arca di salute defigli degli uomini 1

C apo XIV. G es C risto com e assoggeil s m edesim o alle pene p ro n u n


ziate d a Dio p a rtic o la rm e n te contro di A dam o, cos volle che M aria
fosse so g g e tta alle pene pro n u n ziate p u re d a Dio p artico la rm en te co n
tro di v a. Com e per M aria concep G es C risto senza concupiscenza,
lo p arto r sen za dolore. La pena a d u n q u e d ella d o n n a , di partorire
nel dolore, d a cu i fu M aria esente nel p a rto rire il F iglio d i Dio, la
sp erim en t acerb issim a nel p a rto rire sp iritu a lm e n te su l C alvario i
figli d eg li u o m in i. R achele c h e , nel p arto rire B eniam ino, g iu n g e a
m o rirn e di do lo re fig u ra di qu esto m istero.

Furono due cose distinte nella catastrofe funesta dellE


den il peccato che Adamo vi commise, ed il gastigo che ne
incorse; la colpa e la pena.
Il peccato fu materialmente un solo, ma moralmente fu
un complesso ed un seminario di peccati: giacch vi fu per
parte delluomo disubbidienza e ribellione manifesta al
precetto di Dio; vi fu orgoglio e superbia luciferina nel
voler divenire a Dio somigliante: vi fu incredulit nel pre
star fede al demonio che prometteva la divinit, e negarla
a Dio che minacciava la morte: vi fu empiet nel credere
PARTE SECONDA 255
che Dio mentisse e che avesse vietato il frutto misterioso
non tanto per non voler vedere in Adamo un colpevole,
quanto per non vedere in Adamo un rivale; vi fu infine
sensualit nel voler contentar gli occhi e la gola piutto
sto che rispettare il divino comandamento.
Come per moltiplice si fu il peccato, moltiplice si fu an
cora il gastigo. Tutti e due questi colpevoli, Adamo ed va,
spogliati perci nel medesimo istante dellinnocenza origi
nale e della grazia santificante, perdettero il dominio sulla
propria carne e sulle proprie passioni; sentirono da quel
momento in s stessi una guerra intestina che li obblig ad
arrossire di se medesimi ; incorsero infine la morte del corpo
c la morte ancora pi funesta dellanima, Einimieizia di
Dio e la dannazione eterna.
Ma, oltre questi castighi, ehe furono ad entrambi comuni,
altri ne incorsero ancora particolari e proprii del sesso di
ciascuno. Imperciocch luomo fu condannato particolarmente
a lavorare attorno ad una terra divenuta pel peccato male
detta ed ingrata, sterile di prodotti, feconda di bronchi e
di spine, ed a vivere e cibarsi a prezzo di stento e di su
dore: Maledicta terra in opere tuo. In laboribus comedes
ex ea cunctis diebus vitae. In sudore vultus tui vesceris pane
tuo. La donna poi fu condannata ad una soggezione asso
luta, ad una perfetta dipendenza dal proprio consorte; a
concepire nellignominia e partorire i figli nel dolore: Mu-
lieri dixit: Multiplicabo aerumnas tuos et conceplus tuosj
in dolore paries filiosj et sub viri poteslate eris, et ipse do-
miabitur tui.
Ora il Figliuolo di Dio, vero Adamo, Adamo novello, es
sendosi per un eccesso di piet collocato nel luogo del pri
mo Adamo per risarcirne i mali e ripararne le perdite, non
solo volle espiarne la colpa, ma ancora incorrerne volonta
riamente c soffrirne le pene. E siccome, per espiarne il pec
cato, ubbid, si umili, sostenne ogni specie di dolore, per-
256 PARTE SECONDA
eh Adamo avea disubbidito, erasi inorgoglito ed abbando
nato alla ingordigia ed alla sensualit; cos, per rendersi an
che nella pena somigliante a colui di cui volle fare le veci,
si dedic volontariamente a coltivare, nellordine della sa
lute, una terra ingrata, qual era la sinagoga, che alle amo
rose industrie del divino suo zelo non corrispondeva che
con una spaventevole sterilit: che, invece dei frutti che
avea dritto di attenderne, non gli fu feconda, come esso me
desimo se ne lagnato pei suoi Profeti, che di persecuzioni
e di amarezze, di croci e di spine; e finalmente volle a forza
di viaggi, di stenti, di stanchezza, di sollecitudini, di sudore
procacciarsi il suo pane, cio la conversione delle anime, che
gli stesso chiama il cibo gradito del suo cuore, lopera di
Dio per eccellenza: Ego alium cibum habeo manducare
quem vos nescitis... Meus cibus est ut faicam voluntatem
ejus qui misit me9 ut perficiam opus ejus.
Ma noi di gi abbiamo veduto che Ges Cristo, bench
esso solo colleccellenza e la dignit del suo sagrificio abbia
espiato i peccati del mondo, pure volle che a questo sagri
ficio espiatorio fosse associato anche Maria; affinch essa di
venisse a tutta ragione corredentrice sul Calvario, come va
si era renduta compeccatrice nel paradiso terrestre. Se non
che non solo volle che Maria colla sua umilt, colla sua re
ligione, colla sua obbedienza, cosuoi dolori prendesse parte
alla espiazione della colpa, ma che ne sostenesse altres la
pena. E come, oltre le pene comuni ad entrambi i colpevoli,
Ges Cristo prese sopra di s ancora la pena pronunziata
particolarmente contro di Adamo come uomo: cos volle che
Maria prendesse sopra di s e provasse la pena pronunziata
contro di va come donna. Perci la madre di Dio, che non
ha nulla a s superiore, fuorch il Dio che le figliuolo, fu
soggetta e dipendente nella maniera pi umile e pi per
fetta al suo santo consorte puro uomo; ed oltre a ci fu sot
toposta alla pena di partorire i figli nel dolore: Sub viri po-
testate eris. In dolore paries.
PARTE SECONDA 287
Lapostolo S. Giovanni nella sua Apocalisse parla del pro
digio singolarissimo di una misteriosa matrona che, circon
data dello splendore e della gloria del sole, che ornata il
capo della corona di dodici stelle, e calcando col santo suo
piede la luna, metteva compassionevoli grida e soffriva or
ribili spasimi di parto per isgravarsi del misterioso portalo
che recava nel suo seno: Et sigtium magnum apparuit in
cado : Malici' amicta sole, et luna sub peclibus ejus, et in
capite ejus corona stellarum duodecim. Et in utero habens,
clamabat parturiens, et crucabatur ut, parerei (Apoc. 12).
Ora S. Agostino afferma che questa gran donna appunto
Maria: che Maria stata veramente rivestita dello splendore
del Sole di giustizia, che in lei prese lumana carnee si ri
pos nel suo seno: essa ha ornato il capo dalla corona delle
stelle dei privilegi divini di cuistata arricchita; e collin
nocente suo piede essa calca la luna, ossia lincostanza ed il
prestigio della grandezza terrena. Ma come pu dirsi ancora
di Maria che essa sia stata cruciata nel partorire ed abbia
partorito nel dolore? Imperciocch la dottrina della Chiesa
e dei Padri intorno al parto divino di Maria si , che essa
fu esente dalla maledizione di va, come lo fu dal suo
peccato, cio a dire che essa partor senza dolore: Maria
fuit expers maledictionis Evae, quia peperit sine dolore
(S. Th.,III,9, 50). Si ascolti sopra di ci uno squarcio di subli
me e gentile eloquenza del santo vescovo Amedeo. Maria, dice
egli, partor Ges Cristo senza detrimento alcuno della sua
verginit, perch lo nvea concepito senza alcun detrimento
del suo pudore. Rimase inviolata nel darlo alla luce, come
nel riceverlo era rimasta illesa. E siccome concep senza
peccato, cos partor senza dolore, essendo stato il suo parto
senza alcuna alterazione, come senza alcuna macchia era
stato il suo concepimento. Ahi che se (ci che non pu pen
sarsi senza colpa) avesse concepito con diletto, non avrebbe
potuto evitare di partorire con pena. Quindi che sino al
238 PARTE SECONDA
giorno doggi le infelici figlie di va partoriscono nel do
lore: ed il frutto che con una ignominiosa dolcezza in loro
germoglia, non viene a maturit che colla pi grande ama
rezza e collo spasimo pi acuto del loro corpo. Peperit eum
salva virginitate, quia salvo pudore concepit. Peperit in
violata, quia illibata suscepit. Et quia in cleliclis non con
cepit, absque dolore peperitj nullitm habens in conceptione
contagium, nullum passa in partii dissidium. Si enim (quod
nefas est cogitare) in carnis voluptatc conciperet, procul
dubio in parta doleret. Hinc est quod usque hodie filiae
Hevae in dolore pariunl, et quod cum dulcedine excipiunt,
in magna carnis amaritudine profundunt (Homil. 4). Oh
bella e nobile prerogativa di Maria! continua a dire il santo
vescovo: non prova essa nella verginale sua carne alcun tor
mento, perch in essa provato non avea alcun diletto. Dopo
di aver concepito un figlio rimase pi vergine: e dopo averlo
partorito rest pi illibata. Tutto fu divino in questo parto
ineffabile: divino fu il figliuolo che nacque, e divina fu la
mano che lo ajut nel suo nascere, senza alcun danno di co
lei dalla quale nascea : Nec in carne delectata, nec carne
cruciataj et in conceptione virginior et in partii extitit san-
ctiorj obstetricante illa manu de qua ait Psalmista: Fiat
manus tua ut salvet me.
Eccovi adunque, soggiunge lo stesso Padre, in che da
quello di va differisce il parto preziosissimo di Maria: va
partor nella corruzione, Maria neirillibatezza; va nella mi
seria, Maria nella santit; va nella vetust del peccato, Ma
ria nella novit dellinnocenza. Poich va partor il servo,
Maria il padrone; va il reo, Maria il giusto: va il pecca
tore, Maria colui che santifica e salva dal peccato. AI parto
di va insidia linfernale serpente per ingojarlo; al parto di
Maria assistono gli angeli per servirlo. va nel partorire
trema nell'animo, come nel corpo si addolora; ma nel par
torire Maria, la virt stessa di Dio la ricolma di santo gau
PARTE SECONDA
dio c di purissima gioja : Heva parit corrupta, Maria in -
corrupta peperitj Heva in dolore, Maria in salutej Heva
in vetustate, Maria in novitalej illa peccatorem, ista justi-
ficantem a peccato. Hevae parturienti draco insidiatiti';
partili Mariae ab angelis ministratili'. Ilevam parturien-
tem treni or cordis occupatj parientem Mariani virtus di
vina laetificat.
Se dunque Maria non fu soggetta alla maledizione delle
altre madri che mettono al mondo i proprii figli fra dolori
pi atroci, fra le pi lamentevoli grida, In dolore pariesj
se essa partor il suo santo figliuolo senza alcuno pena, come
senza miscela di carnale concupiscenza lo avea generato; per
quale ragione il discepolo diletto ce la rappresenta, nellin
dica ta figura, come in atto di sostenere tutte le pene, tutti
gli spasimi, tutte le ambasce di un parto oltremodo diffi
cile e doloroso: Et in utero habens, clamabat parturiens,
cruciabatur ut pareret?
Ricordiamo per che Ges Cristo chiamato ancora pre
cisamente il primogenito di una famiglia numerosa di molti
fratelli: Primogenitus in multis fratribus. Ora, come di
fede che Maria, secondo la carne, non concep e non partor
che un solo figliuolo, clic Ges Cristo: cos necessario
che abbia avuto altri figli secondo Io spirito, clic sono i cri
stiani: Cartiales ?iullos habet B. Virgo praeter Christum;
ergo spirituales habeat necesse est (S. Gerin.).
Eccovi dunque-in Maria due generazioni e due parti, luno
corporeo, laltro spirituale; luno in Betlemme, laltro sul
Calvario: luno della sua purissima carne, laltro del suo te
nerissimo cuore; luno secondo la natura, laltro secondo
lamore; luno santo perch il Figliuolo stesso di Dio, Quod
nascetur ex te sanclum vocabitur filius Dei, laltro pecca
tore perch sono i figli degli uomini.
Nel primo di questi due parli Maria ha imitato qui in terra
la generazione del Padre eterno nei cieli, perch ha gene
m PARTE SECONDA
rato dalla sola sua sostanza, senza padre, quello stesso Verbo
divino, che il Padre genera dalla sola sua sostanza senza ma
dre. Come dunque genera lo stesso Figlio di Dio, cos lo ge
nera alla stessa condizione, cio senza stento, senza pena,
senza dolore. Ma nel suo secondo parto Maria, generando
uomini peccatori, rinova la generazione di va, giacch va
non genera che uomini e peccatori. Come dunque in questa
seconda generazione Maria partorisce gli stessi figliuoli di
va; cos li partorisce alla stessa condizione, cio a dire
che come va non genera questi uomini peccatori che nel
dolore, cos nel dolore li genera ancora Maria. S. Giovanni
adunque nel descriverci Maria nei travagli, negli spasimi,
nei dolori del parto, allude non al primo, ma al secondo
suo parto, nel quale veramente stata cruciata, e metteva
nelladdolorato suo cuore trafitto gemiti di compassione e
di affanno: Clamabat parturiens, cruciabatur-ut parerei.
Pertanto come Ges Cristo sostenne in s stesso, in un
modo tanto pi acerbo quanto pi spirituale, la pena pro
nunziata contro deiruomo, di coltivare una terra ingrata e
di cibarsi del pane dello stento e del sudore, In sudore vul-
tus tui vesceris pane, cos Maria prov in s stessa pure,
in un modo tanto pi acerbo quanto pi spirituale, la pena
pronunziata contro la donna di partorire nel dolore, In do
lore paries: e come la divina sentenza pronunziata contro
di Adamo, che la terra inaffata del suo sudore e coltivata
dalla sua industria non avrebbe partorito che amarezze e
spine, in tutta l estensione della lettera non si comp che
in Ges Cristo, a cui la sinagoga sconoscente, in compenso
desuoi miracoli e del suo tenero zelo, non diede che lama
rezza del fiele ed una corona di spine: cos la divina sen
tenza pronunziata controdi va,che essanoti avrebbe mol
tiplicato i suoi concepimenti che per vedere moltiplicarsi
e raddoppiarsi i suoi affanni, in tutta la sua latitudine non
si verific che in Maria,di cui quanto grande la moltitu-
PARTE SECONDA 261

dine dei figli degli uomini che ha partoriti sul Calvario, tanto
stato intenso il dolore nel partorirli.
Ecco dunque Maria, dice S. Giovanni Damasceno, che, al
tempo della passione di Ges Cristo, nel partorire i figli pec
catori prova quei dolori e quelle pene che non conobbe
quando partor il suo figliuolo innocente: Quos dolores par-
tus effugit pariens, illos tempore passionis sustinuit. Anzi,
non basta ci ancora, ripiglia S. Bernardo: giacch non solo
speriment Maria nel suo parto misterioso del Calvario quei
dolori che avrebbe dovuto soffrire nel parto di Betlemme,
se avesse partorito come le altre madri; ma questo dolore
che le fu allora risparmiato come uno, nella morte del suo
figlio per la nostra salute'lo prov come mille. Oh acerba
usurai oh permutazione tormentosa 1 Hunc solvisti, Virgo,
cum usura quod in par tu non habuisti a natura. Dolor em
partendo filium non sensisti, quem millies replicatum, filio
moriente, passa fuisti. E S. Bernardino da Siena, il dot
tore della Chiesa che pi dogni altro entrato colla ri
flessione a scandagliare il pelago profondo dellamarezza e
del rammarico di Maria a pi della croce, soggiunge che
Maria nella morte di Ges Cristo si acquistata a prezzo *
di spasimi atrocissimi la sua qualit di madre de*cristiani:
giacch i dolori di tutte le madri nel partorire alla vita
naturale i proprii figli Maria li ha collettivamente provati
riuniti in un solo dolore, nel partorir noi alla vita della
grazia: sicch in questo suo unico parto speriment gli
strazii e i tormenti di tutte le donne partorienti: strazii e
tormenti orribili, mentre tra tutte le creature animate si
sa che la donna quella che soffre di pi nel partorire.
E la ragione ne chiarissima; poich, avendoci tutti par
toriti , ha dovuto soffrire particolarmente per tutti : Ma
ria doluit in morte filli, et acerbos pertulit cruciatus,
ut ipsis omnium fidelium mater constitueretur ; quia
omnium matrum collective dolores adaequavit omnium-
ha Madre di Dio. il
262 PARTE SECONDA
que parturientium cruciamnta in hanc conspiraverunt
matrem.
Da tutte queste circostanze chiaro si scorge che 1*antica
Rachele figura e profezia di Maria. Imperciocch Rachele
da prima sterile per natura, e Maria lo per voto e per
elezione: Virum non cognosco. Non ostante la sua naturale
sterilit, Rachele diviene madre; ma lo diviene per un mi
racolo, giacch solo per miracolo potea, divenire feconda.
Maria altres, non ostante la sua verginit volontaria, di
viene madre, e lo diviene pel maggiore di tutti i miracoli;
giacch solo Dio potea fare che una vergine, vergine rima
nendo, senza alcun umanoconcorsodivenissemadre.il figlio
di Rachele Giuseppe; quel Giuseppe che, tradito, venduto,
cercato a morte dai proprii fratelli, diviene il salvatore de
gli stessi fratelli che gli vollero toglier la vita, cKe chia
mato perci il pastore e la pietra dIsraello: Inde pastor
egressus est, lapis Israel. Ed il figlio di Maria Ges Cri
sto che, tradito, venduto, crocifisso dagli uomini, diviene il
Salvatore degli uomini; chiamato perci anchesso il buon
pastore per eccellenza e la pietra angolare che tutto sostiene
ledificio della salute: Paslor bonusj lapis angularis. Il
figlio di Rachele perci, sebbene sia un solo, vale assai pi
dei sei figliuoli di Lia: mentre che sarebbe mai divenuto
non solo dei figliuoli di Lia, ma di tutta la famiglia di Gia
cobbe, senza il figlio di Rachele che lha salvata dlia fame
e dalla morte? Il figlio di Maria, bench unico e povero, vale
assai pi che tutti i figliuoli di tutte le altre madri; men
tre che cosa sarebbe stato di tutti i figli degli uomini senza
il figlio di Maria che li ha salvati dalla schiavit del peccato
e dalla morte? Ma ci cheparticolarmente giova al nostro
proposito si , che Rachele, appena ha partorito Giuseppe,
intende che questo non il solo figlio di cui sarebbe stata
madre; che questo primo figlio gliene avrebbe apportato un
secondo, cd perci che gli d il nome di Giuseppe, che
PARTE SECONDA 203
significa aggiunzione ed accrescimento, Filius accrescens
Joseph: perci in un trasporto profetico esclama : Dio far
inmodo che questo mio primo figlio sia il pegno di un altro
figliuolo: Vocavit nomen ejus Joseph, dicens: Addai mihi
Dominus filium alterimi.
E Ges altres per Maria il pegno, la caparra di un altro
figliuolo, giacch, quando lo partor, fu detto eh essa par
tor il suo primogenito , Peperit filium suum primogenitum;
ci che dinota chiaramente il parto posteriore di un ultro-
genito.
Luna e l'altra profezia difatti, luno e l altro presenti
mento di queste due madri misteriose esattamente si adem
pie. Rachele partorisce ancora Beniamino in Betel ; Maria
partorisce gli uomini sul Calvario. Ma, oh Dio! quale diffe
renza tra la nascita di questi due ultro-geniti e la nascita
de due primogeniti di queste madri : Rachele partorisce Giu
seppe senza pena, senza stento, senza dolore; e Maria pure
senza stento, senza la menoma molestia, senza il menomo
dolore partorisce Ges Cristo. La nascita di Giuseppe riem
pie anzi di una sincera gioja la sua genitrice: e la nascita
di Ges Cristo ricolm di un senso di purissimo gaudio
lanimo di Maria. Al contrario Beniamino non nasce che con
immenso stento, Ob difficultatem partus, con immenso do
lore, con un dolore che riduce allestrema agonia, ad una
agonia tormentosissima la sua povera madre: Egrediente au-
tem anima prae dolore et imminente jam morte. Perci
Rachele gli d il nome di Benoni, ossia di figlio del suo
dolore, figlio di amarezza e di lutto, Vocavit nomen flii
sui Benoni, idest filius doloris mei: ed veramente figliuolo
di lutto e di amarezza, poich rec col suo nascere la morte
a colei che gli diede la vita: Mortila est Rachel. Cos pure
lultro-genito di Maria, lumanit, la Chiesa non nasce da
lei sul Calvario che con un immenso spasimo del suo cuore:
dunque il figliuolo del suo affanno, della sua ambascia,
m PARTE SECONDA
della sua agonia, della sua morte; giacch il dolore che la
nostra nascita ha recato a Maria era capace di per s solo a
darle mille volte la morte, se, come si di gi notato, -un
miracolo non lavesse riserbata in vita.

Capo XV. S ieg u e lo slesso arg o m en to . G es C risto e M aria ci g en eran o


su l C alvario a lla v ita sp iritu a le d ella g raz ia, com e A dam o e d E v a c i
g en eraro n o nel p arad iso te rre stre al peccato. Cos si co m p iu ta la p ro
fezia d Isaia d e lla d o n n a che in u n sol p arto d areb b e a lla luce u n
popolo. S piegazione d ella p a ro la va. A dam o nel d a re ad v a, dopo
il peccato, il titolo di madre deviventi,ebbe in vista p rin cip alm e n te
M aria, in cui questo titolo ha a v u ta la su a rea lt. A nche preso lit-
te ra lm e n te il nom e di va fig u ra e profezia d elle p aro le d ette d a
G es C risto a M aria d a lla croce. Doveri che d a llesposto m istero ri
su lta n o p er ogni cristiano.

Quanto sono grandi adunque e sublimi, preziosi e teneri


i misteri del Calvario I Ges Cristo sulla croce; e cogli spa- ,
simi atrocissimi che vi soffre e colla morte obbrobriosa e spie
tata che vi sostiene, va distruggendo luomo vecchio, luomo
di peccato, luomo condannato alla riprovazione ed alla morte,
cancellando col suo sangue il funesto-decreto che vcl con
danna; e cos prepara nella sua prossima risurrezione una
riforma, una rifusione completa, una nuova creazione mi
steriosa dell uomo : Sed nova creatura. La nostra salute
adunque va spuntando dalle sue infermit e dalle sue pene,
la nostra vita dalla sua morte. Egli ci genera sulla croce, ci
prepara ad una nascita novella, ci rianima, ci vivifica, ci fa
entrare in un ordine nuovo di providenza e di grazia, c cin
corpora ad una nuova natura, giusta della sua giustizia, santa
della sua santit, gloriosa della sua gloria : e come siamo
tutti morti in Adamo e con Adamo allalbero fatale della
scienza, cosi rinasciamo alla vita in Ges Cristo all albero
penoso della croce: Sicut in Adam omnes moriuntur, ita
et in Christo omnes vivifcabuntur.
PARTE SECONDA 26 5
Ma si osservi bene ebe questo sangue purissimo che,sparso
sulla terra, vi fa germoglia, e le nuove piante dei figli di
Dio; questa carne innocente che senza alcuna macchia di
peccato rappresenta tutti i peccatori, perch simile alla carne
del peccalo, e nella quale e per la quale il peccato stato
condannato e distrutto; questo corpo santissimo in cui il
nostro tiomo vecchio crocifisso espia il suo delitto, consu
ma la sua condanna ed abolisce il decreto di morte; questa
umanit augusta in cui tutti gli uomini provano gli effetti
della maledizione, ma per essere ribenedetti, muojono, ma
per rinascere ad una vita novella; questo sangue, questa
carne, questo corpo, questa umanit in modo particolare e
proprio appartiene a Maria. Da prima perch il Verbo di
vino non prese altrimenti fumana carne dal nulla, ma dalla
carne e dal sangue di Maria; Caro Christi, caro Mariae,
diceS. Agostino; quia, aggiunge Beda, carnem non aliunde,
sed materna traxit ex'carne. In fecondo luogo, perch la
prese solo da Maria senza miscela della carne di uomo.Terzo,
perch Maria volontariamente ed avvedutamente gliela diede
quando, richiesta del suo consenso allincarnazione, si offr
pronta a somministrare al Verbo di Dio una carne tolta dalla
sua carne medesima, perch gli servisse di vittima sulla
croce. Non solamente adunque Maria patisce con Ges Cri
sto ed con lui crocifissa e morta in quanto che lamore
rende comuni alla madre, e molto pi ad una tal madre, le
pene e la morte del figlio e di un tal figliuolo; ma ancora
perch tutto di Maria il corpo nel quale Ges Cristo so
stiene queste pene e questa morte: e perci tutti i misteri
che si compiono in questo corpo sono comuni ad entrambi.
vero che tutto il merito del sacrificio della croce per
la nostra salute deriva da ci che questa carne, veramente
umana, sostanzialmente unita in Ges Cristo alla persona
divina -del -Verbo, e che in lui e per lui elevata, sublimata,
renduta capace, nella fragilit delluomo, di dare una sodisfa-
47*
266 PARTE SECONDA
zione di un valore?infinito, degna di Dio. Ma se perci la
persona del Verbo il tutto in questo sagrificio che si offre,
in quanto alla grandezza del merito; in quanto per al
lesterno suo compimento, il tutto pure lumanit, in cui
viene offerto. Or siccome questa umanit Maria lha fornita
dalle sue viscere, lha nutrita eoi suo latte e lha volonta
riamente donata ed offerta per la croce colla sua uniformit
e colla sua ubbidienza; cos la generazione spirituale che si
opera per questa carne divina rimonta a Ges Cristo in
sieme ed a Maria: a Ges Cristo che offre il sagrificio e ne
eleva allinfinito il prezzo, ed a Maria che ne ha fornita la
vittima.
Nel paradiso terrestre Adamo quello che pi di va ha
peccato: e siccome ha peccato in qualit di capo, di padre
della nostra specie, cos il suo peccato quello che si tras
fonde in tutti gli uomini. Ma questo peccato, che noi tutti
abbiamo in Adamo commesso e che riceviamo tutti da Ada
mo, il primo uomo non lo ha consumato che sopra un pomo
che va raccolse, che va procur, che va offr al suo scia
gurato consorte, e che va gli persuase di mangiare, Tulit
et cledit viro suo.... qui et comediij e perci il peccato di
Adamo ancora di va. E sebbene Adamo propriamente
quello che ci d morte, In quo omnes moriuntur; pure
una tal morte ci viene ancora per la cooperazione e per le
mani di va. Cos sul Calvario Ges Cristo patisce pi di
Maria: e siccome ha sofferto in qualit di capo, di padre
della stirpe novella che da esso deve nascere, e di capo e
di padre che Dio; cos la sua giustizia che in noi si tras
fonde. Ma questa giustizia, che noi abbiamo conseguita in
Ges Cristo, e da Ges Cristo riceviamo, egli non ce lha
meritata se non in una carne somministratagli, offertagli,
donatagli liberamente da Maria. Perci il sagrificio di Ges
Cristo ancora di Maria. E sebbene Ges Cristo solo pro
priamente quello che ci genera e ci vivifica, In Christo
PARTE SECONDA 207
omnes vivifcabunturj pure una tal vita ci viene ancora per
la coopcrazione e per le mani di Maria.
Che fa dunque Maria sul Calvario ferma ed immobile a
pi della croce? Ah! essa partecipa come alle pene, cos an
cora alla misteriosa generazione di Ges Cristo, ed in lui e
con lui, dice S. Bernardo, nellimmensit del suo dolore e
tra gli orrori e le agonie della morte, ei partorisce alla vita:
Erat magno dolore parturiens.
Cos, come Adamo ha una compagna nel mistero dellini
quit che ci uecide, Ges Cristo ha altres una compagna
nel mistero di grazia che ci vivifica. Maria non associata
solo allamore generoso onde il Padr eterno ci adotta, ma
ancora ai patimenti crudeli onde leterno Figliuolo ci ge
nera. Il popolo novello, il popolo santificato nasce non solo
dallamore del Padre e dai patimenti del Figlio, ma ancora
dai patimenti insieme e dallamore della madre: e questo
popolo fortunato ha una vera madre in Mariq, ma per la
vita; come il popolo corrotto non solo nato dalla disubbi
dienza di Adamo, ma ancora dallorgoglio di va; ed in va
questa razza infelice ha avuto altres una madre, ma per la
morte. Cos le parole da Dio pronunziate contro di va, Tu
partorirai nel dolore, sono allo stesso tempo una legge ed
un mistero, una condanna ed una profezia. Da quel mo
mento il dolore diviene una condizione inevitabile per di
venir madre non solo nellordine della natura, ma in quello
altres della grazia. Il vanto di avere figliuoli spirituali non
men che la consolazione di avere figliuoli terreninon potr
comprarsi che a prezzo di dolori. La qualit di madre sar
inseparabile da quella di martire: In dolore paries. Ed va
che non diviene madre dei figli delluomo se non soffrendo
dolori acutissimi nel suo corpo, la figura di Maria che,
soffrendo spasimi di gran lunga pi acuti e pi intensi nel
suo cuore, divenuta madre dei figli di Dio: Erat magno
dolore parturiens.
268 PARTE SECONDA
Allora pertanto compissi alla lettera lo strano prodigio va
ticinato con sensi di tanta meraviglia e di tanto stupore da
Isaia profeta quando dicea: Chi mai ha veduto, anzi chi ha
mai solamente inteso a narrarsi un avvenimento s straor
dinario c singolare? E come mai possibile che un solo
parto di un solo giorno ricuopra la terra, e che un popolo
numeroso nasca tutto ad un tratto ed in un parto solo? Ep
pure egli cos appunto che Sionne ha concepito e parto
rito i suoi figli: Quis audivit unquam tale? Et quis vidit
hnic simile? Numquid parturiet terra die ima, aut parie-
tur gens simul? Quia parturivit et peperit Sion filios suos
(Isa. 66). Anzi il parto ha in essa preceduto il concepimento;
e prima che il tempo necessario fosse trascorso vista essa
partorire luomo forte e robusto: Antequam parturiret pepe
rit; antequam veniret partus ejus peperit masculum (ibid.).
Ora chi mai-questa misteriosa Sionne che in un parto
solo genera e diviene madre di un popolo intero? Quale
mai questo popolo che nasce tutto ad un tratto, alla mede
sima ora, quasi senza essere stato concepito: che non cono
sce n giovent, n infanzia, e che nello stesso momento
in cui nasce vedesi avere attinta tutta la robustezza della
virilit? E egli possibile il non vedere in Sionne, Maria; nel
popolo nato adulto, il popolo cristiano, la Chiesa che nacque
tutta ad un tratto sul Calvario da Ges Cristo e da Maria,
e che appena nata conquist il mondo e dimostr una forza,
una robustezza invincibile nesuoi apostoli e nesuoi martiri?
Oh tenera, oh generosa Maria, divenuta miracolosamente
feconda a pi della crocei Dopo Ges Cristo riconosciamo da
lei la nostra nascila novella. Nel Calvario, dove il figlio suo
primogenito ha la sua tomba, noi, secondogeniti, abbiamo
avuto la culla. Dove egli muore, noi rinasciamo; ma rina
sciamo per lei, poich ivi ci ha essa concepiti e partoriti nelle
sue pene, come Ges Cristo ci ha rigenerato col suo sangue.
Grande stato senza dubbio il dolore di questo suo parto;
PARTE SECONDA 200
ma grande altres e innumerabile si il popolo che ha par
torito: Erat magno dolore parturiens.
Da tutto ci si deve conchiudere che lantica va, in quello
che la Sacra Scrittura dice di lei di nobile e di glorioso, non
che il tipo e la vera figura di Maria, come Adamo lo di
Ges Cristo: che Maria lva per noi misericordiosa, per
ch la va verso Dio fedele, la va santa, la va benedetta,
la va feconda per la giustizia; e persino nel nome, Maria
c la va verace.
Infatti il nome di va, nella lingua originale ebrea, signi
fica vivente, vivificante, ovvero semplicemente vita, come
traducono i Settanta, facendolo derivare alla parola ebraica
havo o hava che significa visse, e nellimperativo fa have;
cio a dire, vivete, o, che possiate lungamente vivere: pa
rola che nella sua integrit e nel medesimo senso hanno adot
tata anche i latini, presso i quali la parola ave un saluto,
un augurio di vita e di felicit.
Ora questo bel nome di va ossia di vivente o di madre
dei viventi, questo nome s grande, s nobile, s glorioso non
fu dato alla prima donna da Adamo suo consorte se non
dopo che questa donna infelice prevaric e dopo che in pena
del suo peccato avea udito dalla bocca stessa di Dio la tre
menda sentenza che la condannava insieme col suo sposo
e con tutta la sua posterit inevitabilmente a morire; im
perciocch non aveva ancora finito Iddio di dire ad Adamo:
Voi siete morti, voi morirete; che Adamo, rivolto ad va,
le dice: Tu sei v ita . Dixit Deiis: Pulvis es, et in pulverem
reverteris... Et vocavit Adam nomen uxoris suae Heva, eo
quod mater esset omnium viventium (Gen. 5).
Ma quale strano contraposto mai questo 1 esclama S. Epi
fanio (Haeres. 78). va nel suo peccato c morta essa stessa
e nellordine corporeo e nellordine spirituale : eppure al
lora che Adamo le d il gran nome di va, ossia di vita o
vivente. va pel suo peccato ha cagionata una rivoluzione
270 PARTE SECONDA
spaventevole in tutta la natura; ha chiamato la morte non
solo sopra di s stessa, ma sul proprio consorte e sopra tutta
la sua discendenza, Per peccatimi morss sicch essa da quel
momento non partorisce che mortij ed allora che Adamo
la nomina madre di tutti i viventi! Ora, non veramente
cosa singolare che, mentre Dio fa risuonare allorecchio di
va le tremende parole di morte, Adamo le indirizza un sa
luto ed un augurio felice di vita? Illa(ffeva) ma ter viven-
tium vocata est postquam audivit: Terra es, et in lerram
reverterisj et mirimi est quod post transgressionem hoc ma
gnimi cognomen habuit!
Ahi dice questo santo Dottore,egli certissimo che Ada
mo, nel parlare cos alla prima Evo, ha in vista la va se
conda, cio Mario. Egli a questa seconda va ehe indirizza
questo gran saluto misterioso e profetico, chiamandola vita
e madre dei veri piventi. Questo nome dato solo ad va
in cnimraa ed in figura, ma a Maria diretto litteralmente
ed in realt: Beata water Dei Maria per Hevam significa-
batur, quae per aenigma accepit ut mater viventium voca-
retur... Per aenigma Maria mater viventium appellata est.
Oh santo, oh tenero, oh giocondo mistero della divina mi
sericordia e della divina piet! Non ha ancora luomo, a cos
dire, consumato il suo peccato che la divina clemenza gli
viene incontro, offerendogliene il rimedio ed il perdono. Le
parole indicanti promesse di vita si mescolano e si confon
dono colle parole minaccevoli di morte. Nel momento stesso
in cui luomo cade ed attira tutti gli anatemi sulla sua per
sona e sulla sua discendenza, lavvenire si apre al suo sguardo
ed alla sua speranza: e nella donna che gli sta vicino vede
Adamo la figura di unaltra donna che, somigliante alla prima
nel sesso e nella fecondit, ma da essa dissimile nella san
tit e nella giustizia, render la vita a coloro che la donna
che gli sta dappresso non gcnerer'che per la morte. Scorto
dal lume di Dio, il prevaricatore nemico di Dio la fa da pr-
PARTE SECONDA 271
fela ispirato da Dio. Dal paradiso terrestre si trasporta colla
sua mente sul Calvario. Il suo sguardo dallalbero funesto
della scienza si rivolge allib er santo della croce. Ivi vede
da una parie lAdamo celeste, lAdamo innocente, lAdamo
ubbidiente e fedele, che, prendendo il luogo e sottometten
dosi al trattamento meritato dallAdamo terrestre, prevari
catore e ribelle, ne espia il peccato e ne soffre la immola
zione e la morte, Agnus occisus ab origine m undi: e dal
laltra parte vede Maria associata alle pene di Ges Cristo,
e che in lui e con lui genera i figli della nuova alleanza.
Vede di questi figli il numero, la dignit e la gloria, e ne
ammira la santa fecondit e lannunzia e la proclama e la
predice; ed in persona di va che concepisce ma nel pec
cato, che partorisce ma pel sepolcro, che moltiplica i suoi
figli per popolare linferno, a cui non pu perci altro nome
convenire propriamente fuorch quello di madre sciagurata
dei morii, saluta da lungi Maria che concepisce gli uomini
ma nella grazia, che li partorisce ma per limmortalit, ehc
moltiplica i suoi figli ma per popolare il cielo, ed a eui solo
perci propriamente e litteralmente si appartiene il nome
di Madre fortunata, Madre felice di tutti i viventi: Vocavit
nomen uxoris suae ffeva, eo quod maler esset omnium vi-
ventium.
Ecco pertanto come i misteri del Calvario sono non solo
predetti, ma ancora messi, dir cos, in azione e rappre
sentati nel paradiso terrestre quattromila anni prima che si
compiano. Dopo che Adamo ha incorso la morte, dopo che
va ha incorso la vergogna e il dolore del parto, e luno e
laltra cominciano a sperimentare gli effetti funesti della
rispettiva loro condanna, Adamo proclama va madre dei
viventi. Ora ci appunto accade sul Calvario. Ivi Ges Cri
sto muore in adempimento della sentenza pronunziata con
tro di Adamo, e Maria partorisce nel dolore in adempimento
della sentenza pronunziata controdi va: cd allora che il
272 PARTE SECONDA
vero Adamo, alla vera va rivolto, la dichiara altres Madre
dei veri viventi. Imperciocch avendole detto, nelladditarle
Giovanni: D onna, ecco il tuo figlio , Mulier3 ecce filius tuus,
come se le avesse detto: Donna, vedete voi qui Giovanni?
Egli puro, egli santo, egli fedele, egli vivente della
vita della grazia. Ora ecco quali sono appunto i figli di cui
voi ora divenite madre: figli puri, santi, fedeli, v iv e n t i :
Ecce filius tuus. Il vostro cuore trafitto dai chiodi che
squarciano le mie carni; il vostro animo divide le pene del
mio corpo. Entrate per con me per mezzo della vostra de
solazione profonda in societ di pene e di supplicii, entrate
con me in societ di prernii e di ricompense. Come patite
per me, siete con me feconda. I figli che da me nascono,
nascono anche da voi. Per la stessa ragione per cui sono
miei, sono vostri; voi li generate nel vostro dolore, come
io colle mie piaghe e col mio sangue: In dolore paris. Ec
coli dunque che sono nati questi figli diletti: miratene in
Giovanni il tipo e il modello; io ne sono il Redentore e voi
la madre: Ecce filius tuus.
Il saluto dunque di Adamo diretto ad va, la qualifica
che le d di madre dei viventi il vaticinio della preziosa ma
ternit di Maria, e perci si ripete, come per un eco fedele,
e risuona sul Calvario. Anche qui il vero Adamo costituisce
e dichiara Maria madre di coloro particolarmente che sono
fedeli come Giovanni ; madre degli uomini purificati col san
gue del Figlio di Dio, vivificati colla sua morte; Madre dei
veri viventi: Et vocavit nomen uxoris suae Heva> eo quod
esset mater omnium viventium.
Sebbene per resclamazionc di Adamo, riguardo ad va,
sia eminentemente misteriosa e profetica, e, come si no
tato di gi collautorit di S. Epifanio, ha il suo senso reale
e completo nel rimoto avvenire; pure essa ha una significa
zione immediata, un senso ancora pel presente: il qual senso
se meno nobile c meno importante del primo, non per
PARTE SECONDA 273
meno vero, meno legittimo e meno reale. Adamo adunque,
nel profetizzare la maternit di Maria, ha inteso ancora di
proclamare quella di va: giacch se Maria sar veramente
la madre dei viventi; che nasceranno dal secondo Adamo,
dairAdamo celeste; non c meno vero che va sar la madre
dei viventi che nasceranno dallAdamo primo, dallAdamo
terrestre. Perci non chiama la sposa per una sola volta va,
ma di questa magnifica parola forma il nome con cui essa
deve essere da quinci innanzi chiamata e distinta, Et vocavit
nomen uxoris suae Heva: questo nome perci non gi ar
bitrario e comune, ma particolare o proprio di lei sola, e
che ha la sua ragione nella qualit e nella condizione stessa
della persona cui si impone; nome caratteristico e che non
conviene che a lei; nome che non si pu pronunziare della
persona che lo porta senza ricordarsi della dignit di cui
rivestita. Cio a dire che non solo vuole Adamo che la sua
sposa si tenga essa stessa per madre dei viventi, ma che per
tale sia ancora da tutti i discendenti tenuta, riconosciuta,
onorata, invocata. dunque lo stesso che avere detto alla
sua posterit: 0 voi tutti che da me nascerete.e che mi ri
guarderete per padre, mirate che non sarete nati da me che
per mezzo di va. Ecco dunque in lei la madre universale,
la madre comune: Mater omnium viventium.
Ora ci che Adamo ha detto solo implicitamente riguardo
ad va nel paradiso, Ges Cristo lo ha detto esplicitamente
sul Calvario rispetto a Maria. Dopo avere egli in Giovanni
additato a Maria i suoi figli, Ecce filius tuus, addit quindi
in Maria a Giovanni o ai suoi figli la loro madre: Deinde
dicit discipido: Ecce mater tua.
Come chiara dunque, come sensibile la consonanza,
larmonia del linguaggio dei due Adami I Luno addita va
come madre comune di tutti gli uomini che da s nasceranno
nellordine della natura, Mater omnium viventium; laltro
addita Maria come la madre comune di tutti gli uomini che
274 PARTE SECONDA
da s rinasceranno nellordine della grazia, Ecce mater tua!
Al lato di due padri che generano, luno nel peccato, lal
tro nella santit; luno un popolo di riprovati, laltro un
popolo di giusti : ecco due donne, ecco due madri, colle quali,
come ciascuno de'due Adami divide lazione generatrice della
rispettiva discendenza, divide ancora gli onori della pater
nit; e per tutti e due danno alle loro donne il titolo ma
gnifico di madre, e di questo titolo formano il loro proprio
nome, il loro distintivo, la loro caratteristica, che tutta an
nunzia la loro dignit e la loro grandezza, Mater omnium
viventium; Ecce maler tua: e questo nome con**eui esse de
vono essere chiamate preso da ci che esse sono. Tutti
gli uomini che nascono alla terra, nascono da Adamo per
va; nulla dunque di pi giusto del nome che le_ si d di
madre di tutti i viventi, Mater*omnium viventium. Tutti
gli eletti che nasceranno al cielo, nasceranno da Ges Cri
sto per Maria; nulla dunque di pi esatto del titolo che le
si d di madre di tutti i fedeli: Ecce mater tua.
Ma queste considerazioni quanto sono nobili ed elevate,
tanto sono istruttive. Nel metterci sotto degli occhi ci che
Ges Cristo e Maria hanno fatto per laltrui salute, ci pre
dicano altamente ci che dobbiam fare noi stessi per la pro
pria. Imperciocch si veduto come Ges Cristo si assog
gettato, per salvarci, alla pena pronunziata gi contro di
Adamo, di doversi guadagnare il suo quotidiano alimento
collo stento delle sue braccia e col sudore della sua fronte,
c come Maria, per cooperare a questa salute medesima, si
assoggettata alla pena, inflitta gi ad va, di dover parto
rire i suoi figli nel dolore. Ora questo esempio, meglio di
qualunque altro ammaestramento ci dice la necessit che
abbiamo anche noi, figli di Adamo c di va, ed eredi delle,
loro pene come del loro peccato, di lavorare attorno alla
terra ingrata del nostro cuore per isvellerne le erbe mali
gne, i tristi bronchi delle ree passioni, degli attacchi pr-
PARTE SECONDA 27o
fani di cui solo fecondo; di stentarvi attorno, di sudarvi
per mezzod una lotta incessante con noi stessi, di una con
tinua vigilanza, di una preghiera non interrotta, per assi
curarci il pane della grazia, di cui vive lo spirito, per pro
durre, come ce ne avverte lo Spirito Santo, non un alimento
manchevole, ma un cibo solido e perenne che sar il no
stro conforto per la vita eterna: Operamini non cibum qui
perit, secl qui permanet in vitam aeternam (Joan. 6). Ci do
vr tutto ci costare pena, stento, dolore, agonia e forse an
cora il sangue; poich la Scrittura ci dice che bisogna ago
nizzare ancora per lanima propria, Agonizare pr anima
tua (Eccli. 4), e che delle volte bisogna lottare con noi stessi
sino alla effusione del sangue, Noncium usque ad sangui -
nem restitistis (Hebr. 12). Ma lesempio di Maria che ei ha
partoriti nelle pene pi atroci, nelle pi crudeli agonie, ci
dice che lagonia una legge universale per ogni parto spi
rituale, e che tutti coloro che, come osserva il venerabile
Beda, si studiano di concepire spiritualmente e di partorire
nel proprio cuore il Verbo divino per mezzo della fede e
di mantenervelo colla pratica delle opere virtuose, Qui ner
bimi Dei spiritualiter auditu /idei concipere et in suo corde
parere et alere studuerint, bisogna che si assoggettino allo
stento ed al dolore, In dolore pariant. E che? Ges Cristo
ha potuto divenire luomo dei dolori, Maria la regina dei
martiri per salvar me; ed io non vorr partecipare per nulla
a questi dolori e a questo martirio per salvare me stesso?
Possibile che io debba amarmi meno di quello che sono stato
da loro amato, e che mi sembri legge troppo dura il fare
per mio proprio interesse una piccolissima porzione di quello
che Ges e Maria han fatto per me stesso? Possibile che la
mia salute, la mia immortalit, la mia beatitudine eterna,
che costata un s gran prezzo a Ges ed a Maria lotte
nermene il diritto, non debba costare poi nulla a me stesso
per entrarne al possesso? ~ x
276 PARTE SECONDA
0 personaggi divini che, sulla stessa croce confitti, ago
nizzate in un mare di amarezza e di pena per partorirmi
alla grazia, per rigenerarmi alla vita, deh che non siano
stati sofferti invano per me tanti dolori e tanti stenti!Fate
che io sia una di quelle anime fortunate, viventi della vita
spirituale, delle quali voi, o Ges mio, siete lo sposo: e voi,
o Maria dolcissima, siete la madre, Mater omnium viren-
tium 1 Deh ! colle vostre lagrime preziose e col vostro san
gue ammolite questo mio misero cuore: trionfate della sua
durezza: penetratelo del sentimento della pi tenera gra
titudine per tanto amore con cui lo avete prevenuto: ed
ispiratemi un santo coraggio, affinch mi adoperi io pure,
a costo di qualunque perdita, di qualunque dolore, a par
torire alla grazia, In dolore pariamj a lavorare sino alla
morte allacquisto di quel divino alimento, la grazia, che
non perisce col corpo, ma d il dritto ed il possesso della
vita delleternit: Non ci bum qui perit, sed qui permanet
in vitam aeternam.
PRAPAZIONB. P ag. 5

P A R T E P R IM A

Capo !. C oraggio d elle donne n e lla s s is te re a lla croce del S ignore, p ro v a


del suo p otere d iv in o e d ella su a p a d ro n a n z a . A tteg g iam en to su b lim e
d i M aria e di G iovanni ap p i d ella croce, e p aro le d e tte loro d a G es
C risto .................................................................................................. ......
Capo II. S piegazione litte ra le d elle p a ro le di G es C risto a M aria : Donna
ecco il tuo piglio, ed a G io v an n i: E cco la tua madre. S o llec itu
dine am o ro sa di G es C risto per la su a m a d re e pel su o discepolo.
V irt p a rtic o la ri di G iuseppe, fig u ra delle v irt che m e ritaro n o a
S. G iovanni il v an to di av e rg li lasciata M aria per m adre. P reg io e
rico m p en sa d ella v erg in it e d ella fedelt a G es C risto crocifisso. 19
Capo III. Q u a lit d ella d o n n a e p a rtic o la rm e n te d ella m a d re . S uo m i
nistero e su e funzioni n ella fam ig lia. U na m a d re non dovea m a n c a r
p u re agli u o m in i n e llo rd in e sp iritu a le ......................................... 27
C a p o IV . G es C risto, nel d estin a re a G iovanni, M aria p er m a d re , h a
v o lu to co m p ren d erv i anche noi. R agione per la q u a le il S alv a to re
p arv e in v arie occasioni che trasc u rasse M aria. A vendoci a v u to sem
pre p resen ti in tu tte le azioni d ella su a vita, non h a p o tu to d im e n ti
carci in u n a d elle p i im p o rta n ti disposizioni d ella su a m orte. > 33
C a p o V. D ifficolt che vi a conciliare la re a lt d ella flgliuolanza di
S. G iovanni co lla n o stra . Vi si risp o n d e co ll asseg n a re il canone p i
ricev u to in to rn o al doppio senso d elle p aro le dei L ib ri S a n ti; e si
co n ferm a q u esto canone con v arie in terp retazio n i d e P a d ri. * 40
La Madre di Dio. 13
278 INDICE
Capo V I. A ltro can o ne di S. A gostino n ell in te rp re taz io n e dei L ibri
S a n ti. S u a applicazione alle parole d e tte a M aria ed a G iovanni da
Ges C risto in croce. O scu rit di q u este p aro le q u an d o si p ren d an o
so lam en te nel senso im m ediato. N on ben s intendono e non app ajo n o
d i u n a rig o ro sa precisione, se non q u a n d o vi si scorge an co ra il m i
stero d ella n o stra adozione................................................... P ag . 48
Capo V II. S piegazione d ella p ro fe z ia , fa tta d a Dio al serp en te, della
donna che gli av reb b e schiacciato il capo. Q uesta profezia essendosi
co m p iu ta in M aria a pi d e lla croce, q u esta u n a ltr a rag io n e onde
G es C risto ch iam o lla donna e non madre ; e onde q u esta d ic h ia ra
zione del S ig n o re si deve in ten d ere altre s in senso m isterioso e p ro
fetico.............................................................................................. 57
Capo V ili. La nu o v a a lle a n z a , com e la n tic a , s ta ta co n ch iu sa in
fo rm a di T estam en to. F o rm a lit e so stan za del T estam en to di G es
C risto su l C alvario. La destinazione di M aria a n o stra m a d re ne fa
p a rte e lo co m p ie................................ 65
Capo IX. A m ore d i G es C risto per noi nel farci u n legato a n
che d e lla su a M adre. Con esso adem pie a lla prom essa fattaci in
v ita di non lasciarci o rfa n i, e m ette il sigillo a llo p era d ella reden
zione............................................................................................... 72
Capo X. P asso im p o rta n te di O rigene su lle p aro le - donna, ecco il tuo
figlio. - I veri fedeli form ano u n solo corpo con G es C risto ; e q u e
s ta u n io n e co m in ciala su l C alvario. Com e G es C risto figlio di Ma
ria , cos i fedeli a lui u n iti sono d iv en u ti su l C alv ario in lui e con lu i
an ch e di M aria figliuoli. I G iudei e gli eretici no n inten d o n o q u e
sto m istero , e q u a n to sono perci infelici. V an ta g g io di noi c a tto lic i,
che, essendo n ella vera C hiesa, soli ab b iam o M aria p er n o stra v era
m ad re. . . ............................................................................... 76
Capo X I. S iegue larg o m en to del capo precedente. T estam en to d i bra
m o. I figli di A gar e di C e tu ra, fig u ra d e G iudei e degli e re tic i; Isacco
fig u ra d ella Chiesa", e la co n d o tta di A bram o fig u ra d i q u e lla di G es
C risto. . ..................................................................................... 85
Capo X II. A differenza d e ll uom o, Dio, colla so la su a scelta ad u n in
carico q u a lu n q u e , rende la persona ab ile a sostenerlo. C ollav er con
ferito a M aria la d ig n it di n o stra m a d re , g lie n e h a d ato perci a n
cora il cuore e l affetto............................ .................................. 95
Capo XIII. S ta to d indicibile tenerezza del cuore di M aria a fronte d e l
lesem pio che le d av a G es C risto d e lla su a infinita c a rit verso degli
u o m ini. Im pressione profonda che, in tali disposizioni di cuore in cui
e ra M aria, le fecero le parole di G es C risto ; ed am ore per noi che
vi fecero nascere................................................................................ ......
INDICE 279
Capo X IV . C om e M aria esercit s u lla te rra lincarico di m a d re colla
C hiesa n a sc e n te ; e com e tu tta v ia lo eserciti nel cielo. Com e le c o n
viene il tito lo d i m a d re d e lla m iserico rd ia ; e q u a li se n tim en ti prova
essa q u a n d o n oi cosi la in v o c h iam o ................................... P a g . 404
Capo X V. G es C risto com e colle parole d ette a M aria - E cco il tuo fi
glio - le isp ir i se n tim e n ti di ten erissim a m a d re verso la C hiesa, cos
colle paro le d ette a S. G iovanni - Eccola tua madre - h a isp ira to ai veri
fedeli se n tim e n ti, verso M aria, di affezionati fig liu o li. Accordo m e ra
viglioso di tu tte le nazioni catto lich e n e lla m a re e nel v en e rare M a
r ia : esso non e non p u essere che re ffe tto d e lla p a ro la o n n ip o ten te
d i G es C risto, e d e lla tra sfu sio n e e d ella p erm an en za d el su o sp irito
n ella v era C h iesa. .................................................................. 142
Capo X V I. 'I l c u lto e la divozione verso la M adre d i Dio, indizio d e lla
v era fede. Gli eretici non in te n d en d o n u lla di q u esto m istero di am o re
e b ia sim a n d o le p ra tic h e catto lich e verso M aria, si credono sav ii, e
sono s to lid i; d ic o n o di vederci, e son c i e c h i . .....................# 120
Capo X V II. Le paro le di G es C r is to -E c c o la madre, ecco il^figlidolo-
rich iam a n o n a tu ra lm e n te al pensiero le paro le di P ilato * E cco l oomo,
ecco il vostro re. - C ircostanze di q u esta d ic h iarazio n e di P ilalo .
S u a significazione e rap p o rto che h a col titolo d ella croce. S piega
zione di q u esto titolo e su a a rm o n ia colle parole di G es C risto. In
q u esto tito lo , ed in q u este parole si contiene tu tto il cristian e sim o .
Q u ali devono essere i veri figli di M aria................................. 127

P A R T E SECO NDA

C I . Vi sono d u e specie di p a te rn it : lu n a di n a tu ra , la ltr a di a d o


a p o

zione. Esse sono tu tte e d u e in D io, che per n a tu ra p ad re d el suo


V e rb o ; e p er adozione p ad re degli u o m in i: e a l lu n a e a lla ltr a il
P ad re etern o h a associata M aria............................................... 139
C a p o II. L am o re h a fatto che Dio ab b ia v o lu to a d o tta rsi gli u o m in i

p er figliuoli. Il sagrificio del n a tu ra le suo fig lio , condizione neces


sa ria per q u esta adozione. Dio vi acco n sen te; e diviene perci rigo
ro sam e n te no stro p ad re. M aria a ltre s conform asi ai m edesim i se n ti
m e n ti di g en e ro sit per la sa lu te del m o n d o ; e perci diviene rig o
ro sam e n te n o stra m a d re .......................................................................
C a p o III. L o fferta di M aria del proprio figlio deve essere co n sid erata

in tu tte le su e circostanze partico lari di tem po e di luogo. E ssa co


m in c ia la in seg reto nel m om ento d e llincarnazion e, e si m a n ife
280 INDICE
sta ta in pu b b lico nel giorno d e lla purificazione. Profezia d i S im eone,
e gen ero sit desen tim en ti di M aria n ella c c e tta rla . Sin d a ll ra essa
incom inci a d iv en ire n o stra m a d re .................................. P ag . 153
Capq IV. S to ria d i G iocabda m a d re di Mos, fig u ra e profezia delle
disposizioni colie q u a li M aria rip ig lia il suo figliuolo d a l tem pio.
Q u ad ro d elle pene in te rio ri di M aria d u ra n te la v ita in te ra di G es
C risto. G enerosit e costanza d ella su a offerta e del su o am o re per
n o i, che le d a n n o nuovi titoli a lla m a te rn it degli u o m in i. 158
Capo V. I se n tim e n ti m a te rn i di M aria verso degli u o m in i biso g n a
co n sid erarli p artic o la rm e n te su l C alvario. M aria v era v a , com e
G es C risto lA dam o verace. R elazione m isterio sa tr a il p a ra d iso
te rrestre e il C alvario. N ecessit di tro v arv isi M aria in co m p ag n ia di
G es C risto. Sacrificio offerto dai genitori di S ansone a lla loro p re
senza, fig u ra del sacrificio del C a lv ario , cui doveano assistere T etern o
P ad re e M aria............................................................................. 168
Capo VI. A differenza di A gar, che non vuole veder m o rire Ism aele,
M aria deve essere sp e tta trice d ella m o rte di G es C risto. Suo viaggio
del C alv ario ed in contro doloroso col F iglio. Suo contegno diverso da
q u ello di G iacobbe a lla v ista d ella tonaca in sa n g u in a ta di G iuseppe.
P ro d ig io d ella fortezza di M aria....................................................475
Capo V II. Peccato di va consum ato cogli occhi e col cuore anche p rim a
d i esserlo sta to colla m an o . L a sola v ista delle pene del figlio basta
p erch M aria ne d iv id a il dolore. Mos, che v a a co nsiderare la v i
sione del S in ai, fig u ra di M aria che si a p p re sta a co n tem p lare la scena
d el C alvario. S en tim en ti e disposizioni che vi reca. . . . 180
Capo V ili. Le m a d ri n e m ali d ella lor prole patiscono a s sa i'd i p i di
qu ello ehe se fossero loro p ro p rii. L a C ananea. La passione di G e s '
C risto diviene perci tu tta passione di M aria. S im ilitu d in i onde i P ad ri
spiegano q u esta com unione di pene. Dolori acerbissim i di M aria n ella
crocifissione d el figlio. M aria senza essere posta in croce, crocifissa
con Ges C risto e m u o re sp iritu a lm e n te per lu i. . . . . 188
Capo IX. F ortezza so v ru m a n a di M aria nel sostenere lim m enso dolore
d e lla crocifissione d i-G e s C risto. E gli cos che essa coopera ad
esp iare il peccato, com e v a concorse a co n su m arlo . S to ria di Resfa
consorte di S au lle , fig u ra di questo m istero .......................... 198
Capo X . C o n trasto nel cuore di M aria tra l am o re d ella v ita del figlio
e lam o re d ella sa lu te degli u o m in i, ra ffig u ra to n ella lo tta dei d u e
gem elli nel seno di R ebecca. G enerosit con cui d al secondo a m o re
la preferenza su l prim o. F ortezza am m ira b ile d u ra n te 1 a g o n ia del
figlio, e rin n o v azio n e d ella offerta d ella vita di lu i p er la redenzione
del m ondo. Q u ad ro su b lim e che S . P aolo fa del C alv ario, e p a rte im -
INDICE 281

p o rta n te ch e vi rap p rese n ta M aria. L a m ad re che, al g iudizio di S a


lom one, cedette a lla s u a riv a le il p ro p rio Aglio p er non v ed erlo p e
rire , fig u ra d e llesposto m iste ro ........................................... P ag . 205
C a p o X I. S acrificio d Isacco offerto d al pro p rio p ad re v era fig u ra del

sagrificio d i G es C risto offerto d a lla p ro p ria m a d re M aria. S piega


zione di q u e sta b ella fig u ra in tu tte le su e p a rti, e su a applicazione ai
m isteri del C alv ario. C onseguenze m o rali d e llesposta d o ttrin a . 315
C a p o X II. G es C risto h a v o lu to essere crocifisso per d iv e n ir l uom o

di tu tti i d o lo ri. A q uesti dolori som m i ed ' in co m p ren sib ili h a asso
ciata M aria, di cui le pene perci sono sta te som m e ed in c o m p ren si
bili. Si a rg o m e n ta ci d a lla gran d ezza del suo am o re per G es. C a
ra tte ri e so rg en ti di q u esto .am ore, cagione d ella passione di M aria, e
ac erb it d i q u e sta passione. Il re d e m a rtiri h a c h ia m a ta M aria a
p i d ella croce p er essere d e m a rtiri la re g in a . S alom one e B ersab ea
su a m a d re , fig u re di qu esto m istero ..................................................
C a p o X III. S iegue lo stesso arg o m en to . C ircostanze p artico la ri d el m a r

tirio d i M aria. P ia n to di D avidde per la m o rte di A ssalonne. F ortezza


a m m ira b ile di M aria, fig u ra ta n ella fortezza d ella m a d re d eM accabei.
Spiegazione di q u esta fig u ra .................................................. , 245
C a p o X IV. G es C risto com e assoggett s m edesim o alle pene p ro n u n

ziate d a Dio p a rtic o la rm e n te contro di A dam o, cosi volle che M aria


fosse so g g e tta alle pene p ro n u n ziate p u re d a Dio p a rtic o la rm e n te co n
tro di v a. Com e per M aria concep G es C risto senza concupiscenza,
10 p a rto r sen za do lore. La pena a d u n q u e d e lla d o n n a , di partorire
nel dolore, da cui fu M aria esente nel p a rto rire il F ig lio di D io, la
sp e rim en t acerb issim a nel p a rto rire s p iritu a lm e n te su l C a lv a rio i
figli d eg li u o m in i. R achele c h e , nel p arto rire B eniam ino, g iu n g e a
m o rirn e di dolore, fig u ra di qu esto m istero ............................ 254
C a p o X V . S iegue lo stesso arg o m en to . G es C risto e M aria ci g en e ran o

su l C alvario a lla v ita sp iritu a le d e lla g raz ia, com e A dam o ed v a ci


g en eraro n o nel p aradiso te rre stre al peccato. Cos si co m p iu ta la pro
fezia d Isaia d e lla d o n n a che in u n sol p a rto d a re b b e a lla luce u n
popolo. S piegazione d ella p aro la va. A dam o, nel d a re ad v a, dopo
11 peccato, il titolo di madre de viventi, ebbe in v ista p rin cip alm e n te
M aria, in cui q u esto titolo h a a v u ta la su a re a lt . A nche preso litte-
ra lm e n te il nom e di va fig u ra e profezia delle p aro le d e tte d a G es
C risto a M aria d a lla croce. D overi che d a llesposto m istero risu lta n o
per ogni c ris tia n o ............................................................................. ....
L' E P I F A N I A

DEL S I GNORE
OVVERO

SPIEGAZIONE DEL MISTERO

DELLA VOCAZIONE DETESTILI ALLA FEDE

DISPOSTA IN OTTQ LETTORE PER LOTTAVARIO


- DELLA STESSA SOLENNIT
PROTESTA DELL EDITORE

Coloro che, al leggere il presente libretto, crederanno


che vi si dovea mettere pi ordine nelle sue parti, e trattare
con maggior precisione, ovvero con maggior estensione certi
punti del mistero che vi si spiega, bene che sappiano} ad
onor del vero ed a difesa del chiaro e pio autore, che sol
tanto venti giorni prima della pubblicazione lo pregai di
questo scrittoj e che per conseguenza non ha egli potuto,
in tantangustia di tempo, maturar bene le sue idee ed
esprimerle in miglior maniera, ma ha dovuto appigliarsi
a quelle cose che, sulla materia di che si tratta, gli si sono
le prime presentate alla mente, ed esporle coir ordine e nel
modo in cui gli si sono presentate. Ci non ostante per
credo che Vargomenlo vi stato maneggiato con bastevole
i

solidit di dottrine ed unzione di affetti per poter eccitare


nell* animo dei pii leggitori riconoscenza ed amore verso
286 PRO TESTA D E L L E D ITO R E
Ges Cristo pel dono inestimabile della vera fede, alla quale
ci ha chiamati nel giorno della sua Epifania. Questo al
meno lo scopo che V autore si proposto nello scrivere il
libroj e questo altres il fine che ho avuto nel.avervelo
impegnato e nelV averne procurata la pubblicazione e la
diffusione per la via della stampa.
LETTU RA PRIMA

DEL MISTERO DELL EPIFANIA IN GENERALE

ARGOMENTO
P rofezia d Isaia. Q u esta profezia rig u a rd a non solo la vocazione dei M agi,
m a q u e lla an c o ra d eg en lili. Lo stesso indica il sa lm o 71. Il m istero
d e llE p ifan ia d im o s tra che G es C risto n ato per lu tti. In q u e sto
g io rn o celebr egli a llea n za coi n o s tri p a d ri g e n tili. L oro in d e g n it
di ricevere u n ta n to beneficio; e m iserico rd ia che perci G es C risto
h a a noi d im o stra lo . Profezie di q u esto tr a tto d e lla d eg nazione d iv in a
rig u a rd o a n o i.

4. Il mistero dellEpifania del Signore uno dei pi


grandi misteri della religione di Ges Cristo, ed insieme- .
mente uno dei misteri pi teneri e pi consolanti pel popolo
cristiano.
In fatti, ottocento anni circa prima chesso si compisse in
Betlemme, ecco con quali sensi di gioconda maraviglia, con
quali trasporti di tenerissimo giubilo, lo annunziava Isaia
nesuoi divini sermoni, che, secondo S. Girolamo, sono da
chiamarsi II Vangelo anticipato piuttosto che le profezie
dei misteri di Ges Cristo: Sorgi, o Gerusalemme, diceva il
Profeta, sorgi dal profondo tuo sonno, ed apri gli occhi alla
novella luce che ti circonda e t investe; ch gi spuntato
sul tuo orizzonte il tanto sospirato sole di giustizia, e gi
288 LETTURA PRIMA
vedesi splendere sul tuo capo la gloria del Signore : Sorge,
illuminare, Hierusalem; quia venit lumen tuum, et gloria
Domini super te orta est. Quando le tenebre che cingeranno
la terra saranno pi profonde e pi fitte: quando sar pi
densa la caligine che nasconde alle genti la miseria del loro
stato e lignominia del loro servaggio, vedrassi allora sorgere
aHimprovviso sopra di te il Signore; e gli stupidi mortali
apriranno gli occhi a contemplarne attoniti in te lo splen
dore e la gloria: Quia ecce tenebrae operient terram, et ca
ligo populosj super te antem orietur Dominus, et gloria
ejus in te videbitur. E qual vedrai tu immenso stuolo, non
di plebe soltanto, ma di grandi e di re, camminar senza
tema dinciampo dietro lamica luce che da te si tramanda,
e rimirar fisi lastro novello che sopra di te sorto: Et am-
bulabunt gentes in lamine tuo, et reges in splendore ortus
tui. Solleva dunque dal suolo Tumido ciglio, gira attorno
lo sguardo per quanto ampiamente si estendono i tuoi con
fini, e mira queste innumerevoli turbe divote che si affollano
a te dintorno, venute, non gi solo dalle terre che ti cir
condano, ma ancora dalle pi remote regioni a raccogliersi
sotto le auguste tue tende, per farti madre fortunata di eletta
prole novella: Leva in circuitu oculos tuos et vide; omnes
isti congregati sunt, et venerunt libi. Filii tui de longe ve-
nient, et filiae tuae de latere surgent. Ad uno spettacolo si
lieto e s giocondo, oh qual tinonder lo spirito immensa
gioja, e quale sorpresa terr come in un dolce incanto il tuo
cuore, fatto maggior di s stesso! poich ovunque farai ca
dere il tuo sguardo, vedrai terre moltiplici cui lungo tratto
di mare da te divide, e nazioni formidabili, e re possenti
convertiti al tuo impero: Time videbis et affluesj et mira-
bitur et dilatabitur cor tuum, quando conversa fuert ad
te multitudo maris, fortitudo gentium venerit tibi. Le tue
contrade si vedranno allora ricoperte di cameli e di dromc-
darii di Madian e di Efa, carichi di oro c dincenso che a tc
LETTURA PRIMA 280
avranno apportato tutti coloro che verranno da Saba, annun
ziando da per tutto del Signore la misericordia e le lodi :
Inundatio camelorum operiet te, dromedarii Madian et
Epha; omnes de Saba venient, aurum et thus deferentes,
et tandem Domino annuntiantes (Isa. 60).
2. Ora egli da prima certissimo che questo magnifico
discorso profetico, del quale non si sa che ammirare di pi,
se lelevazione dei concetti, la tenerezza dcsentimenti, o il
brio della poetica elocuzione, uno splendido vaticinio della
vocazione deMagi. Cos lo hanno inteso tutti i santi Padri;
eos lo hanno inteso tutti i cattolici espositori; e la Chiesa
stessa lo ha inteso e lo intende anchessa cos, poich lo fa
leggere in luogo di epistola nella messa, e lo sminuzza e lo
applica e lo ripete cento volte, quasi eompiaeendovisi e deli-
ziandovisi, in tutta intera la uffiziatura di questa solennit.
Senza di che, qual profezia pu darsi di questa pi pre
cisa, pi propria e pi litterale? I santi personaggi di che
sbratta vi sono chiaramente indicati e per laltezza del loro
rango, Regesj e pel miracolo dellastro glorioso che li ha
chiamati, Super te orietur sol, et gloria ejus in te videbiturj
e per la luce che loro ha servito di guida, Ambulabunt in
splendore ortus tui; e pel luogo da cui sono venuti, Omnes
de Saba venient, Madian et Epha; e per i donativi ehe hanno
offerti, Aurum et thus deferentes; e per la conversione che
hanno ottenuta, Quando conversa fuerit adtej ed infine per
gli omaggi e le lodi che hanno reso al Salvatore del mondo,
tandem Domino annuntiantes: dimodoch, confrontando
questo luogo dIsaia col luogo del Vangelo in cui S. Matteo
ha descritta la vocazione deMagi, non si saprebbe in certo
modo decidere quale dedue luoghi debba dirsi di questo
mistero la predizione e quale la storia, e chi de due sacri
scrittori ne sia stato levangelista e chi il profeta.
Se non che la sola conversione di tre uomini anche illu
stri, quanti una tradizione universale c costante tiene ehe
290 LETTURA PRIMA
siano stati i re Magi, non poteva ispirare espressioni di s
alta meraviglia e di s tenera gioja ad un profeta occupato
di continuo degrandi misteri del Messia e degli effetti ge
nerali della sua redenzione. Oltre di che, non parla egli solo
dindividui, ma ancora di nazioni; non parla solo di re, ma
ancora di popoli; non parla di abitatori vicini, ma di viag
giatori lontani che da tutte le terree, da tutti i mari sareb
bero venuti a cercare in Gerusalemme un asilo, e lavreb-
bero arricchita di figli e ricolma di allegrezza e di gloria.
Questo vaticinio adunque non riguarda i Magi, se non come
figure, come primizie e come condottieri della moltitudine
delle genti, che da tutte le parti del mondo sarebbero venute
a popolare la vera Gerusalemme, la Chiesa, ed avrebbero
formata la gran famiglia dei veri adoratori di Ges Cristo.
5. Anche nel salmo settantesimo primo, che unito al
vaticinio dIsaia forma quasi tutta lufficiatura ecclesiastica
di questa solennit e della sua ottava; anche in questo sal
mo, dico, Davidde, nella venuta dei Magi, predice ancora Ja
conversione delle genti; poich parla dei re di Tarso, degli
Arabi e di Saba che sarebbero venuti ad adorare il Messia,
ad offrirgli dei doni, Reges Tharsis numera offereit; Reges
Arabum et Saba dona adducentj ma allo stesso tempo diee
ancora che il nato Messia avrebbe esteso la sua dominazione
dalluno all'altrpTnare e sino agli ultimi confini del mondo;
che tutti i re della terra lo avrebbero adorato, e che con
essi lo avrebbero ancora servito tutte le genti : Et dominabi-
tur a onare asque ad mare, a flamine usque ad terminos or-
bis terrarum. Et adorabunt eum omnes reges terraej omnes
gentes servient ei. Sicch Davidde ancora celebra circa mille
anni prima la vocazione dei gentili alla vera fede nella vo
cazione dei Magi; e riguarda queste due vocazioni come una
stessa vocazione ed uno stesso mistero.
La festa adunque dellEpifania del Signore una festa di
tutti i popoli gentili venuti alla luce ammirabile del cristia-
LETTURA PRIMA 291
ncsimo: c la festa nostra per conseguenza clic da padri gentili
abbiamo avuto lorigine e che in questo giorno, e non prima
di questo giorno, siamo stati ammessi a partecipare ai benefi-
cii della nascita del Salvatore cd alla eredit del suo amore.
4. Infatti, prima dellarrivo dei.Magi alla santa capanna
di Betlemme, e prima della loro ammissione a rendere omag
gio al nato Messia, Ges Cristo, nato da stirpe giudea, in
una contrada della Giudea, col titolo di re de3 Giudei, si
sarebbe detto che pei soli Giudei era nato. Di pi i patriar
chi dei Giudei lo aveano particolarmente implorato: i profeti
giudei lo avean predetto: la religione giudaica lo avea figu
rato nesuoi riti, nesuoi sagrificii, nelle sue cerimonie: el
esso litteralmente al popolo giudeo, come il suo particolare
re, liberatore e duce, era stato da tante migliaja di anni pro
messo. Che anzi Dio stesso, avendo preso particolarmente il
nome di Dio di Abramo, d'Isacco e di Giacobbej avendo
dichiarato gli Ebrei sua eredit, suo popolo eletto, suo alleato
e suo figlio-, avendo infine con questo popolo stretta alleanza
c fattolo depositario desuoi oracoli, della sua religione, del
suo culto, parea che avesse in certa guisa ripudiate tutte le
altre nazioni: parea che non volesse che questo popolo far
partecipe delle sue misericordie: parea che non farebbe nulla
clic in lui e per lui, e che noi poveri gentili dovessimo ri
manere" perpetuamente esclusi da questo mistero della sua
piet e del suo tenero amore.
Il mistero dellEpifania per ha fatto conoscere tutto lop
posto. Collavere in questo giorno chiamato ed accolto i santi
Magi, stranieri al popolo ebreo per origine, e per religione
gentili, Ges Cristo ha dimostrato che non era venuto solo
per gli Ebrei, ma pei gentili altres: che non il liberatore
di un sol popolo, ma di tutti i popoli; che non il Salva
tore della sola Giudea, ma di tutto il mondo, Salmtor mandi
(Joan. 4): e che egli tutti accoglie, tutti riceve, tutti ammette
alla sua sequela ed alla sua fede, poich venuto per tutti.
292 LETTURA PRIMA
Perci questo Dio salvatore, appena nato, si volle scoprire
esso stesso, e volle essere riconosciuto ed adorato da uomini
di tutte le classi, di tutte le condizioni, di tutte le lingue :
dai vicini e dai lontani, dai naturali e dagli stranieri, dai
semplici e dai dotti, dai plebei e dai grandi, dai poveri e
dai ricchi, dai pastori e dai re, dagli Ebrei e dai pagani, dalla
sinagoga e dalla gentilit; da tutti insomma, dice S. Leone,
si volle far conoscere, giacch si era degnato di nascer per
tutti: Ab omnibus voluit agnosci qui dignatus est omnibus
nasci (Serra. 1 de Epiph.).
5. Nel giorno dellEpifania adunque ogni distinzione di
Giudeo o di Greco, di uomo o di donna, di libero o di servo,
abolita: Non est distinctio Judaei et Graecij non est ne
gus masculus neque servus neque liber; ma tutte le condi
zioni e tutte le genti sono fuse per formare come un sol
corpo, di cui Ges Cristo il capo: Sed omnes unum corpus
effcimur in Christo Jesu (Galat. 5). In questo giorno si
rovesciato il muro di divisione, la funesta maceria onde noi
gentili parea che dovessimo rimanere perpetuamente estra
nei alla grazia della redenzione: Medium parietem maceriae
solvens. Nella carne purissima, di cui il Verbo eterno si
rivestito ed in cui, secondo il vaticinio dIsaia, si manife
stato e si renduto visibile ad ogni carne, Etvidebit omnes
caro salutare Dei (Lue. 5), ha estinto ogni principio dini
micizia che rendeva impossibile lunione del popolo giudeo
col popolo gentile, luno allaltro odioso e straniero per diver
sit di origine e per zel di religione, Interficiens inimici-
lias in carne suaj ed il mediatore, il paciere universale del
cielo e della terra, si fatto ancora il mediatore c il paciere
degli uomini fra di loro, Ipse enim est pax nostra; e si
costituito come vera pietra angolare che riunisce e lega
insieme due muri; poich oggi lega egli e riunisce due po
poli per formarne un sol popolo nellunit della medesima
fede e del medesimo amore: un solo e magnifico edificio,
LETTURA PRIMA 203

ledificio della sua Chiesa: Lapis angularis qui facit utra-


que unum (Ephes. 2).
6. Pertanto non sono i soli Magi ammessi al consorzio,
all'amore, alle nozze dellAgnello divino uscito (canta la
Chiesa) dal seno purissimo di Maria come uno sposo amoroso
dal suo letto per cercarsi una sposa, Tamquam sponsus
procecleJis de thalamo suo; ma neMagi e coMagi i nostri
padri gentili e noi stessi siamo stati ammessi a queste nozze
divine che si sono oggi celebrate colla umana natura nella
grotta fortunatissima di Betlemme. I Magi erano le primizie
del popolo gentile, Primitiae gentiumj erano i nostri padri,
i nostri rappresentanti. Il trattato di pace adunque,- lal
leanza di misericordia, il connubio misterioso che Ges sal
vatore ha conchiuso oggi con loro, ci riguarda, ei appartiene,
fu ancora conchiuso con noi; poich essi operarono a nome
nostro: e ci che Ges Cristo fece con loro fu il pegno di
quello che avrebbe pi tardi fatto ancora con noi.
Il mistero dellEpifania in conseguenza*il nostro mistero,
quello in cui si stabil la nostra chiamata alla fede, la nostra
aggregazione alla Chiesa; il mistero in cui furono fissati i
titoli alla nostra parentela, alla nostra figliolanza con Dio,
alla nostra fratellanza con Ges Cristo, ed alle nostre nozze
con lui: il mistero in cui Ges Cristo nostro salvatore apr
il suo cuore, spalanc le sue braccia ai popoli gentili, ai no
stri padri, e per conseguenza anche a noi per riceverci, per
accoglierci, per stringerci al suo seno, per versare in noi le
sue grazie e farci provare i teneri effetti del suo amore: e
da questo giorno questo cuore divino, queste tenere braccia
c questo seno, santuario dell amore celeste, sono rimasti
aperti, in guisa che non vi alcuno che possa temere di
esserne rigettato, o di trovar chiusa questa via regia ed unica
delleterna salute.
Ragion vuole pertanto, dice S. Leone, che noi celebriamo
la memoria di un mistero, di tanto vantaggio e di tanta piet
L ' E p i f a n i a del S ig n o r e . -19
m LETTURA PRIMA
per noi, coi trasporti della pi tenera gioja; giacch questo
il mistero in cui ci fu assicurato il beneficio della vera
fede, e ce ne fu dato, nei Magi adoratori di Ges Cristo, un
pegno amoroso; in cui furono piantate le fondamenta della
nostra speranza; in cui ci furono aperte le porte, spianate
le vie per incominciare ad entrare nella eredit del cielo :
Agnoscamus ergo, dilettissimi, in Magis adoraloribus
Christi vocationis nostrae fideiqne primitias, et exultanti-
bus animis spei india celebremusj exinde enim in aeternam
haereditatem coepimus introire (Serra, de Epiph.).
7. Ma riflettiamo ancora alleccesso della degnazione, al
prodigio della misericordia che lamore di Ges Cristo ha
compiuto in questo mistero nellessersi manifestato ai gen
tili, ed in essi e per essi anco a noi.
Che si sia egli annunziato alle anime giuste del popolo
giudeo, fu sempre un tratto ineffabile della sua bont. Ma
per altro i Giudei erano il solo popolo in cui il suo nome
era glorificato col culto e colla religione che Dio medesimo
avea stabilita : Notus in Judaea Deus, in Israel magnum
nomen ejus (Psal. 75). I Giudei erano i soli che aveano una
fede esplicita nel mediatore futuro; e se qualcuno, fuori di
questo popolo, avea questa fede medesima, non lavea rice
vuta che per mezzo delle sue Scritture e desuoi Profeti.
Erano dunque soli i Giudei a cercare questo divino media
tore in tutte le loro storie, a figurarlo nei loro sagrificii, a
chiederlo di continuo al cielo con lagrime copiose, con caldi
voti, con incessanti sospiri: di modo che tutta la loro reli
gione, tutto il loro culto, non era che un gemito di una
grande miseria che reclamava una grande misericordia: non
era che una preghiera perenne, fervorosa, dolente al cielo
perch affrettasse il momento della venuta di colui che do-
vea consolare e salvare la terra.
Ma i nostri padri gentili non conoscevano Dio che per ol
traggiarlo. Gli uomini, gli animali, le piante e persino i vizii
LETTURA PRIMA 295
c le passioni, tutto presso di loro era Dio, era onorato come
Dio, eccettuato il Dio vero. La loro religione adunque era
un insulto permanente e sacrilego del vero Dio. Lungi per
ci dal cercare in un riparatore divino il rimedio ai loro
vizii ed ai loro errori, non intendevano nemmeno la pro
fonda miseria del loro stato e facevano tutti i loro sforzi
per sempre pi confermarsi nei loro errori ed avvolgersi e
corrompersi e degradarsi nei vizii loro. Tale era allora lo
stato del mondo idolatra, e tale particolarmente era lo stato
dei nostri padri qui in Roma: la quale, col divenire la ca
pitale del mondo politico, era altres divenuta il centro di
tutte le superstizioni e la sentina di tutti i vizii.
Ora uno stato s funesto e s colpevole, invece della col
lera divina, dest in pr dei nostri padri la divina compas
sione. Essi non cercavano di Dio, ed egli, questo Dio dimen
ticato, disprezzato da loro, ha fatto i primi passi in cerca di
loro, li ha prevenuti, andato loro incontro; e nella persona
deMagi li ha chiamati a s, li ha accolti, li ha ammessi alla
sua amicizia ed al suo amore, illuminandoli colla sua luce
divina,1di cui fu figura la stella misteriosa deMagi; e com
piendo litteralmente in quesanti re e figuratamente in noi
il bel vaticinio che la sua misericordia avea fatto in questi
termini annunziare da Isaia: La luce divina spuntata so
pra la testa delle nazioni che dimentiche di s stesse e di
Dio giacevano avvolte nelle tenebre e nelle ombre di mor
te: Sedentibus in regione umbrae mortis, lux orta est eis
(Isa. 9). Oh misericordia, oh bont, di cui in questo giorno
il salvatore Ges, il-tenero, lamoroso Ges ci ha dato il
pegno e la prova 1Ci ha egli dato il primo, il pi grande de
suoi beneficii, la sua luce, la sua rivelazione, la sua fede, nel
mentre che noi eravamo meritevoli del pi terribile desuoi
gastighil Non dunque nei nostri meriti, dice S. Leone,
ma nella sua generosa misericordia, nella sua grazia preve
niente che si deve cercare la ragione della nostra vocazione
296 LETTURA PRIMA
alla fede, e della nostra partecipazione al gran mistero della
salute: Causa regenerationis nostrae non est itisi miseri
cordia Dei (Serra, 4 de jejun. x mensis). Non ci saremmo
noi mai rivolti a lui ad invocarlo, ad amarlo, se egli non ci
avesse prevenuti e non ci avesse amati il primo e non fosse
venuto cercandoci anche nei luoghi pi lontani da Gerusa
lemme come i Magi; se non avesse fatto brillare sul nostro
capo la stella della sua celeste dottrina unita alla sua grazia
e sgombrate le tenebre dei nostri errori colla luce della sua
santa verit: Quem non diligeremus, nisi prius nos ipse
diligerei et tenebras ignorantiae nostrae, suae veritatis luce
discuterei.
8. Allora pertanto compissi altres questaltro non men
tenero e non meno splendido vaticinio dIsaia, nel quale il
Dio delle misericordie e dellamore, parla appunto cos: Io
chiamer i ciechi, e li far entrare nella strada chessi igno
ravano, e li far camminare nesentieri che essi non avevano
mai praticati: Adducami caecos in viam quam ignorabant,
et semitas quae nesciebanl faciam illos calcare. Io far che
le tenebre si cambino in luce per loro, e le strade tortuose
e difficili in vie piane, facili e sicure: Faciam illis tenebras
in lucem, et prava in directa. Questi prodigi li operer ve
ramente con loro; e la mia misericordia non li abbandoner :
Haec nerba faciam illis, et- non relinquam eos. Cos sar
ritrovato, continua a dire il Signore, sar ritrovato da coloro
che punto non mi cercavano; e mi manifester a coloro che
non chiedevan di me, perch non mi conoscevano: Inventus
sum a non quaerentibus me: et palam apparai iis qui me
non interrogabagt (Rom. 40).
Ora questa gioconda profezia, in cui il nostro Salvatore ci
avea antecedentemente manifestato i disegni di misericordia
che nutriva pei poveri gentili, e ci avea data la sua parola
di eseguirli, si , ripeto, litteralmente compiuta nel mistero
dellEpifania. In questo giorno la sua stella and in cerca
LETTURA PRIMA 297
dei Magi, li illumin c per sentieri loro sconosciuti li guid
ai suoi piedi. In questo giorno si manifest a quelli che non
lo cercavano; e nei Magi e co'Magi, i medesimi prodigi di
amore sono stati oggi da lui operati con noi. La gentilit
oggi per la prima volta ha aperto gli occhi alla vera fede ed
stata per vie misteriose ed ignote condotta ad adorare il
Dio che non conosceva; ed oggi si operato il nostro gran
passaggio dalle tenebre alla luce, dal culto degli idoli alla
religione del vero Dio, dalla servit del demonio alla sequela
di Ges Cristo. Questa dunque la nostra vera solennit, la
nostra vera festa, la nostra Pasqua verace, ossia il nostro
passaggio al Signore: Pascha nostrum, idest transitus Do-
mini.
Amiamo dunque il Dio di misericordia che ci ha preve
nuto oggi nellamore ed stato il primo ad amarci: Diliga-
mus Deum, qitoniam ipse prior dilexit nos (I Joan. 4, 19).
Rendiamogli affetto per affetto, amore per amore; diamoci
tutti a lui, come egli si oggi manifestato e donato tutto a
noi; e colle parole del salmo in cui Davidde cant questo
stesso insigne prodigio della divina piet, tributiamo a Ges
salvatore la nostra riconoscenza: 0 santo, o dolce nome del
Signor nostro, siate benedetto e lodato in eterno, come eterno
la sua misericordia 1SU nomen ejus benedictum iti secula,
ante soletti permatiet nomen ejus. In questo Dio salvatore
sono state benedette tutte le trib della terra e noi con
loro. Uniamoci adunque con tutte le genti per glorificarlo
per sempre: Et benedicentur in ipso otnnes tribus terraej
omnes gentes magnificabunt eum. 0 Signore, Dio dIsraello,
Dio nostro, siate dunque per sempre benedetto; poich solo
una misericordia infinita come la vostra poteva compiere
prodigi di s tenero amore: Benedictus Dotninus Deus Israel,
qui fecit mirabilia solus! Dehl fate, o Signore, che questo
santo nome vostro, nome di' maest e di amore, come lo be
nediciamo e lo adoriamo noi, lo adorino e lo benedicano al
298 LETTURA PRIMA
tresi tutte le genti per tutta leternit; e tutta la terra sia
tosto riunita alla-maest del vostro culto, alla professione
della vostra fede, alla gloria del vostro nome: Et benedictum
nomen majestatis ejusin aeternumj et replebi tur majestate
ejus omtis terra. Questa profezia, per voi si gloriosa, e si
consolante per noi, si gi in parte compiuta; deh 1affret
tate il momento in cui, secondo la vostra parola, debbe com
piersi ancora in tutto: Fiat, fiat (Psal. 71).
9

LETTURA II

DELLA CIHVJ1ATA DEI MAGI

ARGOMENTO

P erch m ai S. M atleo h a com incialo la sto ria dei Magi d al n o tare il tem po
e il luogo d ella n ascita di G es C risto. 1 Magi veri sa p ie n ti. Come
d a lla v ista d ella ste lla com presero esser n ato il Messia. P rofezia di
Aggeo co m p iu ta in q u e sta apparizione. La co lo n n a degli E brei fig u ra
a n c h essa d i q u esto m istero. A pplicazioue che S. P aolo fa di q u esta
fig u ra al popolo cristian o . L a ste lla sim bolo d e lla vera fede.

4. Ma dopo di avere considerato in generale e come nel


suo tutto il gran mistero della vocazione deMagi, bisogna
considerarlo ancora in particolare e nelle sue circostanze;
poich queste circostanze ancora sono ripiene di alti misteri
capaci dilluminare sempre meglio la nostra fede, consolare
la nostra piet ed edificare il cuor nostro.
Si osservi dunque da prima che non senza ragione che
il santo evangelista Matteo incominci la bella istoria di questo
tenero e grande avvenimento, che dovea cangiare la faccia
del mondo, dal determinare il tempo ed il luogo in cui
accaduto, dicendo: Poich nacque Ges in Betlemme di
Giuda, ai giorni del re Erode: Cam natus esset Jesus in
Bethlehem Juda, in diebiis Herods regis (Matth. 2). Im
perciocch il patriarca Giacobbe avea predetto a Giuda suo
300 LETTURA SECONDA
figlio che il Messia sarebbe nato dalla sua stirpe, quando lo
scettro del regno di Giuda, dalla famiglia di questo patriarca
sarebbe passato in altre mani: Non auferetur sceptriim de
Juda, donec veniat qui mittendus est (Gen. 49). E Michea
avea vaticinato che Betlemme di Giuda sarebbe stata grande
nella sua piccolezza; giacch da essa dovea uscire il condot
tiero del popolo dIsraello, Et tu, Bethlehem terra Juda, ne-
quaquam minima es... ex te enim exiet dux quiregat po-
pulum meum Israel (Micb. 5); cio a dire che il Messia sa
rebbe nato in Betlemme di Giuda, citt cos chiamata per
distinguerla da unaltra Betlemme che eravi pure in Galilea
nella trib di Zbulon. LEvangelista adunque, per indicare
che queste circostanze profetiche del nascimento del vero
Messia si erano compiute nella nascita di Ges Cristo, ne no
mina il tempo, dicendo: Poich nacque Ges ne1giorni del
re Erode; cio a dire negiorni in cui lo scettro non era pi
nella famiglia di Giuda, ma nelle mani di uno straniero; giac
ch questo Erode era Erode Ascalonita, figlio di Antipatro,
di nazione Idumco, a cui il senato romano, sulla raccoman
dazione di Antonio, avea conceduto il regno della Giudea
soggiogata.
Ne nota ancora il luogo : In Betlemme di Giuda; come se
avesse detto: Essendo nato Ges nella trib e dalla fatui-
glia di Giuda, come era stato vaticinato.
2. E qui osservate con S. Agostino che questo Giuda
figlio di Giacobbe, da cui Ges Cristo disceso, e nella cui
trib nato secondo la carne, come espressamente lo nota
Evangelista, quel Giuda che si era renduto colpevole di
un orribile incesto; e che frattanto il Figlio di Dio, lAgnello
senza macchia, la santit stessa di Dio, non ha sdegnalo di
averlo per suo antenato*, affinch, dice questo grande Dot
tore, Il vero Salvator nostro divenisse nostro maestro non
solo col parlare, ma ancora col nascere. Verissimus Sal
vator non solimi togliendo, sed eliam nascendo magister
LETTURA SECONDA 301
exstitit (Contra Faust., 22, 64). Imperciocch da questa cir
costanza della carnale sua origine da un antenato s gran
peccatore, abbiamo imparato noi fedeli di Ges Cristo che
dovevamo venire da tutte le parti alla sua Chiesa; che le
iniquit dei nostri maggiori non sono un ostacolo per par
tecipare alla sua misericordia: Fideles enim ejus, venturi ex
omnibus genti bus, etiam exemplo carnis ipsius discere !de-
buerunt parentum suorum iniquitates sibi obesse non posse.
Per darci dunque speranza nel suo perdono e nel suo amore
e farci conoscere fin dal primo istante chegli lo sposo ge
neroso e pio che avrebbe alle sue nozze invitati i buoni e i
cattivi, dai buoni e dai cattivi si degnato di nascere, con
servando sempre per le due qualit di Dio e di uomo in
tutti i suoi misteri: imperciocch per rispetto alla sua divi
nit volle nascere miracolosamente da una madre vergine; e
per accomodarsi alle miserie ed ai timori della povera uma
nit, volle discendere da antenati non solo santi, ma ancora
colpevoli: Proinde sponsus ille suis congruens imitatis, qui
vocaturus erat ad nuptias bonos et malos, etiam nasci vo-
hiit de bonis et malis: documenta quippe Dei et homitiis
ubique conservans, parentes et bonos et malos propter con-
venientiam humanitatis non sprevit, partum autem vir-
ginis propter miraculum divinitatis elegit (ibid.).
| 3. Ma ritorniamo ai Magi. Questi uomini fortunati, se
condo la tradizione appoggiata alle profezie, erano Arabi di ,
origine. siccome lEtiopia formava anticamente parte del
l'Arabia, sono pure nelle Scritture detti Etiopi: Corani ilio
procident JEthiopes (Psal. 71). Erano ancora monarchi di
diverse contrade di Arabia; ma erano re sapienti, re filosofi,
e perci sono detti Magi dalla parola ebraica Magim, che
significa uomini di meditazian e di studio, giacche la me
ditazione la chiave della sapienza c della filosofia.
Ma questo nome di Magi o di Sapienti si conviene loro
per un titolo ancora pi nobile, cio a dire perchvcolla
302 LETTURA SECONDA
loro fede, pi che collo studio loro; colla loro umilt, pi
cfie colle loro cognizioni, ritrovarono la vera sapienza, la vera
filosofia, che Ges Cristo, in cui si trovano tutti i tesori
della scienza del Padre, in cui simpara la vera scienza di
Dio e delleterna salute, chiamato perci da S. Paolo La
virt di Dio e la sapienza di Dio, Dei virtus et Dei sapientia
(I Cor. 1); e perci pure questo medesimo Apostolo prote
stava di non volere sentir parlare di altra filosofia e di altra
sapienza fuori di quella che riposta nei sublimi e teneri
misteri di Ges Cristo: Arbitratus sum m e nihil aliud scire
. nisi Jesum Christum (I Cor. 2).
4. Con tali disposizioni adunque di un cuore retto, di
uno spirito umile e desideroso di ritrovare la verit, iMagi
la ritrovan difatti. Conciossiach appena vedono spuntare
sullorizzonte la stella che, e per la singolarit del suo mo
vimento c per la bellezza della sua forma e per f immenso
chiaror*del suo lume, appariva manifestamente miracolosa,
la ravvisano per la stella di Giacobbe, che Balaam avea va
ticinata come il segno della nascita dellaspettato Messia:
Orietur stella ex Jacob (Num. 24). E sebbene avessero essi
senza dubbio cognizione di questa bella profezia, che era
sparsa in tutto lOriente; ci non ostante quello che gli ajut
a ravvisarla come il vero segno della nascita del Salvatore,
il suo araldo, la sua stella per eccellenza, Stellam e/izs(Mat-
th. 2), non fu tanto, dice S. Leone, la sua vaghissima forma
o la sua luce sfolgorantissima onde fu soavemente abbagliato
il loro sguardo, quanto la rivelazione divina, che al mede
simo tempo illumin le loro menti. Poich il Dio di miseri
cordia, per una bont tutta gratuita, dalla quale discende il
dono inestimabile della fede, non solo fece loro vedere il
prodigio, ma fece loro ancora intendere il mistero di ci che
vedevano, ma diede loro il desiderio di cercare colui che
avevano inteso, e finalmente concedette loro la bella sorte
di ritrovare colui che avean cercato: Dedit aspicientibus
LETTURA SECONDA 303

intellectum, qui praestitit signum; et quod fecit intelligi,


fecit inquir, et se inveniendum obtulit requisitus (Serm, 4
de Epiph.).
Docili dunque alla voce del prodigio e molto pi alla voce
interiore della grazia, non dubitano un istante della nascita
del Messia. Questo indizio per loro pi che bastevole. La
loro fede completa. E senza frapporre indugio si mettono
in cammino, in cerca di colui di cui gi credono il fortunato
nascimento: Vidimus, et veiimus (Mattb. 2).
Allora pertanto compissi il tanto caro vaticinio di Aggeo,
pel quale disse gi il Signore: Poco tempo ancora passer, ed
io metter in istraordinario movimento il cielo e la terra; e
verr il DESIDERATO DA TUTTE LE GENTI, Adhuc unum
mo dietim, et ego commovebo caelum et terramj et veniet
DESIDERATUS CUNCTIS GENTIBUS (Agg. 27). Giacch,
come, dice un interprete, questa stella miracolosamente ap
parsa dimostr la commozione, la meraviglia e lo stupore de
cieli per leccesso della degnazione del loro Dio fattosi uomo
per amore delluomo; come Pecclissi prodigioso del sole e
della luna accaduto alla morte di questo medesimo Salva
tore dimostr pi tardi la commozione e lorrore decieli
per leccesso della malizia onde gli uomini crocifissero il
Figlio di Dio: In nova stella hac in caeloproducta caelum
quasi stuporem suum ostendit ad hanc Dei sui philantrho-
piam ; sicut eadem de causa in passione Christi obscura-
tus est sol et luna (A-Lap. in 2 Matth.).
5. Se non che la vocazione deMagi non solo stata
predetta, ma ancora figurata.
Quando glisraeliti uscirono dallEgitto per andare al pos
sesso della terra loro dal Signore promessa, provvide la di
vina bont che una colonna misteriosa si formasse nel cielo,
la quale nel giorno appariva come una nuvola bianchissima,
che, dilatandosi a guisa di amplissima tenda, difendeva il
popolo peregrino dalla sferza del sole cocentissimo dellA

\
304 LETTURA SECONDA
rabia, e nella notte, divenuta tutto ad un tratto come una
splendentissima stella in mezzo ai cieli, serviva ad illumi
narlo. E siccome si moveva innanzi la prima, quando il po
polo si dovea mettere in marcia', ed arresta vasi quando e
dove Israello doveva far alto pel ristoro e pel riposo; cosi
era essa che additava, che dirigeva e regolava miracolosa
mente il cammino del popolo viaggiatore a traverso le pia
nure inospite e le calde ed incerte arene del deserto: De-
duxit illos in via mirabili, et fuit illis in velamento diei
et luce stellarum in nocte (Sap. 40).
Ora chi non vede, dicono glinterpreti, in questo prodigio
della bont divina in favor degli Ebrei, una figura ed una
profezia del prodigio della stessa bont di Dio in favore dei
Magi? Columna ignis et nubis dux castrorum Hebraeorum
fuit typus hujus stellae (A-Lap. in 2 Matth.). Imperciocch,
dice S. Pier Crisologo, anche la stella deMagi, come la co
lonna degli Ebrei, additava non solo, ma regolava il loro
cammino; giacch quando i Magi doveano muovere, essa li
precedeva, si arrestava quando dovean fermarsi, e quando
si riposavano vegliava alla loro custodia ed alla loro difesa:
Ambulante Mago, stella ambulati sedente, statj dormiente,
excubat (Serm. 456).
Di pi : siccome la nuvola fu guida ed istrumento di mi
sericordia pel popolo eletto, ed al contrario fu flagello ed
istrumento della giustizia di Dio per gli Egiziani persecu
tori; cos la stella che illumin e condusse i Magi accec
sempre di pi, e fu un nuovo titolo di condanna per gli
ostinati Giudei: e finalmente, come la colonna o la nuvola
degli Ebrei gli ajut ad uscire dallEgitto e ad entrare nella
Terra Promessa; cos la stella trasse i Magi dalle tenebre
del gentilesimo e li condusse alla grotta di Betlemme, alla
casa fortunatissima in cui ritrovarono Ges e Maria, In-
trantes domani, invenerunt puerum cuni Maria maire ejus
(Matth. 2); cio a dire alla vera religione, alla vere Chiesa:
LETTURA SECONDA 308
vera terra di promissione, terra della manna e del pane,
giacch Betlemme significa Terra, o casa del pane; ed in
fatti trovarono i Magi in Betlemme Ges Cristo che si de
gnato di divenire nel sagramento del suo amore e di chia
marsi esso stesso Il vero pane vivente disceso dal cielo
per alimento e conforto delle sue povere creature sopra la
terra : Ego sum panis vivus qui de caelo descendi (Joan. 6).
6. Ma lapostolo S. Paolo, dopo di avere epilogato la
storia dei prodigi da Dio operati nel liberare il popolo
dIsraello dalla servit dellEgitto, ne fa l applicazione al
popolo cristiano e dice che tutto ci che avvenne allora
agli Ebrei, nella sua storica verit, era anche una figura di
quello che la divina bont ha fatto con noi: Haec in figura
contingebant illis; et causa facta sunt nostrum qui in
fines saeculorum divenimus (I Cor. 40). Perci ancora non
v dubbio che la luce miracolosa che guid gli Ebrei sia
la figura della luce non meno prodigiosa che prima guid
i Magi nella visibile stella e poi ha guidato anche noi nella
dottrina degli Apostoli. Infatti Ges Cristo medesimo ha
detto a suoi Apostoli: Voi siete la luce del mondo, Vos
estis lux mundi (Malth. 5); e la Chiesa dietro questo ora
colo del Salvatore, li saluta e li chiama i veri luminari del
mondo, Et vera mundi lumina (Hymn. Apost.). Anzi in
Daniele, i santi Apostoli e i dottori della vera Chiesa, che
colla loro predicazione doveano condurre s gran parte del
mondo alla giustizia ed alla verit sono espressamente chia
mati STELLE sfolgorantissime e risplendenti di una luce in-
difettibile ed eterna: Qui ad justitiam erudiunt multos
fulgebunt quasi stellae in perpetuas aeternitates (Dan. 42).
Perci, dice S. Gregorio, come i Magi per mezzo della stella,
noi per mezzo degli Apostoli, dei Profeti e dei pastori della
Chiesa, siamo stati chiamati alla vera fede, Ecce Deus vocat
per Prophetas, vocat per Apostolos, vocat per pastores. E
siccome, sebbene sia stata la stella che ha chiamato i Magi a
I
306 LETTURA SECONDA
Betlemme, pure nella stella stato Ges Cristo che gli ha
chiamati, poich la stella era la stella di lui, Stellam ejus,
da esso collocata espressamente ne cieli per eseguire questa
chiamata; eos sebbene siano gli Apostoli i pastori della
Chiesa che ci hanno condotti alla fede e che nella Chiesa
stessa ci ammaestrano e ci dirigono, pure sempre Ges
Cristo che in loro e per loro ci chiama, ci ammaestra e
ci dirige. Poieh esso che li ha perci mandati e stabiliti
nel cielo della Chisa; ed la sua parola, la sua dottrina,
il suo Vangelo ehessi ci annunziano, in suo nome e colla
sicurezza che non potranno giammai ingannarci. Chi dun
que disprezza la loro parola, disprezza la parola eterna, re
terno Verbo che in essi parla; disprezza la luce di Dio, la
stella di Dio; spegne l'unica luce sicura, l unica fiaccola
immortale che si trova in mezzo alla densa caligine delle
miserie della ragione umana, Sicut lucerna in caliginoso
loco (II Petr. 1); si fabbrica esso medesimo, come i Giudei,
delle penali oscurit e ritorna ad assidersi, ad ingolfarsi,
per perirvi, nelle tenebre e nelle ombre della morte, da cui
la misericordia di Dio lo aveva misericordiosamente sottratto.
7. Anche S. Agostino insegna la medesima dottrina di
S. Gregorio; conciossiach, dice, come la stella fu lapo
stolo dei Magi, cosi gli Apostoli sono stati la nostra stella;
e come la stella fu una lingua eloquente per quelli, cosi la
lingua degli Apostoli e dei ministri della Chiesa stata una
stella luminosa per noi: ed a noi ancora gli Apostoli e i loro
successori, come novelli cieli, hanno annunziata la gloria e
le grandezze di Dio: Illi erant primitiae genlium, nos po-
pulus gentium. Nobis hoc lingua nuntiavit Apostolorum,
stella illis tamquam lingua caelorumj et nobis iidem Apo
stoli tamquam alii caeli enarraverunt gloriam Dei (Serm. 2
de Epiph.).
Infatti la grazia'della fede da S. Pietrosi chiama la stella
che spunta ne nostri cuori, Donec Lucifer oriatur in cor-
LETTURA SECONDA 307,
dibiis ve$tri$Q\ Petr. 1): stella miracolosa che in fondo non
che lo stesso Ges Cristo, che nella sua dottrina celeste
luce vera della nostra intelligenza, come nel suo sagra-
mento vero alimento del nostro cuore. Perci si chiama
allo stesso tempo Il lume e lo splendore del Padre e la
speranza unica e permanente di tutti gli uomini, Tu lu
men et splendor Patris ; Tu spes perennis omnium. Perci
si chiama ancora La vera luce che illumina ogni uomo che
viene in questo mondo, Lux vera quae illuminat omnem
hominem venientem in hunc mundum (Joan. 1). Perci in
fine si chiama Lume di lume; giacch egli allo stesso
tempo mezzo e fine, venendoci da lui la luce per conoscere
e credere in lui, che la luce verace; adempiendosi cos il
detto del Profeta : Nel vostro santo lume, o Signore, vedre
mo il lume, In lumine tuo videbimus lumen (Psal. b).
E mirate ancora come la stella misteriosa dei Magi col suo
stesso movimento indica il mistero della nostra chiamata
alla fede di Ges Cristo. Questa stella spunta in Oriente,
Vidimus stellam in Oriente (Matth. 7), e guida ed accom
pagna i Magi sino a Betlemme che, rispetto allArabia, giace
alloriente. II suo corso perci dalloriente all occaso.
Sin dallora adunque fu indicato quello che pochi anni
appresso avvenuto, cio che la vera fede del Messia a noi
popoli occidentali dall Oriente venuta. Ivi spunt, ivi
nacque questo astro miracoloso che ci fa conoscere i veri
misteri di Dio: ivi brill della prima sua luce, nella prima
predicazione degli Apostoli in Gerusalemme , e da Gerusa
lemme pass quindi a Roma, che alloccidente di quella
citt: adempiendosi cos alla lettera il detto di Davidde, che
il nome di Dio conosciuto, lodato nelloriente, sarebbe stato
conosciuto pure e lodato alloccaso: A solis ortu usque ad
occasum laudabile nomen Domini (Psal. 49).
0 santa luce divina, che in questa nostra citt, in questo
popolo fortunato brillate sempre pura da diciotto secoli, sin
308 Le t t u r a s e c o n d a
da quando i primi Apostoli di Ges Cristo, stelle lumino
sissime del suo mistico cielo, la Chiesa, ve la recarono, ri
splendete sempre viva nei nostri cuori. Dehl che i venti
delle passioni ed i vapori de vizii non vi offuschino e non
vi estinguan giammai. Illuminate le nostre menti, riscaldate
i nostri cuori, perch possiamo amare il Dio di amore che
abbiamo avuto il vanto di conoscere, di credere e di adorare 1
LETTURA IH

I HIAGI A GERUSALEMME

ARGOMENTO

L a fede d e Magi operosa. Loro costan za e coraggio nel co n fe ssare G es


C risto in G eru salem m e. Gli esp lo rato ri d e lla T e rra P ro m essa fig u ra
d e G iudei e d e g e n tili; gli uni che d in e g a n o , g li a ltri che riconoscono
G es C risto. A ltro m istero com preso nella confessione d e M agi, con
fro n ta ta colla d ich iarazio n e di P ila to : ECCO, 0 G IUDEI, IL V O ST R O -
RE. I G iudei istru iti dai g en tili. O m aggio a G es C risto re.

1. Ma se si vuole aver la sorte di mantener sempre


vivo questo santo e prezioso lume della fede, bisogna avere
il coraggio di confessarla colle parole, di compierla colle
azioni; giacch una fede che non si manifesta al di fuori
colla confessione e colle opere c una fede languida, vacil
lante e che termina col presto estinguersi e morire: Fides
sine operibus mortua est (Jac. 1). Or questa la lezione im
portante che ci danno ancora i santi Magi, i quali manten-.
gonoe ravvivano la fede del nato Messia, che pel ministero
della stella hanno ricevuta, collo zelo, colla premura, colla
costanza con cui intraprendono e sostengono un penoso viag
gio in cerca di Ges Cristo: e colla fermezza, colla sincerit
LEpifania del Signore. 20
310 LETTURA TERZA
e col coraggio con cui pubblicamente lo confessano in Ge
rusalemme, in faccia ad un monarca geloso e crudele, ad
un sinedrio animato dal livore e dallorgoglio, ad una citt
tumultuante ed inquieta. Imperciocch il Dio che mette
certe volte a delicate prove la fede delle anime elette, come
i Magi si avvicinarono a Gerusalemme, fece scomparire tutto
ad un tratto al loro sguardo la stella miracolosa che era
stata fino allora guida si fedele e motivo di tanta consola
zione nel loro cammino. Volle con ci il Signore da prima
obbligare i Magi, dice il citato interprete, di ricorrere ai sa
cerdoti, alla sinagoga, che allora avea il privilegio dinter
pretare la Scrittura, e sentire dalla loro bocca il luogo del
nascimento del Messia che cercavano; e dare cos ad essi
ed a noi limportante ammaestramento, che alla Chiesa ap
partiene linterpretare le sacre Scritture, e che, anche dopo
di essere stati da Dio illuminati nella sua fede, necessario
che impariamo dai sacri ministri, da esso stabiliti, le vie
deHeterna salute: Ideo stella inanimata ibi sese subduxit
ut cogeret Magos adire scribasj vult enim Deus per homi-
nes et doctores a-se statutos viam salutis edoceri (A-Lap.
in Matth.
2. In secondo luogo volle il Signore, con questa prova
momentanea cui sottopose la fede de Magi, fornire loro loc
casione di confessarlo, di predicarlo pubblicamente in Ge-
rosolima, per accrescere il loro merito, e confondere e ren
dere inescusabile il popolo ebreo.
In fatti, in quanto ai Magi, se lastro miracoloso ha ces
sato di balenare ai loro occhi; la fede che pel suo ministero
hanno ricevuta, non perci men ferma neloro cuori.
Non temono di essersi ingannati sulla natura della stella
e lo scopo della sua apparizione. Non sospettano nemmeno
che abbia potuto essere un naturale fenomeno, presto scom
parso, quello che essi han preso per un celeste mistero. Non
si pentono, non danno addietro; ma pieni di gran confi
LETTURA TERZA 3il
denza e di coraggio, entrano in Gerosoliraa e, disprezzando
la gelosia del monarca usurpatore, la malignit degli scribi,
il furore del popolo, pubblicano per le vie la nascita del
nuovo re de* Giudei e eercan di sapere da tutti il luogo
dove poterlo ritrovare: Veherunt Hierosolymam dicentes :
Ubi est qui natus est rex Judaeorum (Matth. 2)? Questo
annunzio dato alla citt regina da re forastieri, venutivi con
gran sussieguo da rimote contrade a cercare il re novello
di quel popolo dove un altro re gi regna; questo annun
zio, pronunziato con un tuono di tanta asseveranza e di tanta
sicurezza, mette Erode in timore e tutta la citt in iscom-
piglio: Audiens autem rex turbatus est, et omnis Hieroso-
lyma cum ilio (ibid.). I Magi si accorgono di questo effetto
naturalissimo delle loro parole e della loro presenza. Sen
tono che un qualche pericolo pu sorprenderli in un paese
straniero: puro non si arrestano, non usan politica, non si
ristanno dal chiedere, dallinsistere che lr si dica In qual
luogo nato il re novello, e dove poterlo ritrovare, Di-
centes: Ubi est, ubi est?
E si rifletta ancora che non dimandano se sia o no que
sto re veramente nato. No, dicono, su di questo non ci ha
ingannato la nostra fede. Noi sappiamo di certo ehesso
nato. Abbiamo veduto una stella; e questo certamente il
suo segno, Stelloni ejus. Noi non vi cerchiamo che il luogo
del suo nascimento. Ahi voi che avete tra le mani le sue
Scritture, gli oracoli, le profezie che parlan di lui, voi non
potete ignorarlo. Voi lo sapete con certezza ; e da voi soli
possiamo conoscerlo. Deh 1 ditecelo per pietldov esso
mai? Ci si dimostri, ci si additi; noi siamo premurosi di of
frirgli i nostri donativi, tutti noi stessi; il nostro cuore ci
balza in petto di santa impazienza di conoscerlo e di adorar
lo: Ubi est,ubiest? Venimus cum muneribus adorare eum.
Oh fedel fede generosa 1 fede magnanima 1 fede costante 1
Non lhanno ancora veduto questo Messia, e gi lo confes
312 LETTURA TERZA
sano. Non ne sono ancora i discepoli, e se ne fanno gli apo
stoli c gli evangelisti. Quale ignominia per coloro che, dopo
di averlo conosciuto, lo disprezzano, lo fuggono, lo abban
donano, e dopo di essere stali i seguaci, ne divengono gli
apostati e i detrattori ! Ma oh fede che in s contiene e dis
copre ancora un alto mistero!
5. Per soddisfare alle istanze deMagi, Erode raduna il
sinedrio;si recano in mezzo le Sacre Scritture; ed i sacer
doti giudei vi leggono il vaticinio di Michea ed istruiscono
i Magi del luogo in cui essi certamente troverebbero il Mes
sia di cui vanno in traccia. Cosi il popolo giudeo indica ai
gentili il Messia, ed esso stesso non lo trova; sa di certo dove
sia, e non lo cerea; lo ha a s vicino e quasi sotto degli
occhi, e non lo riconosce; e le stesse divine Scritture, dice
S. Agostino, che servono ad illuminare i gentili, accecano
sempre di pi i Giudei chele hanno in mano: Divinas litle-
ras, quibus gentes insiruerentur, illi excaecaruntur (Serra. 2
de Epiph.). Abbiamo di tutto ci una vaghissima figura o
profezia nel sacro libro deNumeri, in quei due esploratori
che portarono nel campo dIscaello il gran bel grappolo di
uva dalla Terra Promessa. Pendeva questuva eletta da un
bastone che essi portavano sulle loro teste; in modo per
che luno di loro che camminava innanzi dava al grappolo
misteriose le spalle e lo portava senza vederlo; laltro che
veniva appresso avea verso il grappolo rivolta la faccia e
lo portava esso pure, ma allo stesso tempo poteva vederlo
e vagheggiarlo a talento.
Ora S. Cipriano, S. Ambrogio, S. Agostino, S. Girolamo,
S. Prospero e S. Bernardo, presso lA-Lapide, dicono che
questo grappolo profetico, ed figura di Ges Cristo: Uva
pendens in vede est Christus pendens in cruce (in c. 15
Num.); perch la sacra sposa di Ges Cristo dice nei Can
tici: Il mio diletto un grappolo di Cipro nelle vigne di
Engaddi, Botrus Cypri dilectus meus mihi in vineis En-
LETTURA TERZA 313
gaddi (Cant. 1): grappolo veramente miracoloso dal quale
stato espresso il mistico vino che rallegra Iddio e gli uo
mini: Vinum Icietifcans Deum et homines, ossia il sangue
preziosissimo che ha placato il cielo e salvata la terra. Per
ci, soggiunge S. Agostino, i due uomini, apportatori di que
stuva eletta, rappresentano i due popoli dedue Testamenti:
Duo bajuli sunt duo Testamento. Precede il popolo giudeo:
viene appresso il popolo gentile divenuto cristiano. Questo
secondo porta Ges Cristo sua vita e sua salute innanzi agli
occhi: quello gli volge di continuo le* spalle. Luno gli rende
omaggio, laltro il disprezza: Praeeunt Judaei, sequuntur
christiani. Christianus salutem ante conspectum gerit, Ju
do eus post dorsum. lite obsequium praefert, iste contem
plimi (Serm. 100 de Temp.).
Ora questo mistero si cominci a verificare nella circo
stanza della venuta de* Magi a Gerusalemme. Fu allora che
i Giudei andarono avanti a Ges Cristo, poich furono i primi
ad annunziarne il luogo del nascimento: lo additarono ai
Magi e cos lo portarono nel campo del vero Israello, giac
ch lo mostrarono alla Chiesa dei gentili nella persona dei
Magi, ed essi stessi poi, col non'curarsi di cercarlo, gli vol
tarono le spalle.
Ed anche al presente, portando per tutto il mondo le Sa
cre Scritture e i Profeti che parlan di lui, lo additano agli
altri che si mettono alla sua sequela; ed essi stessi i Giu
dei, che sono i primi a portarlo, sono i soli quasi a non ri
conoscerlo. Lo predicano agli altri, e lo rinegano per s stessi.
Presentano agli altri le prove della sua divina missione e i
titoli della sua grandezza, ed essi non vi credono. Portano
ai gentili la luce, ed essi si rimangono a brancolar fra le te
nebre. Ma i Magi, al contrario, venendo appresso ai Giudei,
al lume, alla guida che nc hanno ricevuto, vedono Ges, lo
riconoscono, lo hanno innanzi agli occhi, lo adorano. E cosi
anche noi, loro discendenti, dietro la scorta dei Profeti de
20*
314 LETTURA TERZA
Giudei che ci hanno segnato la strada, siamo venuti alla sua
presenza, lo riconosciamo per nostro Salvatore, lo circon
diamo denostri omaggi, mentre quelli lo insultano e lo be
stemmiano: Nos obsequium praeferi mas, illi contemplimi.
Ahi facciamo per in modo,aggiunge S. Agostino, che que
sto caro peso, che noi portiamo sul capo, per la credenza
che abbiamo in lui e che ce lo tiene sempre presente, peso
prezioso, peso giocondo, giogo soave e leggiero, non cada
giammai dalla nostra testa, e che noi non abbiamo a per
dere lo sua vista, cio la sua fede, la sua speranza, il suo
amore: Laboremus ergo ne a cervicibus nostris tam san-
ctam sarcinam deponamus (ibid.).
4. Ma un altro mistero ancora si contiene nellespres
sione di re de1Giudei, che usano i Magi nel far ricerca del
nato Messia.
Il nome di re de" Giudei, senzaltra aggiunta, era, presso
i Giudei medesimi, sinonimo di Messia. Tutti i Profeti ave
vano dato al futuro Messia un tal nome. I Giudei con tal ti
tolo lo hanno sempre chiamato, e sotto un tal titolo lo at
tendono ancora. Quando dunque i Magi dissero: Dov' il re
de1Giudei?, tutta Gerusalemme comprese che questi stra
nieri intendevano parlar del Messia. Lo stesso Erode sup
pose come certa la cosa-, dappoich al sinedrio, che fece tosto
radunare per soddisfare alla domanda deMagi, e pi ancora
alla sua curiosit inquieta, domand semplicemente che gli
si dicesse dove nascer dovea il Messia: Sciscitabatur abeis
ubi Christus nasceretur (Matth. 2).
Ora questa fermezza, questo coraggio dei Magi, nel dare
a Ges Cristo in una maniera s pubblica e s solenne il ti
tolo di re de*Giudei e proclamarlo MESSIA, ricorda la per
severanza e direbbesi quasi 1 ostinazione di Pilato a dare
a Ges Cristo il titolo medesimo e nel medesimo senso, in
una maniera non men solenne e non men pubblica. Non con
tento il preside romano, dal principio alla fine delliniquo
LETTURA TERZA 31 o
processo del Salvatore, di averlo chiamato sempre il re dei
Giudei, ne fece ancora una dichiarazione autentica ed in
tutte le forme. Imperciocch riferisce S. Giovanni che, fa
cendo Pilato di nuovo comparire Ges al cospetto del po
polo, si assise nel luogo dei giudizii, detto Litostrato in lin
gua greca, ed in ebraico Gabbataj e stando per toccare lora
di sesta, nel giorno di venerd, addit Ges Cristo coronato
di spine allimmenso popolo ivi presente; ed in aria miste
riosa e profetica esclam ad alta voce: ECCO, 0 GIUDEI,IL
VOSTRO RE: Adduxit foras Jesum: et sedit pr tribunali
in loco qui dicitur Lithostratos, hebraice autem Gabbata.
Erat autem parasceve Paschae, ora quasi sextaj et dicit
Judaeis: ECCE REX VESTER (Joan. 19).
Ora tutte queste circostanze delle persone, del giorno, del
lora, del luogo, che accompagnarono questa dichiarazione
e che sono si minutamente notate dallevangelista, indicano
abbastanza che Pilato, cieco ministro dei disegni di Dio, cui
serve senza volerlo, e che eseguisce senza conoscerli, nel fare
ci, ha sostenuta una grande missione ed ha compiuto un
grande mistero.
In vano, indispettiti e frementi di rabbia i Giudei, al ve
dersi dal preside romano imporre per re e per Messia un
uomo ehessi vogliono punito come uno schiavo, gridano tu
multuando, di non voler affatto sapere di lui; di non rico
noscere altro re fuori di Cesare. Pilato, immobile nel suo
proposito, fermo nella dichiarazione di gi enunciata, sog
giunge sempre: Eppure IL VOSTRO REI Come mai vo
lete che io condanni IL VOSTRO RE'alla crocej Regem
vestrum crucifigam (Joan. ibid.)? E non pago di aver data
a Ges questa qualifica gloriosa in voce, la ripete ancora in
iscritto; e ad onta di tutte le opposizioni, di tutti i reclami
dei rappresentanti del popolo, si ostina a mantenerla: e vuole
che, nelle lingue allora pi conosciute, fosse collocato nel
lalto della croce di Ges Cristo questo medesimo titolo (come
316 LETTURA TERZA
porta il testo ebreo): QUESTI GES NAZARENO RE DEI
GIUDEI: Hic est Jesus Nazarenus rex Judaeorum (ibid.).
b. Ora queste due dichiarazioni, luna de Magi, laltra
di Pilato, hanno relazione fra loro e discuoprono un grande
arcano. I Mgi chiedono: Dov il re de Giudei, Ubi est rex
Judaeorum? E Pilato additandolo colla voce e collo scritto
sulla sua croce; ecco dice, eccolo qui, Questi il re de*Giu
dei, Ges Nazareno.
Non importa che le intenzioni di Pilato siano state diver
sissime da quelle de Magi. Come in persona di Giuda, dice
leggiadramente S. Agostino, Ges mand il diavolo a predi
care il Vangelo. In Juda diabolum ad praedicandum Evan-
gelium misit (Contra. Faust. 22): cos Iddio si potuto ser
vire e si infatti servito di Pilato per mettere sulla croce
del suo Figlio il suo. vero titolo di grandezza e di gloria, che
lessere il MESSIA e IL SALVATORE DEL MONDO, e per
tale farlo da Pilato predicare ed anntmziare alluniverso. La
gentilit dunque cerca per la bocca e nella persona de Magi
e la gentilit perla bocca e nella persona di Pilato risponde.
Cos il gentile istruisce il gentile: la notte della gentilit di
Oriente, colla notte dello gentilit di Occidente si parlano
fra di loro, cercano insieme e si comunicano la vera scienza,
la cognizione del Messia, del Redentore del mondo; e que
sta preziosa parola di vita passa da una notte allaltra, come
da giorno a giorno: Dies diei eructat Verbum; etnox noeti
indicai scientiam (Psal. 48). I Magi adunque per lOriente,
Pilato per lOccidente e per tutte le nazioni soggette allim
pero romano; egli uni e laltro a nomedi tuttala gentilit
di tutta la terra, hanno fatto un riconoscimento pubblieoe
solenne che Ges Cristo vero Messia e Redentore del
mondo. Oh benedetti i nostri padri per la bocca dei quali il
Messia, il Figlio di Dio ha ricevuto omaggi s solenni nelle .
due estremit della preziosa sua vita 1 giacch gli uni lo an
nunziarono per Messia e Salvatore al suo nascere, e gli altri
LETTURA TERZA 317
per Messia pure e Salvatore lo confessarono nel suo morire.
Gli uni sono stati gli apostoli dellOriente, gli altri delIOc-
cidentc, affinch il nome suo santo risuonasse dallorto al
loccaso : Cum rerum fidem et regna Orientis per Magos
discerent, et Romanoritm imperlimi non lateret (S. Leo,
Serm. 2 de Epiph.).
6. Ma ciocch vi ancora di pi singolare in queste di
chiarazioni si , che i gentili non solo istruiscono i gentili,
ma fanno da maestri anco agli Ebrei. Imperciocch queste
due dichiarazioni solenni che la gentilit fa della verit della
missione e della qualit di Ges Cristo si fanno tutte e due
in Gerusalemme, si fanno tutte e due ai sacerdoti, agli scribi,
al popolo: e luna addita il Messia in un bambino nato nella
miseria, laltro lo addita in un reo che spira nel dolore. La
gentilit adunque predica al popolo eletto il Vangelo, Gia
cobbe prende il luogo, i titoli eie prerogative del primoge
nito Esa. Siamo venuti gli ultimi, e diventiamo i primi.
Siamo stati chiamati dopo i Giudei, e siamo i primi a con
fessare Ges Cristo. E Gerosolima e il popolo giudeo, istruito
dai gentili, evangelizzato da quelli cui esso dovea portare
il Vangelo, messo dai gentili stessi sulla strada da ritrovare
il Messia che ad esso era stato primieramente promesso, si
ostina a rigettarlo. Alla testimonianza renduta dai Magi ri
sponde colla non curanza e col disprezzo; a quella1fenduta
da Pilato risponde con un grido dinfernale furore: Noi
non vogliamo accettarlo, noi non vogliamo riconoscerlo, noi
non vogliamo che regni sopra di noi: il nostro vero e legit
timo re Cesare; alla morte, si mandi alla morte, si mandi
presto alla morte, alla croce : Nolumas hunc regnare super
nos. Non habemus regem nisi Caesarem. Crucifge, crucia
fge eum!
% 7. E bene, o sciagurati, se voi noi volete il vostro re,
.il vostro Messia,*il vostro Salvatore, del quale sollecitaste
per s lunghi anni la venuta e figuraste i misteri; se voi noi
3 iS LETTURA TERZA
volete, noi gentili sottentriamo in vostra vece: voi lo rine
gate, e noi lo confessiamo; voi lo rigettate, e noi lo acco
gliamo; agli insulti che voi gli fate noi rispondiamo coi pi
umili omaggi. Se non che da questo momento, nel Salvatore
che ripudiate, voi vi private volontariamente di tutti i beni,
di tutte le speranze, di tutte le grazie, di cui egli la sor
gente. Infatti, dopo che voi ci avete additato colle Scritture
. alla mano il Messia, avete compiuta la vostra missione. Que
sto libro divino, in cui noi troveremo i motivi delle nostre
speranze, non rimarr nelle vostre mani che come una prova
convincente della vostra condanna. Voi lo vedrete senza co
noscerlo, la leggerete senza intenderlo, poich la sua intel
ligenza, con colui che ne la chiave, passata fra noi. Il
Salvatore adunque, il Messia da oggi innanzi sar tutto no
stro e solamente nostro. E se un giorno voi lo vorrete que
sto vostro re, dovrete chiederlo a noi. E s che ce lo cer
cherete un giorno; e noi volontieri ve lo daremo, senza per
privarcene noi stessi, poich lo godremo in comune e for
meremo uniti con voi un solo popolo e sotto un sol pastore
un solo ovi lei
8. 0 vero re della grazia, re della salute, re della glo
ria, noi, s, vi accettiamo per nostro re; e volontieri ci sot
toponiamo al vostro scettro, alle vostre leggi, al vostro im
pero. Oh quanto bello, quanto dolce il vostro regno 1Voi
siete un re pacifico, la cui magnificenza la pace, la mise
ricordia e lamore; il cui sguardo pietoso, il cui amoroso
sembiante desidera di vagheggiare tutta quanta la terra: Rex
pacificus magnificatus est, cujus vultum desiderai universa
terra (in Offic. Nat.). Voi siete ancra un ve, mansueto che vi
presentate a Sionne, alle anime che cercano il vostro regno
collatteggiamento della grazia e della dolcezza: Ecce rex
tuus venit tibi mansuetus (Matth. 21). Voi siete un re sem
pre intento ai bisogni spirituali del vero Israello; e lo go
vernante, lo guidate, anzich col tuono dell imperioso co
LETTURA TERZA 319
mando, collamore, colla sollecitudine che un pastore ha per
le sue pecorelle: Qui regis Israel, intende; qui deducis
velut ovem Joseph (in Offie. Adv.). Ah! qual regno adunque
pi amabile, pi giocondo, pi prezioso del vostro? Siate
dunque il nostro re verace: regnate nelle nostre menti colla
vostra fede, nei nostri cuori colla vostra grazia, nella nostra
condotta coi vostri esempi. Regnate, in noi e con noi nel
tempo e nelleternit. Non vi partite, non vi separate da noi.
Non ci rigettate, non ci abbandonate. Proteggeteci anzi, di
fendeteci, a re amoroso e possente, dai mali che ei minac
ciano. Noi, si, siamo il vostro popolo, la vostra plebe, il vo
stro gregge. Tremino in faccia a noi i nemici delle nostre
anime, ed imparino a lor costo che fra noi Ges Cristo regna,
Ges Cristo impera, e che Ges Cristo difende da ogni male
il suo popolo, e lo ricuopre dello scudo della sua misericor
dia e del suo amore: Christus regnatj Christus imperat;
Christus plebem suam ab omni inalo defendat.
LETTURA IV

I MAGI ALLA GROTTA DI BETLEMME

ARGOMENTO

I Magi sono su b ito ricom pensati della loro sin cerit nel ricercare G es
C risto, giacch riveggono la ste lla a lluscire d a G erusalem m e. R o b u
stezza d ella loro fede nel riconoscere per vero M essia G es nella g ro lla .
C onlraposto tra la loro docilit e l ostinazione deG iudei. La re g in a di
S ab a a lla corte di S alom one figura d eMagi a lla g ro tta di B etlem
m e. I Magi b eali perch non si scandalezzarono di G es C risto. Q uesto
a u g u rio con p i di ragione a p p a rtien e a noi cristian i. P ro testa di vo
lere riconoscere G es per vero S alv ato re nel m istero delle su e igno
m inie. Il prem io per di q u esta pirotesta non si ottiene che m a n ife
sta n d o la fede colle opere, ad im itazione d eM agi. Loro zelo per la glo
ria di G es C risto, che noi p u re dobbiam o im itare.

1. Ma quanto fu bella ed edificante la condotta dei Magi


in Gerusalemme, altrettanto fu turpe e detestabile quella di
Erode. Quelli cercavano Ges Cristo per farne loggetto delle
loro adorazioni, questo per immolarlo alla sua crudelt. Qual
contrasto adunque tra la sincerit e la doppiezza, tra il co
raggio della fede e la vilt dellipocrisia ! Quindi gli uni e
laltro sono trattati secondo il loro merito: giacch lastuzia
di Erode rimane delusa, e non trova egli quel Ges che cerca
LETTURA QUARTA 321
(li conoscere con animosi perverso; al contrario la fede dei
Magi appagata, c ritrovano essi il Messia che cercavano con
intenzioni s pie: Venimus adorare.
A buon conto, usciti appena dalle porte di Gerusalemme,
che lasciano in preda al suo orgoglio ed al suo accecamento,
ecco di nuovo mostrarsi ancora pi brillante al loro sguardo
la stella miracolosa che li avea fino a Gerusalemme guidati.
Nel vederla i loro cuori balzarono di una tenerissima gioja;
lespressione dellEvangelista indica unallegrezza immensa,
un trasporto, un eccesso di allegrezza:.V*de/Ue.s stellam ga-
visi sunt gaudio magno valde (Matth. 2). Li precede la stella,
ed essi pieni di sorpresa, di fiducia e di amore lammirano
e la lodano, la vagheggiano e la seguono: ed essa li illumina
e li consola, li guida e li sostiene, Stella antecedebat eos
(Matth. 2), e fa loro sentire che sono gi presso alla meta
del loro cammino, alloggetto dei santi loro trasporti. Affret
tano adunque il passo, raddoppiano gli sforzi: e tale il pia
cere che si ripromettono di trovarsi nellabitazione ed alla
presenza del re novello che son venuti a cercare da si lon
tano, tale la gioja di cui questa idea li ricolma, che non dis
tinguono quasi pi tra Tesservi e tra landarvi.
2. Ma, o santa luce della fede, di cui la luce della stella
sol la figura, risplendete con maggior forza nella mente di
queste anime pure: ora pi che mai il tempo che la loro
ragione ha bisogno del vostro raggio e del vostro conforto
il loro cuore. Imperciocch la stella si arresta, e non sopra
di un aurato palagio, ma sopra unumile ed abbandonata
capanna. Essi vi entrano; ed in vece di un re potente, ri
trovano un tenero bambinello in braccio alla purissima ver
ginella Maria sua madre che lo ha partorito: Intrantes do-
mum, invenerunt puerum cum Maria maire ejits (Matth. 2).
La sua porpora e il suo ostro sono poverissimi panni che lo
ricuoprono a stento: la sua culla, il suo trono una misera
mangiatoja ricoperta di fieno; la sua corte la formano pochi
322 LETTURA QUARTA
miseri pastorelli; la sua reggia un antro aperto alla furia
dei venti; e le sue guardie sono i due giumenti, che col loro
fiato lo riscaldano dai rigori del verno e della notte gelata.
Ora questo strano apparato di regalia non abbatte, non
' iscandalezza la fede deMagi. La luce cheli rischiara 11 rende
certi che questi il vero re dIsraello, il Vero Messia, il vero
Salvatore del mondo. Lo vedono dunque povero, e lo cre
dono capace di arricchire le loro anime; lo vedono debole e
inerme, e ne implorano la salute; lo vedono passibile, e lo
credono immortale; lo vedono uomo, e prostratisi umilmente
asuoi piedi colla faccia per terra lo adorano in ispirilo e ve
rit come Figlio di Dio: Et procidentes adoraverunt eum
(Matth. 2). Ed aperte quindi le loro casse, offrono al nato
Messia loro, lincenso, la mirra: Et apertis thesauris suis,
obtulerunt ei aurum, thus et myrrham (Matth. 2), per di-*
mostrare, dice S. Leone, ancora collopera, la credenza che
essi avevano nel cuore; poich la mirra gli offrirono come
ad uomo vero, loro come a vero re, e lincenso cornea vero
Dio. Sicch i loro presenti sono tanti articoli di fede teolo
gica, come le loro adorazioni sono atti di perfetta latria; e
nella loro offerta si contiene lintero simbolo e la professione
completa della religione cristiana : Thus Deo, myrram ho-
mini, aurum offeritili regi, scienter divinam humanamque
naturam in imitate venerantes, quod cordibus credunt, mu-
neribus protestantiir (Serm. I de Epiph.)
3. Or fermiamoci alquanto a considerare queste o'fferte
c queste adorazioni dei Magi. Da prima: mirate qual con
traposto, dice S. Agostino, tra la condotta di questi gen
tili e la condotta di popolo giudeo, tra la luce degli uni
e la cecit dellaltro ! I Magi sono venuti a cercare in una
terra straniera quel Messia che i Giudei non si curano di
trovar nella propria: Magorum illuminano magnum tesli-
monium extitit caecitatis Judaeorum. In terra eorum isti
requirunt quem illi in sua non agnoscebant (Serm. 2 de
LETTURA QUARTA 323
Epiph.). I Magi erano stranieri, e i Giudei cittadini c con
giunti di questo divino Messia; i Magi lo videro bambino e
senza ancora articolar parola, i Giudei lo videro giovine
operator di prodigi, eppure i Magi Io adorarono, i Giudei
lo crocifissero: Isti peregrini puerum Christum nondum
verba promentem adoraverunt; ubi cives illi juvenem mi-
racula facientem crucifixerunt (ibid.). I Magi non videro
questo Salvatore che in piccole membra ristretto; i Giudei
lo ammirarono per illustri fatti glorioso: eppure i Magi lo
adorarono come Dio, i Giudei non lo rispettarono neppure
come uomo. Una stella novella che spunt alla sua nascita
bast a destare la fede nei Magi; e a domare la ostinazione
dei Giudei non bast nemmeno il sole che si oscur e pianse
nella sua morte: Isti in membris parvis Deum adoraverunt;
illi in magnis factis nec tamquam homini pepercerunt:
quasi plus fuerit videre stellam in ejus nativitate fulgen-
tem quam solem ejus in morte lugentem (ibid.).
4. La regina di Saba, tratta dalla fama della sapienza
del re Salomone, nel nome del Signore, dice la Scrittura,
venne a riconoscerlo, a far prova e ad ammirare il suo stra
ordinario sapere: Regina Saba, audita fama Salomonis, in
nomine Domini venit tentare eum (III Reg. IO). Entrata
dunque in Gerosolima con un grande sussieguo e con molte
bestie da soma cariche di oro, di gemme e di aromi da of
frire al monarca, Ingressa Hierusalem multo cum comitatu
et camelis porlantibus aromata et aurum et gemmas, si
presenta a Salomone e gli apre e gli manifesta tutto il suo
cuore: Venit, ad Salomonem et loeuta est ei universa quae
habebat in corde suo. Qual fu per la sorpresa, la meravi
glia di questa straniera allo scorgere la sapienza divina del
monarca giudeo, che riluceva da tutte le sue risposte e da
tutte le sue opere meravigliose? Ah! dice la Scrittura, che
essa rimase senza fiato e come assorta in unestasi di gio
conda meraviglia: Videns regina omnem sapientiam Salo-
324 LETTURA QUARTA
monis, non habebat ultra spiritimi ; e come rinvenne dal
suo stupore, espresse in questi accenti i trasporti della sua
ammirazione: Ah che non mingann la fama intorno a ci
che nel mio regno udii narrarmisi del miracolo del tuo
sapere: Verus est sermo quem audwi in terra mea super
sapientia tua! Io durava allora fatica a prestar fede alle
meraviglie che da te mi si riferivano. Ma ora sento io me
desima per prova che ci che mi si narrato non nep-
pur la met di quello che coproprii occhi io veggo: Et non
credebam narrantibus mihi; donec ipsa veni et vidi oculis
meis et probavi quod media pars mihi nantiata non fue-
rit Oh felici e mille volte felici i tuoi domestici, i tuoi servi,
che hanno il vanto di starti continuamente presenti e di
ammirare la tua sapienza : Beati viri tui, et beati sern tai
qui stant coram te semper et audiunl sapientiam tuam!
Sia dunque benedetto il Signore Dio tuo, perch ti ha po
sto sul trono di Israello, e ti ha amato in sempiterno: Et
Dominus Deus tuus benedictus, qui posuit te super thro-
num Israel, eo quod dlexerit Dominus in sempiter-
num. Ed in cos dire, offre al re in dono centoventi ta
lenti doro, ed una immensa quantit di sceltissimi aromi:
Dedit ergo regi centum viginli talenta auri et aromala
multa nimis.
Ora tutti i Padri e gl* interpreti riconoscono in questa
narrazione una figura della venuta dei Magi alla grotta di
Betlemme, ed in essi della Chiesa che dai gentili venne a
Ges Cristo, per imparare da lui la scienza delleterna sa
lute: Sicut regina Saba venit ad Salomonem, sic Ecclesia
a genlibus venit ad Christum ut hauriret scientiam salutis
(A-Lap. in hunc loc.). Anzi lo stesso Ges Cristo che di
un tale avvenimento ha fatto a s medesimo questa appli
cazione, dicendo: La regina dellaustro venne ad ascol
tare la sapienza di Salomone: e qui voi avete (in me) chi
di Salomone maggiore: Regina austri venit ut audirei
LETTURA QUARTA 32o
sapientiam Salomonis; et ecce plus qua ni Salomon hic
(Matth. 12). Ed infatti Salomone significa re pacifico, ama-
bile a Dio. Ora a chi mai litteralmente convengono questi
titoli fuorch a Ges Cristo, il cui nome Il principe
della pace Et vocubitur princeps pacis, e di cui il Padre
eterno ha detto: Questo il mio diletto Figliuolo in cui
io sommamente mi compiaccio Hic est Filius meus dile-
ctus in quo mihi bene compiacili (Matth. 2)? E qual sa
pienza paragonabile alla sapienza di colui in cui sono
tutti i tesori della sapienza di Dio, e che la stessa divina
sapienza in persona, Christus Dei sapientia? La fama della
sapienza di Salomone fece venire a.Gerosolima la regina di
Saba; e i Magi vennero pure da Saba, Omnes de Saba ve-
nient, attirati dalla stella di Ges Cristo, figura della sua
sapienza. La regina apporta seco ricchissimi doni a Saio-
mone, ed i Magi vengono anchessi carichi di doni per Ges
Cristo: Vehimus cum muneribus. Che sono per i trasporti
di meraviglia della regina alla vista di Salomone in con
fronto dei santi trasporti deMagi alla vista del nato Mes-
sia ed alla notizia della profondit dei misteri della sua
carit? Ahi dissero anchessi, la nostra fede non ci ha in
gannati. Noi troviamo assai pi di quello che le profezie e
'le tradizioni ci aveano fatto credere intorno alla grandezza,
alla sapienza, allamore del Salvatore del mondo. Beati e
mille volte beati, o Signore, coloro che vi stanno dintornol
Beato quel seno verginale che vi ha portato, quelle braccia
pudiche che vi hanno stretto, quel purissimo latte che vi
ha nutrito! 0 Ges pieno di grazia e di amore, come si
pu stare alla vostra presenza e non esser felice? Ahi voi
avete le parole della vita eterna, e lamabilit, la dolcezza c
la grazia copiosamente discende dalle vostre labbra. Sia be
nedetto il Dio Padre vostro, che vi ha fatto sedere sul trono
del vero Israello e che vi ama con una eterna carit, poi
ch siete loggetto delle sue compiacenze eterne.
L E p ifa n ia d e l S ig n o re . 21
326 LETTURA QUARTA
La regina apr a Salomone il suo cuore; ed i Magi espres
sero a Ges Cristo i sentimenti della loro riconoscenza, della
loro fede e della loro carit. La regina in fine, dopo di avere
sfogato la sua ammirazione, rendette omaggio a Salomone
e gli offri Toro e gli aromi; i Magi pure, dopo ritornati dal
rapimento soave in cui li trasse la vista del Salvatore bam
bino, si prostrarono ad adorarlo e gli offrirono in dono
loro, lincenso e la mirrai
5. Ma fermiamoci un istante per nostra istruzione a
rilevare la ragione di questa condotta generosa deMagi, si
differente da quella deGiudei rispetto al Messia. Questa
ragione lha accennata S. Paolo, dicendo che Ges Cristo
stato uno scandalo pei Giudei; ma per coloro che cercano
con umilt leterna salute stato riconosciuto come il capo
dopera della potenza e della sapienza di Dio: Jesum Chri-
stum Judaeis quidem scandalum.... iis autem qui salvi
fiunt Dei virtus et Dei sapientia (1 Cor. f). Quanto dire
che i Giudei nel loro orgoglio si vergognarono, ebbero a
disonore di riconoscere il loro re e il loro Salvatore in un
personaggio nato nella miseria, vissuto trentanni nello
scurit e morto nellignominia e1 nel dolore. Ma i Magi,
anime umili e fedeli, presero da ci stesso argomento di am
mirare la sapienza e la potenza di Dio, che per vie s nuove,
s sconosciute e s contrarie alle vedute della carnale pru
denza, voleva redimere e salvare gli uomini; e perci ri
spettarono, adorarono, amarono di pi Ges Cristo per que
ste stesse circostanze, per le quali gli Ebrei hanno preso
scandalo di lui e non han voluto conoscerlo: e camminando
nelle vie del Vangelo prima ancora che fosse pubblicato il
Vangelo, e prevenendo laugurio prezioso onde poi Ges
Cristo proclam beati coloro che non avrebbero preso scan
dalo dalle sue umiliazioni e dalle sue pene, Beatus qui non
fuerit scandalizatus in me (Matth. Il), riconobbero ed ado
rarono nella miseria, nella debolezza e nella bassezza del
lettura quarta 327
luomo, la virt, la potenza, la grandezza e la gloria del
Verbo eterno di Dio, e ne ottennero il guiderdone pro
messo.
6. Ma a questo augurio di felicit e di pace che Ges
Cristo ha pronunziato in favore di coloro che non avrebbero
preso scandalo dai suoi dolori e dalle sue ignominie, e di
cui i Magi furono i primi aprovare gli effetti preziosi, par
tecipiamo anche noi cristiani, che, sullesempio deMagi, non
ci vergogniamo della povert delle pene e delle umiliazioni
.di Ges Cristo, e, bench crocifisso, lo riconosciamo, lo cre
diamo e lo adoriamo per nostro Dio e nostro Salvatore.
Anzi per noi cristiani, venuti tanti secoli dopo alla luce del
Vangelo, ci ancora un altro augurio che ci ha fatto lo
stesso Ges Cristo; augurio, dice S. Gregorio, che dilata il
cuore e lo riempie di una immensa letizia, ed quello in
cui il Figliuolo di Dio ha detto: Beati coloro che credono
senza avere veduto: Laetifcat valde quod sequitur: Beati
qui non viderunt et crediderunt (Homil. 26 in Evang.). I
Magi, se non videro tutto, videro pure qualche cosa: videro
la miracolosa sua stella; videro la sua santissima Madre, che,
come pi innanzi vedrassi, glistru dei grandi misteri del
suo divino Figliuolo; videro questo stesso Figliuolo divino,
in membra umane sibbene, ma corteggiato dagli angioli, ma
risplendente di luce divina e di divina bellezza e Pieno
di grazia e di verit, Plenum gratiae etveritatis (Joan. 4).
La sentenza, laugurio di Ges Cristo dunque, soggiunge
S. Gregorio, riguarda specialmente noi, i quali, senza averlo
veduto, neppure nella sua carne mortale, pure lo crediamo
con fede divina e lo custodiamo perci nel nostro cuore:
Jn qua nimirum sententia nos specialiter signati sumus,
qui eum, quem carne non vidimus, fide retinemus.
S, o Salvator nostro Ges; io protesto da prima di non
scandalezzarmi delle vostre ignominie e delle vostre pene;
dichiaro anzi che questo tenero bambino, s abbandonato,
328 LETTURA QUARTA
s contradetto, s disprezzato, mio e mi appartiene. Io lo
reclamo, io me lo difendo, io me lo conservo come cosa
mia! Ah! Ges Cristo mio, e nessuno pu togliermelo
dalle braccia e dal cuore: Mihi vindico Christum : mihi de
fendo Jesum, quodcumque illud corpusculum sit (Tertull.,
Adv. Marcion., 3). Che importa che esso povero, mise
rabile, abbietto nellapparenza, umiliato? Tanto meglio:
io gli vorr perci ancora pi bene; io lo dir con pi ra
gione il mio Ges, giacch tale egli divenuto per amor
mio: S iinglorius, si ignobilis, si inhonorabilis, meus erit
Christus. Si scandalizzi pure lo stolido Ebreo, dicendo che
tali umiliazioni non sono degne di Dio. Io per me al con
trario creder che tutto degno di Dio ci che utile per
me: e qual cosa pi degna della misericordia di Dio quanto
la salute eterna delluomo? Quodcumque mihi utile, Beo
dignum. Nihil enim est magis Beo dignum quam salus .
hominis. Ma ricordatevi, o Signore, che non solo io non
prendo scandalo in voi, ma vi credo senza avervi veduto;
vi credo e vi amo sulla vostra parola; e questa vostra pa
rola per me un argomento pi certo di quello che se io
vi avessi comiei rproprii occhi veduto. Vi amo credendo, e
vi credo amandovi, ed amo la stessa mia fede e mi ci com
piaccio e me ne glorio: Quem cum non videritis, diligitis
(I Petr. 4). Via su dunque, poich voi avete detto: Beati coloro
che non si sono in voi scandalezzati, e beati coloro che vi
credono senza avervi veduto; io vi prendo in parola. La bea
titudine eterna mia, voi non potete ritrattarvi; me la
vete solennemente promessa, e non potrete negarmela; ed
io sono certo di ottenerla dalla vostra fedelt e dal vostro
amore. In voi dunque mi appoggio, in voi io spero; e la
mia speranza non sar mai delusa: In te, Bomine, speravi,
non confundar in aeternum.
7. Ma ricordiamoci, soggiunge ancora S. Gregorio, che
la promessa di Ges Cristo, Beati coloro che credono senza

i
LETTURA QUARTA 329

avere veduto, ci riguarda, se noi, come si di gi osservato,


manifestiamo colle azioni la credenza del nostro cuore. Im
perciocch colui pu dirsi che crede veramente il quale
compie collopera quello che crede: Nos signati sumus,
sed si fidem nostram operibus sequimur; ille etenim vere
credit qui cxercet operando quod credit.
Cos infatti lintesero i Magi. Quindi i loro doni non solo
furono significativi di quello che essi credevano, ma ancora
di quello chessi in quel momento praticavano, e simpegna
rono a praticare nel corso della loro vita. Imperciocch nel
mentre che offerivano lincenso, consacravano a Ges il
loro spirito, e lo elevavano a lui per mezzo della pi fer
vente orazione. Nel mentre che offerivano loro, il cuore si
struggeva dei santi affetti della pi tenera carit. E nel
mentre la mirra offerivano, il loro corpo proslrato a terra
immolavano ancora per mezzo della mortificazione e della
penitenza. Ecco dunque, dice S. Gregorio, le opere colle quali
dobbiamo noi accompagnare e provare la sincerit ed il fer
vore della nostra fede: dobbiamo, cio, procurare di risplen
dere colla saviezza della nostra condotta, chefaccia conoscere il
nostro sincero amor verso Dio ; dobbiamo attendere allo stu
dio della preghiera, dalla quale e colla quale, si ottiene ogni
bene: dobbiamo in fine reprimere la nostra carne e morti
ficare i nostri vizii. Egli in questo modo che, ad imita
zione, ed in compagnia de'Magi, offriremo veramente al
nato Salvatore, in riconoscimento del gran benefcio della
fede che nc abbiamo gratuitamente ricevuto, loro, lincenso
e la mirra: Aururn offerimus, si sapientiae lumine splen-
demusj thus si orationis studio redolemusj myrrham si
carnis vitia mortificamus (Homil. 40).
8. Se non che la fede operativa e fervente deMagi non
si ridusse a quello chessi fecero nella grotta fortunatissima
di Betlemme. Anzi ci che essi fecero allora fu un nulla in
confronto di ci che in seguito fecero per Ges Cristo. Im*
330 LETTURA QUARTA
perciocch ripieni il cuore dellardentissima carit onde li
aveva penetrati la vista del nato Messia, la mente dei lumi
onde la sua grazia li aveva arricchiti; nel cammino mede
simo onde ritornavano alle loro contrade, andarono, se
condo la profezia d'Isaia, pubblicando la nascita del Salva
tore per dovunque passavano: Et laudem Domino annun-
tiantesj e divennero i primi apostoli e i primi evangelisti
di Ges Cristo. Lo stesso poi continuarono a fare nel rima
nente della loro vita, principalmente dopo che furono istruiti,
come alcuni vogliono, da S. Tomaso apostolo, del compi
mento del mistero della redenzione colla morte e colla ri
surrezione del Signore; e dallo stesso Apostolo furono bat
tezzati. Allora la loro fede, il loro zelo, il loro fervore
non conobbe pi freno; e cangiato in croce lo scettro, si
diedero, fra i loro popoli, a predicare Ges Cristo e con
vertirono a lui gran parte dellOriente: ed essendosi per
ci concitata contro la persecuzione deciechi idolatri, fu
rono messi a morte in odio di quella fede che predicavano,
e coronarono la loro vita di apostoli colla morte demartiri.
Perci come furono i primi tragentili a riconoscere Ges
Cristo; cosi furono ancora traprimi a dare per lui la vita
e suggellare la verit della sua religione col sangue. I loro
corpi, reliquie doppiamente preziose, e per quello che i
Magi avevano fatto per Ges Cristo e per quello che Ges
Cristo si era degnato di operare neMagi, dallArabia furono
trasportati a Costantinopoli; quindi in Italia a Milano; e di
quivi ancora, poich limperatore Federico Barbarossa ebbe
distrutta'quella citt, furono traslocati a Colonia, dove sino
al presente si venerano.
Non dobbiamo dunque nemmeno noi contentarci di avere
la fede di Ges Cristo e di praticarla; bisogna ancora che,
per tutti i mezzi che sono in poter nostro, ci studiamo di
propagarla anche negli altri. Non tutti possono, vero, pre
dicare Ges Cristo; ma tutti possono e devono avere il co
LETTURA QUARTA 331
raggio di non arrossirne, di confessarlo, di difenderlo, quando
lo sentano attaccato o nella sua sacra persona o nesuoi mi
steri o nella sua legge o nesuoi ministri dai sarcasmi degli
empii, dalle bestemmie dei libertini. E questo coraggio in
bocca di un giovine secolare, di una onesta matrona, suole
sovente riuscire pi utile a chi ascolta, ed alla religione pi
glorioso, di qualunque predicazione di un ministro delimi
tare. Tutti possono sopra tutto, secondo il precetto di Ges
Cristo, concorrere allopera della propagazione del Vangelo
col mezzo della preghiera continua e fervente a Dio, perch
mandi idonei operai nella sua Chiesa e benedica e faccia
prosperare le loro fatiche: Rogate Dominion messis utmit-
tat operarios in messem suam (Matth. 9). Tutti in fine pos
sono e devono colla innocenza della vita e colla forza del
buon esempio lavorare alla edificazione del prossimo ed alla
sua conversione e salute. Ob beato, dice Ges Cristo, colui
che avr il coraggio di confessarmi innanzi agli uomini 1 Io
lo confesser, lo riconoscer per mio innanzi al celeste mio
Padre: Qui me confessus fuerit coram hominibus, confte-
bor et ego eum coram Patre meo (Matth. 10).
Ah! s, o Signore, che voglio anchio essere del numero di
queste anime fortunate cui voi avete promesso un premio
s bello della loro confessione. Non arrossir giammai di voi.
Non avr la vilt di vergognarmi di farmi vedere e credere
cristiano. Fuggir lipocrisia vilissima, onde talvolta si giunge
ad affettare il vizio e lindifferenza della religione; ipocrisia
pi detestabile di quella che prende la maschera della piet
e della virt. Far che tutti coloro con cui io vivo impa
rino a sempre meglio conoscervi, ad amarvi, a servirvi, a
rispettarvi, non solo dallo zelo delle mie parole, ma ancora
dalla santit demiei esempi: Docebo iniquos vias tuasy et
impii ad te comertentur (Psal. 50).
LETTURA V

DEL MINISTERO CDE MARIA HA ESERCITATO


NELL'ADORAZIONE DE'MAGI

ARGOMENTO

M aria scelta a co operare ai m isteri di G es C risto ; e perci fig u ra la nella


verga fiorila d i cui p a rla Isaia. E ssa istru isce '! Magi d eproprii m isteri
e di q u elli del F ig lio . A rag io n e le si d il titolo di REGINA D EGLI
A PO STO L I, perch h a istru ito an c o ra gli A postoli e la C hiesa. M aria
d altres ai Magi il B am bino, ed in essi an ch e a noi, a cui per do
nazione d iv in a si a p p a rtie n e . G iocabda che allev a il proprio figlio
Mos per la p rin cip essa di E g itto , fig u ra di questo m istero . G es C risto
non si tro v a che con M aria e non si riceve che d a lei.

. i. piacuto alla divina sapienza di fare che una donna


cooperasse col SECONDO ADAMO a combattere il peccato,
come il demonio avca indotto unaltra donna a cooperare
col primo Adamo nel commetterlo: affinch, dice S. Giovanni
Crisostomo, tutti e due i sessi concorressero alla nostra ri
parazione, come aveano tutti e due concorso alla nostra ro
vina; e per Maria altres venisse restaurato tutto ci che per
mezzo di va era stato distrutto, come per mezzo di Ges
Cristo riscattato e redento quello che per mezzo di Adamo
era stato alienato e perduto: Restauratur per Mariam quod
LETTURA QUINTA 333
per Hevam penerai: per Christum redimitur quod per
Adam filerai captivalum (De interd. arb.).
Egli perci che aprincipali misteri di Ges Cristo ci
vediamo unita ancora Maria; e gli Evangelisti non mancano
di farne losservazione per renderci attenti a non disgiun
gere ci che Dio stesso ha voluto riunire.
Cosi nel mistero che andiamo spiegando, S. Matteo ha
espressamente notato che i santi Magi ritrovarono il bam
bino con Maria sua madre: Invenerunt puerum cum Maria
maire ejus (Matth. 2): e con ci ha voluto indicarci che an
che la madre ha avuto parte a questo mistero della piet
del Figliuolo.
Imperciocch qual cosa pi naturale a supporsi di questa,
che un bambino nato da pochi giorni si trovasse nel seno di
colei che lo avea partorito? Se questa circostanza adunque
non dovea significare nulla pi di quello che litteralmente
indicano le parole, poteva benissimo essere omessa come su
perflua e di nessuna importanza. Ma poich non vi nulla
ne santi Evangeli di superfluo e che importante non sia, bi
sogna dunque anche nelle citate parole cercare un mistero
e spiegarlo; ed ci appunto quello che noi, dietro la scorta
della Scrittura e de Padri, in questa lettura procureremo
di fare.
2. Il profeta Isaia ha detto: Una verga fortunata spun
ter dalla radice di Jesse; e dalla sua radice germoglier un
fiore sopra del quale si riposer lo Spirito del Signore:
Egredielur virga de radice Jesse, et flos de radice ejus
ascendetj et requiescet super eum Spiritus Domini (Isa. 11).
Ora la Chiesa di Dio in questa verga misteriosa ha sempre
riconosciuto Maria, e Ges Cristo nel fiore, e nello Spirito
di Dio che vi si sarebbe sopra fermato la grazia della re
denzione.
Posto ci adunque egli chiarissimo, dice S. Bonaventura,
clic chi vuol fare acquisto dello spirito di Dio, spirito della
334 LETTUKA QUINTA
vera scienza che la fede, spirito di consolazione, di piet,
di pace, deve rivolgersi al fior nazareno, a Ges Cristo, in
cui questo spirito con tutti i suoi doni si riposa. Ma egli
chiaro altres che questo fiore prezioso, questo amoroso Ges,
non si ritrova che sulleletto virgulto sul quale spuntato,
cio a dire in Maria e con Maria che ne la madre. Non si
giunge dunque allo spirito di Dio, alla grazia, alla salute se
non per mezzo del fiore che Ges Cristo; ma a Ges Cristo
stesso non si giunge se non pel misterioso virgulto che
Maria. Bisogna perci, per raccogliere questo fiore prezioso
e gentile, s fecondo di meriti e di virt, che la Vergine,
sulla quale sta schiuso, ai nostri prieghi s incurvi, a noi
sinchini, perch la nostra piccolezza possa stendervi una
mano facile e sicura a raccoglierlo. Bisogna che ce lo dia e
ce lo presenti Maria: Quicumque Spiritus Sancti gratiam
aclipisci desiderata florem in virga quaerat: per virgam
enim ad florem, per florem ad spiritimi pervenimus. Si
hanc florem habere desiderasf virgam floris precibus fle-
ctas (ih Spec., cap. 6).
3. Or questo appunto i Magi nella loro venuta a Bet
lemme hanno ottenuto da Maria; e questo appunto il mi
nistero di misericordia e di amore che Maria sostenne allora
coMagi. Questi santi e fortunatissimi uomini non perven
nero al fior nazareno, non ne raccolsero gli odori delle sante
virt ed il conforto demeriti suoi infiniti, se non pel vir
gulto sopra di cui si riposava, se non per Maria e in Maria,
che colla loro umilt e coi loro prieghi fecero piegare e di
scendere sino a loro: ed appunto a questa mediazione amo
rosa che Maria esercit allora con loro, che allude lEvan
gelista col dire: Ritrovarono il bambino con Maria sua
madre.
Non vi infatti alcun dubbio, dicono glinterpreti, che i
Magi giunti appena alla capanna di Betlemme, al santuario,
al tempio augusto di Dio sopra la terra, siano entrati in di-
LETTURA QUINTA 335
voti colloquii colla Santissima Vergine; che dalla sua bocca
abbiano appreso il gran mistero della concezione e della na
scita miracolosa di Ges Cristo, il gran mistero della vergi
nit della madre e della divinit del figliuolo: e che, da lei
illuminati, da lei istruiti, da lei preparati e dispostasi pro
strarono riverenti al suolo ed adorarono profondamente il
nato Salvatore; non gi con una adorazione di ossequio ci
vile, quale a re terreno si conveniva, come ha sognato Cal
vino; ma con una adorazione religiosa, quale si conveniva
al re decieli, al Figlio di Dio, come insegna la Chiesa : Deum
falentur munere (Hymn. Epiph.). Ed ecco sopra di ci le pa
role del dotto e pio Cornelio A-Lapide: Non dubinm est,
Magos cum B. Virgine fuisse collocutos, ab eaque didi-
cisse modani conceptionis, partus et nativitatisj ideoque
Christum Deum Deique filium adorasse (in Matth. 2).
Questo stesso deducesi ancor chiaramente dal sacro testo, '
in cui la circostanza di avere i Magi trovato Ges con Ma
ria sua madre precede quella delladorazione: Invenerant
puerum cum Maria.... Et procidenles adoraverunt. E dun
que come se avesse detto: Al primo entrare nella capanna
ritrovarono Ges tra le braccia di Maria; e dalla madre
avendo inteso lalta dignit del figliuolo, docili alla di lei
parola ed animati dalla sua bont, si prostrarono a ricono
scere, ad adorare in un bambino vero uomo e rigettato dagli
uomini in un angolo umile ed oscuro della terra, il Figlio
di Dio e il re decieli: Invenerant cum Maria.... Et proci-
dentes adoraverunt.
%4. Ora chi non sa che i pastori ed i Magi erano le pri
mizie della Chiesa, e che la Chiesa nata nella grotta di
Betlemme? Videte Ecclesiae surgentis exordia, dice S. Am
brogio. Ecco dunque Maria che, neMagi e ncpastori, istruisce
la Chiesa nel suo nascere: le manifesta i misteri del suo fi
gliuolo, i grandi segreti della grazia e della salute; fa cono
scere Ges Cristo per quello che veramente, vero Dio, vero
336 LETTURA QUINTA
uomo e salvatore degli uomini; ne propone la religione, ne
manifesta le leggi, ne annunzia le promesse, e si fa cos il
primo evangelista, il primo apostolo di Ges Cristo suo fi
gliuolo: e si acquista con tutta la ragione il titolo glorioso
onde la Chiesa, da lei istruita, lha salutata di MAESTRA E
REGINA DEGLI APOSTOLI: Regina Apostolorum.
Se non che le parole dellevangelista S. Matteo, Ritro
varono Ges con Maria sua madre, richiamano natural
mente al pensiero le parole dellevangelista S. Luca: Tutti
costoro (gli apostoli e i discepoli) erano unanimamente oc
cupati nell1esercizio della preghiera con MARIA MA
DRE DI GES: Hi omnes erant unanimiter perseverantes
in orazione con Maria maire Jesu (Act. 1). Ora queste espres
sioni dedue evangelisti hanno un legame, una relazione fra
loro, luno fa menzione della presenza di Maria alla nascita
della Chiesa in Betlemme; laltro indica la presenza pure di
Maria allorch la Chiesa, per la prossima venuta dello Spi
rilo Santo, stava per divenire adulta nel cenacolo. Cos la
Chiesa non comincia che con Maria ne Magi, e non si con
solida negli Apostoli che con Maria: Cum Maria maire Jesu;
e la madre di Ges sempre alla testa della famiglia di Ges,
della Chiesa di Ges: ed essa la istruisce colla sapienza di
cui la sede, la edifica coi buoni esempi di cui il mo
dello, e la sostiene col suo zelo e colle sue preghiere che fa
di continuo per la prosperit di questa sposa diletta del suo
divino figliuolo: Erant perseverantes in oratione cum Maria.
Noi cristiani adunque siamo stati istruiti dalla Chiesa; la
Chiesa dagli Apostoli: gli Apostoli da Ges Cristo: ma que
sta dottrina celeste che Ges Cristo avea attinto dal seno
del Padre e manifestata asuoi discepoli, Omnia quaecumque
audivi a Patre meo nota feci vobis (Joan. 15), questa dot
trina inculcata, spiegata, confermata sempre pi agli Apo
stoli stessi da Maria, che nella sua verginit permanente dopo
il porto, come neprodigi che la destra del Signore avca in
LETTURA QUINTA 337
lei operati, contiuu ad essere, anche dopo lascensione del
Signore, la prova, lapologi, largomento vivente, .sensibile
della divinit e della umanit di Ges Cristo, cio a dire, di
tutta la sua religione, che in questi due dommi sostanziali
si fonda; continu ad essere come il Vangelo di Ges Cri
sto per eccellenza; la sua martire, ossia il suo testimonio pi
luminoso; e per conseguenza la suprema maestra,levange
lista degli Evangelisti, lapostolo degli Apostoli di Ges Cri
sto: Regina Apostolorum.
5. Ma per quanto cara e gentile sia questidea, cui dan
luogo le parole deHEvangelista, di Maria, cio, che la prima
racconta ai Magi e loro rivela e spiega i misteri della gran
dezza e deHumiliazione, della santit e dellamore del Dio
suo figliuolo: unaltra idea ancora pi gioconda e pi tenera
si affaccia naturalmente allo spirito, al leggere il racconto
delladorazione de Magi, ed questa: che Maria non solo
istru i Magi demisteri di Ges Cristo, non solo lo present
alle loro adorazioni, ma ancora, incoraggiando la loro timida
umilt e destando la loro fiducia e prevenendo i loro pii
e santi desiderii, lo diede ancora ai loro amplessi ed ai loro
baci. Ahi la verga di Jesse piegossi e lasci che la mano
pura'de Magi raccogliesse dal suo seno il fior nazareno che
vi era spuntato.
Imperciocch non si pu immaginare da prima che anime
s pure, s pie, s fedeli, come erano i Magi, abbiano copro-
prii occhi veduto un Dio bambino adorno di una bellezza, di
una grazia, di una amabilit, di una dolcezza tutta divina,
e non abbiano desiderato di vagheggiarlo tra le loro brac
cia, di stringerlo al loro seno, di collocare sul loro cuore il
suo cuore acceso e palpitante di una carit infinita, ed impri
mere sulle sante sue gote baci riverenti ed affettuosi ; n dal
laltro canto pu credersi che la pia, la tenera, lamorosa
Maria, divenuta ancora pi tenera, pi amorosa, pi pia dal
vedersi divenuta madre di colui che la stessa tenerezza,
338 l e t t u r a q u in t a

lo stesso amore, la stessa bont, abbia defraudato questi dc-


siderii de* Magi, s santi, s puri e s legittimi ; e negata que
sta consolazione ad anime s generose, che con una fede s
eroica eran venuti da s lontano a cercare Ges, a render
gli i primi omaggi del mondo gentile e ad aprire la strada
ai popoli ed ai re che sarebbero quindi venuti a Ges sul
loro esempio e sulle loro tracce 1
Ma in questo stesso atto s tenero e s invidiabile di Maria
che colle sue purissime mani cede il suo divin pargoletto ai
Magi, lo passa dalluno allaltro, e lo ripiglia come suo, e lo
ridona come loro, vi ancora un giocondissimo mistero da
considerare.
LUnigenito di Dio fatto uomo stato un dono ineffabile
che Iddio Padre ha fatto al mondo per provargli leccesso,
se lecito cos esprimersi, della sua misericordia e del suo
tenero amore: Sic Deus dilexit mundmn ut Filium suurn
unigenitum daret (Joan. 5). Ma lessere stata questa grande
e preziosa donazione affatto spontanea, generosa, gratuita
per parte di Dio non diminuisce per nulla il diritto di pro
priet che da essa nato al mondo, in favore di cui fu fatta.
Sicch Ges Cristo nostro, rigorosamente nostro; non
gi per merito alcuno che noi ne avessimo, ma per effetto
della donazione irrevocabile che il suo Padre ce ne ha sti
polata: Filium suum dareL Cum ipso omnia donavit.
Perci, ottocento anni prima che questa donazione si com
pisse, Isaia annunziava la venuta di questo Dio Salvatore con
termini esprimenti la propriet che noi ne avremmo avuta,
avendo detto: Un pargoletto nato A NOI, un figliuolo
stato dato A NOI: Parvulus natus est NOBIS, filus datus
est NOBIS (Isa. 9). E langiolo che ne manifest ai pa
stori la nascita, si spieg nella medesima guisa, dicendo
loro: Io vi annunzio una novella che deve riempirvi della
pi grande allegrezza, giacch nato finalmente A VOI jl
Salvatore: Gaudium magnum evangelizo vobis, quia natus
est VOBIS hodie Salvator (Lue. 2).
LETTURA QUINTA 339
Ges Cristo adunque nostro: Maria non lo ha concepito,
non lo ha partorito che a noi e per noi. Non ci abbiamo
sopra un vero diritto di propriet, e possiamo ripeterlo, re
clamarlo come cosa che a ragion ci appartiene. Maria perci
nel darlo aMagi, non lo ha dato loro solamente come a pri
vate persone, ma come ai Padri della Chiesa, ai rappresentanti
del mondo; non lo ha dato per soddisfare solamente alla
loro divozione, ma per compire in essi e con essi il mistero
della degnazione divina onde Peterno Padre avea fatto dono
di questo figliuolo medesimo al mondo intero.
6. Giocabda madre di Mos una bella e tenera figura
di questo mistero.
Per ubbidire agli ordini crudeli di Faraone monarca di
Egitto, avea essa, come le altre madri ebree, esposto il suo
fgliuolino a perire nelle acque del Nilo. Avendolo per a
caso ritrovato sulle sponde del fiume Tcrmuta principessa
reale e figliuola del re, e vedendo che il bambino era di una
squisita bellezza, Elegans (Exod. li), ne ebbe compassione.
Lo prese adunque tra le sue braccia, lo strinse al suo seno,
lo colm di carezze; e salvatolo dal fiero destino che lo at
tendeva, lo diede ad allevare a Giocabda medesima, che ne
era la vera madre e che fu dalla principessa credutane e
presa come nutrice: E prendi, le disse, nel consegnarglielo,
prendi, o donna, questo bambino; io tei confido come cosa
mia propria, come mio figlio; tu devi nutrirlo per me, e da
me sarai largamente ricompensata: Accipe puerum istum
et mitri mihi; et ego dabo tibi mercedem tuam. Non si po
teva dar a Giocabda un incarico pi dolce di questo, di al
levare, cio, il proprio figliuolo salvato cosi inaspettatamente
da una morte sicura. Ma la sua ventura non fu senza per
dita, n il suo contento senza dolore. Essa era la vera ma
dre di Mos," e per tal fatto dovea passare come se ne fosse
sol la nutrice, Mulier: lo avea veramente partorito, c dovea
mostrarsene estranea : era suo veramente il bambino, e do-
340 LETTURA QUINTA
vea nutrirlo cd allevarlo per altrui: Nutr miii. E di fatti,
come adulto divenne, dovette rimanerne priva per sempre;
dovette consegnarlo alla reai donna da cui lo avea ricevuto,
che lo adott per figliuolo: Suscepit mulier etnutrint pue-
rumj adultumque tradidit filiae Pharaonis, quae adopta-
vit illuni (ibid.).
Ora chi mai questo pargoletto di rara bellezza, Elegans,
se non Ges Cristo, di cui sta scritto: Egli hello di aspetto
al di sopra di tutti i figliuoli degli uomini, Specosus for
ma prae filis hominum (Psal. 44)? Chi Giocabda che,
essendo veramente madre del bambino, non chiamata che
col titolo di DONNA, Suscepit MULIER, se non Maria che
essendo madre veramente di Ges Cristo, pure da Cristo
medesimo non riceve altro titolo fuorch quello di DONNA,
Quid libi est, mulier? Chi mai questa principessa reale
che raccoglie il fanciullo, che se lo appropria, che Io stringe
al suo seno, Io colma di carezze e di benedizioni, se non la
Chiesa dementili, che nelle Scritture chiamata FIGLIA DEL
RE, Omnis gloria filiae regis (Ps. 44), e che per mezzo dei
Magi, i quali erano di questa Chiesa le primizie e la figura,
prende nelle sue braccia Ges pargoletto, se lo appropria *
come suo tesoro e suo prezzo, lo vezzeggia come sua deli
zia e ne benedice il Signore: Et laudem Domino annuii-
tiantes?
Ora, per ubbidire agli ordini severi del Padre eterno, Ma
ria offre il suo proprio figlio, sin dal momento in cui lo ha
partorito, alla passione, alla morte per la salute del mondo.
La Chiesa per mezzo deMagi lo prende per suo; e questi
santi personaggi, come Termuta, dopo di averlo vagheggiato,
nel ridonarlo alla sua propria madre, non glielo ritornano
come a madre, ma come a nutrice; non perch lo allevi per
s stessa, ma perch lo allevi per noi, a cui stato donato,
per cui nato: Natus est nobis, datus est nobis. Accipe
puerum et mitri mihi.
LETTURA QUNTA 341
Maria dunque non riprende il suo Ges dalle braccia dei
Magi che per riserbarlo alla croce. Da quel momento Io ri
guarda come cosa nostra e lo alleva per.noi, per ridonar
celo un giorno, consegnandolo a compire sul Calvario il mi
stero della nostra salute: Suseepit mulier, et nutrivit; aditi-
tumque tradidit fliae Pharaonis.
Da ci due riflessioni. La prima, che la donazione di Ges
Cristo unigenito di Dio fattaci da Dio suo Padre ratificata
e compiuta oggi dalla sua dolcissima madre Maria nel con
segnarlo aMagi: dunque Ges Cristo nostro, e noi possia
mo al Padre ed alla Madre chiederlo con confidenza, senza
tema alcuna che ci venga negato, o che sia riputata troppo
ardita la nostra dimanda. *-
7. La seconda, che, non avendo i Magi ritrovato Ges
che con Maria, Cum Maria maire ejus, non avendolo ri
cevuto che da Maria; cinsegnano, dice S. Bonaventura,
che Ges Cristo non si trova giammai che con Maria; non
si riceve che da Maria; che non ci altro mezzo, altra
strada per andare a Ges fuorch Maria; e che senza Ma
ria ci lusinghiamo in vano di. poterlo trovare, scontrarci
in lui, riconoscerlo e possederlo: Numquam imenitur
Christus nisi cum Maria, nisi per Mariam. Frustra igitur
quaerit qui cum Maria itiveniri non quaerit ( Serm. 25
de Epiph.).
Ed perci che, sin dai primi giorni della Chiesa nascente,
Maria stata effigiata mai sempre con Ges fra le braccia,
in compagnia di Ges. Questa maniera antichissima di effi
giare Maria, e che si sempre mantenuta nella Chiesa, di
mostra che dalla venuta dei Magi, i quali non ritrovarono
Ges che in compagnia di Maria, era restata come una ve
rit tradizionale tra i fedeli, che non bisogna mai separare
Maria da Ges, e che questo divino pargoletto non si ritrova
e non si riceve che in compagnia e per le mani della sua
madre: Invenerunt puerum cum Maria matre ejus.
L Epifania del Signore. 22
342 LETTURA QUINTA
Via su, datecelo adunque o Maria, questo caro pargoletto !
Nostro egli , perch dal Padre e da voi e per s stesso
stato dato a noi, nato per noi : Natus est ?iobis, datus est
nobis.
Intanto per a voi lo cerchiamo, a voi lo domandiamo,
perch voi ne siete larbitra, la depositaria, la dispensatrice,
e che solo per vostro mezzo possiamo ottenerlo. 0 Maria, noi
siamo quelle povere creaturine di cui parla il Profeta, che
hanno bisogno del pane c che rimangono fameliche se non
hanno una madre amorosa che loro lo somministri e lo spezzi :
Parvuli petierunt panem, et non erat qui franger et eis
(Thren. 4). S, noi abbiamo fame di quel pane divino che
disceso dal cielo, che contiene ogni sapore ed ogni grazia,
che quel figliuolin appunto che voi ritenete stretto frale
vostre braccia. Fateci dunque provare, o tenera madre, gli
effetti della vostra piet, della vostra dolcezza, dandocelo
questo pane, che voi. avete avuto il vanto di portarci di lon
tano, De longe portans panem smini (Prov. 31): datecelo
per medicina delle nostre infermit, per sostegno della no
stra debolezza, per consolazione e conforto denostri affanni 1
Datecelo in vita, datecelo in morte, affinch al termine di
questo misero esilio possiamo ancora avere la sorte che voi
ci mostriate e che ci doniate questo medesimo Ges, frutto
benedetto delle vostre viscere, che deve renderci eterna
mente felici: Et Jesum benedictum fructum ventris tui no
bis post hoc exilium ostende, o clemens, o pia, o dulcis
virgo Maria t
LETTU RA VI

D E L M IN ISTER O D I M ARIA N ELLA VOCAZIONE


D E G E N T IL I A LLA F E D E

ARGOMENTO

L a ste lla d e M agi fig u ra an co ra d i M aria. Q u an to bene u n ta l sim bolo


esprim e le q u a lit d e lla M adre d i Dio. T ra tto p a rtic o la re di so m i
g lia n za tra la ste lla d e Magi e M aria. Q uesta a u c o ra a ttir a le an im e
a G es C risto. B ella d o ttrin a di S. A gostino in to rn o al m odo onde
gli u o m in i sono a ttir a ti a G es C risto d a Dio p ad re , a p p lic a la a M aria.
N ecessit di a n d a re p er m ezzo d i M aria a G es C risto. A ltri tra tti di
so m ig lian za tra M aria e la ste lla dei M agi.

4. La parola delluomo non indica niente di pi di quello


che litteralmente significa: ed ogni frase, ogni locuzione pu
ramente umana non esprime che un solo concerto, una sola
idea o un pensier solo. Ma tale , dicono gli espositori de
Libri Santi, tale la ricchezza della parola di Dio che in
un termine solo contiene essa per lo pi quattro significati
fra loro diversi: e questammirabile fecondit uno depar-
ticolari caratteri che, a giudizio di tutti, annunzia leccellenza
e la maest del divino linguaggio: Scriptura sacra caeteris
universis, omnium consensu, tum multis aliis, tum hoc
antecellit, quod caelerae unum dumtaxat una phrasi, haec
344 LETTURA SESTA
quatuorut minimum dicat sententias (A-Lap., Encom. sac.
Script., sect. 4, 4). %
Cos, per non uscire dallargomento che abbiamo fra le
mani, la parola stella, che si trova nel Vangelo deMagi, nel
suo significato litterale indica una vera stella miracolosa,
reale, visibile, che serv a quei santi uomini per segno della
nascita del Messia: ma oltre a ci, come abbiamo di gi os
servato, la stessa parola, in un senso figurato ed allegorico,
significa Ges Cristo, che la vera stella, la vera luce del
mondo; significa la grazia della sua fede onde egli rischiara
le menti degli uomini; e finalmente significa ancora ed
figura di Maria e del suo ministero nella conversione delle
genti: Allegorice, Christus est stella, et rursum stella est
Beata Virgo (A-Lap. in Matth. 2).
Difatti la Chiesa saluta Maria con questo titolo, chiaman
dola STELLA DEL MATTINO, felice foriera del giorno della
salute, Stella matutina; e stella consolatrice, che serve di
guida e di conforto a coloro che navigano nel mare procel
loso di questo secolo: Ave maris stella!
2. E qual simbolo, di quello della stella deMagi, pi
proprio a distinguere e significare Maria?
La stella deMagi non una stella ordinaria e comune,
ma una stella particolare per la sua materia, pel suo moto,
perla sua luce, pel tempo in cui comparve; una stella nuova,
miracolosa, creata a bella posta da Dio per servire di segno,
dindicio a manifestare, a predicare Ges; e perci chia
mata per eccellenza la stella di Ges: Vidimus stellam ejus.
Ora Maria, tuttoch donna verace, non gi una donna
ordinaria e comune, ma una donna privilegiata, miraco
losa; nuova affatto pel suo immacolato concepimento, per
labbondanza delle sue grazie, per la santit della sua vita,
per rattezza della sua dignit, una donna singolare affatto
ed unica fra tutte le donne: Singulariter sum ego {Ps. 140).
E questo significai! magnifico saluto che langelo le diresse?
LETTURA SESTA 345
dicendole: Salve, o piena di grazia, e fra uttte le donne par
ticolarmente benedetta: Ave, gratia piena; benedicta tu in
mulieribus (Lue. 1). Maria una donna creata a bella posta
per Ges, arricchita di doni celesti in vista di Ges per
poter apprestare in se stessa unabitazione pi che fosse
possibile degna di Ges; e perci la donna di Ges per ec
cellenza, la creatura, la madre di Ges: Cum Maria matre
ejus (Matth. 2).
La stella deMagi era chiarissima e sfolgorantissima; c
Maria la pi pura, la pi candida di tutte le creature pel
miracolo della sua illibatezza, e brillante di una vaghissima
luce per lo splendore desuoi privilegi e pel sacro fuoco
del suo amore. La stella deMagi mandava il suo raggio senza
alterarsi, senza corrompersi; e perci, dice S. Bernardo,
la pi espressiva figura di Maria, che, senza detrimento del
suo pudor verginale, partor Ges Cristo; e siccome il rag
gio non diminuiva la chiarezza della stella, cos il Figlio non
tolse lintegrit della Madre: Virgo aptissime sideri com
paratili. Quia sicutsine sui corruptione sidus suum emittit
radiumj sic absgue sui laesione Virgo parturivit Filium.
Nec sideris radius s.iam minuit claritatem, nec Virginis
Filius suam integritai n (Homil. 2 Sup. Miss.).
3. Ma il pi bel tratto di somiglianza tra la stella de
Magi e Maria si questo, che come la stella in certo modo
il primo Vangelo che il dito di Dio ha scritto nei cieli, Van
gelo misterioso che ha ; nnunziato Ges Cristo a Magi; cos
Maria, dice un Padre artichissimo della Chiesa, un libro
misterioso, vivente, composto non dal dito, ma dalla destra
di Dio, libro che in s medesimo ha dato a leggere i misteri
del Verbo di Dio a tutto il mondo: Liber incomprehensus,
qui Verbum Patris mu cido legendum exhibuit (S. Epipha-
nius); e S. Cirillo Alessindrino,riconoscendo la stessa qua
lit in Maria, dice che ossa, vera stella miracolosa, ha atti
rate tutte le'genti dal culto degli idoli alla cognizione della
346 LETTURA SESTA
verit, ed ha fatto risplendere la luce dellunigenito Figlio
di Dio fra popoli che sedeano abbandonati nelle tenebre e
nelle ombre di morte: Per te omnis creatura, idolorum
errore detenta, conversa est ad agnitionem veritatis. Per te
unigenitus Dei Filius, vera illa lux effulsit sedentibus in
tenebris et umbra mortis (Homil. contr. Nestor.): in guisa
che, secondo Riccardo da S. Lorenzo, coin Ges Cristo ha
detto di suo Padre: Nessuno mai viene da me, se il mio
Padre a me non li attira, Nemo venit ad me, nisi Pater
meus traxerit illum (Joan. 6); cos pu anche dire di Ma
ria: Nessuno viene da me, se la mia madre a me non lo
conduce essa stessa: Nemo venit ad me, nisi Mater mea
traxerit illum.
4. Ma in qual modo pu mai combinarsi che Dio Padre
e la madre Maria cospirino insieme ad attirare gli uomini,
come la stella attir i Magi a Ges Cristo? Per intendere
questa verit, bisogna ricordare la magnifica interpretazione
che il gran S. Agostino ha dato delle citate parole del Sal
vatore: Nessuno viene da me, se il Padre mio a me non
lo attira.
E vero da prima che siccome nulla stato creato da Dio
se non pel suo Verbo divino: Omnia per ipsum factasunt,
et si?ie ipso factum est nihil (Joan. 1), cosi nulla stato
restaurato che pel ministero di questo medesimo Verbo di
Dio fatto uomo: Instaurare omnia in Christo (Ephes. 4), e
che esso, nella sua qualit di mediatore tra gli uomini e Dio
come uomo-Dio, chiama, attira, conduce gli-uomini princi
palmente peccatori a Dio suo Padre: Non veni vocare justos
sed peccatores (Lue. 5). Se dunque la grazia del mediatore
che converte i cuori e a s li attira; come e perch mai,
dimanda S. Agostino, Ges Cristo ha detto che il Padre
che li attira e li chiama: Quare voluit dicere: Pater quem
traxerit; cum ipse Christus traiat (S. Aug., tract. 26 in
Joan.)? Ora luna c laltra cosa vera, dice questo sublime
Dottore.
LETTURA SESTA 347
Se il figliuolo di un gran monarca discende fino a fami-
gliarizzarsi con un abiettissimo schiavo, questo schiavo, pre
venuto da tratti di tanta degnazione, si avvicina al piccolo
principe, gli si appressa, lo coltiva, lonora: per non solo
per la carit che questi gli dimostra, ma ancora per la di
gnit del monarca di cui figliuolo; e perch, essendo figlio
del re, destinato al regno esso pure, in tal qualit pu
tutto ottenere a pr di coloro che gli stanno dappresso. Se
questo principe non avesse il monarca per padre, potrebbe
ispirare qualche sentimento di riconoscenza per la sua bon
t, ma non gi sentimenti di fiducia nel suo potere. E dun
que in ragione della sua filiazione sovrana, che si stringono
intorno a lui tutti coloro a cui esso discende; il rispetto
alla potenza, alla grandezza del padre, che attira lo schiavo
apiedi del figliuolo. Or questo appunto accade nel caso no
stro, dice S. Agostino. Egli Ges Cristo che cogli incanti
della sua misericordia e collefficacia della sua mediazione
divina attira a s le anime. Ma questa sua misericordia, que
sta sua mediazione prende la forza di attrarre da ci, chegli
loro si propone non solo come figlio delluomo, ma ancora
come Figlio di Dio.
Noi dunque crediamo in lui, andiamo a lui, perch ci si
presenta nella sublime qualit di un redentore che ha un
Dio per padre, che eguale a lui, ed Dio esso stesso : cio
a dire che noi andiamo a Ges Cristo per rispetto della sua
filiazione divina, per riguardo al Dio che gli padre; ed
in questo modo non solo la bont del Figliuolo, ma ancora
la divinit del Padre, comune al Figliuolo, che a questo ci
conduce; ed il Padre che veramente ci a ttira i lui: Trahit
Paler ad Filimn eos qui propterea credunt in Filium
quia eum cogitant Patrem habere Deum. Deus enim Pater
aequalem sbi genuit Filium, et eum qui cogitat aequalem
esse Patri eum in quem credit, trahit Pater ad Filium (ibid.).
Gli eretici ariani, soggiunge S. Agostino, che niegano la di
348 LETTURA SESTA
vinit di Ges Cristo, che lo dicono pura creatura, non vanno
a lui in riguardo di Dio Padre, del quale nieganoche Ges
Cristo sia vero e consustanziale Figliuolo, a lui eguale. Non
dunque il riflesso alla divinit dellorigine; non dunque
il Padre che li attira, che li conduce: perci essi, per quanti
sforzi si facciano, non arrivano al mediatore, non arrivano
a Ges Cristo, al quale veramente non si giunge senza ri
conoscerlo e confessarlo vero Figlio di Dio:*Arius credidit
creaturam. Non eum traxit Paterj quia non considerat
Patrem qui Filium non credit aequalem (ibid.).
Ora, colle dovute limitazioni, applichiamo questa bella in
terpretazione anche a Maria. Ges Cristo vero Dio e vero
uomo. Se non era vero uomo, non poteva patire e morire
per luomo: se non era vero Dio, non poteva dare alle sue
pene ed alla sua morte il valore infinito che doveano avere,
per poter soddisfare alla giustizia di Dio. Per andare a lui
come al mediatore tra Dio e luomo, e partecipare alla sua
azione riparatrice, bisogna andarci sul riflesso che esso
vero Dio e vero uomo; bisogna crederlo per quello che :
UOMO-DIO. Ora la prova che esso Dio si che figlio
consustanziale di Dio; giacch'Dio non pu avere un figliuolo
a s consustanziale che non sia Dio esso pure. La prova che
esso uomo si che esso figlio consustanziale di Maria,
giacch non pu una donna avere un figliuolo a s consu
stanziale che non sia esso pure uomo. Come figlio di Dio
adunque crediamo Ges Cristo Dio vero: e come figlio di
Maria, lo'crediamo vero uomo; e perci come la sua figlio
lanza eterna da Dio ci attira a lui come a Dio, cos la sua
figliolanza nel tempo da Maria ci attira a lui come ad
uomo. Nessuno va dunque a Ges Cristo come conviene an
darci, cio come a vero redentore, se la credenza che esso
ha Iddio per padre, a lui non ci conduce come ad un Dio,
e se a lui non ci conduce pure come ad uomo la credenza
che esso ha pure per madre vera Maria j quanto dire che
LETTURA SESTA 349
il padre celeste c la madre terrena ci attirino tutti e due a
Ges Cristo, in quanto che ci fanno in lui credere le due
qualit di vero Dio e di vero uomo che lo costituiscono no
stro Salvatore. Cos Iddio Padre non solo ci attira a Ges
Cristo colla sua grazia, ma ancora colla sua vera generazione
divina onde Ges Cristo Dio: e Maria ci attira non solo
colla sua preghiera, ma ancora colla sua generazione onde
Ges Cristo uomo.
5. Ma ecco una differenza tutta acconcia al nostro pro
posito fra questi due modi onde Iddio e Maria ci attirano
a Ges Cristo. Dalla dottrina di S. Agostino che abbiamo
arrecata si deduce che il Padre celeste ci conduce a Ges
Cristo come a suo figlio; poich come figlio di Dio Ges
Cristo Dio, cos il Padre celeste a lui ci conduce princi
palmente come ad un Dio vero. Maria similmente ci at
tira a Ges Cristo come a suo figlio; e poich come fi
glio di Maria Ges Cristo uomo, cos la madre terrena
ci conduce principalmente a Ges Cristo come ad un vero
uomo.
Ci che ci fa rispettare, adorare Ges Cristo, ricorrere a
lui come al mediatore che ci pu veramente salvare, si il
crederle che noi facciamo Dio vero figlio di Dio, eguale a
Dio; e poich il Padre eterno che gli rende una tale te
stimonianza, cos il Padre eterno particolarmente il prin
cipio del nostro culto per Ges Cristo e della nostra fidu
cia nellefficacia, della sua mediazione e nellampiezza del
suo potere. Ma ci che, secondo la teologia di S. Paolo, ci
fa comparire Ges Cristo misericordioso, dolce, mansueto,
tenero amante delle nostre anime, si il crederlo che noi
facciamo altres vero uomo, fratello delPuomo, eguale all'uo-
mo: e poich Maria che gli rende una tale testimonianza,
cos Maria particolarmente il principio della nostra confi
denza, della nostra famigliarit, della nostra tenerezza per
Ges Cristo.
350 LETTURA SESTA
Perci, senza la testimonianza del Padre eterno, che ad
ditandoci Ges Cristo come suo vero Figlio diletto, fficest
Filius meus dilectus (Matth. 3). a lui ci attira siccome a Dio.
Ges Cristo non sarebbe per noi che un soggetto dindiffe
renza, perch non vedremmo in lui che luomo impotente
a redimerci, impotente a salvarci; non ci cureremmo di lui,
poich non avremmo nulla a sperare da lui. Ma senza la te
stimonianza di Maria che, presentandoci Ges Cristo come
suo vero figliuolo primogenito, Peperit filium saum primo-
genitum (Lue. 2), a lui ci attira siccome ad uomo, Ges Cri
sto non sarebbe per noi che un soggetto di timore, perch
sarebbe solo il Figlio di Dio, e il Dio santo, il Dio giusto, il
Dio terribile di cui abbiamo provocato lo sdegno e dobbiamo
sostenere il giudizio. Non cercheremmo dunque di lui per
non essere spaventati, puniti, oppressi da lui.
Perch dunque possiamo noi andare a Ges Cristo colla
dovuta confidenza nel potere di Dio e colla dovuta sicurezza
nella bont delluomo, necessario che siamo asuoi piedi
condotti e dal Padre eterno e da Maria ;|che ci andiamo allo
stesso tempo per due vie diverse che mettono al medesimo
termine. E guai a noi, se nellandare a Ges Cristo abban
doniamo o luna o laltra di queste due guide, usciamo dal-
luna o dallaltra di queste due strade, chiudiamo le orec
chie alluna o allaltra di queste due testimonianze! Non
troveremo in Ges Cristo che o un Dio che ci spaventa, o
un uomo che non ci salva. Non troveremo che un essere
ideale e bizzarro, quale se lo hanno figurato gli eretici, in
capace di soddisfare ai due grandi bisogni che noi abbiamo
di un DIO-UOMO misericordioso nellaccoglierci e di un
UOMO-DIO potente a salvarci.
Cos i misteri di Dio si legano con quelli di Maria. Cos
Maria, vera stella deMagi, entra in un modo misterioso ed
ineffabile nel sagramento di piet della nostra chiamata alla
fede e nelleconomia della nostra salute.
LETTURA SESTA 351
6. Ma la stella de Magi non solo illumin il loro intel
letto col misterioso suo lume, ma cattiv ancora il loro cuore
colla sua miracolosa belt, e servi loro non sol di guida,
ma di consolazione ancora e di conforto nel lungo e penoso
cammino per andare a Ges. Or cos ancora Maria non solo
ha illuminato la mente de gentili collo splendore desuoi
privilegi, dimostrando Ges Cristo UOMO-DIO, come essa
VERGINE-MADRE; ma ancora coiramabilit del suo nome,
collincanto delle sue virt, colla dolcezza de suoi titoli ha
attirato soavemente altres il loro cuore e li ha incoraggiati,
confortati nel loro viaggio per andare a Ges.
I popoli, dice un moderno autore non sospetto, furono
come abbagliati dallimmagine di questa madre divina
che riunisce nella sua persona le idee e i sentimenti pi
dolci della natura: il pudore della vergine e lamor della
madre ; emblema di dolcezza, di rassegnazione e di tutto'
ci che la virt ha di pi sublime; che piange cogli sven-
turati, che intercede pecolpevoli, e non si mostra che
come la messaggera del perdono e del buon soccorso. Essi
accolsero con entusiasmo questo culto novello. I pagani
non si provarono nemmeno a difendere i loro altari in
faccia ai progressi del culto della madre di Dio. Aprirono
a Maria i lor tempii e si confessarono vinti (Beugnot,
Histoire de la destructon du pagatiisme en Occident,
liv. 12).
Finalmente la stella deMagi avendo condotto questi santi
uomini apiedi di Ges, parea che avesse compiuta la sua
missione e che avesse dovuto scomparire e dileguarsi : e
pure, dice lEvangelista, questa stella si ferm sulla fortu
nata capanna, sulla testa del pargoletto divino, brillando di
una luce ancora pi viva, come per farlo sempre meglio co
noscere, come per servirgli di perenne testimonianza, di or
namento e di gloria: come per sostener la fiducia deMagi
cd accendere il loro fervore: Usque dum veniens STARET
352 LETTUKA SESTA
supra ubi erat puer (Matth. 2). Non altrimenti Maria non
La limitato gi il suo santo mistero ad attirare i nostri
padri gentili, ed in essi anche noi alla fede del suo Figliuo
lo ; ma si rimane sulla capanna, si rimane sulla Chiesa
dove Ges suo Figliuolo: Staret supra ubi erat puer. Sic
come nella Chiesa siamo auche noi, sta ancora con noi, co
me per rendere sempre nuova testimonianza al suo Figlio
divino in faccia a noi e per sostenere la nostra fede in lui.
dunque ancora Maria la gloria di Ges Cristo, il pi bello
ornamento e la mediatrice nostra. Essa che colla efficacia
desuoi prieghi, colla vigilanza del suo patrocinio, colla te
nerezza delle sue occhiate ci mantiene nella fedelt dovuta
a Ges Cristo, se siamo giusti; csi facilita le vie per ritor
nare nella sua amicizia, se siam peccatori. Come per suo
mezzo abbiamo ricevuto il primo debenefizii della reden
zione, il principio della salute, la fede; cos per suo mezzo
riceviamo altres il frutto della stessa redenzione, la grazia.
Essa ci applica del suo figlio il merito, ci assicura lajuto e
ci fa entrare a parte della sua eredit.
0 Dio d infinita bont e di misericordia infinita, vera
mente la redenzione vostra stata ricca ed abbondante:
Copiosa apud eum redemptio (Psal. 42)1 Voi non solo avete
provveduto a tutto ci che ci era puramente necessario alla
consecuzione delleterna salute, ma ancora a ci che ci serve
d incoraggiamento, di consolazione e di diletto 1 In Ges
Cristo ci avete dato il mediatore che a voi ci conduce; e,
di ci non pago, ci avete data in Maria una mediatrice amo
rosa che ci predica, che cinculca, che ci raccomanda, che
ci fa ritrovare, amare, possedere Ges Cristo; e che, tutta
dolcezza, tutta piet, tutta amore, ci anima, ci solleva, ci
consola, cincantai Siate mille volte dunque ringraziato, o
Signore, e benedetto per tanta degnazione, per tanto amore 1
E voi, Vergine incomparabile, madre pietosa, via su com
pite a nostro riguardo V ufficio vostro di mediatrice e di
LETTURA SESTA 383
avvocata; disimpegnate la missione di misericordia onde
la bont di Dio vi ha incaricata; rivolgete sopra di noi que
gli occhi di tanta piet e di tanta dolcezza che portano la
consolazione e la calma necuori pi scompigliati e pi af
flitti: Eja ergo, advocata nostra, illos tuos misericordes ocu-
los ad 7ios converte. Dopo Dio da voi noi riconosciamo la
grazia segnalatissima di riconoscere, di adorare Ges Cristo
nostro Salvatore. In voi dunque dopo Dio tutta la nostra
fiducia si riposa. Come ce lo avete fatto conoscere in vita
questo Salvatore divino, fatecelo godere ancora dopo morte;
e come ce lo avete dato nellesilio, scopritecelo ancora, da
tecelo nella patria eterna!
LETTURA VII

CONDOTTA SCAMBIEVOLE DI NOEMI E DI RCJT,


FIGURA DELLA CONDOTTA SCAMBIEVOLE DI MARIA
E DELLA CHIESA D E M E N T IL I

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ARGOMENTO

R ut siegue Noemi in Betlem m e. S u a dipendenza e c a rit per la s u a suocera.


Amore di N oemi per R u t. T u tta q u es ta sto ria m isteriosa. Booz r a p
presenta G es Cristo; Noemi, M a ria ; e R ut la Chiesa. Orfa figura d e
Giudei ap o s ta ti; R ut d e Magi e dei loro discendenti nella fede. Co
raggio e generosit di R u t nel seguire Noemi, figura del coraggio e
della generosit degentili nellabbracciare la religione del Figliuolo
di Maria. Ricom pensa di R ut sim bolo della ricom pensa che h a n n o
o ttenuto i gentili nel seguire Ges e Maria. Amore e sollecitudine di
Maria per la Chiesa. P a ra fra si del sa lm o 112.

1. Abbiamo veduto sopra quali principii si fonda, in qual


maniera si esercita da Maria il prezioso ministero di attirare
i gentili alla fede ed alla grazia di Ges Cristo: ora vediamo
di questo stesso giocondissimo ministero della divina madre
una bella figura nella storia tenera e commovente della vir
tuosa Noemi; per sempre meglio intendere di quanto siamo
noi obbligati a Maria e riporre nella sua sollecitudine amo
rosa la nostra fiducia.
LETTURA SETTIMA 355
Rimasta vedova del proprio consorte, ed orba dei due suoi
figliuoli la bella e religiosa Noemi, volle dalla contrada di
Moab fare ritorno nella sua terra natale, in Betlemme di
Giuda. Le due sue nuore, di nazione moabile, rimaste ve
dove tutte e due ancor esse per la morte de*figli di Noemi,
vollero accompagnarla. Ma la pia e santa matrona, Ritornate
di grazia, diceva loro stringendosele amorosamente al seno
e colmandole di baci teneri ed affettuosi, ritornate di gra
zia, o mie figliuole, alle domestiche mura. Io non ho pi
figliuoli da darvi in mariti, e logora e consunta dalla vec
chiezza, non posso ormai pi sperare di averne: Revertimini,
filiae mede, et abitej jam enim senectute confecta sum ,
nec apta vincalo coniugali (Ruth 4 ). Perch ostinarvi a
venir meco in una casa dove non troverete per compenso
del vostro affetto che il vuoto, l abbandono, lo squallore,
la miseria e il pianto? La vista delle vostre angustie e delle
vostre pene non potr che accrescere viemaggiormente le
mie. Ah! lasciate che io sia soia a sostenere il peso della
tribolazione alla quale piace a Dio di destinarmi: Nolite,
quaeso, filiae meaej quia vesti'a angustia magis me premit,
et egresso est manus Domini contro me (ibid.). A queste
tenere parole scoppiarono tutte e due le nuore in un dirot
tissimo pianto : Elevata igitur voce fiere coeperunt. E la mag
giore di esse, per nome Orfa, abbracciando e baciando per
lullima volta lamorosa sua suocera, fece alla paterna casa
ritorno: Orpha osculata est socrum ac reversa est Non
cos per la nuora minore, la tenerissima Rut, che ostinossi
a non partire dal fianco delia buona Noemi, che considerava
ed aveva in conto di amatissima madre: Ruth adhaesit so-
crui suae. Invano insiste ancora costei dicendole: Vedi ,-o
mia figliuola, che la tua cognata partita, e ritorna al suo
popolo; deh! fa anche tu lo stesso e con lei ti accompagna:
En reversa est cognata tua ad populum suum, vade cum ea:
Rut non si smuove dal suo pio proponimento di voler seguire
356 LETTURA SETTIMA
mai sempre la sua madre di adozione, e di vivere in sua
compagnia. Quindi le risponde con questi accenti i pi te
neri e i pi deliziosi che si trovino nellantico Testamento:
Non mi volere no, o Noemi, tanto male di obbligarmi a par
tire da te ed abbandonarti : Ne adverseris mihi, ut relin-
quam te et a beami Noi posso assolutamente e noi far giam
mai. Dovunque andrai tu, ti verr sempre appresso; c dove
tu fisserai la tua dimora, fisser ancor la mia. II tuo po
polo sar sempre il popolo mio; ed il tuo Dio sar sempre
ancora il mio Dio. Morr nella stessa terra in cui tu mor
rai: ed una stessa sepoltura racchiuder dopo morte di tutte
e due le ossa, come una stessa abitazione ci avr raccolte e
riunite mai sempre in vita. Mi punisca pure il Signore, se
altro mai che la morte mi separer da te: Quocumque per-
rexeris, pergam; et ubi morata fueris, et ego pariter mo-
rabor. Populus tuus, populus meus; et Deus tuus, Deus
meus. Quae te terra morientem susceperit, in ea moriar
ibique locum accipiam sepulturae. Haec faciat Dominus et
haec addai, si non sola mors me et te separamenti
2 . Qual tenerezza di cuore, qual costanza di affetto,
qual dolcezza e qual forza di espressione 1 N questi senti
menti di amorosa piet della giovane vedova per la sua ma
dre di elezione si ristettero solo in parole. Ma tale la di
pendenza in cui Rut vive dalla sua diletta Noemi che nem
meno per andare a cercare di che vivere per ambedue si
allontana di un sol passo dalla madre, se questa non gliene
d la benedizione e il permesso, Poich, Volete, le dice,
o madre, che io vada alla campagna a raccogliere qualche
spiga per nostro alimento ? E non si parte, se Noemi non
le dice: Va pure, o figliuola mia. Dixit Ruth: Si jubes, va
davi in agrum et colligam spicas? Cui illa respondit: Va-
de, filia.
Che pi? I cenni di Noemi sono comandi per questa ub
bidiente figliuola. Non ne preterisce una sillaba, e non frap
LETTURA SETTIMA 357
pone un solo istante dindugio ad eseguirli: Respondit:
Quidquid praeceperis faciam. Descendit et feeit omnia quae
sibi imperaverat socrus.
Mala sua carit per Noemi non meno perfetta della sua
ubbidienza. Per avere di che alimentare la sua madre, non
si vergogna di lasciarsi vedere a pregare che le sia concesso
di raccogliere le spighe fuggite alla falce dei mietitori, e di
tenere lor dietro come una mendica. Non ha difficolt di
passare lintero giorno sotto la sferza del sole in un lavoro
s umiliante e s ingrato, senza prendersi il pi piccolo ri
storo, senza concedersi un istante sol di riposo: Rogavit ut
spicas colligeret remanentes, sequens messorum vestigia;
et de mane usque nunc stat in agro, et ne ad momentum
quidem domum reversa est.
Booz, lumilissimo Booz, ammirandone il contegno e lo
dandone la filiale piet, non solo le permette di raccogliere
nel suo campo le spighe abbandonate, ma ancora di mie
terne a suo piacere. E per risparmiarle il rossore di lasciarsi
vedere a mietere come di furto, porta questuomo sensi
bile e generoso la delicatezza sino ad ordinare ai mietitori
che a bella posta lascino cadere sotto i loro passi dai ma
nipoli spighe in abbondanza: e comanda che, mentre essa
]e raccoglie, nessun la rimproveri, nessun la molesti, ma
faccia anzi ognuno sembiante di non vederla: Praecepit
Booz: Etiamsi vobiscum metere voluerit, ne prohibeatis
eam; et de vestris manipulis projicite de industria, ut abs-
que rubore colligatj et colligentem nemo corripiat. Di ci
ancora non pago questo padrone s pio e s caritatevole, con
sidera questa buona straniera come una delle sue donzelle
c vuole che si assida alla stessa mensa con loro, e con loro
si cibi e si ristori. Ma Rut non sa cibarsi senza pensare a
Noemi. Quindi non solo le reca il grano in abbondanza rac
colto, ma il meglio ancora del cibo stesso che le dato per
suo ristoro, e che aveva messo perci diligentemente a parte
LEpifania del S ig n o re . 23
358 LETTURA SETTIMA
togliendolo a s medesima : Quos (medios) portans ostendit
socrai suae; insuper protulit ei de reliquiis cibi sui.
5. Ah ! che non mai si vide figliuola pi tenera e pi
amorosa per la naturale sua madre di quello che Rut si
mostr per la sua madre di adozione. Ma siccome non vi fu
mai piet pi generosa nesuoi trasporti, cos non ve ne fu
mai pi felice e pi ricca delle sue ricompense. Noemi da
prima ama la sua Rut con una tenerezza di vera madre, la
guida cosuoi consigli, la dirige col suo esempio, lanima
colle sue promesse; e le manifesta che il suo unico pen
siero ed il suo unico impegno di vederla felice, e che essa
tutto mette in opera per riuscirvi; poich le dice: 0 fi
gliuola mia, io s ti cercher il vero riposo, ed mia cura
il provvedere al tuo collocamento e al tuo ben essere: Fi-
Ha mea, quaeram tibi requiem, et providebo ut bene sit tibi.
La sua sapienza infatti che immagina il matrimonio di
questa figlia diletta col ricchissimo Booz; i suoi consigli lo
facilitano, il suo zelo lo compie. R suo amore le fa poi ri-_
guardare come proprio suo figlio il pargoletto che nasce
da ununione s santa e s pura. Appena nato, Noemi lo ac
coglie nel suo seno, lo stringe al suo petto e gli presta gli
ufficii di una nutrice e le tenerezze di una madre: Susce-
ptum Noemi puerum posuit iti sinu suo, et nutricis ac ge-
rulae fungebatur officio.
Rut ama teneramente Noemi; ma ne anche pi tenera
mente riamata. Non potrebbe Noemi amarla di pi, se Rut
le fosse veramente figliuola. Essa se ne gloria e si stima
assai pi ricca e felice di questa nuora virtuosa e del re
cente suo parto di quello che se Noemi stessa avesse avuti
sette figliuoli suoi proprii: De nuru enim tua natus est, quae
te diligit; et multo tibi melior est quam si septem fiabe-
res flios. Imperciocch questo bambino, nato per le cure
ed allevato dallamore di Noemi, Obed padre dIsai, avolo
di Davidde,da cui Ges Cristo disceso"; e Rut deve a Noemi
LETTURA SETTIMA m
questo singolarissimo vanto di aver partecipato alla nascita
temporale del Messia, di avere avuto inscritto il suo nome
nel Vangelo e di prender luogo nella genealogia di Ges
Cristo. Non si sa per che ammirare di pi in questa tenera
istoria: se la religione, la carit, la giustiziala purezza de
santi personaggi, che ne sono .il soggetto; o la copia e Iec-
ccllenza delle benedizioni divine, che ne furono la ricom
pensa.
4. Fra queste benedizioni per non certamente lul
tima il vanto di questi stessi pii personaggi di avere, dice
S. Ambrogio, nella santa semplicit delle loro azioni, signi
ficati ed espressi i pi grandi e i pi sublimi misteri. Am
mirabile certamente questa storia, ma pi ammirabile
ci che in essa si raffigura. Booz il tipo di Ges Cristo,
e Rut della sua Chiesa. Imperciocch Ges Cristo questo
sposo generoso 'a cui in misterioso connubio si unisce la
Chiesa, la chiesa estranea, la chiesa gentile, la chiesa che
viene da lungi, la chiesa gi povera e digiuna, e divenuta
poi rieca e satolla della messe abbondante del suo sposo di
vino: Historia simplex, sed alta mysteria. Aliud enim ge-
rebatur, et aliud fgurabatur. Booz Christi, Ruth Ecclesiae
typas erat. Solus Christus est sponsus cui illa veniens ex
gentibus sponsa, ante inops atque jejuna, sed jam Chri
sti messe dives, innubat (De fide, lib. 3). S. Giovanni Cri
sostomo insegna la stessa dottrina. Considerate bene, dice
egli, come le vicende di Rut figurarono perfettamente le
miserie nostre: Considera ea quae in Ruth facta sunt no-
stris quadrare miseriis (Homil. 3 in Mattb.). Rut era stra
niera e caduta nella pi grande miseria: ma il buono e mi
sericordioso Booz, nel vederla, non ne disprezzo la povert,
non ne ebbe a vile lignobilit della stirpe. Cos Ges Cri
sto nella Chiesa dementili ha accolto ed ha unito a s stesso
in misterioso connubio una sposa povera estremamente e
straniera: Sic Christus Ecclesiam suscipiens et alienigenam
360 LETTURA SETTIMA
et magnorum laborantem penuria bonorum, accepit eam
consortem.
Ma seBooz tipo di Ges Cristo e Rut della sua Chiesa,
rimane evidente che Noemi figura di Maria. Imperciocch
come Rut non ritrova il suo sposo se non con Noemi e per
Noemi, cosi la gentilit, ne*Magi non ritrova Ges Cristo
che con Maria e per Maria, Invenerunt puerum cum Ma
ria matre ejusj e come il fortunato matrimonio di Rut con
Booz non si celebra che nella citt di Betlemme sotto gli
occhi di Noemi, Reversa est in Bethlehem, cos nella grotta
di Betlemme sotto gli occhi di Maria si conchiuso lo spo
salizio della chiesa dementili con Ges Cristo nella persona
deMagi: In Bethlehem Juda. Cum Maria matre ejus.
5. Orfa adunque, che si stacca da Noemi e l'abbandona
nella sua tristezza e nella sua vedovanza per ritornare al
suo popolo ed alla sua religione natia, Orpha reversa est
ad populum et ad Deos sttos, figura di quei Giudei che
si erano associati a Maria ed a Ges Cristo, che lo accom
pagnavano durante la sua vita: ma che, dopo di averlo ve
duto morire sulla croce, scandalezzati da questo avvenimento,
Judaeis quidm scandalum, ritornarono addietro, si con
fermarono nel loro antico giudaismo e colle dottrine del
Figlio abbandonarono ancora il consorzio della sua santis
sima Madre.
Pu anche dirsi che questa donna sciagurata pure fi
gura di quei cristiani che nel tempo della persecuzione con
tro il cristianesimo abbandonarono colla religione di Ges
Cristo anche il culto di Maria per ritornare alle loro reli
gioni, ai loro antichi errori, o abbracciarne dcnuovi; come
intervenuto nelle contrade dOriente, e pi tardi ancora
in varie parti deirEuropa, in cui la religione di Ges Cristo
ed il culto della sua Madre erano gi si fiorenti, e dopo le
persecuzioni mosse contro del cristianesimo sono ritornati
al culto degl'idoli, o hanno abbracciato il maomettanismo
o leresia: Orpha reversa est ad Deus suos.
LETTURA SETTIMA 361

Ma Rut per, la piissima, lamorosissima, la fedelissima


Rut, che si siringe ai fianchi di Noemi per dividerne i pe
ricoli, le miserie, i dolori e le pene*, che mai non labban
dona, Ruth adhaesit socrui suae; che tanto pi lha cara
quanto pi la vede priva di ajuti, di mezzi e di conforto;
che le dimostra un amore s tenero, s costante, s generoso,
la figura deMagi che, nulla scandalizzati dalla vista della
povert, della miseria, delloscurit di Maria che non ha
nemmeno come difendere dai rigori del freddo il suo nato
pargoletto, si stimano felici di poter stare in compagnia di
questa dolcissima madre e del suo diletto figliuolo; non si
saziano di vagheggiarli, di amarli, di star loro dinanzi, e si
applaudiscono nel Signore e si gloriano della sorte di averli
trovati, Invenerunt puerum cum Maria matte ejusj ed una
volta che hanno abbracciata la fede del Figlio ed il culto
della Madre, anzich abbandonarlo giammai, si fecero un
vanto di propagarlo nei loro popoli e di confermarlo colla
vita e col sangue.
Figura deMagi, Rut lo ancora de loro discendenti e
seguaci, cio di quei Giudei, ed ancora pi di quei gentili,
che, nulla scandalezzati ed attoniti dallo spettacolo della po
vert, degli obbrobrii e delle pene di Ges Cristo, e ravvi
sando anzi in questo avvenimento di apparente stoltezza,
Gentibus stultitiam, il capo dopera della potenza e della
sapienza di Dio, Dei virtus et Dei sapientia, si associano a
Maria, e per essa ed in essa si associano al medesimo po
polo, al medesimo Dio. Dividono la umiliazione e le pene
di questa vedova madre, si chiudono con lei nel cenacolo,
e n il timore deGiudei persecutori, n lapparato di tutte
le privazioni e di tutti i disagi possono farli risolvere d
abbandonare la loro madre adottiva e il Dio che le fi
gliuolo, o staccarsi da s cara e si preziosa compagnia.
6. Ma Rut, perch incantata dalle doti e dalle virt
di Noemi, abbandona la sua casa, la sua patria, il suo po-
23*
362 LETTURA SETTIMA
polo per seguirla. E per esserle strettamente unita non solo
per prossimit di luogo, ma ancora per somiglianza di re
ligione, protesta e giura di volere non solo abitare con Noe
mi nella medesima casa, ma incorporarsi al medesimo po
polo, credere ed adorare il medesimo Dio: Populus tuus
popuus meus, et Deus tuus Deus meus. Nulla infatti pu
scoraggiarla da questo suo pio proponimento. La pena di
vedersi ridotta a raccogliere nei pubblici campi le spighe
e come a mendicare per vivere; la vergogna di doversi ci
bare di un pane di stenti e di dolore, ottenuto a forza di
prieghi sempre umilianti anche quando sono esauditi, non
bastano a farla pentire della sua risoluzione ed a farle de
siderare le ricchezze e gli agi della casa paterna. La com
pagnia di Noemi la compensa di tutto. Un tozzo di pane ac
cattato con tanto stento e mangiato vicino a Noemi le
pi dolce che le pi squisite imbandigioni di cui potrebbe
gustare lontana da lei.
Chi non ravvisa in questi tratti la generosit, la costanza,
la fede, Y amore denostri padri gentili? Rapiti essi (come
si di sopra osservato) dalle dolcezze e dagli incanti della
fede e del culto di una vergine madre che ha un Dio per
figliuolo, di una creatura colma di santit e piena di amore
che stringe tra le sue braccia il Creatore suo figlio, pronta
a darlo per Salvatore a chi gliel ricerca; hanno tutto pos
posto e tutto abbandonato per correr dietro allodore mi
sterioso delle sue virt e desuoi privilegi; lhanno tene
ramente amata e le si sono dati in potere, secondo ci che
era stato predetto: In odorem unguentorum tuorum cur-
remus.... adolescentulae dilexerunt te nimis. Hanno vo
luto abitare nella stessa casa di Maria, far parte del suo
popolo, seguire il suo Dio; cio a dire, entrare nella Chiesa
che, come si veduto, la casa di Maria; incorporarsi ai
cristiani, che sono il popolo di Maria; darsi a Ges Cristo,
che il Dio vero di Maria, perch essa non solo ne Cado-
LETTURA SETTIMA 363
ratrice pi fedele, ma ancora la madre verace; e chiunque
vuol parteciparvi bisogna che ricorra a lei, che lo cerchi
nelle sue braccia, o lo trovi in sua compagnia: Populustuus
popiiltis meas, et Deus tuus Deus meus.
E qual cosa pot arrestare il coraggio, la divozione, la
generosit denostri padri gentili in questa santa loro ri
soluzione? Per esservi fedeli essi, come riferisce S. Paolo,
non solo hanno sofferto la perdita, la rapina di tutti i beni
temporali; ma si sorto esposti a tutti i tormenti, a tutte le
pene ed alla morte medesima; e prima di stancarsi essi nel
sopportare, si sono anzi stancati i tiranni e i persecutori nel
martoriarli col pi spietato furore, e nulla ha potuto divi
derli n dalla Madre, n dal Figliuolo.
7. Senonch Rut riceve la ricompensa la pi copiosa
della sua piet per Noemi e della sua generosit di aver
cambiata la propria nazione per la nazione ebrea, gli dei
gentili pel vero Dio dIsraele. Booz al primo incontrarla le
avea vaticinato la sua felicit e il guiderdone che latten-
dea in premio delle sue virt. Io conosco, le avea detto,
quanta venerazione e quanto amore hai dimostrato a Noemi
dopo la morte del tuo consorte: so il sacrificio che hai fatto
di abbandonare la casa, i parenti e la tua terra natia per -
venire in una terra straniera, in mezzo ad un popolo ignoto:
Nuntiata sunt mihi omnia quae feceris socrui tuae post
mortem viri tui, et quod reliqueris parentes tuos et ter-
ram in qua nata es, et veneris ad populum quem antea
nesciebas. Il Dio dIsraello, il Dio verace del quale sei ve
nuta in cerca sulle tracce di Noemi, il Dio sotto le ali della
cui misericordia sei corsa a rifuggiarti, ti render una mer
cede abbondante per opera di s grande religione e di s
grande piet: Reddat tibi Dominus pr opere tuo, et pie-
nam mercedem recipias a Domino Deo Israel, ad quem ve
nisti et sub cujus confugisti alas. Questo augurio di un
cuore s tenero, questa profezia di un patriarca si religioso
364 LETTURA STTICA
e s pio ha il suo compimento. E ci che singolare si
che Booz che lha fatta esso medesimo che lha compiuta.
Egli, personaggio di gran dignit e di gran nome in Israello,
uomo ricco e dovizioso, non si vergogna di questa straniera,
di questa mendica che non ha nemmeno un pane per nu
trirsi, che non ha altra dote che il suo cuore e le sue virt.
Booz la soccorre, lajuta, la ristora, la satolla, la fa assidere
alla sua medesima tavola, ed in fine la dota egli stesso, e
dalla condizione di serva e di mendicante la innalza allo
nore di sua sposa e signora, e la rende padrona della sua
casa e di tutti i suoi beni:
Lumile fede, la tenera piet della sposa e la degnazione
generosa dello sposo attirano gli sguardi di tutti: i grandi
dIsraello applaudiscono a questa felice unione; il popolo
laccompagna cosuoi augurii: Dio stesso con la sua bene
dizione la conferma, ed accorda a questi sposi fortunati un
figliuolo, padre di una serie di re, dai quali discender la
spettato Messia: Et dedit illi Dominus ut concimerei et pa-
reret filium.... et vocaverunt nomen ejus Obed: hic pater
Jsai, patris David.
Questa ricompensa diRut s inaspettata e s copiosa an
cora la figura della ricompensa che i gentili nostri mag
giori hanno ottenuta per aver voluto, docili alle attrattive
di Maria ed ai suoi consigli, seguire questa tenera madre,
incorporarsi con lei al popolo cristiano e mettersi sotto le
ali di Ges Cristo. Questo stesso Ges Cristo ha compiuto
a loro riguardo le promesse e le profezie da esso fatte, che
i pi grandi beni sarebbero toccati in sorte a coloro che
avrebbero fatto desacrificii per seguirlo. Questi gentili erano
poveri e mendici, famelici della verit, della parola di Dio,
che il pane, il nutrimento deHintelligenza. Non aveano
nemmeno un solo boccone di questo pane divino; non aveano
la cognizione del Dio vero, che la verit prima, il primo
nutrimento delluomo; ed erano senza Dio in questo mondo;
LETTURA SETTIMA 368
Siile Deo in hoc mundo. Erano obbligati a mendicare nei
campi di Booz qualche spiga, cio a dire attingere dalla si
nagoga qualche nozione di Dio, che essa cosuoi pellegri
naggi e cosuoi Libri Divini andava spargendo pel mondo.
iMa appena questi poverelli mendici, privi di tutto fuorch
di un gran desiderio di conoscere la verit e delle pi belle
disposizioni ad abbracciarla, seguendo i passi di Maria, ven
gono a Ges Cristo, esso li arricchisce della sua messe di
vina e fa trovar loro in abbondanza quelle verit di cui
erano andati per s lungo tempo in cerca, li satolla nella
loro fame e li arricchisce nella loro miseria. Che pi? di
questi gentili forma egli la sua chiesa, che si degna di sol
levare alla dignit di sua sposa, che dota egli stesso e fa de
positaria e padrona di tutti i suoi beni. Ed in fatti la santa
Chiesa romana proveniente gi dai gentili la vera Chiesa,
la sposa visibile del Salvatore, la sua citt santa, il suo ta
bernacolo fra gli uomini, verso cui sono rivolti tutti gli
sguardi, in cui e con cui solo lo sposo divino, pieno di
grazia e di verit, ed a cui ed in cui solo si pu sperare la
salute.
S 8. Ma come Rut, riconoscente a Noemi perch le sue
industrie e il suo amore le hanno fatto trovare lo sposo che
la colma di s grandi beni, ama questa sua tenera madre
con una tenerezza pi grande di quella di prima, e le sta
sempre vicino e le porge e le racccmanda il proprio par
goletto; cos la Chiesa, penetrata dalla pi sincera e pi
viva gratitudine per Maria, poich dalle sue mani e dal suo
amore ha ricevuto Ges Cristo suo sposo, le sta sempre
dappresso, lama teneramente, la saluta, la benedice, la
invoca ad ogni istante; promuove e mantiene il suo culto,
la sua gloria, la sua divozione, e di continuo le raccomanda
noi fedeli, che di questa Chiesa siam figli, e ci affida alle
sue materne cure ed alla sua-tenerezza. E Maria che fa?
come corrisponde a questa piet filiale della Chiesa? Mirate
366 LETTURA SETTIMA
ancora Noemi. Essa si stima pi felice del figlio che nato
alla sua nuora di quello che se avesse essa stessa partorito
sette figliuoli : Multo libi melior est quam si septem filios
haberes. Questo figlio non nato vero dal suo seno; ma
nato dal suo amore, ed come se fosse perci suo proprio
figlio nato a lei per sua consolazione e per sua gloria: De
nuru enim tua natus est. Habes qui consoletur animam
tuam. Cos Maria si stima pi fortunata dei figli che sono
nati alla Chiesa di quello che se essa li avesse veramente
partoriti, non siamo noi vero nati dal suo seno, ma siamo
nati dalla sua carit e dalle sue pene; siamo nati da Ges
Cristo, ma per Maria ed a Maria, per gioja del suo cuore,
per onore della sua misteriosa fecondit.
Quindi, come Noemi, appena nato il figliuolo di Rut, non
aspetta nemmeno desserne richiesta, ma da s stessa in
uno slancio di amore lo prese fra le sue braccia e, secondo
la tenera espressione della Scrittura, lo pose dentro del suo
seno, lo colm di baci e di carezze, lo allev come suo pro
prio figlio: Susceptumque Noemi puerum posuit in sinu
suo et nutricis fungebatur officio; cos Maria, come nascono
dei nuovi figliuoli alla Chiesa, li mette essa ancora nel suo
seno, li ama, li vezzeggia, li custodisce come se fossero suoi
veri figliuoli. 0 noi beati, o noi felici se, essendo nati figli
della Chiesa pel battesimo, tali ci manteniamo colla since
rit della nostra fede c colla santit della nostra .condottai
Noi felici se, ad imitazione di Rut, vincitori del rispetto
umano, non ci lasceremo distogliere n per le dicerie degli
eretici, n per le censure dei miscredenti dal tener dietro
a Maria, dallonoraria, dalTamarlal Noi saremo del vero
popolo di Maria, ovvero del numero degli eletti; del vero
Dio di Maria, ovvero di Ges Cristo; e come Ges Cristo
medesimo, cui saremo spiritualmente incorporati ed uniti,
saremo da Maria riguardati ed amati: cio a dire che saremo
da lei raccolti e depositati nel suo amorosissimo seno, sa
LETTURA SETTIMA 3G7
remo da lei custoditi, nutriti, allevati, vezzeggiati, bene
detti come suoi veri figliuoli: Susceptum puerum posuitin
sinu suo, et nutricis fungebatur officio.
9. 0 fanciulli avventurosi, o figliuoli novellamente nati
da una novella madre ad una vita novella, lodate pure
il Signore, lodate particolarmente il suo dolcissimo e po
tentissimo norae: Laudate, pueri, Dominum, laudate nomen
Domini. S, questo santo cd augustissimo nome, in eui solo
possono gli uomini sperare salute, sia lodato nel tempo e
nelleternit: Sit nomen Domini benedictum ex hoc nunc
et asque in saeculum. E non solo sia lodato in tutti i tempi,
ma ancora in tutti i luoghi c da tutti gli uomini; non solo
dai giusti in cui brilla il Sole della grazia, ma ancora dai
peccatori in eui questo Sole divino tramontato; gli uni
gli devono il possesso della giustizia, gli altri la speranza
di ottenerla: A solis ortu itsque ad occasum laudabile no
men Domini. Ah! chi mai pi potente, ed insieme pi
misericordioso del Dio nostro, che sebbene abiti nellaltezza
inaccessibile di una gloria infinita, pure non ha sdegnato
di abbassare lo sguardo della sua piet fino sulla miseria
nostra, e di averne compassione: Quis sicut Dominus qui
in altis habitat et humilia respicit in coelo et in terra!
Ah noi eravamo poverelli, mendici, privi di tutto, bisognosi
di tutto, abbandonati, giacenti, ravvolti, immersi nelle lor
dure e nel fango, e la sua mano pietosa si stesa fino a noi
per sollevarci da questo stato di profonda abiezione: Susci-
tans a terra inopem et de stercore erigens pauperem. E
non ci ha rialzati soltanto, ma ci ha amorosamente intro
dotti nella sua medesima casa, e ci ha fatto sedere ad una
mensa comune, e ci ha accordato un rango eguale cosuoi
angioli, cosuoi Apostoli, principi illustri, condottieri e
guide del suo popolo: Ut collocet eum cum principibus,
cum principibus populi sui. Non basta per, ci ancora non
basta. A eapo di questa casa, alla testa di questa santa ed
368 LETTURA SETTIMA
augusta famiglia ha costituito una donna sterile natural
mente, ma spiritualmente e divinamente feconda. Lha
creata madre, lha fatta ricca di una numerosa figliolanza;
e come essa lieta di vedersi circondata da tanti figliuoli,
cos i suoi novelli figliuoli si stimano fortunati di trovarsi
attorno ad una tal madre: Qui habitare facit sterilem in
domo, matrem filiorum laetantem.
0 Maria, voi siete una tal madre, e noi s siamo noi que
sti avventurosi figliuoliI Sia mille volte benedetto e lodato
adunque ora e per sempre il nome del Dio di beneficenza,
che ha voluto prevenirci con tratti di tanta misericordia e
di tanta bont: Sit nomen Domini benedictum ex hoc mine
et nsque in saeculum.
LETTURA V ili

LA BEN EDIZIONE DI NO ASUOI FIGLIUOLI,


PRO FEZIA E FIGURA D ELLING RESSO DE G E N T IL I
ALLA VERA CHIESA

ARGOMENTO

La vita d e p atriarch i profetica. C ondotta d e figll di No col loro p a d r e ;


e di questo p atriarca cosuoi figli. Questa storia o s c u r a l e non vi
si suppone il mistero. La vig n a figura della s i n a g o g a ; i l vino, delle
um iliazioni e d e patim enti di Ges Cristo. Cam figura dei Giudei n e
mici di C risto; Sera e Jafet dei M a g ie deGiudei fedeli. Spiegazione
della m aledizione di Canaan e della benedizione di Sem e di Jafet.
N eMagi e loro discendenti si com pie la profezia che JA F E T EN TRA
NELLA CASA QI S E M .Q u e sta casa la casa di Maria. S talo infelice
di noi gentili p rim a di e n t r a r e , e felicissimo dopo di essere en tra li
nella Chiesa. Zelo che d o b b ia m o avere per fare e n tra re anche a ltr i
a p a rte dei beni di cui godiam o.

4. I misteri di Ges Cristo e della sua Chiesa non solo


sono stati predetti dagli oracoli dei Profeti, ma vaticinati
altres dalle azioni degli antichi patriarchi; sicch la "vita
iutiera di questi ultimi, nel mentre che una storia fedele
del passato, , dice S. Agostino, una continua profezia di
grandi avvenimenti deiravvenire: Illoram etiam vita pr-
370 LETTURA OTTAVA
phetica fuit (Contra Faust., 22). Tale fra le altre la storia
della ebbrezza misteriosa di No e delle benedizioni che
questo gran patriarca diede ai suoi figliuoli. Questa storia
rappresenta infatti lavvenimento consolantissimo della chia
mata e dellingresso di noi poveri gentili nella Chiesa, che,
come si veduto, i Profeti avevano indicato colle parole.
Non si deve dunque omettere in un trattato nel quale si
spiega il mistero di questa chiamata e di questo ingresso,
cominciato neMagi e compiutosi in noi.
2. Abbiamo noi dunque dal Genesi (cap. 9) che il pa
triarca No, avendo egli il primo piantata e coltivata la
vite sulla terra umida ancora dalle acque del diluvio, ed
avendo bevuto del sugo delluva di cui ignorava gli effetti,
cadde in ebbrezza e giacque denudato sulla propria tenda
immerso in un profondo sopore: Plantavit vineam, bibens-
que vinum inebriatus est et nudatus in tabernaculo suo.
Lo vide in questo stato s umiliante Cam suo secondo fi
gliuolo e padre di Canaan; e, non pago di prendersene
beffe egli solo, affrettossi di chiamarvi attorno gli altri due
suoi fratelli, additando loro come un soggetto di derisione
e di burla il comun genitore: Nuntiavit duobus fratribus
suis foras. Ma i pii fratelli, riguardando con una santa in
dignazione il procedere di Cam, lungi dallassociarsi ai suoi
scherni sacrileghi sulla nudit del santo patriarca, si die
dero tutta la premura di ricoprirlo. E per non mancare alle
leggi del pi severo pudore, in questatto di filiale rive
renza, non si avvicinarono al padre che camminando allin-
dietro colle spalle a lui rivolte per non vederlo: e con un
mantello, che gli lasciarono cadere sopra, tutto lo ricopri
rono e lo tolsero alle risa indecenti dellinsolente fratello:
At vero Sem et Japhet pallimi imposuerunt humeris
suis, et incedentes retrorsum, operuerunt verenda patris
suij faciesque eorum aversae eranl., et patris virilia non
viderimt.
LETTURA OTTAVA 371
Poco dopo per ridestassi No dal suo sonno, ed avendo
saputo dellinsulto fattogli dal minor desuoi figli, e del
rispetto e dellamore di cui avean data prova i due altri,
Canaan, disse egli (secondo il testo ebraico), Canaan,figlio
di Cam, sar maledetto e diverr il servo dei servi ai suoi
proprii fratelli: Evigilans Noe, cum didicisset quae fecerat
ei filius suus minor, ait: Maledictus Chanaan; servus ser-
vorum erit fratribus suis.
E per Sem e Jafet soggiunse: Benedetto sia il Dio di Sem;
e Canaan sar il servo di lui. Dio moltiplicher la stirpe di
Jafet ed abiter nelle tende di Sem; e Canaan sar anche a
lui servo e soggetto : Benedictus Dominus Deus Semj sitque
Chanaam servus ejus. Dilatet Dominus Japhet et habitet
iti tabernaculis Sem, sitque Chanaam servus ejus.
3. Ora questo uno di quei racconti biblici dequali,
dice S. Agostino che se si prendono solamente nella mate
rialit della lettera, riescono poco o nulla affatto edificanti:
Si hoc tantum volumus intelligere quod sonat littera, aut
parvam aut nullam de divinis lectionibus aedificatonem
capiemus. Senza di che, preso solamente nel suo senso
storico ed immediato questo racconta, rimane alquanto
oscuro ed inintelligibile.
E come di fatti combinare colla perfetta giustizia di No,
cotanto encomiata nelle Scritture, laver voluto egli punire
in Canaan suo nipote la rea baldanza di Cam suo figliuolo
c lavere imprecato il pi terribile anatema sopra un fan
ciullo innocente, che non avea pi di anni dieci di et, di
menticando e risparmiando affatto il padre colpevole? Come
comprendere la benedizione di Jafet, di cui sarebbe stata pi
grande la ricchezza e la discendenza pi numerosa: Dilatet
Dominus Japhet: ed intanto sarebbe stato egli obbligato a
mendicare come un asilo nella casa di Sem, Habitet in ta
bernaculis Sem; ed intanto questa necessit sarebbe per lui
un vero privilegio e un amplissimo guiderdone?
372 LETTURA OTTAVA
Or sappiate, dice S. Agostino, che tutto questo racconto
dellebbrezza di No e della condotta si differente che in tal
congiuntura tennero i suoi tre figliuoli pieno di profetici
sensi; sotto il velo delle pi ovvie circostanze si asconde un
grande mistero: Quae ibi facta atque conscripta suntpro-
pheticis grandata sensibus et velata tegminibus (De civit.
Dei, 1.16, c. 2); che No, colla maledizione e colla benedizione
pronunziata sopra i suoi figli, non esso altrimenti che
fissa la sorte e le vicende delle loro rispettive discendenze,
ma solamente le predice; cio a dire che Canaan servo e
gli altri padroni non perch cos lo vuole e lo annunzia
No, ma No lo annunzia e lo profetizza perch, superior
mente ispirato, conosce che nefuturi tempi accader asso
lutamente cos: Noe filios suos Sem et Japhet prophetica
benedictione commendata intuens et praevidens quod longe
post fuerat futurum (ibid.).
E Cornelio A-Lapide aggiunge ancora che questo fatto
non tanto riportato dal sacro storico per quello che esso
indica materialmente, ma per quello che allegoricamente
significa; giacch evidente da tutto il contesto che qui il
senso allegorico o profetico prevale al senso litterale, e que
sto senso profetico ha avuto di preferenza in mira lo Spi
rito Santo nellavere ispirato questo misterioso racconto:
Sensus allegoricus litterali hic praevalet, magisque quam
litteralis fuil a Spiritu Sancto intentus (in hunc loc.).
Procuriamo adunque, dietro la scorta della stessa Scrittura
e dePadri, di penetrare a traverso il velo della figura e di
scoprire il grande e consolante mistero che vi figurato.
4. E primieramente, che la vigna che No ha piantata
sia figura della sinagoga e del popolo ebreo chiarissimo
da diversi passi dellantico Testamento come del nuovo. In
Geremia Dio dice a quel popolo: Io si ti ho piantato nel
mondo come una sceltissima vigna: Ego piantavi te vineam
electam (Hier. 2). In Isaia poi si lagna il Signore che que-
LETTURA OTTAVA 373
stn vigna, intorno alla quale era stata adoperata la pi di
ligente coltura, a segno che non vi era cosa che potesse
farsi a suo vantaggio, e che Dio abbia omesso di fare; ci
nulla ostante essa, invece di uve sincere e salubri, non ha
prodotto che uve selvatiche ed amare: Quid potui ultra fa-
cere vitieae meae et non feci? Exspectavi ut faceret uvas, et
fecit labruscas (Isa. 5). E perch non vi sia alcun dubbio che
questi rimproveri sono alla sinagoga diretti, dichiara aper
tamente il Profeta che la vigna altra cosa non significa se
non che la casa dIsraello: Vinea Domini exercituum do-
mus Israel est (ibid. 7).
Non vi dunque dopo ci alcun dubbio, dice S. Agostino,
che questo No che pianta la vigna lo stesso Ges Cristo
che si era formato il popolo eletto: Christus quippe pian
tava vineam de qua dicit propheta: Vinea Domini domus
Israel est (loc. cit.).
No, per avere bevuto del liquore della vigna da s pian
tata, sinebbria e si abbandona ad un sonno profondo: Bi-
bensque vinum inebriatus est. S. Ambrogio, seguito da altri,
non crede che questa del secondo padre del genere umano
sia stata una vera ubbriachezza, ma un semplice involonta
rio sopore. Ma, vera o apparente che sia stata, quello che
certo si , che essa non fu colpevole e che, per unanime
testimonianza dePadri, fu misteriosa e profetica. E come,
dice il citato Dottore, si possono leggere queste parole:
E No SI INEBRIO Inebriatus est senza ricordare le
parole del Salmo: Quanto nobile il mio calice CHE
MINEBRIA: Et calix meus inebrians quam praeclarus est
(Psal. 22)?
Or questo calice inebriante, di cui parla Davidde, non ,
dice S. Agostino, che quel medesimo calice che Ges Cristo
ha chiamato il CALICE SUO, cui avrebbe egli appressato le
labbra per beverne sino alla feccia: Potestis bibere calicem
quem ego bibiturus sum, cio il calice delle sue umilia-
L'Epifania del Signore. 2i
374 LETTURA OTTAVA
zioni e delle sue peue: Quod Noe bibit et inebriatus est,
ille calix utique intlligitur de quo Christus dicit: Pot-
stis bibere calicem, etc., quo suam sine dubio significai pas-
sionem (loc. cit.).
No adunque che, in seguito del bevuto liquore, giace
denudato nella sua tenda, significa Ges Cristo che, mistica-
mente ebro dellamore pel suo popolo, nasce povero, ignudo
in una stalla. E la circostanza che aggiunge la Scrittura,
Nella sua tenda> una elegante e gentile profezia, sog
giunge S. Agostino, che Ges Cristo dovea soffrire questa
umiliazione della sua nascita, foriera delle umiliazioni pi
grandi della sua morte, in mezzo al suo popolo nella sua
propria casa, in mezzo ai Giudei suoi domestici e suoi con
giunti: Quod vero, cum dietimi esset, Et nudatus est,''ad
di Scriptura: IN DOMO SUAj ele'ganter ostendit quod e
suae carnis gente et domesticis sanguinis sui, utique Ju- '
daeis, fuerat mortem passurus (loc. cit.).
S. Che poi Cam padre di Canaan sia figura deGiudei
nemici di Ges Cristo, la Scrittura medesima non permette
di dubitarne, giacch in varii luoghi di questo Libro divino
sono essi chiamati generazione di Canaan, stirpe di Ca-
iaan. Cam adunque che insulta alla nudit del padre ad
dormentato, e che lannunzia al di fuori ai proprii fratelli,
e loro laddita come un soggetto di derisione e di burla,
vera figura dei Giudei che si vergognarono della povert
di Ges Cristo; che gli negarono un alloggio in un pub
blico albergo: Cum eis non esset locus in diversorio (Lue. 2);
che noi vollero ricevere al suo nascimento: In propria
venit, et sui eum non receperunt (Joan. i); e che poi lo
hanno deriso sacrilegamente e lo hanno additato alle genti
come un soggetto di scandalo alla sua morte.
Al contrario nella piet e nellamore riverente di Sem e
di Jafet, che non si associano altrimenti alla temerit di
Cam, che ricuoprono rispettosamente il loro genitore, voi-
LETTURA OTTAVA 375
land altrove la faccia per non vederne rumiliazione, e che
anche in quello stato dignominia lo amano e lonorano
come lor padre, chi non vede la fede e lamore depastori
e del Magi, che non solo si associano al disprezzo, alla non
curanza in cui i Giudei lasciano il nato Messia; ma lo cer
cano, lonorano, ladorano anche nello stato di miseria e di
nudit in cui giace in una spelonca abbandonato; coprendo
il loro sguardo corporeo col velo della fede; voltando al
trove la faccia, cio credendo alla testimonianza interiore
della grazia pi che alla testimonianza esterna desensi ;
non fermandosi alle spoglie dell umanit di cui il Verbo
ricoperto: Patris virilia non videruntj ma nell uomo
riconoscendo il loro salvatore, il loro padre, il loro Dio?
Chi non riconosce ancora la fede e lamore di noi cri
stiani (di cui i Magi furono le primizie e il modello) che
questo stesso Ges Cristo nato povero, nato uomo e poi
morto nelKignominia e nel dolore, riconosciamo per Figlio
di Dio, e lonoriamo come il vero padre ed il vero salva
tore delle nostre anime?
6. Spiegato cos il mistero depersonaggi, diviene pure
chiaro il mistero della maledizione di Canaan e della bene
dizione di Sem e di Jafet.
La maledizione di Canaan la profezia della riprovazione
deGiudei e del loro gastigo. Canaan condannato a servire
perpetuamente i proprii fratelli, figura il fatto pubblico e
permanente dello stato di servit in sui sono^stati e sono
tuttavia i Giudei rispetto al popolo cristiano, al quale han
servito e servono ancora, non solo nellordine temporale e
civile, ma ancora nellordine spirituale; giacch, come os
serva il pi volte citato Dottore, i Giudei non sono che gli
archivisti, i librai di noi cristiani, che, conservando la
legge e i profeti, pubblicarono ai Magi il Messia e servirono
loro di guida, e portando da per tutto questi medesimi li
bri, servono anche a noi a confermare la nostra fede e la
376 LETTURA OTTAVA
testimonianza della nostra Chiesa: Per populum Judaeo-
rum publicatum est quod est in prophetia secretimi; ideo-
que fit SERVUS fratrum suorum. Quid est enim aliud
hodie gens ipsa Judaeorum itisi quaedam scriniaria chri-
stianorum, bajulans legem et prophetas ad testimonium
ASSERTIONIS ECCLESIAE (loc. eit.)?
A Sem poi disse No: Sar benedetto il Dio di Sem,
Benedictus Deus Semi Ora che significa mai questa bene
dizione, se non che da Sem sarebbe nato il Messia secondo
la carne, e perci S. Luca al tessere la genealogia di Ges
lo chiama FIGLIO di SEM, Qui fuit Sem (Lue. 3)? Il Dio di
Sem dunque il Verbo incarnato, Dio benedetto, avendolo
langelo chiamato frutto BENEDETTO del ventre purissimo
di Maria, Benedictus fructus ventris tui; Dio benedetto,
perch in lui si sarebbero riunite tutte le benedizioni se
condo la profezia di Giacobbe (Gen. SO), ed in lui e per
lui sarebbero state benedette tutte le trib della terra.
Ma che significano le parole Mette a Giafeto: Il Signore
dilater Jafet ed abiter nei tabernacoli di Sem: Dilatabit
Dominus Japhet, et habitabit (secondo il testo ebraico) in
tabernaculis Sem? Jafet il padre dementili; tutti gli Oc
cidentali e noi Europei in particolare discendiamo da lui.
La vera religione si stabilita e si propagata tra noi, c
da noi si propaga anche altrove. Ecco la misteriosa dilata
zione promessa a Giafeto.
Ma osservate, dice S. Agostino, che la Chiesa comin
ciata da Ges Cristo, da Maria, dagli Apostoli, tutti Giudei
di nascita e perci discendenti di Sem e secondo lo spirito
e secondo la carne. Noi gentili, discendenti di Jafet, col di
venire cristiani siamo entrati in questa Chiesa formata dai
discendenti di Sem; e cosi Jafet ossia i gentili sono entrati
nei tabernacoli di Sem: Hoc praenuntiabalur cum diceretur:
Et habitabit in tabernaculis Semj idest in ecclesiis quas
Apostoli filii prophetarum construxerunt (loc. cit.).
i
lettura Ottava * 377
7. E mirate come questa profezia incomincia a verifi-
earsi ne Magi. LEvangelista dice di loro ehe entrando
NELLA CASA ritrovarono Ges con Maria sua madre. Ora
che cosa questa casa in cui oggi entrano i Magi? Ahi
che la easa in cui si ritrova Ges e Maria non che la
Chiesa. Oggi dunque i gentili incominciano ad entrare nella
Chiesa. Oggi Giafeto incomincia ad entrare ne*tabernacoli
di Sem.
Dietro le orme deMagi sono poi entrati nella casa me
desima , nella Chiesa (di cui la grotta di Betlemme era la
figura), i popoli gentili discendenti da Jafet; entrata Ro
ma, lItalia, lEuropa; vi sono entrati i nostri padri, che
hanno legata a noi leredit della loro fede; siamo dunque
in loro e per loro entrati anche noi. Jafet si dilatatoj la
sua discendenza, nellordine spirituale si meravigliosa
mente moltiplicate; e questa numerosa discendenza ha avuto
fa gran*ventura di entrare ne tabernacoli di Sem; e dopo
duemila anni da che fu fatta la gran profezia di No si
letteralmente compiuta.
Quanto bella e quanto per noi consolante questa
dottrinai Lapostolo S. Paolo diceva agli Efesii: Vi risov
venga che, essendo voi gentili di origine, voi eravate senza
Ges Cristo e senza Messia, separati intieramente dal po
polo dIsraello; che eravate stranieri rispetto alle alleanze
divine: che non avevate speranza alcuna de beni promessi,
ed eravate senza Dio in questo mondo: Qui eratis in ilio
tempore sine Christo alienati a societale Israel et peregrini
lestamentorum, promissionis spem non habentes et sine
Deo in hoc mundo (Ephes. 2).
Ora il grande Agostino, dopo avere nella spiegazione della
profezia di No citato questo discorso di S. Paolo, Osservate,
dice, che queste parole dellApostolo dimostrano che prima
della conversione denostri padri gentili alla fede, Jafet non
abitava ancora nei tabernacoli di Sera: Per haec nerba osten*
378 LETTURA OTTAVA
ditur quod nondum habitabat Japhet in tabernaculis Sem
(Contra Faust., 1.12, c; 24). Ma S. Paolo conchiude poi la sua
ammirabile istruzione con queste parole: Al presente per voi
non siete pi come stranieri, fuori della loro patria o fuori
della casa paterna, ma siete concittadini della stessa citt
dei santi, domestici della stessa casa di Di, essendo stati
edificati *sul fondamento degli Apostoli e de Profeti, sulla
stessa pietra angolare,ch Ges Cristo: Jam non estis ho-
spites et advenae, sed estis cices sanctorum et domestici
Dei: superaedificati super fundamentum Apostolorum et
Prophetorum ipso summo angulari lapide Christo Jesu
(ibid.).
Ora ecco, dice S. Agostino, ecco, in questa testimonianza
dellApostolo, il compimento della profezia della dilatazione
di Jafet.e del suo felice ingresso nella casa di Sem: Ecce
quomodo dilatatur Japhet et habitat in domibus Sem
(loc. cit.).
8. Ma ricordiamoci di quali personaggi composta que
sta casa fortunatissima. Quando vi entrarono i pastori e i
Magi, levangelista S. Matteo dice che nella casa ritrovarono
Ges con Maria: Intrantes domum incenerimi Puerum cum
Maria maire ejus. Quando vi entrarono pi tardi i primi
cristiani, revangelista S. Luca, come si gi avvertito, dice
che era composta degli Apostoli CON MARIA MADRE DI
GES: Cum Maria matre Jesu. Cos nelluna e nellaltra
epoca della Chiesa si ritrova sempre Maria, attorno a cui,
come a centro comune, si riuniscono i veri discendenti di
Jafet. Si ritrova Maria che li dirige co suoi consigli, che
glinfervora col suo zelo, che li sostiene co suoi esempi.
Di pi Ges Cristo non disceso da Sem secondo la carne,
se non per Maria; poich da Maria solamente ha presa la sua
carne: Cameni.... traxitnon aliimde sed materna ex carne;
c per Maria, la sua temporale genealogia rimonta sino ad
Adamo c sino a Dio. La Casa dunque di Sem la casa di
LETTURA OTTAVA 379
Maria, perch fondata da Ges Cristo suo Figliuolo, e perch
essa stessa se ne trova alla testa, per la parte ^che vi ha avuta
nel formarla, per linfluenza che vi esercita, per le grazie
che vi spande, per gli omaggi che vi riceve!Oh felice ingresso
di noi poveri gentili in questa casa, in questa famiglia ed
in s santa ed augusta compagnia!
9. Imperciocch, prima di questo fortunatissimo in
gresso, che cosa eravamo noi mai? S. Paolo poco face lo ha
detto: Gente senza redentore, senza promesse, senza fede,
senza speranza, senza Dio in questo mondo. Quale miseria
adunque era mai paragonabile alla nostra? e chi potrebbe
mai scandagliarne labisso? Che cosa luomo dopo di aver
perduto Dio e senza un mediatore divino che glie lo possa
far ricuperare? Che cosa luomo quando non ha pi alcuna
promessa da attendere, alcun bene da implorare, e quando
della felicit eterna ha perduto per sin la speranza? Ahi che
un simile stato-non era solamente il simbolo della eterna
dannazione e la strada da pervenirvi, ma altres era una
dannazione anticipata, perch sin da questa vita luomo inco
minciava a sperimentare quel profondo abbattimento di spi
rito, quella indicibile ambascia di cuore che la perdita eterna
di Dio e lodio di Dio dovea fargli provare dopo morte e
renderlo eternamente infelice.
Ma collesser noi entrati ne'Tabernacoli di Sem, nella
Chiesa fondata dai figli di Sem, dagli Apostoli di Ges Cristo,
sotto la tutela della sua Madre, oh come si cambiata la nostra
sorte! come si nobilitata la nostra condizione! Di ciechi
che eravamo siamo passati alla luce ammirabile del regno
di Dio e di Ges Cristo suo unico Figlio, siamo passati ad
essere discepoli deProfeti e degli Apostoli e depositarii delle
sante Scritture; e tutte le promesse di cui esse sono ripiene
sono divenute il fondamento delle nostre speranze.
Di nemici di Dio, non solo siamo divenuti i suoi amici, i
suoi concittadini, i suoi domestici; ma ancora i suoi con
380 LETTURA OTTAVA
giunti, i suoi uguali e membra del medesimo corpo, di cui
Ges Cristo il capo: tutto ci chesso ha lo abbiamo anche
noi in comune con lui; la sua eredit anche nostra; le pro
messe a lui fatte si compiono anche sopra di noi: Cohaeredes,
concorporales, comparticipes promissionis (Ephes. 2).
Oh bella sortei Oh vanto inestimabile di trovarsi in questa
santa casa I Questa la casa nella quale Iddio avea promesso,
pel suo Profeta, di far entrare ad abitare il suo nuovo popolo
eletto, il popolo cristiano; casa in cui la pace del cuore
ineffabile: incantevole e bella; in cui il riposo dello spirito
ricco ed abbondante, nel possesso dogni specie di ajuti
divini; in cui la fiducia immensa, poich in essa si sta in
societ di famiglia con tutto ci che vi di pi santo e di
pi'augusto nelluniverso! In essa si ha Iddio stesso per
padre, Ges Cristo per fratello, gli apostoli c i loro successori
per guida, gli angioli per custodi, i sagramenti per rimedio:
e per giunta ancora la Madre stessa di Dio per propria ma
dre. Sicch stato pronunziato del popolo cristiano propria
mente, e non conviene che a lui loracolo dIsaia che diceva:
Il mio popolo si assider nelle bellezze della pace, ncta-
bernacoli della fiducia, in seno ad un ricco ed abbondante
riposo: Sedebit populus meus in pulchriludine pacis, in
tabernacnlis fiduciae, in requie opulenta (Isa. 22).
IO. Ma riflettiamo ancora che a questo stato s felice mi
lioni di anime che non conoscono Ges Cristo sono ancora
straniere, e che la loro sorte attuale quella che poco fa ab
biamo descritta e che sarebbepurela nostra, se la divina bont
non ce ne avesse campati col farci entrare nella sua famiglia
e nella sua Chiesa: Chi dunque non si sentir ricercare le vi
scere di compassione in ripensando a tante anime s profon
damente infelici che gemono nelle ombre di morte, senza co
gnizione del vero Dio, senza amore di Ges Cristo; privi delle
grazie della fede e della speranza della beata immortalit, e
clic non finiscono una vita di delitto che per incontrare una
\

LETTURA OTTAVA 381

morte disperata e cominciare una eternit di tormenti? Chi


non si sentir accendere di santo zelo a cooperarealla mol
tiplicazione degli angeli della pace, de* banditori evangelici
che possono portare la lieta novella della redenzione a queste
povere anime abbandonate a s fiero destino ed apprestar
loro le consolazioni della speranza cristiana e la luce della
santa verit? Chi non vorr almeno contribuire ad uno scopo
si pio e s caritatevole col fervore delle sue orazioni, ed
unirsi perci a quei zelanti cristiani che si propongono di
promuovere, con tutti i mezzi che sono in poter loro, lopera
santa, preziosa, importante, della diffusione della vera fede?
Ah! Signore, risvegliate questi sentimenti di carit vera
mente cristiana e di zelo per la vostra gloria nellanimo di
tutti i vostri fedeli; affine che ognuno, coi mezzi di cui la
vostra provvidenza lo ha fornito, si adoperi, per quanto dal
canto suo, in servizio dellimpresa evangelica, di fare entrare
a parte tante anime che vanno in rovina debeni spirituali
che noi godiamo e di cui siamo debitori alla vostra miseri
cordia. Estendete i limiti della Chiesa: Diluiate il vostro
fedele Giafetoj mandate in abbondanza degni operai nella
vostra vigna; virtuosi zelatori del vostro nome, che vadano
per tutto il mondo invitando i miseri che ne sono lontani al
convito misterioso, alle nozze divine che voi in questo giorno
avete celebrato colla-gentilit e con noi. Fate chetante na
zioni, che non vi conoscono, entrino nel seno della vostra
Chiesa, abitino con noi ne Tabernacoli di Sem: santi taber
nacoli, fuori de quali non vi salute e che trasmettono ai
cieli le anime che vi sono riunite qui in terra: Dilatetr Do
miti us Japhet, et habitet in tabernaculis Sem!

\
PREG HIERE, PRATICHE E GIACULATORIE
X

PER CIASCUN GIORNO

D E L L OTTAVARIO D E L L EPIFANIA

PRIMO GIORNO

VERA S A P I E N Z A

Cum natus esset Jesus in Belhlehem.......


Ecce ab Oriente venerunt Hyerosolymam.
(Matth. ii, 1 .)

0 santi re dellOriente, veri Magi, ossia veri sapienti,


perch, disprezzando la scienza profana, impiegavate tutto
il vostro studio ad acquistare la scienza divina, che Ges
Cristo; e lo aspettavate e lo cercavate nelibri e nelle tra
dizioni con umilt di spirito, con sincerit di cuore, cn
purezza di affetto: noi vi ringraziamo di questo bellesempio
che ci avete dato di noncuranza e di disprezzo per la scienza
della carne e del mondo, e di vero zelo di trovare Ges Cristo,
e salvarsi. Dehl ottenete ancora a noi la grazia di conoscere
la vanit ed il nulla delle cose terrene, e limportanza di
vivere con Ges Cristo e salvare le anime nostre ; affinch,
distaccando il nostro cuore daglinteressi fuggitivi del tempo,
ci applichiamo seriamente al grande ed unico affare del le
ternit. Cos sia. Pater, Ave, Gloria.
PREGHIERE 383

O R E MU S

Deus, qui hodierna die Unigcnitum tuum gentibus, Stella


duce, revelasti; concede propitius, ut qui jam te ex fide co-
gnovimus,usque ad contemplandam speciem tuaecelsitudinis
perducamur. Per eundera Dominum nostrum.
Pratica. In ringraziamento al Verbo di Dio di essersi umi
liato sino a prendere la povera e inferma carne delluomo,
visitate oggi una qualche povera persona in sua casa o allo
spedale, e praticate con essa rumilt e la crit.
Giaculatoria. Ricordatevi, Signore e creatore di tutte le
cose, che, nascendo dal seno santissimo di Maria, avete presa
la forma del nostro corpo; e soccorreteci nelle nostre miserie.
Memento, rerum Conclitor, nostri quod olim corporis, sa
crata ab alvo Virginis, nascendo formam sumpseris.

SECONDO GIORNO

PRONTA CO R RISPO N D EN ZA ALLE DIVINE CHIAMATE

Vidimus stellarti ejus in Oriente,


et venimus adorare eum.
( Matth. il 2. )

0 santi re Magi, che appena vedeste risplcndere nell 0-


ricnte la stella miracolosa, segno della nascita del Salvatore
del mondo, non metteste il pi piccolo indugio ad andare
in cerca del nato Messia che vi veniva indicato; e che, per
ubbidire alla divina chiamata, non curaste i pericoli e i disagi
di un lungo e penoso cammino; noi vi ringraziamo di questo
bello esempio che ci avete dato di pronta corrispondenza alla
voce di Dio. Deh! ottenete anche a noi questo spirito di do
cilit e di ubbidienza alle tante ispirazioni, ai tanti inviti
amorosi onde la divina misericordia ci chiama a conversione?
384 PREGHIERE
ovvero a uno stato pi cristiano e pi perfetto : affinch evi
tiamo il tremendo gastigo del divino silenzio e del divino
abbandono, minacciato a coloro che si fanno sordi alle divine
chiamate. Cos sia. Pater, Ave, Gloria.
Oremus. Deus qui, eie., pag. 383.
Pratica. Esaminate bene che cosa Iddio ha voluto da voi
nel corso della vostra vita; e, se siete ancora in tempo, adem
pitelo; se no, fate lequivalente col consiglio del vostro padre
spirituale.
Giaculatoria. Signore, parlate sempre alla mia mente ed
al mio cuore: giacch io, da vostro servo fedele, voglio sempre
ascoltarvi e ubbidirvi. Loquere, Domine, quia audit ser-
vus tuus.
TERZO GIORNO

SOMMISSIONE E FIDUCIA N E MINISTRI DELLA CHIESA

Venerunt Hierosolymam dicentes: Ubi est rex Judaeorum? Herodes con-


vocans omnes principes sacerdotum, sciscitabatur ab eis ubi Christus
nasceretur. Al illi dixerunt: In Bethlehem... Qui cum audissent regem,
abierunt. (M atlh. u , 2, 4, 5, 9 .)

0 santi re Magi, che, essendo stati abbandonati, nelle vici


nanze di Gerusalemme, dalla stella prodigiosa che vi aveva
sino allora accompagnati, entraste in quella citt per sapere
dai sacerdoti giudei il luogo dove ritrovare Ges Cristo, ed
avendolo da essi saputo, credeste alla loro parola; e dietro
questa traccia sicura, cercando il Salvatore, aveste la sorte
di ritrovarlo: noi vi ringraziamo (di questo bello esempio
che ci avete dato di umile sommissione e di perfetta fiducia
nelle parole de sacri ministri da Dio stabiliti. Dehl ottenete
ancora a noi questo spirito di sommissione e di fiducia nelle
dottrine dei sacerdoti della vera Chiesa e nella parola divina
che ci predicano a nomedi Ges Cristo: affinch, col fidarci
PREGHIERE m
del nostro privato giudizio, non abbiamo ad ingannarci ed
errare nelle vie'delleterna salute: ma seguendo le guide
sicure che Dio ci ha date nesuoi ministri, possiamo, come
voi, ritrovare il Signore e salvarci. Cos sia. Pater, Ave,
Gloria.
Oremus. Deus qui, etc., pag. 583.
Pratica. Sceglietevi un direttore di spirito, dotto e pru
dente, se non lo avete; scopritegli tutto il cuor vostro, e
promettete di dipenderne e di ubbidirgli nelle cose del
lanima.
Giaculatoria. Signore, fatemi conoscere le strade per le
quali volete che io cammini; e, per mezzo devostri ministri,
istruitemi della vostra volont: Vias tuas, Domine, demon-
stra mihi; et semitas tuas edoce me.

QUARTO GIORNO

DIVOZIONE A MARIA

0 santi re Magi, che nella stella miracolosa che vi chiam


a Betlemme riconosceste ancora il simbolo del concorso di
Maria nella concessione della grazia della fede; e che, giunti
alla grotta, riceveste dalla sua bocca le rivelazioni divine c
dalle sue mani Ges pargoletto; con vera umilt di spirito c
fervore di affetto noi vi ringraziamo di questo primo esempio
di devozione e di amore verso Maria, che deste alla vera
Chiesa, di cui foste le fortunate primizie. Deh 1 ottenete an
cora a noi questo spirito di umile divozione e di tenero
amore verso la gran madre di Dio: affinch noi pure, dopo
aver ricevuto per la sua mediazione le grazie di Ges Cristo
in vita, possiamo ottenerne ancora la visione e leterno pos
sesso dopo la morte. Cos sia.
Pater, Ave, Gloria.
Oremus. Deus qui, etc., pag. 383.
386' preghiera

PraticG. Visitate una chiesa consacrata a Maria; ringra


ziatela di tutte le grazie divine che per la sua mediazione
avete ricevute; ed offritevele per servo e figliuolo pel rima
nente della vostra vita.
Giaculatoria. 0 Maria, mostratemi nella patria celeste
Ges Cristo, frutto benedetto del vostro ventre, che per la
fede ho conosciuto in questo esilio terrestre: Jesum, bene-
dictum fructum ventris tui, post hoc exilium ostende.

QUINTO GIORNO

GOSTANZA E CORAGGIO NEL CONFESSAR GES* CRISTO

Venerunt Hierosolymam dicentes: Ubi est qui natus est rex Judaeo-
rum? Vidimus enim stellarti ejus in Oriente, et venimus adorare eum.
Audiens autem Herodes rex turbatus est, et omnis Hierosolyma eum
ilio. (M atth. il, 2 , 3.)
\
*
0 santi re Magi, che, entrando in Gerusalemme, non te
meste n la crudelt di Erode turbato, n il furore della
citt in iscompiglio; ma in faccia a tutti andavate predicando
la nascita del vero Messia e la ferma vostra risoluzione di
riconoscerlo e di adorarlo ; noi vi ringraziamo di questo bello
esempio che ci avete dato di coraggio e di costanza nel
confessare Ges Cristo alla presenza de* suoi pi fieri ne
mici. Dehl ottenete anche a noi questo spirito di costanza
e di coraggio di manifestare allesterno colle parole la santa
fede che abbiamo nel cuore, anche a dispetto dincorrere lo
dio e le dicerie degli empii: affinch, evitando la vile ipocri
sia di coloro che si vergognano di comparire cristiani, ri
ceviamo invece, come voi, il bel premio promesso a coloro
che confessano Ges Cristo in faccia agli uomini: il premio,
cio, di essere da lui stesso confessati per suoi discepoli e
figli in faccia al Padre suo. Cos sia. Pater, Ave, Gloria.
Oremus. Deus qui, etc., pag. 583.
PREGHIERE 381
Pratica. Cercate di ritrovare qualche complice devostri
traviamenti di spirito o di cuore; e per risarcire lo scandalo
che gli aveste dato, confessategli senza rispetto umano che
avete risoluto di cambiar vita, ed esortatelo ad imitarvi.
Giaculatoria. Signore, voglio, colle parole e collesempio,
edificare i cattivi c gli empii: e far di tutto perch a voi si
convertano. Docebo iniquos mas tuas; et impii ad te con*
vertentur.

SESTO GIORNO

SACRIFICIO DELLA M ENTE IN OSSEQUIO DELLA VERA F E D E

Et intrantes domum invenerunt


Puerum cutn Maria matre ejus.
(Matth. ii, 11.)

0 santi re Magi, che, essendo entrati nella grotta fortu


natissima di Betlemme, non vi scandalezzaste di ritrovare
il Messia, di cui andavate in eerca, in un povero bambinello
coperto a stento di poveri panni, nelle braccia della sua po-
vera madre, in una povera spelonca, corteggiato solamente
da poveri pastorelli ; ma, cattivando il vostro intelletto in os
sequio della fede, riconosceste, in questo apparato della mi
seria, deHumiliazione e della debolezza delluomo, il re
della gloria, il Salvator del mondo ed il vero Figlio di Dio^
noi vi ringraziamo di questo bello esempio che ci avete dato
della maniera onde si deve sottomettere lumano intelletto
a credere i misteri incomprensibili di Dio. Deh! ottenete
anche a noi questa forza di spirito e questa fermezza di
cuore; affinch n gli artificii dellerrore, n il disordine
delle passioni, n alcuna tentazione interna od esterna ci
faccia mai vacillare nella santa fede. Cos sia. Pater, Ave,
Gloria.
Oremus. Deus qui, etc., pag. 383.
388 PREGHIERE
t Pratica. Per gratitudine a Dio di avervi fatto conoscere
la vera fede, ascrivetevi e conducete anche altri ad ascri
versi alla pia opera della propagazione della fede.
Giaculatoria. Signore, degnatevi di diffondere in mag
giore abbondanza il vostro Santo Spirito sopra la terra, e
distruggetene gli errori e i vizii : Emitte Spiritimi tuum, et
creabunturj et renovabis faciem terrae.

SETTIMO GIORNO

UMILT, F E R V O R E , RACCOGLIMENTO NEL REN D ER CULTO


AL SIGNORE

Et procidentes adoraverunt.
(Matth. ii, i l . )

0 santi re Magi, che, istruiti dalla dolcissima madre Maria


demisteri del suo divino figliuolo Ges Cristo, non solo lo
credeste, ma, prostrati colla fronte sul suolo, vi umiliaste ai
suoi piedi, e coi segni del pi grande raccoglimento e fer
vore profondamente lo adoraste come Dio vero, noi vi rin
graziamo di questo primo atto di vera adorazione che a nome
di tutti i gentili ed a nome anche nostro rendeste al Sal
vatore del mondo: vi ringraziamo ancora del bello esempio
che, come nostri primi padri della fede, ci avete dato in
questa circostanza della umilt, del raccoglimento e del fer
vore interno con cui si deve onorare il Signore. Dehl otte
nete anche a noi questo spirito di rispetto verso la suprema'
maest di Dio, nella pratica di tutti gli atti di religione che
noi facciamo; affinch evitiamo la maledizione pronunziata
contro di quelli che adempiono con dissipazione e con ne
gligenza le opere del culto del Signore: ma diventiamo suoi
veri adoratori in ispirito e verit. Cos sia. Pater, Ave,
Gloria.
Oremus. Deus qui, etc., pag. 383.
PREGHIERE 389

Pratica. Visitate Ges Cristo esposto per le quarantore;


adoratelo profondamente, prostrandovi colla fronte ul suolo,
colla umilt e la devozione deMagi; e prendete la risolu
zione di stare sempre modesto e raccolto ne sacri tempii.
Giaculatoria. Signore, mi far sempre un vanto di ado
rarvi profondamente nel vostro tempio e di far conoscere a
tutti che son cristiano: Aclorabo ad templum sanctum tuum,
et confitebor nomini tuo.

OTTAVO GIORNO

M ANIFESTAZIONE DELLA F E D E IN TERN A CO LLE E S T E R N E AZIONI

Et apertis thesauris sais, obtulerunt


aurum, thus et myrrham.
(Matth. li, l i . )

0 santi re Magi, che, non contenti di avere renduto omag


gio al Salvatore colle vostre umili c fervorose adorazioni,
voleste ancora manifestargli la vostra fede con segni esteriori
e visibili, offerendogli Poro come a vero re, la mirra come
a vero uomo, e P incenso come a Dio vero; noi vi ringra
ziamo di questa bella lezione che ci avete data della neces
sit di manifestare a Dio ed agli uomini la verit della fede
colla santit delle operazioni. Deh! ottenete anche a noi la
grazia di comprendere che la vera fede senza le azioni
morta ed a nulla vale per salvarsi; affinch, come per di
vina misericordia abbiamo la sorte di credere bene, cos ab
biamo il coraggio e la forza di bene operare: e dimostran
doci veri cristiani non solo colle parole, ma ancora coi fatti,
possiamo conseguire quel premio eterno da Dio riserbato
solamente a coloro che non solo credono asuoi misteri,
ma ancora osservano fedelmente le sue sante leggi. Cos sia.
Pater, Ave, Gloria.
Oremus. Deus qui, etc., pag. 385.
LEpifania del Signore. 25
390 PREGHIERE
Pratica. Fate diligente ricerca se avete presso di voi libri
contrariFalla religione o alla piet; romanzi, poesie lascive,
stampe, statue, pitture disoneste; e distruggete questo fu
nesto bagaglio del diavolo, donde non viene che scandalo
per voi e per gli altri.
Giaculatoria. Signor mio Ges Cristo, voi solo dovete re
gnar sempre nella mia persona e nella mia casa e tenerne
sempre lontana ogni disgrazia ed ogni peccato: Christus re
gnai, Christus imperai, Christus plebem suain ab omni
malo defenclat.
NONO GIORNO

PERSEVERANZA

Responso accepto.......ne redirent


ad Uerodem, per aliarn viam
reversi sunt in regionem snam.
(Matlh. n, 12.)

0 santi re Magi, che, anche dopo la vostra partenza dalla


grotta di Betlemme, conservaste lo stesso spirito di ubbi
dienza alla voce di Dio e lo stesso zelo per Ges Cristo,
cambiando strada, affine di non iscoprire al maligno Erode
il luogo della nascita del Salvatore, e conformarvi agli av
visi che perci riceveste dal cielo; noi vi ringraziamo di que
sto bello esempio che ci avete dato di perseveranza nella
vera fede, che poi predicaste a tutti nevostri paesi, e la
confermaste ancora col martirio. Deh! ottenete anche a noi
questa costanza nel servizio di Dio; affinch non abbiamo
mai a ritornare alle ree abitudini del peccato che abbiamo
abbandonato, ma, perseverando fino alla morte in una vita
veramente cristiana, possiamo ricevere la corona celeste,
promessa solo a coloro che avranno sino alla fine perseve
rato nelladempimento della santa legge di Dio. Cos sia.
Pater, Ave, Gloria,
Oremus. Deus qui, etc., pag. 585.
PREGHIERE 391
Pratica. Fatevi un metodo di vita cristiana, fissandovi le
ore e i giorni in cui dovete attendere alla preghiera, alle
pie letture, a ricevere i SS. Sagramcnti, ad ascoltare la pa
rola di Dio, ad esercitare le opere di carit; e promettete
di fedelmente eseguirle.
Giaculatoria. Signore, giacch la vostra mano pietosa mi
ha levato dalla via della perdizione; voglio viver sempre a
voi e con voi: Adhaesit anima mea post te: me suscepit
dextera tua.

Ringraziamento, offerta e preghiera al Verbo di Dio in


carnato, da recitarsi, potendosi, dopo la preghiera di
ciascun giorno dell3Ottavario.

0 Verbo eterno di Dio fatto uomo, che, nel giorno della


vostra preziosa nascita in terra dopo di esservi manifestato
ai buoni figliuoli di bramo che vi cercavano e vi chiede
vano al ciclo con incessanti preghiere, *vi siete ancora ricor
dato, nella vostra misericordiosa piet, denostri antenati
gentili, i quali, lungi dal chiedervi e dal cercarvi, vigoora-
vauo e vi offendevano colle loro superstizioni e coi loro vi-
zii; e che nella persona desanti re Magi, siete andato in
cerca di loro e li avete chiamati alla vostra Chiesa; noi, colla
pi viva gratitudine e col pi tenero affetto del nostro cuore
vi lodiamo mille volte, vi benediciamo e vi ringraziamo per
questo tratto della vostra degnazione e della vostra bont,
onde avete assicurato anche a noi, discendenti da padri gen
tili, la sorte di appartenere alla vera religione, fuori della
quale non vi salute.
Accettiamo, o Signore, eolia riconoscenza e col rispetto
dovuto, questo insigne beneGcio della vostra misericordia.
Ci sottomettiamo perfettamente alla vostra fede e alla vostra
legge. Vi riconosciamo per nostro vero Dio, nostro re, no
stro salvatore, nostro padre e sposo tenerissimo delle no
392 PREGHIERE
stre anime; ecl in compagnia desanti re Magi, prostrati ai
vostri piedi, profondamente vi adoriamo in ispirito e verit :
e per corrispondere allamore onde vi siete oggi manifestato
e donato tutto a noi, ei consagriamo c ci doniamo solenne
mente oggi e per sempre tutti, a voi, protestando di non
volere da oggi innanzi servire, amare, priacere se non a voi.
Ma deh! o Signore, Dio di misericordia e di piet, cogli
stessi occhi di compassione con cui ci avete riguardato, ri
mirate ancora tanti milioni di anime che, vittime di turpi
errori c di diabolici inganni, come noi eravamo, siedono
nelle tenebre e nelle ombre di morte, c che, straniere alla
vera religione, vanno irreparabilmente a perire!
Dehl che anche queste povere anime sono opera delie
vostre mani, sono immagine della vostra Trinit ed oggetto
della vostra redenzione. Che non sia stato dunque versalo
invano per loro il vostro preziosissimo sangue! Illuminatele
colla vostra luce; compungetele colla vostra grazia; fatevi
conoscere, credere ed amare anche da loro; c conducetele
a partecipare dei beni spirituali, di cui, per vostra miseri
cordia, godiamo noi stessi.
Aitale effetto, avvivale sempre di pi, o Signore, nella
vostra Chiesa lo spirito di zelo e di carit per la conver
sione di coloro che non vi amano o non vi conoscono. Mol
tiplicate il numero devostri operai, devostri apostoli, che
vadano per tutta la terra a spargere fra le genti la luce della
vostra verit e la gloria del vostro nome.
In quanto a noi, protestiamo di volere sinceramente con
correre a questopera misericordiosa in favore di tante po
vere anime abbandonate come pecorelle senza pastore; e ,
se non possiamo in altro modo, almeno col mezzo delle umili
ed incessanti preghiere che ci avete suggerito voi stesso.
Esauditele queste preghiere, che noi uniamo alla voce del
vostro sangue che grida per tutti piet, ed alla intercessione
dellamorosa madre Maria clic, come regina degli Apostoli,
PREGHIERE 393
di continuo vi prega ad estendere da per tutto le opere e
il frutto dellapostolato e propagare lacera fede^in tutto
il mondo. Dilatate i confini della vostra Chiesa: fate che vi
entrino presto tutti coloro clic, essendo fuori di questarca
di salute, periscono; ed affrettate il momento che voi stesso
avete predetto, nel quale tutti gli uomini devono formare
un solo ovile sotto la ubbidienza di un solo pastore: affin
ch, dopo di avervi servito in questa terra nellunit della
medesima fede, della medesima legge, del medesimo amore,
possiamo tutti godervi c benedirvi nellunit della mede
sima gloria per sempre nel cielo. Cos sia.

AVVI SO

Le seguenti orazioni latine, tratte dal messale romano, si


possono recitare non solo nel corso dell ottavario, ma
ancora fra Vanno: giacch il Salvatore delle anime non
ha ristretto ad un solo temilo V avvertimento che ci ha
dato di pregare per la conversione del mondo.

Cantic. Per viscera miscricordiae Dei nostri, in quibus


visitavit nos oriens ex alto.
Illuminare his qui in tenebris et in umbra mortis sedent.
ad dirigendos pedes nostros in viam pacis. Gloria Patri.
Antiph. Venient ad te qui detrahebant tibi; et adorabunt
vesligia pedum tuorum.
f . Omnis terra adoret te, et psallat tibi.
i^. Psalmum dicat nomini tuo, Domine,

OREMUS

Omnipotens sempiterne Deus, qui gloriam tuam omnibus


in Christo gcntibus revclasti; custodi opera misericordiac
25*
394 PREGHIERE
tuae: ut Ecclesia tua, toto orbe diffusa, stabili fide in con
fessione ftui nominis perseveret.
Deus, qui diversitatem gentium in tui confessione nomi-
nis adunasti:insere pectoribus nostris amorem tui nominis,
et praesta in nobis religionis augmentum; ut quae suntbona
nutrias, et quae sunt nutrita custodias.
Omnipotens sempiterne Deus,,qui salvas omnes, et nemi-
nem vis perire, respice ad animas diabolica fraude deceptas,
ut omni haeretica pravitate deposita, crrantium corda resi-
piscant et ad veritatis tuae redeant unitatem.
Omnipotens, sempiterne Deus, qui etiam judaicam per-
fdiam a tua misericordia non repellis; exaudi preces no-
stras quas pr illius populi obcaecationc deferimus; u t, a-
gnita veritatis tuae luce, quae Christus est, a suis tenebris
eruantur.
f. Omnipotens Deus, qui non mortem peceatorum, sed vi-
tam semper inquiris, suscipe propitius orationem nostram,
et paganas gentes libera ab idolorum cultura et aggrega Ec-
clesiae tuae, ad laudem et gloriara nominis tui.
Deus, incommutabilis virtus et lumen aeternum , respice
propitius ad totius Ecclesiae tuae mirabile Sacramentum, et
opus salutis humanae perpetuae dispositionis effectu tran-
quillius operare: totusque mundus experiatur et videat dc-
jecta erigi, inveterata renovari, et per ipsum redire omnia
in integrum a quo surapsere principium: Dominum nostrum
Jesum Cbristum Filium tuum,qui tecum vivit et regnat in
imitate Spiritus Sancti Deus per omnia saeeula saeculorum.
Amen.
INDULGENZA PLENARIA

Chiunque confessato e comunicato reciter la seguente


orazione innanzi qualunque immagine di Ges crocifisso
pu conseguire la Indulgenza plenaria, applicabile alle ani
me sante del purgatorio. (Basta la confessione settimanale).
395

O
O R A Z I O N E

AL NOSTRO SIG N ORE GES* CRISTO CROCIFISSO

Eccomi, o mio amato buon Ges, che alla santissima vo


stra presenza prostrato vi prego col fervore pi vivo a stam
pare nel mio cuore sentimenti di fede, di speranza, di ca
rit c di dolore demiei peccati e di proponimento di non
pi offendervi, mentre io con lutto lamore, con tutta la
compassione vado considerando le vostre cinque piaghe, co
minciando da ci che disse di voi, o mio Dio, il santo pro
feta David: Foclerunt manus meas et pedes meosj dinu-
meraverunt omnia ossa niea. {Qui almeno brevemente si
mediti la passione del nostro Signore Ges Cristo.)

F I NE

I
P rotesta d ell ed ito re . Pag. 2S5

LETTU R A PRIMA

D el m istero d e l l E p i f a n i a in g e n e r a le .

Profezia d Isaia. Q uesta profezia r ig u a r d a non solo la vocazione dei Magi,


m a q u ella ancora d egenlili. Lo stesso indica il sa lm o 71. Il m istero
dellE pifania d im o s tra che Ges Cristo nato per tu tti. In q u e s to
giorno celebr egli alleanza coi n o stri padri gentili. Loro indegnit
di ricevere u n ta n to beneficio; e m isericordia che perci Ges Cristo
h a a noi d im ostrato. Profezie di questo tratto della degnazione d iv in a
rig u a rd o a n o i............................................................................. 299

LE T TU R A SECONDA

D ella ch ia m a ta d e M a g i.

Perch m ai S. Matteo h a com incialo la storia dei Magi d al notare il tempo


e il luogo della nascita di Ges Cristo. I Magi veri [sapienti. Come
d a lla vista della stella com presero esser nato il Messia. Profezia di
Aggeo com p iu ta in q u e s ta apparizione. La colonna degli Ebrei figura
a n c h essa di questo mistero. Applicazioue che S. Paolo fa di qu esta
figura .al popolo cristiano. La stella sim bolo della vera fede. 299
398 INDICE

>
LETTURA TERZA

I M agi a G e ru sa le m m e .

La fede d e Magi operosa. Loro costanza e coraggio nel confessare Ges


Cristo in G erusalem m e. Gli esploratori della T e rra P ro m e ssa Qgura
de' Giudei e d e gentili ; gli uni che riniegano, gli altri che riconoscono
Ges Cristo. Altro m istero compreso nella confessione d e Magi, con
fro n ta ta colla dichiarazione di P ilato : ECCO, 0 GIUDEI, IL V O STRO
RE. I Giudei istruiti dai gentili. Omaggio a Ges Cristo re. Pag. 309

LETTU RA QUARTA

I M agi a lla g ro tta d i B etlem m e.

1 Magi- sono subito ricom pensati della loro sincerit nel ricercare Ges
Cristo, giacch riveggono la stella a l luscire d a G erusalem m e. R o b u
stezza della loro fede nel riconoscere per vero Messia Ges nella g ro tta .
Coiitraposto tra la loro docilit e l ostinazione d e Giudei. L a re g in a di
S aba alla corte di Salom one figura d eMagi a lla g ro tta di B etlem
me. I Magi beati perch non si scandalezzarono di Ges Cristo. Questo
a u g u rio con p i di ragione app a rtien e a noi cristiani. P rotesta di vo
lere riconoscere Ges per vero S alvatore nel m istero delle sue igno
minie. Il prem io per di q u esta protesta non si ottiene che m a n ife
stando la fede colle opere, ad imitazione deMagi. Loro zelo per la glo
ria di Ges Cristo, che noi p u re dobbiam o im itare. . . . 320

LE T TU R A QUINTA*

D el m iste r o che M a ria h a e s e r c ita lo n e lV a d o r a z io n e d e M a g i.

M aria scelta a cooperare ai m isteri di Ges C risto; e perci fig u ra la nella


verg a fiorita di cui p a rla Isaia. E ssa istruisce i Magi deproprii misteri
e di quelli del Figlio. A ragione le si d il titolo di REGINA DEGLI
A PO STO L I, perch h a istruito ancora gli Apostoli e la Chiesa. M aria
d altres ai Magi il B am bino, ed in essi anche a noi, a cui per do
nazione d iv in a si appartiene. G iocabda che alleva il proprio figlio
Mos per la principessa di E gitto, figura di questo m istero. Ges Cristo
non si trova che con Maria e non si riceve che d a lei. . . 332
INDICE 399

LETTU R A SESTA

D el m in istero di M a ria n ella vo c a zio n e d e g en tili a ll a fede.

La stella de Magi figura ancora di Maria. Q uanto bene un tal sim bolo
esprim e le q u a lit della Madre di Dio. T ra tto particolare di s o m i
g lia nza tra la stella d eMagi e Maria. Questa ancora a t t i r a le an im e
a Ges Cristo. Bella d o ttrin a di S. Agostino intorno al m odo onde
gli uom ini sono a ttira li a Ges Cristo d a Dio padre, a p p lica ta a Maria.
Necessit di a n d a r e per mezzo di Maria a Ges Cristo. A ltri tratti di
som iglianza tra Maria e la stella dei M agi.......................... P ag . 3 i 3

LE T TU R A SETTIMA

C o n d o tta sc a m b ie v o le d i N o e m i e d i R u t, fig u r a d e lla co n d o tta

sca m b ievo le d i M a ria c d e lla ch iesa d e g en tili.

Rut siegue Noemi in B etlem m e. S u a dipendenza e c a rit per la s u a suocera


Amore di Noemi per R ut. T u tta qu esta sto ria m isteriosa. Booz r a p
presenta G es C risto; Noemi, M a ria ; e R u t la Chiesa. Orfa figura d e
Giudei a p o s tati; R ut d e Magi e dei loro discendenti nella fede. Co
raggio e generosit di R u t nel seguire N oem i, fig u ra del coraggio e
della generosit dem entili nellabbra cciare la religione del Figliuolo
di Maria. Ricom pensa di R ut sim bolo della ricom pensa che h a n n o
o ttenuto i gentili nel seguire Ges e Maria. Amore e sollecitudine di
Maria per la Chiesa. P arafra si del sa lm o 112................................ ....

L E T TU R A OTTAVA

La b en ed izio n e di No a suoi fig liu o li, p r o f e z ia e fig u ra

d e ll in g re sso d e i g e n tili a lla vera C h iesa .

La vita d e p atriarchi profetica. C ondotta defigli di No col loro p a d re ;


e di questo p atriarca cosuoi figli. Questa sto ria o s c u ra .s e non vi
si suppone il m istero. La vigna figura della s in a g o g a ; il vino, delle
um iliazioni e d e patim enti di Ges Cristo. C am figura dei Giudei n e
mici di Cristo; Sem e Jafet dei M a g ie d e Giudei fedeli. Spiegazione
della maledizione di C anaan e della benedizione di Sem e di Jafe t.
Ne Magi e loro discendenti si compie la profezia che JA F E T ENTRA
OO INDICE
NELLA CASA DI S E M .Q uesta casa la casa di Maria. Stato infelice
di r)i gentili p rim a di e n t r a r e , e felicissimo dopo di essere en tra ti
nella Chiesa. Zelo che dob b ia m o avere per fare e n tra re anche a ltri
a p a rte dei beni di cui g odia m o.......................................... Pag. 369

Preghiere per ciascun giorno deH otlavaTo dell Epifania. . . 33-2


O razione al n o stro S ignore G es Cristo Crocifisso....................... 395