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Arte del ritratto e borghesia fiorentina

di Aby Warburg

Storia dellarte Einaudi

Edizione di riferimento:

Aby Warburg, La rinascita del paganesimo antico. Contributi alla storia della cultura raccolti da Gertrud Bing, trad it. di Emma Cantimori 1966, 1996 e 2000 La Nuova Italia Editrice, Scandicci (Firenze)
Titolo originale:

Gesammelte Schriften 1932 B.G. Teubner, Leipzig-Berlin

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Indice

Osservazione preliminare Arte del ritratto e borghesia fiorentina: Domenico Ghirlandajo in Santa Trinita: I ritratti di Lorenzo de Medici e dei suoi familiari Appendice:
I. II.

Statue votive in cera Ritratto di Lorenzo de Medici in Bartolomeo Cerretani, Storia fino allanno 1513 Ritratto di Lorenzo de Medici in Niccol Valori, La vita del magnifico Lorenzo Lettera di Angelo Poliziano a Piero de Medici Luigi Pulci e il compare della viola

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III.

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IV. V.

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Arte del ritratto e borghesia fiorentina Domenico Ghirlandajo in Santa Trinita. I ritratti di Lorenzo de Medici e dei suoi familiari
(1902)

A mia moglie

grande errore parlare delle cose del mondo indistintamente e assolutamente, e, per dire cos, per regola; perch quasi tutte hanno distinzione ed eccezione per la variet delle circumstanze, in le quali non si possono fermare con una medesima misura; e queste distinzioni e eccezioni non si trovano scritte in su libri, ma bisogna lo insegni la discrezione. Francesco Guicciardini, Ricordi politici e civili, VI.

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Osservazione preliminare

Da pioniere esemplare Jakob Burckhardt ha dischiuso alla scienza e dominato genialmente il campo della civilt italiana del Rinascimento; ma era estraneo a lui lintento di sfruttare da sovrano assoluto la terra di recente scoperta; al contrario, labnegazione scientifica lo dominava a tal punto da fargli scomporre il problema storico di quella civilt, anzich afferrarlo in tutta la sua unit artisticamente allettante, in pi parti esteriormente sconnesse, per indagarne e illustrarne ognuna a s con sovrana placidit. Cos ci diede, nella sua Civilt del Rinascimento1, da un lato la psicologia dellindividuo sociale senza riferimento allarte figurativa, allo stesso modo che nel suo Cicerone2 daltro lato volle offrirci soltanto una guida al godimento delle opere darte. Egli ademp semplicemente il dovere pi immediato di considerare in un primo tempo tranquillamente luomo del Rinascimento nel suo tipo pi altamente sviluppato, e larte nei suoi singoli prodotti pi belli, non preoccupandosi affatto di sapere se a lui stesso sarebbe ancora stata concessa la presentazione unitaria dellintera civilt; purch nessuno lo disturbasse nella seminagione, il raccolto sarebbe toccato a chi si volesse. E perfino dopo la sua morte questo conoscitore geniale ed erudito ci si presenta ancora come ricercatore instancabile; nei suoi postumi Contributi alla storia dellarte in Italia, per avvicinarsi alla grande meta della sua sintesi storica

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di quella civilt, egli ha aperto ancor una terza via empirica: non disdegn la fatica di indagare la singola opera darte nel suo nesso diretto con lo sfondo dellepoca per interpretare le esigenze ideali o pratiche della vita reale come causalit. La nostra consapevolezza della superiore personalit di Jakob Burckhardt non deve impedirci di continuare per la via da lui indicata. Un soggiorno di anni a Firenze, studi in quellArchivio, i progressi della fotografia, e la delimitazione locale e cronologica del tema mi incoraggiano a pubblicare nel presente scritto una postilla al saggio burckhardtiano su il ritratto nei su citati Contributi alla storia dellarte in Italia3. Altri studi del genere sul nesso stilistico fra civilt borghese e artistica nella cerchia di Lorenzo de Medici su Francesco Sassetti luomo e lamico delle arti, su Giovanni Tornabuoni e sul coro di Santa Maria Novella, sulle feste medicee e larte figurativa, ecc. seguiranno, spero, in un tempo non troppo lontano. Gli amici che mi hanno consigliato, i fedeli colleghi degli anni di lavoro fiorentini accolgano queste pubblicazioni come espressione di quella dedizione che per Heinrich Brockhaus e Robert Davidsohn si attua in una vita di studio incessante e approfondito delle fonti della civilt fiorentina. Amburgo, novembre 1901.

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Le forze motrici di unarte viva del ritratto non sono da ricercarsi esclusivamente nellartista; bisogna tener presente che fra ritrattista e persona ritratta ha luogo un intimo contatto che in ogni epoca di un gusto piuttosto affinato fa nascere fra i due una sfera di rapporti reciproci, di freno o dimpulso. Il committente pu infatti, secondo che desideri assomigliare al tipo dominante normativo o per contro gli sembri degno di raffigurazione proprio il particolare della sua personalit, stabilire anchegli la tendenza dellarte del ritratto o nel senso del tipico o in quello dellindividuale. un fatto fondamentale della civilt del primo Rinascimento fiorentino che le opere darte devono la loro origine alla comprensiva cooperazione comune fra committenti ed artisti, e sono dunque da bel principio da considerarsi in certo modo prodotti di una azione reciproca fra committente e artista esecutore. Nulla appare quindi pi naturale e pi ovvio del tentativo di illustrare una volta esattamente il problema posto sopra del rapporto fra ritrattista e persona ritratta scegliendo alcuni casi della storia darte fiorentina, allo scopo di comprendere luniversale della mentalit e del modo dagire di eminenti figure del passato in base a fatti singoli della loro reale esistenza. Un tentativo del genere certo pi facilmente auspicato e osato che non attuato,

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poich alla storia dellarte si presenta per una considerazione comparata del rapporto fra committente ed artista soltanto in modo unilaterale il risultato definitivo del processo creativo, cio lopera stessa. Dello scambio di sentimenti o pareri fra committente ed artista esecutore solo di rado qualcosa giunge al mondo esterno, e il vero indefinibile e sorprendente si comunica anche allo stesso ritratto come dono di un felice attimo imprevisto sottraendosi in tal modo per lo pi alla consapevolezza personale e storica. Bisogner quindi, giacch le deposizioni di testimoni oculari sono cos difficilmente reperibili, incolpare il pubblico di questa collaborazione per cos dire mediante prove indiziarie. Firenze, culla di una moderna e consapevole civilt cittadina mercantile, non ci ha soltanto serbato con ricchezza unica e toccante vivacit i ritratti di persone da gran tempo defunte. In centinaia di documenti letti e in migliaia di documenti non letti sopravvivono ancora in Archivio anche le voci dei defunti, e la piet dello storico ha il potere di riconferire timbro alle voci inudibili, se non sdegna la fatica di ricostruire la naturale unit fra parola e immagine. Firenze risponde a tutte le domande che pone la storia della civilt purch non ci si stanchi di domandare e si limitino le domande a un ambiente ristretto. In questo modo il problema astratto posto sopra, circa lazione esercitata sullartista dal mondo circostante, ottiene una risposta concreta se paragoniamo due affreschi. vero, luno di essi rappresenta il medesimo tema secondo il modello dellaffresco anteriore, ma proprio come aggiunte differenziantisi presenta evidenti pezzi di bravura dellarte ritrattista, che rivelano la loro appartenenza a un ambiente del tutto individuale. Se dirigiamo tutta la nostra attenzione, munita anche degli ausili dellindagine archivistica e letteraria, su di un affresco di Domenico Ghirlandajo nella Cappella di Santa Trinit in

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Firenze, vedremo dinanzi a noi direttamente, in uno scorcio del tutto personale, lo sfondo contemporaneo come potenza che esercita una sua particolare azione. Il semplice gustatore di opere darte, che per principio considera le comparazioni e le classificazioni razionalistiche come un tentativo fatto con mezzi inadatti, libero di rifarsi, nella lettura dello studio che segue, con la gioia immediata che largita da una contemplazione dei capolavori dellarte del ritratto italiano che esamineremo in questa occasione; e fra essi probabilmente i primi ritratti di fanciulli del primo Rinascimento fiorentino, finora del tutto inosservati. Nella Chiesa di Santa Croce di Firenze Giotto4 ha decorato la cappella dei Bardi poco dopo il 1317 con raffigurazioni della leggenda di San Francesco. Uno di questi affreschi, una lunetta, descrive il momento cos memorabile per lopera del santo, in cui, inginocchiato fra i suoi dodici fratelli dellordine, riceve dalla mano del papa troneggiante fra i cardinali la conferma della regola dellordine. Un sommario accenno a una basilica a tre navate che nel frontone reca limmagine dellapostolo Pietro, consente di percepire come sfondo la Chiesa romana; pel resto non vi sono accessori che distolgano lattenzione. Lazione principale riempie in uno scorcio netto la superficie del quadro ed esige tutta lattenzione dello spettatore; soltanto alcuni barbuti uomini anziani, figure pesantemente ammantate, assistono, due per parte, alla sacra cerimonia indicando il mondo esterno dei fedeli. Circa 160 anni pi tardi (fra il 1480 e il 1486) un mercante fiorentino, Francesco Sassetti, commise a sua volta al pittore Domenico Ghirlandajo e alla sua scuola lillustrazione in sei affreschi della leggenda di San Francesco nella cappella sepolcrale della sua famiglia in Santa Trinita; senza dubbio egli intendeva con questo attestare in prima linea la venerazione religiosa dovuta al suo

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santo e patrono, allo stesso modo che aveva lasciato in propriet alla chiesa la sua vecchia casa di famiglia espressamente allo scopo che in tutte le maggiori festivit sacre venisse celebrata una messa solenne in onore di San Francesco5. Ma mentre Giotto riproduce la corporeit umana perch attraverso il basso involucro corporeo riesce a parlare lanima, per il Ghirlandajo tuttal contrario, il tema religioso un gradito pretesto per rispecchiare la bella parvenza di una temporalit che si aggira con imponenza, come se egli, ancora garzone di orefice nella bottega paterna, dovesse esporre il giorno di San Giovanni vasellame di lusso e pezzi sfarzosi davanti agli occhi di compratori vogliosi di cose belle. Il modesto privilegio del fondatore, di trattenersi devotamente in un angolo del quadro, ampliato liberamente dal Ghirlandajo e dal suo committente a diritto di libero ingresso della loro completa raffigurazione nella sacra narrazione stessa, come spettatori o addirittura come persone agenti della leggenda. Un raffronto dei due affreschi mostra come si fossero radicalmente mondanizzate le buone maniere valide in chiesa ai tempi di Giotto. Tanto forte il cambiamento dellufficiale linguaggio formale ecclesiastico che anche uno spettatore di vasta preparazione storico-artistica che non fosse avvisato, in un primo momento cercherebbe nellaffresco di Domenico tuttaltro che una scena della sacra leggenda; penserebbe forse di veder dipinta una festivit ecclesiastica celebrata in piazza della Signoria cui la presenza del papa stesso avesse conferito una solennit particolarmente memorabile. Che sia raffigurata la Piazza di Firenze da supporre anzitutto perch nello sfondo sono chiaramente raffigurati il Palazzo Vecchio6 e la Loggia de Lanzi di fronte. Con lausilio della fotografia si riconosce poi, certo, che la solennit ecclesiastica

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ha luogo in una loggia rinascimentale accennata mediante pilastri ed archi, con la qual cosa doveva evidentemente essere evitata, per un resto di tatto storico-religioso, una fusione incondizionata con il reale sfondo fiorentino. Ma n la loggia, n gli stalli del coro, n infine la ringhiera innalzata dietro i seggi del collegio cardinalizio, proteggono efficacemente il papa e San Francesco dallintrusione della famiglia del fondatore e dei suoi amici. Che il fondatore abbia fatto ritrarre se stesso, ai suoi lati il giovane figlio Federigo7, suo fratello maggiore Bartolomeo8, e di fronte i suoi tre figli adulti Teodoro I, Cosimo e Galeazzo, si potr ancora lasciar passare poich, comunque, si fermano modesti alle estremit della raffigurazione; ma che fra Francesco e Bartolomeo si trovi piantato l Lorenzo de Medici personalmente, fa in un primo momento leffetto di una intrusione immotivata dellelemento profano; tuttavia, con questo ritratto, Francesco Sassetti non intendeva soltanto rendere omaggio alluomo pi potente di Firenze, poich Lorenzo faceva realmente parte della comunit ristretta dei Sassetti in quanto Francesco era socio della ditta medicea in Lione e in seguito ebbe anche affidato il difficile compito di rimettere a posto la scossa situazione della banca medicea di Lione. Il diritto formale dingresso della consorteria Sassetti non cambia nulla per al fatto barocco che l dove Giotto presenta come motivo principale dellesistenza del dipinto, con commozione quasi estatica, in maniera lapidarmente semplice, linvolontaria elevazione di monaci remoti dalle cose del mondo a fedeli vassalli della chiesa militante, Ghirlandajo invece, con tutta la formazione autospecchiantesi delluomo colto del Rinascimento, trasforma la raffigurazione della leggenda degli eterni poveri in una rappresentazione sfarzosa della ricca aristocrazia mercantile fiorentina. Le figure di Giotto osavano emergere come creatu-

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re terrene soltanto sotto la protezione del santo, le figure del Ghirlandajo, sicure di s, si atteggiano a patroni dei personaggi della leggenda. Ma non per stupida boria; sono, s, frequentatori della chiesa, ma amanti della vita, e gli ecclesiastici sono costretti a lasciarli fare perch non possono pi tenerli in umile stato di contrizione. Infatti, lartista e il suo committente osservano comunque le buone norme: non varcano il confine come una pattuglia bellicosa, bens inseriscono il proprio ritratto nella cappella alla buona, allo stesso modo che il bizzarro mondo delle drleries occupa il margine del medievale libro delle devozioni a buon torto: o, ancor meglio, lo fanno nelledificante stato danimo dellimplorante che grato o speranzoso appende il proprio ritratto in cera come dono votivo a un quadro miracoloso. Nel dono votivo a quadri sacri la Chiesa cattolica, con penetrante conoscenza del mondo, aveva lasciato ai pagani convertiti uno sfogo legittimo dellinestirpabile primo istinto religioso che spingeva luomo ad avvicinarsi al divino nella forma sensibile dellimmagine umana o in persona propria o in ritratto. I fiorentini, discendenti degli etruschi paganamente superstiziosi, hanno coltivato questa magia dellimmagine nella forma pi crassa e fino al secolo XVII. Ne daremo qui lesempio pi significativo (non ancora studiato nella connessione storico-artistica) con una certa ricchezza di particolari. La chiesa della Santissima Annunziata conferiva ai potenti della citt e a stranieri dalto rango il privilegio fortemente ricercato di poter collocare ancora in vita la propria figura in fedele riproduzione naturale in cera, rivestita dei propri abiti, nella chiesa stessa9. Allepoca di Lorenzo de Medici la fabbricazione di queste figure di cera (voti) era un ramo di attivit artistica perfezionato e fiorente, e si trovava affidato alle mani dei Benin-

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tendi, scolari di Andrea Verrocchio, che per generazioni intere diressero una vasta fabbrica di voti a profitto della chiesa e per questo portavano il nome di Fallimagini. Lorenzo stesso, sfuggito felicemente ai pugnali dei Pazzi nel 1478, fece appendere tre volte in chiese fiorentine, e in costume diverso, la propria statua di cera in grandezza naturale, modellata da Orsino Benintendi. Con gli stessi abiti nei quali egli, il giorno dellassassinio del fratello Giuliano, salvo, ma ferito, si mostr al popolo alla finestra, la sua figura pendeva in una chiesa della via San Gallo; vestito dellabito di cerimonia del cittadino fiorentino, del lucco, lo si vedeva poi ancora sopra una porta dellAnnunziata, e una terza figuraritratto in cera del genere fu inviata da Lorenzo alla chiesa di Santa Maria degli Angeli ad Assisi come voto di ringraziamento10. Il numero di questi voti fin dalla met del Cinquecento fu in tale aumento che nella chiesa stessa venne ad esservi scarsit di posto e le figure dei donatori furono appese mediante corde in alto alle travi e perci i muri dovettero essere rafforzati con catene. Soltanto allorch frequenti cadute di voti turbarono sensibilmente i devoti, questo gabinetto delle figure di cera fu esiliato in un cortile laterale dove qualche resto di queste curiosit era visibile ancora alla fine del Settecento. Soltanto un paragone con questo solenne costume barbarico legalmente ammesso e cos a lungo conservato, della figura di cera esposta in mostra nella stessa chiesa in tutto il suo vistoso sfarzo sartoriale in decomposizione, fa apparire il carattere di ritratto che hanno i personaggi leggendari popolanti laffresco sacro, in una luce esatta, pi smorzata: come un tentativo di avvicinamento alla divinit in sembianze nullaltro che dipinte, tentativo relativamente pi discreto a paragone della maga feticistica dellimmagine di cera. Sono ancora quegli stessi pagani neolatini che erano giunti perfino a

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interpretare il sogno poetico dellInferno di Dante come esperienza sensibile e, come ad es. il duca Visconti di Milano, cercavano di sfruttare come pratico potere magico quelle arti infernali di cui quelluomo demonico doveva essere capace. Infatti, quando il duca volle colpire papa Giovanni XXII mediante la misteriosa suffumicazione di una sua statuetta dargento, il primo a cui si rivolse con il suo desiderio, daltronde rimasto inesaudito, di eseguire questo scongiuro, fu Dante Alighieri11. I contrasti nella concezione della vita, allorch incitano a una lotta per la vita o per la morte riempendo i singoli membri della societ di passioni di parte, sono la causa della irrefrenabile decadenza sociale; eppure sono allo stesso tempo le forze propulsive della pi alta fioritura di civilt allorch quei medesimi contrasti entro lindividuo si affievoliscono, si compensano e, invece di distruggersi a vicenda, si fecondano reciprocamente, e in tal modo imparano ad ampliare tutta lentit della persona. Su questo fondamento nasce il fiore della civilt del primo Rinascimento fiorentino. Le qualit del tutto eterogenee dellidealista medievalmente cristiano, cavallerescamente romantico o classicamente platonizzante, e del mercante pratico alla maniera etrusco-pagana, rivolto al mondo, si compenetrano e si uniscono nel fiorentino mediceo costituendo un organismo enigmatico di unenergia vitale elementare eppur armonica; essa si manifesta nel fatto che egli scopre in s con gioia qualsiasi vibrazione dellanima come ampliamento della propria statura intellettuale, la perfeziona e la usa serenamente. Egli nega linceppante pedanteria dellaut-aut in tutti i campi, non gi perch egli non avverta i contrasti nella loro tagliente nettezza, bens perch li ritiene conciliabili; per questo sgorga proprio dalle opere darte, prodotto di un accordo fra chiesa e mondo, fra passato antico e presente cri-

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stiano, la forza, entusiastica eppure raccolta, dei tentativi arditi. Francesco Sassetti questo tipo del borghese intelligente, diritto, delle epoche di transizione, che senza alcuna posa eroica rende giustizia al nuovo eppure non abbandona il vecchio. I ritratti alla parete della sua cappella sono lespressione della sua imperturbata volont di esistenza cui obbedisce la mano del pittore rivelando allocchio umano il miracolo delleffimero viso umano fissato per se stesso. Queste meravigliose teste di Domenico Ghirlandajo non sono ancora apprezzate a dovere e nei particolari n come documenti unici della storia della civilt, n come incunaboli insuperati della ritrattistica italiana. Nemmeno il ritratto dello stesso Lorenzo il Magnifico, in grandezza naturale, bench sia lunico ritratto contemporaneo autentico databile che ci sia conservato, dipinto in stile monumentale di affresco e di mano dun maestro di primordine. E dire che il ritratto da molto tempo ufficialmente noto alla storia dellarte12; ma il semplice e ovvio dovere di far fare una fotografia grande anche dei particolari oppure di sottoporre per lo meno il ritratto a una minuta considerazione, ci malgrado, non ancora adempiuto. Questo fatto si rende spiegabile in qualche modo soltanto perch laffresco si trova molto in alto, raramente bene illuminato e anche in tal caso difficilmente riconoscibile nei particolari. Eppure proprio alla figura di Lorenzo si allaccia un profondo interesse umano del tutto generale; non soltanto curiosit storicamente fondata di voler sapere, ad esempio, quale aspetto avesse Lorenzo, che dovrebbe spingerci alla conquista di unidea fedele delluomo esteriore, bens lenigmaticit del fenomeno da lui incarnato: cio che uno degli uomini pi brutti sia stato il centro spirituale della pi alta civilt artistica e lautocrate pi affascinante, arbitro assoluto del volere e del cuore degli uomini.

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Scrittori a lui contemporanei13 descrivono unanimi i difetti grotteschi della sua personalit esteriore: occhi miopi, il naso appiattito, goffamente sporgente in punta, che malgrado la sua vistosit non era nemmeno dotato di olfatto; la bocca straordinariamente grande, le guance smunte e livida la pelle. Gli altri ritratti di Lorenzo a noi noti in scultura e in pittura mostrano per lo pi una repellente e furbesca fisonomia da delinquente, oppure gli smunti lineamenti della persona sofferente. Nulla si avverte della superiore attrattiva di una dignitosa umanit che emanava da Lorenzo; il Ghirlandajo soltanto ci fa avvertire in questaffresco la spiritualizzazione che poteva rendere irresistibilmente attraente un viso di cos demoniaca distorsione. Sopracciglia e occhi non sono (come ad es. sulle medaglie dei Pollajuolo e di Spinelli) serrati a protervo promontorio, ma in attesa ferma e tranquilla sotto un dolce sopracciglio locchio guarda lontano, non senza benevola degnazione di principe. Il labbro superiore non compresso su quello inferiore in un riserbo foriero di disgrazia, bens posa su di esso con sovrana imperturbabilit. Soltanto agli angoli delle labbra palpita unironia pronta e battagliera, addolcita quasi a diventare umorismo dalla pacifica ruga della guancia. Tutta la persona pervasa dal senso di una naturale superiorit che da s determina con intuitiva sicurezza lallontanamento o lavvicinamento degli uomini entro la propria cerchia. La mano destra trattiene sul petto la veste scarlatta, lavambraccio sinistro proteso e la mano alzata con gesto a met stupore a met ripulsa. Anche Francesco Sassetti ha un simile movimento istantaneo della mano; con lindice proteso e dritto indica evidentemente i suoi tre figli al lato opposto per caratterizzarli come membri della propria famiglia. Lorenzo ha un motivo analogo, certo molto pi sorprendente esternamente, per il gesto di stupore e di

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ripulsa della mano, poich dinanzi ai suoi piedi si spalanca improvvisamente il duro lastricato di Piazza della Signoria, e per una scala salgono a lui tre uomini e tre fanciulli. Evidentemente una deputazione salutatoria i cui membri (bench siano indicate solo teste e spalle) vediamo caratterizzati con tutto il brio di un improvvisatore fiorentino, ognuno con una sua sfumatura mimica del tutto personale nel devoto approssimarsi al signore e padrone Lorenzo. Il muto colloquio fra Lorenzo e questo gruppo cos eloquente che considerando pi da vicino tutta la composizione, ben presto si avverte che la deputazione salutatoria sulla scala ne il punto centrale e di gravitazione sia artistico che spirituale, e affiora il desiderio di conferire luso della parola a tanta muta vivacit. Si tratta dunque di far parlare quelle persone la cui comparizione tanto sta a cuore a Francesco Sassetti chegli cede ad esse in modo cos strano il primo piano del dipinto. Ed esse sono liete di essere interrogate, non vogliono affatto esser dimenticate, e purch si cerchi di ricorrere ad ausili dogni specie, a documenti, medaglie, quadri e sculture, esse cominciano il loro racconto riferendoci cose intime, amabili e bizzarre dogni specie dellambiente familiare di Lorenzo il Magnifico, respingendo in un primo momento del tutto sullo sfondo lo stesso Francesco Sassetti e i suoi. Il capo della deputazione dal profilo netto perde immediatamente lanonimo se gli si pone accanto il suo ritratto sulla medaglia14: messer Angelo Poliziano, il dotto amico e collega in poesia di Lorenzo; sarebbe impossibile non riconoscerlo guardando il suo imponente naso aquilino, tanto beffeggiato, dalla punta epicurea che tende in basso, con il corto labbro superiore e la bocca carnosa dalle labbra tumide del buongustaio15. A lui Lorenzo aveva affidato leducazione dei propri figli, non senza le obiezioni, a volte efficaci, di sua moglie Madonna Clarice, che nellidealismo pagano puramen-

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te estetico del dotto rinascimentale sentiva con sicuro istinto femminile la mancanza di un solido sostegno morale; dopo il 1481 il Poliziano era per tornato in alto favore. In capo a tutti, il berretto alla mano, nellatteggiamento del servitore assolutamente e sinceramente devoto, egli sale verso Lorenzo e osa, confidando nei benevoli sentimenti del suo signore, causare linaspettata interruzione, poich ci che gli conduce lorgoglio della famiglia Medici e della sua arte pedagogica, sono i figli di Lorenzo: Piero, Giovanni e Giuliano. Dei fanciulli non si scorgono che teste e spalle, ma mezzi espressivi del tutto generali, come linclinazione della testa rispetto al tronco, la direzione dello sguardo e lespressione del viso, diventano nelle mani del Ghirlandajo strumento della massima precisione per fissare in sfumature diverse, i gradi di sviluppo delleducazione dei principi, dallingenuo fanciullo al sovrano in atto di rappresentanza. Il piccolo Giuliano16 che il maestro non pu ancora staccare dal suo fianco perch il minore, con i suoi occhi castani di bambino sbircia per un momento, rapido e curioso, il pubblico, mentre il suo severo maestro Angelo fissa devotamente Lorenzo. Il fanciullo sa di dover subito rivolgere la testolina in avanti. Piero17, il maggiore, che segue dietro ai due, volge anchegli lo sguardo verso lo spettatore, ma lo fa in modo sicuro di s con la boriosa indifferenza del futuro autocrate. Lorgoglioso sangue materno della nobilt romana, il sangue degli Orsini, comincia gi a ribollire, in fatale contrasto col temperamento del mercante fiorentino, saggiamente disposto ai compromessi. In seguito volle essere ritratto soltanto come cavaliere in piena armatura; desiderio caratteristico della concezione di vita puramente esteriore e rovinosa di quelluomo che l dove per la salvezza del suo dominio sarebbe stato necessario un buon condottiero, era poco pi di un decorativo torneante. Ai lineamenti bozzosi di Giovanni18,

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il futuro papa Leone X, il piccolo naso camuso conferisce ancora, certo, unespressione fanciullesca, ma nella spugnosa parte inferiore del viso dal labbro inferiore sporgente, gi presente in germe limponente viso pieno di Leone X sul soglio pontificio. Giovanni qui non ha ancora la tonsura sacerdotale che ricever il 1 giugno 1483. Ora, siccome questo contrassegno della sua dignit ecclesiastica, tanto agognata da Lorenzo, successo pi visibile della sua politica romana, non sarebbe certo stato dimenticato qui, si ottiene per la datazione dellaffresco come limite massimo del suo compimento allincirca la met dellanno 1483. Dovremmo in tal caso supporre che Piero avesse in quellepoca circa 12 anni, Giovanni 7 e 1/2, e il piccolo Giuliano 4 e 1/2, cosa che corrisponde benissimo allaspetto dei fanciulli. Maggiori difficolt presenta la definizione delle due teste di uomo che chiudono il corteo, ritratti insuperabili in cui sembrano essersi fuse le pi alte qualit peculiari della tavola fiamminga e dellaffresco italiano per rispecchiare in stile monumentale la vita intima spirituale. Pur non essendo possibile identificare la prima delle due teste mediante una somiglianza diretta con altro ritratto del tempo, ritengo tuttavia, per ragioni interne, di riconoscere con sicurezza in questa espressiva testa virile dagli occhi intelligenti, acuti, ma bonari, dalle narici ironicamente tendenti in alto, dalla bocca sarcastica, pronta alla rapida polemica, sotto cui sporge piuttosto altezzoso il mento, Matteo Franco, confidente di Lorenzo, maestro elementare dei suoi figli, lamico migliore del Poliziano. Nella lettera che il Poliziano scrive a Piero nel 1492 per congratularsi con lui della nomina a canonico del duomo di Matteo Franco, egli parla di s e di Matteo come di una ben nota coppia di amici19. Il Poliziano in questa lettera non sa elogiare abbastanza i meriti di

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Matteo nei confronti della famiglia di Lorenzo, meriti che realmente difficile sopravalutare nella loro molteplicit. Collega del Poliziano nella professione, nella sua posizione di maestro elementare dei fanciulli e come ecclesiastico, il fedele Matteo, pronto ad ogni sacrificio, era per suo carattere lopposto del letterato distaccato, profondamente dotto e dotato di fine gusto. Le sue uniche produzioni letterarie sono i famigerati sonetti di vituperio contro Luigi Pulci, ancor oggi vivi sulla bocca del popolo italiano, nei quali palpita la spontanea genialit delluomo toscano del popolo, che nellingiuria sente il vigore della sua terra. E questo buffone di corte che impugna la frusta senza riguardo per alcuno chiamato da Lorenzo uno dei primi e pi cari membri della sua casa, e da lui Lorenzo far accompagnare la figliuola preferita, Maddalena, perch la giovane, maritata per ragioni politiche al figlio di papa Cybo, abbia vicino a s un amico paterno. Non avrebbe potuto trovarne uno migliore, poich Matteo al servizio di Maddalena uomo tutto fare: egli cura landamento della casa, vigila nei particolari sulla salute della donna sofferente per cui cucina perfino delle minestre da premuroso infermiere, o le scaccia la noia raccontandole facezie fiorentine quando essa in impaziente attesa del marito che torna tardi. Se necessario, egli far per lei perfino da amministratore di un albergo di bagni a Stigliano, le cui entrate costituiscono una delle magre rendite di Franceschetto Cybo. Proprio per compenso di questi suoi servigi come servo e martire dei Cybo20, egli otterr quel posto di canonico del duomo fiorentino. Infine la sua insaziabile caccia alle prebende gli frutt anche il posto di sovrintendente dellospedale di Pisa che per lo meno non consider una sinecura, poich mor nel 1494 in adempimento del suo dovere, curando durante unepidemia i suoi malati. Che questo genuino spirito di casa, familiare ed eccle-

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siastico, della famiglia medicea sia da cercare in questa composizione, siamo intimamente autorizzati a credere anche in base a una lettera dello stesso Matteo. Nei suoi ritratti monumentali eppure intimi il Ghirlandajo proprio unico come scopritore e illustratore del mondo infantile. Matteo, con la medesima fine sensibilit dinanzi allingenuo, allumoristico e allamabile dellanimo infantile che si desta, si accosta al Ghirlandajo sullo stesso alto livello in una descrizione epistolare di un incontro fra i figli di Lorenzo e la loro madre Clarice, allorch essa torn a Firenze da un viaggio ai bagni. Matteo che si trovava al seguito di Clarice come maestro di casa, scrive in data 12 maggio 1485 al suo amico Bibbiena, segretario di Lorenzo: Dipoi intorno a Certosa riscontrammo il paradiso pieno dagnoli di festa e di letizia, cio messer Giovanni, Piero, Giuliano e Giulio21 in groppa, con loro circumferenze. E subito come viddero la mamma, si gittorono a terra dal cavallo, chi da s e chi per le man daltri; e tutti corsono e furono messi in collo a madonna Clarice, con tanta allegrezza e baci e gloria che non ve lo poterei dire con cento lettere. Ancora io non mi potetti tenere, che io non scavalcassi; e prima che ricavalcassino loro, tutti gli abbracciai e due volte per uno gli baciai; una per me, e una per Lorenzo. Disse el gentile Giulianino, con uno O lungo: O, o, o, o, dove Lorenzo?. Dicemo: Egli ito al Poggio a trovarti. Disse: Eh mai non. E quasi piagnendo. Non vedesti mai la pi tenera cosa. Egli e Piero che fatto el pi bello garzone, la pi graziosa cosa che, per Dio, voi vedessi mai; alquanto cresciuto; con certo profilo di viso, che pare un agnolo; con certi capegli un poco lunghi e alquanto pi distesi che prima, che pare una grazia. E Giuliano vivolino e freschellino comuna rosa; gentile pulito e nettolino come uno specchio; lieto e tutto contemplativo con quegli occhi. Messer Giovanni ancora ha un buon viso, non di molto colore ma

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sanozzo e naturale; e Julio una cera brunaza e sana. Tutti, per concludere, sono la letizia al naturale. E cos con gran contento e festa, tutti di bella brigata, ce nandammo per Via Maggio, Ponte a santa Trinita, san Michele Berteldi, santa Maria Maggiore, Canto alla Paglia, Via de Martegli; e ce nentrammo in casa, per infinita asecula aseculorum eselibera nos a malo amen22. Bench scritta due anni dopo lanno da presumersi come data dellaffresco23, la caratterizzazione dei singoli fanciulli corrisponde mirabilmente alle teste del Ghirlandajo. Anche lultima testa virile (come diremo qui in forma ipotetica) di una nota figura dellambiente mediceo, di cui si sentirebbe addirittura la mancanza nella composizione qualora non ci fosse: Luigi Pulci24. Un viso magro, pallido, privo di gioia, lo sguardo levato verso Lorenzo con espressione fiduciosa e malinconica, il naso affilato dalle pesanti alette, il sottile labbro superiore che poggia inasprito sul tumido labbro inferiore. A confronto ci offerto il ritratto del Pulci sullaffresco di Filippino nella chiesa di S. Maria del Carmine in Firenze25; a prima vista il confronto non riesce convincente, ma bisogner considerare che il ritratto dellaffresco di Filippino dipinto in data posteriore, probabilmente dopo la morte del Pulci (morto nel 1484) e per giunta dipinto in base a una maschera di morte; a favore di questultima tesi fa propendere lespressione priva di vita, quasi maschera, che in mezzo alle teste ad effetto cos vivo colpisce particolarmente, la caverna dellocchio che malgrado locchio semiaperto inseritovi fa leffetto di vuoto, la mancanza di capelli e il collo attaccato in modo inorganico. Tutta la met inferiore del viso, invece, nella disposizione del naso, labbro e mento e in quellespressione tutta personale di rassegnata stanchezza concorda in pieno in entrambe le teste. Se non avessimo il ritratto di Filippino, lipotesi del Pulci convincerebbe

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senzaltro per ragioni interne. Il Pulci era fra gli intimi di Lorenzo, era suo confidente politico ed era il celebre poeta di quel popolare poema cavalleresco burlesco, del Morgante, i cui canti venivano recitati alla tavola di casa Medici (con particolare gioia della madre, Lucrezia). Ma nulla lo ha conservato tanto vivo fino ad oggi nel ricordo del popolo italiano quanto il certame poetico, sopra ricordato, con Matteo Franco. I sonetti di entrambi sono perle di quella poesia cortigiana di vituperio, che divertiva Lorenzo al punto che perfino Piero, da ragazzetto, allet in cui lo mostra allincirca laffresco, doveva declamarla con gran divertimento degli adulti. Fino a che testimonianze pi importanti o ipotesi migliori non dimostreranno il contrario, si potr dunque tener fermo allidea che i due nemici intimi si trovassero qui, uniti nellunica cosa che li legasse nellanimo: nel desiderio di testimoniare la loro venerazione per Lorenzo. Che allo stesso Lorenzo per la processione domaggio dei suoi figli con le loro circumferenze giungesse opportuna in quel momento, si potrebbe mettere in dubbio; ma labile Poliziano sapr bene quanto pu osare, specialmente perch in anni anteriori Lorenzo gli aveva spiegato chiaramente alloccasione che egli era padre di famiglia solo in seconda linea, che anzitutto era sovrano e capo dello stato pel quale le malattie dei figli non devono occupare il primo piano degli interessi. Nellaprile del 1477 i due si scambiarono le seguenti lettere26 allorch il Poliziano aveva voluto far pervenire a Lorenzo comunicazione della malattia dei figli in via indiretta e riguardosa: Laurentius Medices Angelo Politiano S. D. Ex literis, quas ad Michelotium dedisti, factus sum certior filiolos nostros adversa valetudine vexari. Id ut humanum parentem decet, graviter molesteque tuli.

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Quam profecto molestiam tu praevidens, ita multis verbis ac rationibus animum nostrum confirmare conatus es, ut in maximam de nostra constantia dubitationem incidisse videare. Quod tametsi ab amore in nos tuo proficisci certus sum, multo tamen malori molestia nos affecit, quam significatio ulla adversae valetudinis liberorum. Quamvis enim parentis substantia liberi esse dicantur, multo tamen magis propria est animi aegritudo, quam filiorum. Quibus enim integer ac sospes est animus, caeterarum facile rerum incolumitatem consequuntur; quibus vero infirmus, nullus unquam portus est a fortunae fluctibus tutus, nullum est tam placatum acquor, tam quieta malacia, quin perturbatione vexentur. Existimasne me adeo natura imbecillum, ut tam parva re movear? Si vero eiusmodi nostra natura est, ut facile huc atque illuc perturbationibus agatur: multarum rerum experientia confirmatus animus sibi constare iam didicit. Ego filiorum non valetudinem tantum, sed fatum quandoque expertus sum. Pater immatura morte praereptus, cum annum agerem primum et vigesimum, ita me fortunae ictibus exposuit, ut quandoque vitae poeniteret meae. Quapropter existimare debes, quam nobis virtutem natura negavit, experientiam attulisse. Verum cum tu in epistola ad Michelotium imbecillitati animi nostri diffidere non parum videaris, atque in tuis ad nos literis summopere virtutem atque ingenii nostri dotes extollas, haecque simul pugnare videantur, aut alterum falsum est, aut non ea es animi magnitudine, quam in me desiderare videris, cum ea in tuis ad nos literis silentio praetereas, quae scripta ad Michelotium sunt, tanquam non tua a me accipienda sint: utpote qui existimas multo magis nuncium, quarn liberorum valetudinem, mihi molestiam allaturum. Sed nolo esse in parvis longior, ut non idem incurram vitium, quod in te vitupero, neque in iisdem literis et parva spernere, et prolixioribus verbis prose-

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qui videar. Si quid est in epistola quod te mordeat, id totum condones amori nostro, atque exercitationi, cui, ut puto, abundantius materiam suppeditat, si in quenquam invehimur, quam si laudamus, multoque latior campus est in unoquoque vituperationis, quam laudis. Gaudeo mirum in modum, Iulianum nostrum se totum literis tradidisse, illi gratulor, tibique gratias ago, quod eum ad haec prosequenda studia excitaveris. Tu vero fac, ut hominem ad literas inflammasti, ita sedulo cures, stimulosque adiicias, ut perseveret. Ego propediem vos revisam, comitemque vobis in hoc felici Musarum itinere me adiungam. Bene vale, Pisis pridie Calend. Aprilis, MCCCCLXXVII. Il Poliziano risponde: Angelus Politianus Laurentio Suo S. D. Non quod tuae constantiae sapientiaeque diffiderem, propterea literas dedi ad Michelotium potius, quam ad te de liberorum tuorum valetudine: sed quoniam sum veritus, ne forte inconsultior viderer, si gravior tibi a me nuncius alieno tempore obiiceretur. Tabellarius enim saepe literas non apte, non loco reddit: scriba vero temporum captat omnes articulos. Reveritus igitur iure sum Laurentium Medicem; Cui male si palpere, recalcitrat undique tutus: Nec vero ista repugnant, quod hic te revereor, ibi laudo. Non enim ob aliud revereor, quam quod omni laude puto dignissimum. Molles vero illae tuae morsiunculae, tantum abest ut me laedant, ut ipsas quoque nescio quo pacto pene mihi magis blanditias commendent. Iulianus tuus vere frater, hoc est, ut docti putant, fere alter, ipse sibi in studiis est non modo iam mirificus hortator, sed et praeceptor. Nihilque nobis ad summam voluptatem deest, nisi quod abes. Vale.

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Ma il soverchio zelo con cui Lorenzo, allora in et di 28 anni, desidera veder rispettata la sua concezione stoica della vita, mostra indirettamente che i riguardi usati a Lorenzo dal Poliziano nascevano da un senso di tatto umanamente giustificato, seppure inammissibile da un punto di vista cortigiano. In anni posteriori Lorenzo, con sicura conoscenza di se stesso, difficilmente si sarebbe preoccupato tanto di non trasgredire i confini di una compostezza dignitosa perch, come nessun altro del suo tempo, possedeva il dono della prudenza come qualit intima indistruttibile. Essa era lo strumento pi solido della sua potenza, in virt di essa lo stato fiorentino era la potenza ricercata da tutti, e Lorenzo il primo insuperato virtuoso della politica di equilibrio. In Lorenzo il Magnifico27 per la prima volta ha inizio la evoluzione del mercante cittadino a tipo di sovrano politico, pari del regale signore feudale. Che dei condottieri altezzosi gettassero pure, con gesto antico, la spada sul piatto della bilancia, un saggio mercante aveva la bilancia nelle mani, la manteneva in equilibrio: e pari la bilancia ben tenere28. Certo, a Lorenzo non fu concesso se non di mantener a lungo in pace lItalia in virt di una politica di grande mercante, altamente potenziata, e di proteggere lItalia dallirruzione di vicini avidi ed esperti di guerre. Machiavelli enumera fra i pochi difetti di carattere di Lorenzo la mancanza di dignit personale che si manifestava nelle sue relazioni amorose troppo estese, nella sua predilezione di gente spiritosa e mordace entro la sua cerchia pi ristretta e nel fatto che egli potesse star a giocare con i suoi figli come un bambino. Il virtuoso conoscitore di uomini, cui per il resto nulla di umano era estraneo, si vede qui dinanzi a qualcosa di enigmatico e inconciliabile (pare di vederlo contemplare crollando la testa la deputazione salutatoria sulla scala): Tanto che a considerare in quello e la vita leggera e la grave, si

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vedeva in lui essere due persone diverse quasi con impossibile congiunzione congiunte29. Unincomprensione come questa dellelemento inconvenzionalmente vivace del carattere di Lorenzo contrassegna il punto di frattura fra il Quattrocento e il Cinquecento. Qui il senso della dignit stilistica, acquisito da Livio, ma soprattutto il suo tipo politico ideale, cos totalmente diverso, come il Machiavelli lo auspicava per un supremo aiuto, hanno forse turbato lo sguardo altrimenti cos terribilmente obiettivo del grande storiografo. Certo, lelemento fanciullesco-popolare e romanticoartistico doveva apparire al Machiavelli che in tempi della pi profonda impotenza dItalia auspicava fanaticamente il superuomo nazionale dal pugno guerriero e pronto, come debolezza inspiegabile e turbante; mentre, tuttavia, proprio il geniale prepotere di Lorenzo il Magnifico radicato naturalmente nel fatto che lampiezza del suo mondo spirituale supera, per estensione e anzitutto per intensit delle vibrazioni e dello slancio, in modo fenomenale la capacit media. Egli pu riandare con piet al passato, godere lattimo fuggente del presente e guardare al futuro con astuto calcolo, sempre con la medesima energia vitale: per educazione dotto rievocatore del passato antico, per temperamento poeta popolarmente vivace30, per volont e necessit uomo di stato saggiamente previdente. Ma la possibilit di apportare alla propria umanit intellettuale assolutamente superiore quella corrente costante di una energia vorticosa, rinnovantesi, Lorenzo la deve, e non in misura minima, al dispiegarsi del suo temperamento artistico. La sua libera gioiosa partecipazione alla vita del tempo, festosamente movimentata, come attore, come poeta e come spettatore, gli concede, vero, il riposo immediato attraverso la distensione fisica, allo stesso modo che daltro lato le sue creazioni poetiche (egli ha riconquistato nei

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suoi canti popolareggianti alla lingua italiana parit di diritti con quella latina) gli procurano anche un grado superiore di liberazione puramente spirituale mediante la raffigurazione artistica. Che Lorenzo non fosse anche capace inoltre di una politica di espansione violenta, eroicamente stilizzata, non era soltanto una deficienza del suo talento naturale, ma stava anche nel fatto che Lorenzo, secondo lo sviluppo dello stato fiorentino, non doveva essere un conquistatore, bens il saggio amministratore del ricco retaggio del passato. Lepoca di Lorenzo non ha pi la maestosa gravit di Dante e la sua forza grandiosa e raccolta, ma tuttavia linteresse artistico significava per la Firenze del Magnifico tuttaltra cosa che lo sforzo compiuto da stanchi uomini di alta cultura visitando un bazar artistico, la cui strabocchevole abbondanza dovrebbe invogliare alle compere gli spettatori passivi o addirittura indurli alla spesa. La creazione artistica e il godimento artistico non erano che stadi differenti di uno stesso ciclo organico, che con una elasticit sempre rinnovantesi spingeva i fiorentini del primo Rinascimento al tentativo di considerare tutte le qualit umane strumento unitario di unarte della vita lieta di espandersi e di usarle come tali. Matteo Franco e Luigi Pulci non sono nani di corte che con grottesche facezie dilettino una stupida serenit, sono amici personali del principe, uomini del popolo ai quali lecito riecheggiare in modo pi grossolano quanto non sempre si addice al signore stesso di profferire ad alta voce. Lorenzo aveva evidentemente ereditato da sua madre Lucrezia Tornabuoni31 il gusto del favoleggiare; era lei stessa poetessa alla casalinga, componeva dei piatti casalinghi poetici per i suoi figli rifacendo in rime, in modo un po rozzo, ma straordinariamente vivo, la vita di San Giovanni, la storia di Tobia e langelo, di Ester, della casta Susanna,

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come se quegli esseri biblici fossero battezzati nel battistero di San Giovanni. Ella indusse anche Luigi Pulci a recitare nella cerchia familiare dei Medici le gesta degli eroi carolingi, in tono pi raffinato, ma alla maniera dei giullari pubblici, e a questo incitamento per lappunto deve la sua origine il Morgante, noto come primo poema cavalleresco italiano. Luigi Pulci e suo fratello Luca dovettero anche mettere le loro doti poetiche a servizio diretto delle gesta cavalleresche dei Medici; il poema sulla Giostra del 1469, quel torneo cui Lorenzo partecip come primo torneante vittorioso, steso in rime molto probabilmente da Luigi Pulci32; ci d un ampio quadro delle maniere cavalleresche di quella societ di grandi mercanti descrivendo nei particolari le singole persone e il loro costume. Luigi Pulci chiude la sua descrizione della Giostra con le parole: Ma ora sia finita, poich ti aspetta il compare della viola. Questo compare della viola lo vediamo su una silografia, vignetta conclusiva di una edizione del Morgante del 150033, raffigurato nella sua attivit professionale che consisteva nella recitazione in rima di gesta eroiche cavalleresche, accompagnandosi con la viola, davanti a folle devotamente in ascolto su di una piazza pubblica. Questo compare della viola si chiamava probabilmente Bartolomeo dellAvveduto il quale oltre ad essere cantastorie era anche libraio volante della stamperia di Ripoli34. Anche il Poliziano, malgrado la sua qualit di professore di greco e di filologo classico, radicato nel terreno popolaresco come poeta di canti damore e di danze italiane spumeggianti di vita; anchegli dovette, proprio come Pulci, cantare da poeta occasionale di corte, un successivo momento di partecipazione personale dei Medici alla festosa vita cavalleresca nella sua Giostra, il poema altamente elogiato scritto per il torneo di Giuliano in onore di Simonetta Vespucci nel 1475. Con grazia e freschezza immediate

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il Poliziano vi esprime i motivi di fugace mobilit secondo il modello dei classici latini, e a quellalternarsi mirabilmente delicato di senso popolare e di grazia anticheggiante risale la figura ideale della ninfa35, diventata pi tardi il tipo ornamentale generalmente accettato della figura femminile in movimento; nella stessa maniera la raffigura allo stesso tempo pittoricamente il Botticelli nella sua Primavera: ritrosa danzatrice di ronde o fanciulla in fuga dinanzi alluomo. Ma il poeta Poliziano legato alla vita quotidiana fiorentina con fili di gran lunga pi robusti; nel maggio 1490 egli descrive gli stragrandi incarichi di cui lo sopraff la buona societ fiorentina, in modo molto drastico36: Angelus Politianus Hieronymo Donato Suo S.D.37 ... Nam si quis breve dictum, quod in gladii capulo, vel in anuli legatur emblemate: si quis versum lecto, aut cubiculo, si quis insigne aliquod non argento dixerim, sed fictilibus omnino suis desiderat, ilico ad Politianum cursitat, omnesque iam parietes a me quasi a limace videas oblitos argumentis variis, et titulis. Ecce alius Bacchanalibus Fescenninorum argutias, alius conciliabulis sanctas sermocinationes, alius citharae miserabiles naenias, alius peruigilio licentiosas cantilenas efflagitat. Ille mihi proprios amores stultus stultiori narrat. Ille symbolum poscit, quod suae tantum pateat, caeterorum frustra coniecturas exerceat. Mitto scholasticorum garritus intempestivos, versificatorum nugas, seque, et sua de more admirantium, quae quotidie cuncta demissis auriculis perpetior. Quid plebeculam dicam, vel urbanam, vel agrestem, quae me tota urbe ad suum negotium, quasi naso bubalum trahit? Ergo dum proterve instantibus negare nihil audeo, cogor et amicos vexare caeteros, et (quod molestissimum est) ipsius in primis Laurentii mei Medicis abuti facilitate...

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Anche il primo dramma italiano, lOrfeo, opera del Poliziano, per le sue origini un poema quasi doccasione per la corte di Ferrara. Che il primo Rinascimento fiorentino sia nella poesia e nellarte figurativa per origine arte doccasione, questo fatto gli conferisce appunto il vigore sempre rinnovantesi nutrito dallinesauribile afflusso di umori che scaturiscono dalle radici del suolo della vita quotidiana. Daltra parte, caratteristico di Firenze, sempre per questaspetto, che i grandi pittori fiorentini si sviluppano nella bottega dellorefice. Il pubblico borghese considerava intorno al 1470 lartista come un produttore tecnico di pezzi di bravura che, nato sotto il segno del pianeta Mercurio38, pu tutto ed ha tutto; che dietro, nella sua bottega, dipinge e scolpisce, ma sulla strada, nel negozio, ha in vendita tutto quello che pu servire: fibbie per cinture, cassoni nuziali dipinti, utensili ecclesiastici, voti in cera e incisioni. Non si andava dallartista astratto, per sentire con lui, in simpatizzante posa estetica sotto la luce nord dello studio, i sentimenti discordanti delluomo di cultura stanco; dappertutto ci si volgeva invece al pittore orefice spostandolo dalla sua bottega nella realt del giorno, l dove si trattava di riplasmare la vita stessa in un qualsiasi punto del suo ciclo, per una costruzione, una decorazione, per utensili o per un corteo festosamente articolato. Le figure nei quadri di artisti pi deboli fanno perci sentire anche troppo chiaramente che esse sono membri staccati dalla loro reale connessione; conservano una sfumatura di sapore quasi provinciale, hanno un che di materiale rigido e filisteo, o ostentano addirittura una mobilit stilizzata e forzata che sente il negozio di stoffe o il laboratorio sartoriale del teatro. scopo e opera dei grandi artisti far risuonare questa casualit borghese meramente come fievole eco locale. Il Ghirlandajo proveniva da questa atmosfera di ore-

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ficeria; era figlio di un sensale di oggetti doro; suo padre Tommaso Bigordi avrebbe avuto, secondo il Vasari, il soprannome di Ghirlandajo pel fatto che come nessun altro sapeva fabbricare egli stesso o far fabbricare ghirlande di fiori metallici come acconciatura per le signore del mondo fiorentino; pare che egli stesso avesse lavorato come orefice fabbricando lampade dargento da altare e voti dargento39 per la Santissima Annunziata, sempre secondo il Vasari. Domenico, dopo aver acquisito alla scuola del pittore Alessio Baldovinetti il mestiere di una ritrattistica rapida, di gran somiglianza, intorno al 1480 era diventato il fornitore preferito di ritratti della buona societ fiorentina. Prima dellesecuzione dei suoi affreschi nella chiesa di S. Trinita (finiti alla fine del 1485), perfino negli affreschi della Sistina a Roma, per provenienza, scuola e natura egli conserva ancora un che della indifferenziata industriosit40 di un artigiano molto ricercato, ben sicuro che nessun concorrente possa soddisfare le esigenze della buona societ fiorentina in modo pi rapido, pi serio e con pi buon gusto di quel che faccia la sua bottega, sempre molto ricercata malgrado vi lavorino anche i suoi fratelli Davide e Benedetto, molto meno dotati di lui, e il suo cognato Mainardi, e bench Domenico stesso si trovi spessissimo in viaggio. Domenico era probabilmente munito degli organi pi sensibili per veder con occhio acuto e per fissare con rapida mano tutto ci che attraeva la sua attenzione ingenuamente penetrante; ma vi era bisogno di una forte pressione esterna per scuoterlo dalla solita routine, ossia piuttosto di unattrattiva personale per sottrarlo allattenzione pedantemente uniforme chegli prestava a corpo, vesti e sfondo, e indurlo ad accentuare nellaspetto esteriore pi fortemente lelemento spirituale. Francesco Sassetti e i suoi figli stanno in primo piano, in grandezza naturale, ma, presentandosi solo al margi-

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ne del dipinto, discosti dal papa e dal collegio cardinalizio, mostrano di essere evidentemente consapevoli della loro posizione modesta di pubblico profano. Per sotto le gravi pieghe del manto e sotto i venerandi lineamenti solcati di Francesco si cela un senso coraggioso del nuovo. Quello stesso Sassetti che ottenne il diritto di raffigurare la leggenda del suo santo con energica lotta41, eresse allora in vita, per lappunto in questa cappella, sotto gli affreschi della leggenda due tombe per s e per sua moglie, in stile assolutamente pagano-romano con accurata imitazione di sculture e iscrizioni antiche, guidata da dotti consigli. Identificando chiaramente e sicuramente il compito pi immediato, egli facilit probabilmente il distacco di Domenico dalle convenzioni. Ma il fascino personale, artisticamente vivificante, non emana tuttavia da lui, bens da Lorenzo de Medici, verso questo si dirige la deputazione salutatoria che sorge dal suolo, come spiriti della terra che fiutino il loro signore e padrone. Li arresta Lorenzo, oppure non fa piuttosto cenno che anchessi possono salire? Egli sta come un poeta-regista che sia in procinto di improvvisare, sulla scena di una sacra rappresentazione, un moderno dramma di grande sfarzo, per esempio Firenze allombra dellalloro (Lauri sub umbra)42. giunto il momento della trasformazione scenica: gi calato lo sfondo moderno, su cui sono dipinti Palazzo Vecchio e la Loggia de Lanzi, la compagnia degli attori del Sassetti attende fra le quinte la battuta di chiamata; e ora emergono dal sottosuolo tre piccoli principi e il loro professore paganamente dotto, il segreto maestro di danze di ninfe toscane, lallegro cappellano di famiglia e il cantastorie di corte; vogliono recitare il preludio per occupare definitivamente, non appena giunti sopra, anche lo stretto spazio rimasto libero su cui si affollano San Francesco, papa e concistoro, come arena di cose mondane.

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Il Ghirlandajo e il suo committente difficilmente avranno avuto lintenzione di creare un cos tragico urto; la deputazione salutatoria sulla scala pare perfino aggiunta dal pittore solo in un secondo tempo. Cos soltanto si spiega da un lato laccorciamento della ringhiera a destra compiuto mediante un successivo pentimento, per far posto al Poliziano che sale, come daltra parte cos si spiega tutta la disposizione della scala in genere, la quale soltanto rende possibile al gruppo lingresso nel dipinto senza chesso copra la scena raffigurata. Ora, Domenico Ghirlandajo, davanti al difficile compito di rispecchiare su di una superficie limitata una pienezza di vita genuina, rinuncia a tutte le arti ornamentali di abbellimento della figura umana e parla, in modo mirabilmente espressivo, solo attraverso la mimica delle sue teste. E ancora: dalla raccolta consapevolezza che hanno di s queste figure, le quali, piene della vita pi propria, cominciano a distaccarsi dallo sfondo ecclesiastico come indipendenti ritratti individuali, ci investe un soffio di arte nordica degli interni. Una esemplificazione dei particolari di queste relazioni fra tavole fiamminghe e civilt artistica della cerchia di Lorenzo de Medici sar tentata in altra sede. ... viva parola di uomini che da quattro e pi secoli dormono nei sepolcri, ma che pu destare e utilmente interrogare laffetto. Cesare Guasti, Ser Lapo Mazzei, p. III.

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Appendice

I. Statue votive in cera Nelle pagine seguenti dar alcune notizie circa i voti di cera fiorentini in ordine cronologico e aggiunger del materiale documentario sconosciuto capitatomi sotto mano mentre seguivo le indicazioni dellAndreucci43 e facevo uso della raccolta postuma di notizie del benemerito studioso locale Palagi44. Gi Francesco Sacchetti nella sua novella 10945 scherniva le figure votive come malcostume pagano: Di questi boti di simili ogni d si fanno, li quali son pitosto una idolatria che fede cristiana. E io scrittore vidi gi uno chavea perduto una gatta, botarsi, se la ritrovasse, mandarla di cera a nostra Donna dOrto San Michele, e cos fece. Allinizio del Quattrocento le figure votive sembrano essere aumentate a tal punto che la Signoria si vide costretta di emanare una deliberazione in data 20 gennaio 1401, in base alla quale solo un cittadino abile alle arti maggiori avrebbe avuto diritto di collocare una figura votiva46. Nel 1447 poi le figure furono disposte ordinatamente nella navata centrale a destra e a sinistra della tribuna. Naturalmente le figure di grandezza naturale, poste su podii e in parte perfino a cavallo, toglievano la vista ai proprietari delle cappelle laterali, cosa che indusse la potente famiglia dei Falconieri a proteste coronate da successo: i fondatori a cavallo dovettero

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essere collocati al lato opposto della navata centrale. Dal manoscritto47 citato nellAndreucci comunico il passo relativo nel testo originale: 1447. In questo tempo si comincia(va) a fare in chiesa e palchi per mettervi limmagini. M Tano di Bart e M Franc furno e maestri che gli feciono e M Chimenti48 dipintore fu quello gli dipinse insieme con quegli di S Bastiano, e questo fu fatto per la multitudine de voti e imagini che erono offerte e per acrescer la devotione a quegli che venivano a questa S.ma Nuntiata, perche l veder tanti miracoli per sua intercessione da N. SignorIdio fatti, faceva che ne loro bisogni a lei ricorrevano: Onde in questi tempi medesimi furno fatti palchi per tenervi sopra homini ill.mi a cavallo tutti devoti di questa gran madre. Erono dua palchi uno alla destra, laltro alla sinistra avanti alla tribuna. Ma nuovamente havendo uno fatto un poco di frontispitio dorpello avanti la capella de Falconieri, non gli parendo fussi veduto a suo modo, persuase alcuni padri che glera buono levar quel palco, e metter que cavalli tutti dallaltra parte; cosi rimase quella parte spogliata, e senza proportione dellaltra. Idio gli perdoni. Dellanno 1481 ho trovato un contratto49 fra il vicario Antonio da Bologna e il maestro Archangelo che fa rivivere molto chiaramente lesercizio artigianesco e la divisione del lavoro di questa industria ecclesiastica: Richordo chome in questo d 13 de zugno 1481 M Archangelo ciraiolo di Zoane dAntonio da Fiorenze promette a me M Antonio da Bologna vicario del convento del Anuntiata de Fiorenze tute le volte che io voro fare ymagine de cera grande al naturale nel modo e forma che in questo ricordo se contiene. In prima chel deto M Archangelo debia fare limagine in quello modo e forma e habito secondo che piacer al deto vicario o qualunch altri che fusse in luogo del priore overo priore. Item che le debia fare forte darmadure e ben lega-

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te. Item che le dette ymagine le debia depignere e cholorire a sue spexe e de suo cholori e sue chapigliare e barbe e tute laltre chosse che apartengono al depintore salvo che lavorare di brocato. E debia el deto M Archangelo fare qualoncha immagine in termine de X d lavorie50 overo in termine di XII, e facendo queste tute chosse promette el dito M Ant Vicario in nome del convento al deto M Arcan.lo ff. dui larghi per qualoncha ymagine provedendo el convento di cera e di tute laltre chosse che achaderanno salvo che di chollori e chapigliare. E chossi se obligo el dito M Archangelo observare a la pena di 25 ducati presente Mariano di Francesco di Bardino e Zanobio de Domenico del Iocundo ect. Io Archangiolo di Giuliano dAnt ceraiuolo sono contento a quanto in detto ricordo si contiene e perci mi sono soscrito di mia mano questo di sopra. Nellanno 1488, il 9 aprile, Pagolo di Zanobi Benintendi riceve fra laltro un pagamento per voti appesi alla cupola. Gi allora dunque i voti si affollavano minacciosi sopra le teste dei fedeli51. Dellanno 1496 si trova poi nellarchivio di stato di Firenze un lungo elenco52 dei doni votivi dargento (di persone o di membra umane), specificati esattamente secondo il peso e il tipo; questo perch la chiesa in quellepoca fu costretta a farli fondere per pagare una nuova imposta; linventario un museo anatomico molto interessante dal punto di vista della storia della civilt e dellarte che qui sarebbe troppo lungo descrivere nei particolari. Lampade, del resto, come quelle che avrebbe potuto fabbricare il padre di Domenico Ghirlandajo, non sono menzionate in quellepoca. Linterno della chiesa deve quindi aver avuto laspetto di un gabinetto di statue di cera. Da un lato stavano i fiorentini (fra questi la statua di Lorenzo il Magnifico accennata sopra ed eminenti condottieri in piena armatura e a cavallo) ed accanto ad essi i papi

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(Leone X, Alessandro VI, Clemente VII53), ma con particolare orgoglio erano indicati gli stranieri che per la loro venerazione della Santissima Annunziata avevano lasciato il biglietto da visita in grandezza naturale, p. es. re Cristiano di Danimarca quando pass per Firenze nel 1474; e come curiosit del tutto speciale veniva mostrata perfino la statua di un pasci turco maomettano che, malgrado fosse miscredente, consacr alla Madonna la propria statua votiva per assicurarsi un felice ritorno54. Anche statue votive di celebri donne vi si potevano vedere: p. es. la marchesa (Isabella) di Mantova; essa ricordata nel 1529 insieme con papa Alessandro come bisognosa di riparazioni55. La Hofkirche di Innsbruck, con la tomba di Massimiliano imperatore e la doppia fila delle statue in bronzo dei suoi antenati collocati nella navata centrale, d forse, mutatis mutandis, unimpressione analoga di sopravvivenza della ritrattistica pagana in chiese cristiane. Per limperatore Massimiliano, tuttavia, e per il suo consigliere Peutinger, era consapevole riproduzione del culto romano degli avi56 ci che a Firenze veniva praticato come uso tranquillamente ripetuto di un paganesimo popolare legittimato dalla Chiesa. Lo studio del Verrocchio, dal quale sembrano essere uscite statue votive pi artistiche, coltivava anche come ramo particolare dellindustria artistica la fabbricazione di maschere di morti in gesso e in stucco; nelle case fiorentine, come narra il Vasari57, queste erano dappertutto collocate decorativamente come immagini fedeli degli antenati, e ad esse la pittura fiorentina tanto spesso doveva la possibilit di ridare fedelmente le sembianze di persone defunte. La bottega del Verrocchio si presenta come un organo sopravvissuto di unantichissima arte sacrale pagano-romana: i fallimagini e i ceraiuoli che producono imagines e cerae58. Ancora nel 1530 nella chiesa si potevano vedere 600

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figure di grandezza naturale, 22.000 voti di cartone e 3.600 immagini votive recanti i miracoli della Santissima Annunziata59. Nel 1665 le figure di cera, cagione di continua trepidanza per i devoti furono trasportate nel piccolo chiostro, cosa lamentata da Del Migliore60 con le seguenti caratteristiche parole: non sapemmo il concetto n qual fosse lanimo di que Padri, in spogliar la Chiesa dun arredo tanto ricco di Voti, a risico di diminuirvi, e rendervi fiacca la devozione, che saumenta e mirabilmente singagliardisce per s fatto modo, ci giova credere che il Popol sagace similmente non intendendo i lor fini modesti, alla gagliarda ne mormorasse e massime i maligni channo come susa dir a Firenze, tutto il cervello nella lingua: e in vero appr loro sussiste un articolo di ragione vivissimo, perch, non potendo lo ntelletto nostro arrivare cos facilmente a conoscere le cause alla produzione degli effetti, dun efficacissimo mezzo son le cose apparenti di Voti, di Pitture ed altre materie simili esteriori sufficienti ad ognidiota per concepirne maggior aumento di spirito, di speranza e di fede pi viva alla intercessione de Santi; onde non gran fatto, che l Popolo se ne dolesse e stimasse privata la Chiesa duna bellissima memoria...

II. Ritratto di Lorenzo de Medici in Bartolomeo Cerretani, Storia fino allanno 151361 ... il quale fu di grande ingegnio maximo in juditio, eloquentissimo, haveva professione universale optima nel ministrare le cose publiche, achutissimo, et sollecito, et savio: fortunato quanto huomo de suo tempi, animoso, modesto, affabile con tutti; piacevole, co motti destrissimi et acuti62; per uno amicho no dubitava mettere63 tempo danari et insino a lo stato, onesto, cupido

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delonore et fama, liberale, onorevole; parlava pocho, grave nellandar; amava e valenti et glunichi in ogni arte; fu solo notato che era alquanto vendichativo et inviidioso: fu religioso e nel governare molto era volto aglhuomini popolani piutosto che aglhuomini di famiglie. Era grande bella persona, brutto viso, la vista corta, le charne nere, cosi e chapelli, le ghote stiacciate, la bocha grande fuori dellordine e nel parlare faceva molti gesti chola persona; bella andatura grave; vestiva richamente, dilectavasi fare versi volgari et facevagli benissimo; fu suo preceptore messere Gentile64 (fol. 166) charidenssi (Caridensis) huomo doctissimo il quale dapoi fe veschovo dArezo perche fu doptimi costumi e quali tutti da detto suo preceptore comprese et messe in atto; ebbe per donna la figliola del Conte Orso dellantica casa de glOrssini romani delaquale nebbe tre figloli maschi luno fu Piero, laltro messere Giovanni cardinale di S.Ma. in Domnicha, lultimo fu Giuliano: Usava dire che haueva un figlolo armigero (questo era Piero) uno buono (questo era il chardinale), un savio (questo era Giuliano) et come presagiente dixe pi volte che dubitava che Piero un di non fussi la rovina di casa loro il che come savio chonobbe et predixe.

III. Ritratto di Lorenzo de Medici in Niccol Valori, La vita del magnifico Lorenzo65 Fu Lorenzo di grandezza pi che mediocre, nelle spalle largho, di corpo solido et robusto, et di tanta agilit che in questo ad alcuno non era secondo, et benche nellaltre esteriori doti del corpo la natura gli fusse matrigna, nondimeno quanto allinteriori qualit madre benigna gli si dimostr ueramente, fu oltre a questo di colore uliuigno, et la faccia ancor che in quella non fusse uenust, era nondimeno piena di tal degnit che a

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riguardanti induceva riuerenza: fu di uista debole, haueua il naso depresso, et al tutto dellodorato priuato, ilche non solamente non gli fu molesto, ma usava dire in questo proposito, esser molto obligato alla natura, conciosia che molto pi siano le cose che allodorato sofferiscano, le quali offendono il senso, che quelle che lo dilettano; ma tutti questi difetti et mancamenti, se cosi chiamar si possono, con le doti dellanimo ricoperse, le quali con continoue esercitationi, et assidua cura orn sopra modo, di che fecero testimonio molti giudizij di quello.

IV. Lettera di Angelo Poliziano a Piero de Medici66 Angelus Politianus Petro Medici Suo S. D. Facere non possum, quin tibi agam gratias, mi Petre, quod autoritate operaque tua curaueris, ut in collegium nostrum Matthaeus Francus, homo (ut scis) mihi amicissimus, cooptaretur. Est autem non modo isto (licet inuidi quidam rumpantur) sed quouis, honore dignissimus. Prima illi commendatio contigit apud patrem tuum, sapientissimum uirum, iocorum & urbanitatis, cum faceta illa scriberet carmina patrio sermone, quae nunc Italia tota celebrantur. Quin idem parens tuus, pen infantem adhuc te, quaedam ex his facetiora ridiculi gratia docebat, quae tu deinde inter adductos amicos balbutiebas, & eleganti quodam gestu, qui quidem illam deceret aetatulam, commendabas. Nec tamen insuauior Francus in sermonibus, usuque domestico, siue tu dicteria, siue fabulamenta, siue id genus oblectamenta alia requiras, in queis non eius ingenium magis eminet, quam prudentia. Nihil enim unquam scurriliter, nihil immodest, nihil non suo loco, nihil extra rem, nihil incaut, nihil sine delectu. Quare siue rusti-

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caretur animi causa, siue balneis operam daret Laurentius parens tuus (quod te meminisse non dubito) Francum sibi adducebat comitem, cuius lepre quasi recrearetur. Adhibuit eum deinde consiliarium Magdalenae sorori tuae Romam proficiscenti ad uirum, uidelicet ut rudis adhuc puella, quae nunquam de materno sinu se prompserat, paternum aliquem circa se haberet amicum, ad quem de re dubia referret. Hic se Francus (ut homo est eximia patientia, sed et dexteritate) sic nescio quo pacto diuersis ignotisque moribus ccomodauit ut et uniuersorum beneuolentiam collegerit, et sorori ipsi tuae facile unus omnia paternae domus solatia repraesentet. Gratus esse Innocentio quoque pontifici mire dicitur, gratus aliquot et purpuratis patribus: tui certe illum ciues, qui Romae negotiantur, in oculis gestant. Quid quod breui causarum forique Romani sic peritus euasit, ut iam non inter postremos habeatur? Est autem omnino ingenio uersatili Francus noster, et quod rebus ac personis omnibus congruat. Caeterum dispensatione domestica nemini cesserit, quippe gnarus omnium quae postulat usus, non tam praescribere familiae potest ac solet, quid quisque agat, quam quomodo, et quatenus agat. Addam unum adhuc illius insigne, nemo diligentius amicos parat, nemo fidelius retinet. Meus certe in ipsum, contraque ipsius in me sic amor innotuit, ut quod gratissimum est, et nos inter rara admodum paria numeremur. Itaque bis me esse canonicum puto abs te factum, quando illum quoque nunc, id est alterum me, nostro coetui aggregasti. Non enim minus in eo mihi, quam in meipso uideor honestatus. Vale.

V. Luigi Pulci e il compare della viola Luigi Pulci67 chiude la Giostra di Lorenzo de Medici:

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Hor sia qui fine che pur convien posarsi Perche il compar, mentre chio scrivo, aspetta, Et ha gia impunto la sua violetta, Hor fa compar che tu la scarabelli...68 Che questo compare della viola non fosse un personaggio mitico, bens uno di quei veri cantastorie fiorentini che allaria aperta, davanti a una folla in devoto ascolto, solevano recitare storie popolari accompagnandosi con il violino, si vede gi chiaramente da una silografia che la vignetta finale delledizione del Morgante di Luigi Pulci69. Essa pare fatta apposta per illustrare le parole conclusive della Giostra: su di un podio siede il compare che suona, e ai suoi piedi vediamo la folla in avido ascolto su di una libera piazza (San Martino?). Che il compare della viola fosse persona ufficialmente nota sotto questo nomignolo, lo vediamo dal fatto che egli elencato sotto questo nome nel seguito immediato di Lorenzo70, come pi tardi in quello di suo figlio Piero71. Credo anche di aver trovato il vero nome del compare della viola. Un certo compare Bartolomeo ricordato nel 1447 come cantastorie nel giornale della stamperia di Ripoli72, le cui leggende e storie egli recitava in pubblico e poi vendeva in singoli fogli come allora usava73. Lo stesso Luigi Pulci dedica un sonetto a un Bartolomeo dellAvveduto, che comincia con le parole: Poichio partij da voi Bartolommeo, Di vostri buon precetti ammaestrato...74 Queste parole consentono in generale di pensare che fra i due esistesse un rapporto di colleghi in cui chi dava era Bartolomeo; ma che cosa egli abbia dato espresso in modo sufficientemente chiaro dal suo soprannome dellAvveduto: egli diede a Luca o a Luigi Pulci quel nocciolo popolare per il loro poema Ciriffo Calvaneo al

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quale, come dimostrato, serv da modello75 un poema finora considerato anonimo, il Libro del Povero Avveduto. In questo modo la catena dei nomi si ravviva creando un personaggio interessante, finora inosservato, e possiamo osare lequazione seguente: il compare che ha gi imbracciato la violetta una sola persona: 1. con il compare Bartolomeo che lavorava come cantastorie e libraio volante per la stamperia di Ripoli, 2. con il compare della viola al seguito dei Medici e 3. con il Bartolomeo76 dellAvveduto celebrato da Luigi come collega in poesia, cosa che ci presenta in persona colui che per i Pulci era mediatore e diffusore della poesia cavalleresca popolare, e liquida allo stesso tempo nel modo pi naturale tutte le difficolt presentate finora alla critica storico-letteraria dal compare nella Giostra77.

Ultima edizione (7a) a cura di Geiger (1899). 2 Ultima edizione a cura di Bode (1901). Inoltre la sua Geschichte der (Architektur der) Renaissance, 3a ed., a cura di Holtzinger (1891). 3 Beitrge zur Kunstgeschichte von Italien, a cura di H. Trog (1898): tra i saggi contenuti in quel volume, vedi specialmente Das Altarbild, Das Portrt in der Malerei, Die Sammler. 4 Cfr. H. Thode, Giotto, p. 128. 5 Archivio di Stato di Firenze, Protocolli di Andrea Angiolo di Terranova, A. 381, p. 269 segg., 1487, donazione addizionale alla Cappella con prescrizione espressa e particolareggiata della messa in onore di San Francesco. 6 Ancora con lalta ringhiera. 7 Nato nel 1472, destinato alla carriera ecclesiastica e fin da allora priore di San Michele Berteldi. Teodoro I, nato nel 1461, morto prima del 1479, Galeazzo nato nel 1462, Cosimo nato nel 1463, Bartolomeo nato nel 1413, Francesco stesso nato nel 1421. Notizie pi ampie su Francesco Sassetti e la sua famiglia seguiranno in un secondo articolo. 8 Non probabile che vi sia raffigurato il padre Tommaso morto fin dal 1421. 9 Sui voti cfr. Appendice I, p. 35 segg.; sui voti di Lorenzo cfr. G. Vasari, Le Vite, ed. Milanesi, III, p. 373 seg.
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Aby Warburg Arte del ritratto e borghesia fiorentina Il busto in stucco dipinto di Lorenzo che si trova nel Museo di Berlino forse limitazione di un voto del genere; la pittura artigianesca e la rozza somiglianza priva di una elaborazione pi sottile lo farebbero pensare. Riprod. in Bode, Italienische Portrtskulpturen des 15. Jahrh. (1883), p. 31. 11 Cfr. Eubel, ber Zauberwesen und Aberglauben, Hist. Jhb. (Grres), XVIII (1897), pp. 608-31, e anche Grauert, ibid. p. 72. 12 Cfr. Crowe e Cavalcaselle, Ed. italiana, VII, 178 seg. Per i ritratti di Lorenzo cfr. von Kenner, Jahrb. d. kunsthist. Sammlg. d. allerh. Kaiserh., XVIII (1897) e Mntz, Le muse de portraits de Paul Jove, Parigi 1900, p. 78; un busto in terracotta del Pollajuolo (?) riprodotto in Armstrong, Lorenzo de Medici and Florence in the fifteenth century, 1897. Del materiale di ritratti per la storia dei Medici riprodotto in Heyck, Der Mediceer, 1897; per Lorenzo tuttora fondamentale A. von Reumont, Lorenzo de Medici il Magnifico, 1883. 13 Cfr. Appendice II e III. 14 Cfr. nota 15 15 La medaglia dello Spinelli lo ritrae in anni pi avanzati; allepoca dellaffresco di S. Trinita aveva (nato nel 1454) circa 29 anni; il Ghirlandajo ve lo ritrasse come vuol sembrarmi una seconda volta del tutto di profilo sullaffresco del lamento della morte di San Francesco a sinistra della bara; in seguito unaltra volta ancora nel coro di Santa Maria Novella nellannuncio dato a Zaccaria. 16 Nato il 12 agosto 1478. Il suo viso di fanciullo si ritrova senza difficolt nelluomo barbuto ritratto pi tardi dal Bronzino (Heyck, op. cit., fig. 133). Strana ironia del destino: Giuliano che entra nellarte come gioioso fanciullo, guidato dalla mano del Ghirlandajo, lascia il mondo ritrattistico fiorentino come tipo ideale della vitalit precocemente spenta: come duca di Nemours sulla tomba di Michelangelo in San Lorenzo. 17 Nato il 15 febbraio 1471. Cfr. la fig. in Mntz, op. cit., p. 80. 18 Nato l11 dicembre 1475. Cfr. la fig. da Giovio in Mntz, op. cit., p. 80 e il ritratto del Bronzino negli Uffizi. 19 Opera, ed. Basilea 1553, cfr. Appendice IV. Per Matteo Franco, nato nel 1447 cfr. soprattutto I. Del Lungo, Florentia, uomini e cose del Quattrocento, Firenze 1897, p. 422: Un cappellano mediceo. Inoltre leccellente studio di Guglielmo Volpi nel Giornale Storico della Letteratura italiana, vol. XVII (1891): Un cortigiano di Lorenzo il Magnifico (Matteo Franco) ed alcune sue lettere. 20 Cfr. la lettera in Del Lungo, op. cit., p. 441. 21 Giulio, figlio di Giuliano assassinato nel 1478, il futuro papa Clemente VII. 22 Pubblicata da I. Del Lungo, Un viaggio di Clarice Orsini de Medici nel 1485, Bologna 1868, e successivamente Florentia, p. 424 seg.
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Aby Warburg Arte del ritratto e borghesia fiorentina Sulla data 1483 non vorrei insistere troppo nemmeno io; lattuale iscrizione, evidentemente restaurata in modo errato, d come anno del compimento il 1486 invece del 1485; in merito maggiori particolari in un altro articolo; documentato che gi allinizio del 1486 la cappella era libera dallimpalcatura poich a partire dal 1 gennaio iniziano regolarmente le messe. A.S.F., S. Trinita, 65 p. 53. 24 Nato nel 1432. Cfr. per la letteratura del Quattrocento in generale la recentissima esposizione istruttiva di Ph. Monnier, Le Quattrocento, Essai sur lhistoire littraire du XVime sicle italien, 1901. Lettere di Luigi Pulci, pubblicate da Bonghi, 1886. 25 [Cfr. fig. 195 in van Marle, XII]. Fra le teste della deputazione salutatoria riconobbi per prima dalla somiglianza il Poliziano, poi per il Pulci pel ricordo appunto di quellaffresco di Filippino. 26 Angeli Politiani Opera, Basilea 1533, p. 141 segg. 27 Magnifico come puro e semplice titolo, cfr. Reumont, Hist. Jhb. (Grres) 1884, p. 146; il suo significato corrisponde piuttosto a potentissimo [grossmchtig] che a magnifico [prchtig] nellaccezione attuale. 28 Parole proprie di Lorenzo nella Rappresentazione di S. Giovanni e Paolo, ed. Carducci, p. 375. Cfr. in proposito Karl Hillebrand, La politique dans le Mystre in tudes Italiennes, 1868, p. 204 segg. 29 Istorie Fiorentine, alla fine. Trovai questo passo del Machiavelli soltanto dopo avere gi descritto la deputazione salutatoria sulla scala e aver gi fissato la psicologia del carattere popolareggiante in Lorenzo. 30 Cfr. Cerretani: Faceva molti gesti chola persona. 31 Cfr. Levantini-Pieroni, Lucrezia Tornabuoni, Firenze 1888. 32 Il problema stato trattato da Cesare Carocci, La giostra di Lorenzo de Medici, Bologna 1899. 33 Cfr. Kristeller, Early Florentine Woodcuts, 1897, fig. 150. 34 Cfr. Appendice V, p. 144 segg. 35 Cfr. Nascita di Venere e Primavera di Sandro Botticelli (1893). 36 Cfr. Rossi, Il Quattrocento, p. 258. 37 Opera, ed. cit., p. 26. Cal. Maias MCCCCLXXXX. 38 Cfr. la calcografia del cosiddetto Baccio Baldini raffigurante il pianeta Mercurio. 39 Secondo il catasto del 1480 Tommaso sarebbe stato un semplice sensale; comunque, gi nel 1486 p. es. Domenico porta ufficialmente il nome del Grillandaio, il che fa invece pensare che Tommaso fosse direttamente legato alla fabbricazione di gioielli. Cfr. A.S.F., S. Trinita 15, p. 27vo, e anche G. Vasari, Le Vite, ed. Milanesi, III, 280 e 264, 270, 277. 40 Cfr. laneddoto in Vasari, op. cit., III, 270.
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Aby Warburg Arte del ritratto e borghesia fiorentina Sulla sua contesa con i monaci di Santa Maria Novella cfr. il saggio a pp. 211 segg. 42 Laurus invece di Laurentius, per ottenere il giuoco di parole. 43 Andreucci, Il fiorentino istruito nella Chiesa della Nunziata, 1857, che contiene molti preziosi riferimenti a materiale manoscritto. 44 Bibl. Naz., Ms. II. I. 454: Notizie dei Ceraioli e lavoratori dimmagini di Cera in Firenze. 45 Cfr. Novelle, ed. Gigli, 1888, p. 264. 46 Andreucci, op. cit., p. 86: non potere alcuno mettere voto in figura che non fosse uomo di Repubblica ed abile alle arti maggiori. 47 Arch. St. Firenze, SS. Annunziata n. 59, doc. 19. Notizie delle cose memorabili del convento e chiesa della Nunziata, foglio 11. 48 Chimenti di Piero (?). 49 A.S.F. SS. Annunziata, n. 48, Ricordanze 1439-1484, p. 131 v segg. 50 10 giornate di lavoro entro il termine di 12 giorni di calendario. 51 Cfr. Ms. Palagi. La caduta era considerata auspicio infausto per lofferente. 52 A.S.F. SS. Annunziata, n. 50, Ricordanze 1494-1504, foglio 18 seg. Notizie analoghe in Andreucci, op. cit., p. 250 seg. 53 Andreucci, op. cit., p. 86. 54 Cfr. Del Migliore, Firenze citt nobilissima illustrata, 1684, p. 286 seg. che elenca unaltra serie di personalit storiche. 55 1529 rifatto larmagine (sic) di papa Alessandro e la marchesa di Mantova... Ms. Palagi. 56 Cfr. Justi, Michelangelo, p. 231, n. 3. Una statua votiva gotica proveniente dallo stesso ambiente, seppure da epoca anteriore, indicata molto utilmente da Stiasnny, Beilage zur Allg. Ztg., 1898, nn. 289 e 290. 57 Op. cit., III, p. 373 e VIII, p. 87. 58 Cfr. Benndorf, Antike Gesichtshelme und Sepulkralmasken, 1878, p. 70 seg. e Marquardt, Das Privatleben der Rmer, 1886, I, p. 242 seg. 59 Andreucci, op. cit., p. 249. 60 Andreucci, op. cit., p. 287. 61 Tuttora inedito. Bibl. Naz., Ms. II. III. 74. foglio 165v. Reumont, op. cit., II, 420, non sembra essersi servito di un buon manoscritto. 62 Aggiunto dal copista. 63 Scil.: a rischio. 64 Gentile de Bechi. 65 La Vita del Magnifico Lorenzo de Medici il vecchio scritta da Niccol Valori Patrizio Fiorentino, nuovamente posta in luce. Giunti, 1568, a. III r.
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Aby Warburg Arte del ritratto e borghesia fiorentina Angeli Politiani Opera, Basilea 1533. Epist. lib. X, p. 144. Cfr. Carocci, La giostra di Lorenzo de Medici messa in rima da Luigi Pulci. 68 Giostra di Lorenzo in appendice a Ciriffo Calvaneo nelledizione di Giunti, 1572, p. 91. 69 Riprodotta in Kristeller, Early Florentine Woodcuts, 1897, fig. 150. 70 Cfr. la lista del seguito in Del Lungo, Un viaggio di Clarice Orsini de Medici nel 1485 descritto da Ser Matteo Franco, Bologna 1868, (n. XCVIII della Scelta di Curiosit letterarie), p. 7: ... 2 cantori. El compare. Bertoldo scultore. 71 A.S.F., Medic. avanti Princip., n. 104, doc. 85, p. 583vo, 1492 al sguito di Piero in viaggio per Roma ecc.: Matteo Franco, il chonpare della viola, il chardiere della viola (cfr. Reumont, op. cit., II, 353). 72 Sul giornale di questa prima stamperia fiorentina (ancora troppo poco esaminato rispetto alla storia della civilt) cfr. Fineschi, Notizie storiche sopra la stamperia di Ripoli, Firenze 1781. Roediger, Diario della stamperia di Ripoli, Bibliofilo, VIII (1887), IX e X, purtroppo non completato. P. Bologna, La stamperia fiorentina del Monasterio di S. Jacopo di Ripoli e le sue edizioni, in Giorn Stor. d. Lett. ital., 1892 (XX), p. 349 seg., 1893 (XXI), p. 49 seg. Nel giornale si legge 1477. Entrata: a d 3 di giugnio soldi cinquanta sono per una legenda, ci vend el compar Bartolomeo.... Cfr. Roediger, Bibliofilo, VIII, p. 92. 73 Cfr. Flamini, La Lirica toscana del Rinascimento anteriore ai tempi del Magnifico, 1891 e Ph. Monnier, Le Quattrocento, 1901, p. 28 seg. 74 Son. CXLVI, ed. del 1759: Luigi Pulci a Bartolommeo dellAvveduto. 75 In proposito recentemente: Laura Mattioli, Luigi Pulci e il Ciriffo Calvaneo, 1900, p. 9. Cfr. Bibl. Laurenziana, Plut. 44, cod. 30. 76 Che questo Bartolomeo sia quello stesso Bartolomeo da Pisa detto Baldaccio, ricordato altrove come cermatore che vende libri? Cfr. Roediger, op. cit., p. 134. Il 24 novembre 1477 egli riceve in deposito per la vendita mille orationi. Non avr il nostro Bartolomeo anche tramandato la materia del Morgante? 77 Cfr. Carocci, op. cit., p. 33 segg.
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