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PAUL RICOEUR La persona Morcelliana, Brescia 1998”, 37-71. I DELLA PERSONA In un saggio espressamente provocatorio, apparso nella rivista «Esprit» per il suo cin- quantesimo anniversario (gennaio 1983), ho arrischiato la formula: «Muore il personalismo, ritorna la persona». Intendevo suggerire che la definizione di personalismo data da Mounier era, come di buon grado lui stesso riconosceva, connessa ad una particolare costellazione cul- turale e filosofica che non & pid, oggi, la no- stra: l’esistenzialismo e il marxismo non sono pid gli unici rivali, ovvero non sono pid in ter- mini assoluti dei rivali in rapporto ai quali il per- sonalismo dovrebbe definirsi, correndo il rischio di iscrivere se stesso tra i sistemi in -ismo. Concludevo il mio saggio con questa citazione di Mounier, tratta da Qu’est-ce que le person- nalisme?: «Noi assistiamo [...] alle prime si- nuosit& di un cammino ciclico in cui esplora- zioni spinte sino al fondo non vengono abban- donate se non per essere ritrovate pil tardi ¢ pid lontano, arricchite da questo oblio e dalle scoperte cui esso ha liberato la via». 37 D'altro lato, intendevo affermare che la per- sona resta, ancor oggi, il termine pit’ adeguato per dare impulso a ricerche per le quali non sono adeguati, per varie ragioni esposte in quell’occasione, né il termine di coscienza, né quello di soggetto, né quello di individuo. Vor- rei qui presentare alcune di queste ricerche, an- dando oltre i risultati del precedente saggio, ove mi ero limitato a definire la persona me- diante una attitudine, nel senso di Eric Weil, 0, per dirla ermeneuticamente, attraverso la com- prensione quotidiana che ne abbiamo. Facevo in tal modo riferimento, sulla scorta di Paul-L. Landsberg, alla copia costituente il criterio della crisi e quello dell’ impegno — e vi aggiungevo alcuni corollari, quali: fedelta nel tempo ad una causa superiore, accoglimento dell’alterita e della differenza nell’identita della persona. Vorrei qui mettere in gioco le ricerche con- temporanee sul linguaggio, l’azione, il raccon- to, che possono dare alla costituzione etica del- la persona un sostegno, un radicamento com- parabili a quelli che Emmanuel Mounier cerca- va nel Trattato sul carattere. In tal senso, que- sto studio si colloca sulla via tracciata dal Trattato sul carattere. 38 Ho designato quattro piani, o quattro strati, di cid che potrebbe costituire una fenomenologia ermeneutica della persona: linguaggio, azione, racconto, vita etica. D’altronde, si dovrebbe pid correttamente parlare di: uomo parlante, uomo agente (e aggiungerei uomo sofferente), uomo narratore e personaggio del suo raccon- to di vita, e infine womo responsabile. Prima di attraversare, nell’ordine che preciserd, questi strati della costituzione della persona, mi vol- gerei direttamente all’ultimo stadio della mia ricerca, per mutuame la struttura ternaria che in seguito vedrd progressivamente delinearsi nei piani antecedenti di questa costituzione. Con struttura ternaria, intendo questo: se si vuole propriamente distinguere ’etica dalla morale — comprendendo con morale l'insieme degli imperativi, delle norme, dei divieti - si trova una dialettica pid radicale dell’ ethos, in grado di offrire un filo conduttore per la disa- mina degli altri piani della costituzione della persona, In un lavoro in corso di pubblicazione (Sé come un altro), ho avanzato la seguente definizione dell’ethos: auspicio di una vita compiuta - con e per gli altri — all’interno di istituzioni giuste. Questi tre termini mi appaio- 39 no decisivi allo stesso modo per la costituzione etica della persona. Auspicio di una vita compiuta: iscrivendo in tal modo l’etica nella profondita del desiderio, se ne rimarca il carattere di speranza, di ottati- vo, antecedente ogni imperativo. La formula completa sarebbe: Ah!, possa io vivere bene, nell’orizzonte di una vita compiuta e, in questo senso, felice! L’elemento etico di questo auspi- cio o di questa aspirazione si pud esprimere con la nozione di stima di sé. Infatti, quale che sia la relazione con I’altro e con Ia istituzione — di cui parlerd pitt avanti -, non si avrebbe un Soggetto responsabile se questo non fosse in grado di stimare se stesso in quanto capace di agire intenzionalmente, vale a dire in base a ponderate ragioni, ed inoltre non fosse in gra- do di iscrivere le proprie intenzioni nel corso delle cose, attraverso iniziative che intrecciano Vordine delle intenzioni con quello degli even- ti del mondo. La stima di sé, cosi intesa, non & una raffinata forma di egoismo 0 di solipsi- smo. Il termine sé mette qui in guardia nei confronti della riduzione ad un io incentrato su se stesso. In questo senso, il sé cui @ rivolta la stima — nell’espressione stima di sé - @ il ter- mine riflessivo di ogni persona grammaticale. Pure la seconda persona, di cui in seguito si 40 evidenziera ’irruzione, non sarebbe una perso- na se non potessi supporre che, nel rivolgersi a me, essa & consapevole di potersi designare come colei che si rivolge a me, dimostrandosi cosi ca- pace della stima di sé, determinata dall’inten- zionalita e dall’iniziativa. Lo stesso accade per la persona intesa alla terza persona — egli, ella =, che non & solo la persona di cui parlo, ma la persona che pud diventare un modello narrati- vo o un modello morale. Ne parlo alla terza persona, come fonte della stessa stima di sé: stima che assumo designando me stesso come l’autore delle mie intenzioni e delle mie inizia- tive nel mondo. E questo il primo termine del- la triade costitutiva dell’ ethos personale. Tl secondo termine é caratterizzato dall’espres- sione: con e per gli altri, Propongo di dare il nome di sollecitudine a questo movimento del sé verso I’altro, che risponde alla chiamata del sé da parte di un altro, di cui pid avanti evi- denzieremo gli aspetti linguistici, pratici e nar- rativi. Benché sottoscriva le analisi di Levinas sul volto, l’esteriorita, I’alterita, perfino il pri- mato dell’appello venuto dall’altro sul ricono- scimento di sé da parte di sé, mi pare che Vistanza etica pid profonda sia quella della re- ciprocita, che costituisce I’altro in quanto mio simile e me stesso come il simile dell’altro. 41 Senza reciprocita — 0, per usare un concetto caro a Hegel, senza riconoscimento — I’alterita non sarebbe quella di un altro da sé, ma Vespressione di una distanza indiscernibile dall’assenza. Altro mio simile: questa & V’aspi- razione dell’etica nei confronti del rapporto tra Ia stima di sé e la sollecitudine. E nella amicizia che similitudine e ricono- scimento pid si avvicinano all’eguaglianza tra due insostituibili. Ma, nelle forme di sollecitu- dine segnate da una forte diseguaglianza ini- ziale, @ il riconoscimento a ricostituire la solle- citudine. Cosi, nella relazione tra maestro e al- lievo, che alla fine sottost’ a tutte le analisi di Emmanuel Levinas, la superiorit’ del maestro sull’allievo si differenzia dalla superiorita del signore, nel senso hegeliano del termine, nei confronti del servo o dello schiavo, solo grazie alla capacita di riconoscimento della supe- riorit&, che segretamente agguaglia il rapporto asimmetrico di istruzione o di insegnamento; in senso opposto, quando la sollecitudine va dal pitt forte al pit debole, come nel caso della compassione, @ di nuovo la reciprocita dello scambio e del dono a far si che il forte riceva dal debole un riconoscimento che diventa V’anima segreta della compassione del forte. In tal senso, concepisco la relazione del sé 42 con il proprio altro come la ricerca di una eguaglianza morale attraverso le diverse vie del riconoscimento. La reciprocit’, manifesta nell’amicizia, @ l’impulso nascosto delle forme diseguali della sollecitudine. Si sara osservato che non ho ridotto la dia- lettica dell’ ethos al confronto tra la stima di sé e la sollecitudine. Sullo stesso piano di quest’ ulti- ma ho posto I’auspicio di vivere all’interno di istituzioni giuste. Introducendo il concetto di istituzione, introduco una relazione all’altro che non consente d’essere ricostruita sul mo- dello dell’ amicizia. L’altro é chi mi sta di fron- te (vis a vis) ma senza volto, il ciascuno di una distribuzione giusta. Non affermerd che la ca- tegoria del ‘ciascuno’ si identifichi con quello dell’anonimo, sulla scorta di una identificazio- ne affrettata con il «si» di Kierkegaard e di Heidegger. Il ‘ciascuno’ @ una persona distinta, ma la raggiungo solo attraverso i canali delle istituzioni. Va da sé che richiamo qui la disa- mina aristotelica della giustizia, che si protrae fino ai trattati medioevali. Non @ un caso che la forma pid significativa di giustizia sia defi- nita giustizia distributiva. Per distribuzione non si deve qui intendere un fenomeno sempli- cemente economico, che completi le operazio- ni di produzione. E legittimo concepire ogni 43 istituzione come uno schema di distribuzione, ove le parti da distribuire non sono solo dei beni e delle merci, ma diritti e doveri, obblighi e impegni, vantaggi e svantaggi, responsabilit& e onori. Il problema della giustizia diventa un diffi- cile problema etico perché nessuna societa & stata in grado, e nemmeno é riuscita a proporsi una distribuzione eguale non solo, un’altra vol- ta, tra i beni e i redditi, ma anche tra gli impe- gni e le responsabilita. E a questo problema della giustizia, in una ripartizione diseguale, che si applica propriamente, dopo Aristotele, Videa di giustizia distributiva, Non mi dilun- gherd sulla nozione di eguaglianza proporzio- nale, con la quale Aristotele definisce la giusti- zia distributiva. La considererd solo come pun- to d’avvio di un lungo processo argomentativo che si prolunga fino alla nostra epoca e di cui Vopera di John Rawls, in Teoria della giusti- zia™, rappresenta l’esempio piu significativo. E proprio questa mediazione delle strutture di di- stribuzione, alla ricerca di una proporzionalit) degna di essere definita equa, che distingue la relazione all’altro nella istituzione dalla rela- 24, Tr. it. a cura di $. Maffettone, Feltrinelli, Milano 1982. 44 zione di amicizia nel facia a facia. Di Rawls prenderd in considerazione solo la suggestione che — a differenza dell’utilitarismo anglosasso- ne, ove la giustizia si definisce come la ricerca del vantaggio massimo per il maggior numero — la giustizia, nelle ripartizioni diseguali, & de- finita dalla massimizzazione delle chances del- la parte pid debole. In questa attenzione nei confronti del pid svantaggiato, si ritrova ’equiva- lente della ricerca di riconoscimento sul piano dell’amicizia e delle relazioni interpersonali. Ma non si deve attendere dalla relazione di giustizia, in un sistema di distribuzione, lo stesso genere di intimitA cui tendono le relazioni inter- personali suggellate dall’amicizia: il che, esat- tamente, fa della categoria del ciascuno una categoria irriducibile all’altro della relazione amorosa 0 amicale. Questa incapacitA del ‘cia scuno’ a farsi eguale all’amico non implica af- fatto una inferiorit etica: la grandezza etica 25. I riferimento @ alla regola del maximin (contrazione di jorum). Tale regola, nell’ambito della teoria della giustizia, @ riferita ai rapporti tra i pid e i meno svantag- iat modo il sistema sociale & considerato «dal punto di Vista dell'individuo rappresentativo pid svantaggiato. Le ine~ guaglianze sono permesse quando massimizzano, 0 almeno contribuiscono generalmente a migliorare, le aspettative di lun- {g0 periodo del gruppo meno fortunato della societ’» (J. Rawl ‘op. cit, pp. 136-137; eft. pp. 138-141, 155) [nd. 45, del ‘ciascuno’ é indiscernibile dalla grandezza etica della giustizia, secondo la celebre formu- Ja romana: attribuire a ciascuno il suo dovuto. Prima di proseguire, a ritroso, dalla sfera etica a quella che la precede nell’ordine gerar- chico inizialmente proposto, desidererei com- parare l’analisi brevemente tracciata con una struttura analoga che ritrovo in Emmanuel Mounier, ad esempio allorquando egli parla di «tivoluzione personalista e comunitaria». Si sara osservato come Mounier proponga una dialettica a due termini: persona e comunita. La mia formula a tre termini — stima di sé, sollecitudine, istituzioni giuste — mi pare com- pleti, pid che respingere, la formula a due ter- mini. Io differenzio le relazioni interpersonali, il cui emblema é l’amicizia, dalle relazioni isti- tuzionali aventi per ideale la giustizia. Questa differenza mi parrebbe proficua per il persona- lismo stesso. Infatti, in particolar modo nelle prime annate della rivista «Esprit», la peculia- rita del rapporto istituzionale risultava occulta- ta dalla utopia di una comunita, che in qual- che modo era I’estrapolazione dell’ amicizia. L’opposizione tra comunita e societa, che tro- viamo in alcuni pensatori tedeschi di inizio se- colo, mette capo alla medesima utopia di una comunita di uomini e donne che sarebbe una 46 “persona di persone’. In tal modo risulta molto difficile discernere ’'autonomia del piano poli- tico dal piano morale: se v’é una differenza iriducibile tra i due piani, essa sta proprio nel fatto che la politica ha attinenza con la distri- buzione del potere in una societ& data. Deter minando cosi, sotto il termine di potere, cid che @ da distribuire, suddividere, il politico si iscrive nella sfera della idea di giustizia per quel- lo che essa ha di incomparabile, in forza del suo carattere distributivo, all’amore, all’amici- zia, che non conoscono questo genere di me- diazione. Differenziando chiaramente tra rela- zioni interpersonali e relazioni istituzionali, si rende piena giustizia alla dimensione politica dell’ ethos. Nel contempo, si libera ’idea co- munitaria da un equivoco che alla fine le impe- disce di dispiegarsi pienamente in quelle regio- ni delle relazioni umane dove I’altro resta sen- za volto, senza per questo rimanere senza dii . Differenziando in tal modo nettamente tra amicizia e giustizia, si conserva la forza del faccia a facia, donando nel contempo un po- sto al ‘ciascuno’ senza volto. Detto altrimenti, con il termine altro occorre intendere due idee diverse: V’altro e il ‘ciascuno’. L’altro dell’ami- cizia e il ‘ciascuno’ della giustizia. Nel mede- simo tempo, non li si divide essendo costituti- 47 vo della idea di ethos comprendere in una uni- ca formula, ben articolata, la cura di sé, la cura dell’altro ¢ la cura dell’istituzione. Questa triade ci sara ora di aiuto per ridisegnare una idea pit ricca della persona, alla luce delle ricerche at- tuali sul linguaggio, sull’azione e sul racconto. 1 Una ripresa, oggigiomo, dell’idea di perso- na ha tutto I’interesse a dialogare con le filoso- fie ispirate da quella che si @ chiamata la svolta linguistica. Non che tutto si riduca al linguag- gio, come talora con eccesso @ affermato nelle concezioni in cui il linguaggio ha perso il pro- prio riferimento al mondo della vita, a quello della azione e a quello delle relazioni interper- sonali. Ma, se non tutto si riduce a linguaggio, tutto, nell’esperienza, accede al senso solo se & portato al linguaggio. L’espressione «portare Pesperienza al linguaggio» induce a considera- re 'uomo parlante, se non come ’equivalente dell’uomo in quanto tale, quanto meno come la condizione primaria dell’uomo in quanto tale. Sebbene, tra pochissimo, saremo condotti a fare della categoria dell’agire la categoria pid importante della condizione personale, l’agire 48 specificatamente umano si differenzia dal com- portamento animale, e a maggior ragione dal movimento fisico, per il fatto che deve essere detto, vale a dire portato al linguaggio, in modo da risultare significante. Qual 8 I'apporto delle filosofie del linguaggio alla nostra ricerca sulla persona? Gli apporti del- la filosofia linguistica ad una filosofia della persona si possono suddividere su due piani. Il primo piano, quello della semantica, da Voccasione per un primo profilo della persona in quanto singolarita. Il linguaggio, infatti, @ strutturato in modo tale da poter designare de- gli individui, sulla base di specifici operatori di individualizzazione, quali le descrizioni defini- te, i nomi propri e i deittici, compresi gli ag- gettivi e i pronomi dimostrativi, i pronomi per- sonali, i tempi verbali. Va da sé che tutti gli individui presi in considerazione grazie a que- sti operatori non sono delle persone. Le perso- ne sono degli individui di una certa specie. Ma noi siamo precipuamente interessati alla singo- larit& delle persone. Ora, il linguaggio ci con- sente un tale intento individualizzante grazie a questi operatori, che permettono di designare una persona, ¢ una sola, e di distinguerla tra tutte le altre. E una parte di cid che definiamo identificazione. 49 ‘A questa prima proprieta del linguaggio si congiunge un vincolo pid specifico, che dipen- de ancora dal livello della semantica, conside- rata dal punto di vista delle implicazioni refe- renziali. In forza di questo vincolo ~ al quale dedicata la classica opera di Peter Strawson, Individui> — non ci & possibile identificare un particolare dato senza classificarlo o tra i corpi, © tra le persone. La persona appare quindi come un particolare di base, come uno di quei particolari ai quali ci dobbiamo riferire quando parliamo, come facciamo, in rapporto alle componenti del mondo. Il linguaggio ordinario &, a questo proposito, una notevole riserva del- Ie pid fondamentali operazioni linguistiche, ri- guardanti V'identificazione in termini di parti- colari di base. Tre vincoli sono connessi alla statuto delle persona in quanto particolare di base. In primo luogo, le persone devono essere dei corpi per poter essere anche delle persone. Secondariamente, i predicati psichici, che dif- ferenziano le persone dai corpi, sono attribui- bili alla medesima entita, cosi come i predicati comuni, ad esempio i predicati fisici, sono at- tribuibili alle persone e ai corpi. In terzo luogo, i predicati psichici sono siffatti da conservare 26, Tr. it. di E. Bencivenga, Feltrineli, Milano 1978. 50 il medesimo significato, tanto se sono applicati fa se stessi o a qualchedun altro (per cui io comprendo la parola paura o la parola deside- rio indipendentemente dalla sua applicazione a me stesso 0 a ogni altro). Ben si vede come, a questo livello del discorso, la persona non sia ancora un sé, nella misura in cui non & consi- derata una entita in grado di designare se stes- sa. E una delle cose rispetto alle quali parlia~ mo, vale a dire una entita a cui facciamo riferi- mento. Non di meno, questo adempimento del Iinguaggio non deve essere sottostimato, nella misura in cui, riferendosi alle persone in quan- to particolari di base, attribuiamo uno statuto logico elementare alla terza persona grammati- cale — egli, ella -, sebbene sia solo a livello pragmatico che la terza persona diventa pid che una persona grammaticale: per l’appunto, un sé. Questa piena legittimazione delle terza persona, nel nostro discorso sulla persona, & confermata dal ruolo che la letteratura assegna ai protagonisti della maggior parte dei nostri racconti, che per lo pit sono racconti in egli ella, pid che racconti coniugati alla prima per- sona (0 autobiografie). Ma l’apporto della linguistica ad una filoso- fia della persona risulta pitt determinante sul piano della pragmatica che su quello della se- 51 mantica. Con pragmatica intendo lo studio del linguaggio nelle situazioni del discorso nelle qua- Ii il significato di una proposizione dipende dal contesto di interlocuzione. E a questo stadio che I’io e il tu, implicati nel contesto di interlo- cuzione, possono essere per la prima volta te- matizzati. Il modo migliore per chiarificare questo punto & porsi nel contesto della teoria degli atti di discorso (speech acts) e fare riferi- mento alla distinzione tra ato locutorio e atto illocutorio. L’atto locutorio @ la semplice pro- posizione: «la carta @ sul tavolo». La forza illo- cutoria dell’enunciazione @ diversa, a seconda che il discorso sia una semplice constatazione come nell’esempio fatto, 0 una promessa, un avvertimento, una minaccia: in questo caso si pud asserire che il linguaggio fa qualcosa. Quando affermo: «prometto di ridarvi il libro che mi avete prestato», io faccio qualche cosa. La semplice affermazione: «io prometto» fa si che io sia realmente impegnato. Si riscopre qui la nozione di impegno, cara alla tradizione per- sonalista, ma ora sostenuta da puntuali analisi degli atti di discorso. L’impegno del locutore nel suo discorso risulta espresso dalla forza il- locutoria degli atti di discorso. Detto questo, che ne @ della struttura triadica individuata a livello della costituzione etica della persona? 52 Ecco la mia tesi: & possibile ridefinire la teoria degli atti di discorso, e per suo mezzo tutta la pragmatica, sulla base della triade ana- lizzata nell’ ethos morale. Il corrispettivo della stima di sé, sul piano della pragmatica, @ rappresentato dall’«io par- lo» implicato in ognuna delle configurazioni degli atti di discorso. Tutti gli atti di discorso possono essere riscritti in questo modo: «io di- chiaro», «io prometto», «io avverto», ecc. Risulta evidente il progresso nella determina- zione della persona in quanto sé: mentre sul piano della semantica la persona era solo una delle cose di cui parliamo, sul piano della pragmatica la persona & immediatamente desi- gnata come sé, nella misura in cui il soggetto parlante designa se stesso tutte le volte che specifica V'atto illocutorio in cui impegna la propria parola. Sarei tentato di affermare che & innanzitutto come locutore in grado di designa- re se stesso che la stima di sé 2 anticipata nel suo significato pre-morale. Quanto alla relazione con l’altro, & chiara- mente posta in gioco nel contesto dell’interlo- cuzione che la pragmatica considera allorché si differenzia dalla semantica. Il discorso potreb- be essere cosi definito: «qualcuno dice qualco- sa su qualche cosa a qualchedun altro». Dire 53 qualcosa su qualche cosa: & il nucleo semanti- co del discorso. Ma che qualcuno si rivolga a qualchedun altro: qui sta la differenza tra il di- scorso effettivo ed una semplice proposizione logica. E notevole che, in questa relazione di interlocuzione, i due poli del discorso siano al pari implicati in quanto, nel contempo, desi- gnanti se stessi e rivolti all’altro. In verita, Pespressione «tivolgersi all’altro» implica il rovesciamento: qualchedun altro si rivolge a me ed io rispondo. Ritroviamo qui il problema, posto sopra, del riconoscimento: in un certo senso, si pud affermare che & I’altro a prendere Viniziativa e che io mi riconosco come persona nella misura in cui sono, per usare I'espressio- ne di Jean-Luc Marion, interpellato 0, meglio, interloquito (interloqué). Ma io non sarei colui al quale @ rivolta la parola se, nel medesimo tempo, non fossi in grado di designare me stes- so come colui al quale & rivolta la parola. In tal senso, anche autodesignazione e allocuzione risultano reciproche, cosi come sopra lo erano Ia stima di sé e la sollecitudine. Desidererei, prima di abbandonare il piano del linguaggio, dire ancora una cosa: non sono solo I’io e il tu ad essere in tal modo portati in primo piano dal processo di interlocuzione, ma il linguaggio stesso come istituzione. Noi par- 54 liamo — ovvero io parlo, tu parli, egli parla — ma nessuno crea il linguaggio; lo mette solo in movimento, o meglio: in opera, nell’istante in cui prende Ia parola, come @ ben detto nell’e- spressione popolare. Ma prendere la parola si- gnifica assumere la totalita del linguaggio come istituzione che mi @ anteriore e, in qual- che forma, mi autorizza a parlare. A tal riguar- do, la correlazione tra il linguaggio come isti- tuzione e il discorso come locuzione e allocuzio- ne costituisce un modgllo intrascendibile per ogni relazione tra le istituzioni di tutti i generi (politico, giudiziario, economico ecc. ...) € le interrelazioni umane. Per lingua, si deve qui intendere non solo le regole che sovrintendono alla costituzione dei sistemi fonologici, lessica- li, sintattici, stilistici, ecc., ma anche l’accumu- lazione delle «cose dette» prima di noi. Nasce- re significa apparire in un mondo dove si é gia parlato prima di no’ La triade linguistica — locuzione, interlocu- zione, linguaggio come istituzione — risulta in tal modo strettamente.omologa alla triade del- Vethos: stima di sé, sollecitudine, istituzioni giuste. Questa omologia diventa una autentica implicazione reciproca nel caso di alcuni atti di discorso, come la promessa. La promessa con- giunge infatti la triade linguistica e la triade 55 etica. Da un lato, la promessa @ un atto di di- scorso tra gli altri: implica solamente la regola costitutiva per la quale affermare «io promet- to» significa sottomettersi all’obbligo di fare qualche cosa. Ma questo impegno coinvolge pid che se stessi. Che cosa é, effettivamente, che mi obbliga a mantenere la mia promessa? Tre cose: da un lato restare fedeli alla propria promessa significa conservare se stessi nella identita di colui che ha detto e di colui che domani fara. Questo mantenimento di sé an- nuncia la stima di sé. D’altro lato, 2 sempre a qualcheduno che si promette: «Ti prometto di fare questo o quello»; qui si compie il rove- sciamento che abbiamo visto a riguardo del re- ciproco riconoscimento: mi sento legato a me stesso perché c’é qualcuno che conta su di me, attende che tenga fede alla mia promessa. Infi- ne, 'obbligo di mantenere la propria promessa equivale all’ obbligo di proteggere l’istituzio- ne del linguaggio, nella misura in cui essa, a causa della sua struttura fiduciaria, si fonda sulla fiducia di ciascuno nella parola di ognuno; a questo proposito, il linguaggio ap- pare non solo come una istituzione, ma anche come una istituzione di distribuzione: distribu- zione della parola, se cosi si pud dire. Nella promessa, la struttura triadica del discorso e la 56 struttura triadica dell’ethos si sovrappongono vicendevolmente. Il Intenderei ora soffermarmi sulla persona in quanto soggetto agente e sofferente. Qui, la teoria della persona riceve un significativo aiu- to da quella che oggi @ chiamata teoria dell’azione. Questateoria, molto diffusa nel mondo anglosassone, si fonda su una analisi linguistica di frasi d’azione del tipo «A fa X nelle circostanze Y». E evidente come la logi- ca di queste frasi d’azione sia irriducibile a quella della proposizione attributiva «S & P». Non mi dilungherd su questo aspetto che ri- guarda la semantica dell’azione, in modo da concentrare la mia disamina sulla implicazione dell’agente nell’azione. E questo un problema molto imbarazzante per la teoria dell’azione. In effetti, essa ha focalizzato la sua attenzione sulla relazione tra due questioni poste dall’azione umana. La prima 2 quella sopra accennata ri- guardo il senso delle proposizioni che si riferi- scono ad azioni umane. Si potrebbe affermare che questa ricerca risponde alla domanda che cosa? Il secondo campo di ricerca & stato quel- ST lo della motivazione dell’azione e di tutta la problematica che gravita attorno alla domanda perché?; in tal modo, si & potuto afffermare che una azione é intenzionale nella misura in cui la domanda perché? richiede come risposta non una causa fisica, ma un motivo psicologi- co, pili esattamente una ragione per la quale Vazione é fatta. Rimane la domanda chi? attor- no a cui gravitano tutte le pid insidiose diffi- colta. Approssimativamente, si pud dire che la problematica della persona si identifica, nel campo dell’azione, con la problematica del chi? (chi ha fatto cid? perché?). Ora, l’attribuzio- ne dell’azione ad un agente si rivela un’attribu- zione incomparabile a quella di un predicato al suo soggetto logico; @ per questo che, nella teoria dell’azione, si & sovente riservato un ter- mine tecnico, con valenza di neologismo, per dire questa attribuzione sui generis: & cosi che si parla di ascrizione per differenziare i rappor- ti dell’azione al suo agente dalla attribuzione di un predicato ad un soggetto logico. L’ascrizione ha una certa familiarita con quel che, sul piano morale, si definisce imputa- zione. Epperd non si dovrebbe troppo affretta- tamente dare alla ascrizione una coloritura mo- rale. L’imputazione morale presuppone, pid o meno, una incriminazione, e quindi la possibi- 58 lit di considerare I’agente colpevole o no. L’ascrizione @, nel contempo, pit semplice e pid oscura; pitt semplice perché non necessa- riamente ha una coloritura morale: mira unica- mente ad attribuire un segmento del movimen- to nel mondo a qualcheduno che @ detto esser- ne l’agente. Ma questo rapporto, considerato nella sua dimensione premorale, @ molto oscu- ro poiché ci riporta all’antico problema della potenza e dell’atto. Ir linguaggio ordinario non ha nessuna difficolta ad ammetterlo. Infatti, per il linguaggio ordinario un aspetto specifico dell’azione & di poter essere riferita a qual- cheduno che @ detto capace di fare; ma que- sto potere di agire dell’agente si enuncia solo attraverso metafore, come paternita, dominio, proprieta (essendo quest’ultima incorporata nella grammatica degli aggettivi e dei pronomi possessivi). Qui la nostra triade dell’ethos pud essere di aiuto come guida per orientarsi nella proble- matica del chi? in quanto distinta da quella del che cosa? e del peyché? dell’azione. Il chi? dell’azione mostra la medesima struttura triadi- ca dell’ethos morale. Da un lato non ¢’é agente che non possa designare se stesso in quanto autore responsabile dei propri atti. Ritroviamo in tal modo le due componenti della stima di 59 sé: la capacita di agire intenzionalmente ¢ quella di produrre, attraverso la nostra iniziati- va, degli efficaci cambiamenti nel corso delle cose; @ innanzi tutto in quanto agenti che noi ci stimiamo. Ma, d’altro lato, I’azione umana si concepisce solo come interazione, sotto innu- merevoli forme che vanno dalla cooperazione alla competizione ed al conflitto. Quel che, a partire da Aristotele, si chiama praxis implica una pluralita di agenti che vicendevolmente si influenzano, nella misura in cui agiscono insie- me sull’ordine delle cose. E qui che interviene la terza componente dell’ethos: non v’é azione che non si riferisca a quelli che, nella teoria dell’azione, sono chiamati «modelli di eccel- lenza»2’ (étalons d’excellence). E il caso dei mestieri, dei giochi, delle arti, delle tecniche, che non si possono definire senza far riferimento a precetti (tecnici, estetici, giuridici, morali ece.) che determinano il livello di riuscita o fallimento di una data azione. Ora, questi pre- cetti sono anteriori a ciascuno dei soggetti agenti, considerati individualmente o anche in relazione di interazione. Sono delle tradizioni 27. Il riferimento @ alla teoria di A. MacIntyre degli stan- dars of excellence: cft. Soi-méme comme un auire, cit, p. 207 (we. it. p. 271) (nde). 60 suscettibili certo di revisione attraverso l’uso, ma che inseriscono I’azione di ciascuno in un complesso significante e regolato, in forza del quale & possibile affermare che un pianista & un buon pianista, un medico un buon medico. In tal senso, le strutture valutative e normative implicate nei ‘modelli di eccellenza’ sono delle istituzioni. In tale contesto, il termine istituzione non deve essere considerato in senso politico, nemmeno giuridico 6 morale, ma nel senso di una teleologia regolatrice di una azione, il cui mi- glior esempio & dato dalle regole costitutive di un gioco come quello degli scacchi. EB come per il rapporto tra listituzione del linguaggio e le parole scambiate: in un gioco quale gli scac- chi, non dipende da nessuno dei giocatori che il valore di ognuno dei pezzi del gioco sia defi- nito dalle regole d’uso che questi giocatori ac- cettano; inversamente, da queste regole costitu- tive non si pud desumere chi vincera la partita in corso. La partita rappresenta qui l’equiva- lente dello scambio di parole nella situazione interlocuzione. Nesstino pud presagire cosa di- verra la conversazione: accordo o diverbio. Lo stesso vale per il gioco degli scacchi: ogni partita @ aleatoria, sebbene le regole siano fissate. Da tali brevi accenni, ricavo che si deve dare un senso 61 pre-morale — 0 meglio, pre-etico — alla stessa dimensione della prassi umana. Ma il passaggio dal piano pratico — 0 praxis —a quello etico @ facile a vedersi tanto quan- to, nel caso della promessa, il passaggio dal piano linguistico al piano etico. A permettere che la praxis si presti a considerazioni etiche & una particolarita fondamentale dell’interazione umana: per un agente, agire significa esercitare un potere-su un altro agente. Pid precisamente, questa relazione, espressa con il termine pote- re-su, mette I’uno di fronte all’altro un agente e un paziente; @ fondamentale per la teoria dell’azione completare la disamina dell’agire con quella del patire: l’azione @ subita da qual- chedun altro. Su questa asimmetria basilare dell’azione si innestano tutte le perversioni dell’agire culminanti nel processo di vittimiz- zazione: dalla menzogna e dalla furberia fino alla violenza fisica e alla tortura, la violenza s’instaura tra gli uomini come il male fonda- mentale, iscritto in filigrana nella relazione asimmetrica tra l’agente e il paziente. Appunto qui I’etica dell’interazione si defi- nisce in rapporto alla violenza e, al di 1A della violenza, in relazione alla possibilita di vitti- mizzazione iscritta nel rapporto agire-subire. La regola etica si enuncia quindi nei termini 62 della Regola d’oro: «non fare all’altro cid che non vorresti ti fosse fatto». Si osservera che, nella sua pid elementare formulazione, la Regola d’oro mette a confronto non due agenti, ma un agente e un paziente. Si instaura in tal modo un preciso rapporto tra la Regola d’oro e la giustizia distri- butiva, che abbiamo visto culminare nel princi- pio di Rawls, ovvero la massimizzazione delle chances della parte svantaggiata in una riparti- zione diseguale. 3 sempre la diseguaglianza tra agenti a porre il ptoblema etico nel cuore della struttura non egualitaria dell’ interazione. Ma questa correlazione tra la teoria dell’azio- ne ¢ teoria dell’etica deve essere considerata in base alla sua rigorosa reciprocitd. Se la teoria della prassi sbocca naturalmente in una teoria morale e politica della distribuzione giusta, sono per contro le strutture fondamentali dell’azione — nella forma delle domande chi?, che cosa?, perché? — a dare una base ontologica all’etica. V'8 etica solo per un essere capace non solo di autodesignarsi come locutore, ma pure in gra- do di autodesignarsi in quanto agente della sua azione. E in codesto modo che si congiungono la triade etica — cura di sé, cura dell’altro, cura dell’istituzione — e la triade prassica: ascrizione dell’azione al suo agente, interazione che acca- de tra agenti e pazienti, ‘modelli di eccellenza’ 63 che determinano i gradi di riuscita e di compi- mento degli agenti e dei pazienti nei mestieri, nei giochi e nelle arti. IV Intenderei ora, nella parte finale della mia esposizione, dire qualche cosa sulla mediazione narrativa che propongo di introdurre tra il piano della praxis, 0 delle pratiche, e quello dell’eti- ca, da cui abbiamo tratto il ritmo ternario delle nostre analisi. Quali particolari problemi pone questo passaggio dal narrativo? Fondamental- mente, i problemi connessi alla considerazione del tempo nella costituzione della persona. Si sara osservato che non ne abbiamo affatto ac- cennato nella nostra disamina dell’interlocu- zione, né in quella dell’interazione, e nemme- no nella nostra determinazione dell’ ethos: cura di sé, cura dell’altro, cura dell’ istituzione. Ora, quel che fa problema @ il semplice fatto che la persona esiste sotto il regime di una vita che si snoda dalla nascita alla morte. In cosa consiste quel che si pud definire la concatenazione di una vita? Detto in termini filosofici: @ questo il problema dell’identita. Cosa permane identico nel corso di una vita umana? E facile osservare 64 come questa domanda sia la prosecuzione di quella del chi?, attraverso la quale abbiamo in- trodotto l’analisi dell’agente in quanto soggetto dell’azione. Domandandoci: chi é l’agente? a- vremmo potuto gia chiederci: chi @ il locutore del discorso? Chi parla? La questione dell’identita @ propriamente quella di questo chi? Una veloce disamina del concetto di identita mostra il suo equivoco di fondo. Con identita possiamo comprendere due cose differenti: la permanenza di una Sostanza immutabile che il tempo non intacca, In tal caso parlerei di me- desimezza (mémeté). Ma abbiamo un altro mo- dello di identita, lo stesso presupposto nel pre- cedente esempio della promessa: esempio che non implica alcuna immutabilita. Anzi, il pro- blema della promessa @ proprio quello del mantenimento di un sé, nonostante quelle che Proust chiamava le vicissitudini del cuore. In cosa consiste questo mantenimento implicito nella forma di una promessa? Suggerisco di di- stinguere qui tra l’identita idem, che ho definito medesimezza, e I’identita ipse, cui corrisponde il concetto, forse troppo dotto, di ipseita. Non mi voglio limitare a contrapporre me- ramente e unicamente medesimezza e ipseita, come se la medesimezza corrispondesse alla domanda che cosa? e Vipseita alla domanda 65 chi? In un certo senso, la domanda che cosa? & interna alla domanda chi? Posso declinare la domanda «chi sono io?» senza interrogarmi su «quel che sono io»? La dialettica della medesi- mezza e dell’ipseita risulta in tal modo immanen- te alla costituzione ontologica della persona. Faccio qui intervenire la dimensione narrati- va: infatti, la dialettica di medesimezza e ipsei- ta si gioca nello svolgimento della storia rac- contata. Lo strumento di questa dialettica & la costruzione dell’intreccio che, da un pulviscolo di eventi ed episodi, ricava l’unita di una sto- ria. Non @ solamente l’azione ad essere, in tal modo, posta nell’intreccio, ma gli stessi perso- naggi della storia raccontata: si pud dire che sono posti nell’intreccio allo stesso titolo e nel medesimo tempo dell’azione raccontata. Par- tendo da qui, si pud rendere conto della dialet- tica tra medesimezza e ipseita: ovvero, della dialettica dell’identita personale. La si pud de- terminare attraverso i suoi due estremi. Da un lato vi pud essere una corrispondenza quasi completa tra la coerenza del personaggio della storia e la fissitd di un carattere che consente di identificarlo come identico da un capo all’altro della storia. E all’incirca quel che avviene nel- le fiabe e nei racconti folcloristici, e perfino nel romanzo classico alle sue origini. Ma, al 66 lato opposto, siamo di fronte a casi inquietanti, ove V’identita del personaggio pare dissolversi completamente, come nei romanzi di Kafka, Joyce, Musil, e, in generale, nel romanzo post- classico. Questo vuol dire che ogni identita svanita? Per niente. Perché saremmo ancora in- teressati al dramma del disfacimento dell’iden- tita-medesimezza, se questo dramma non met- tesse in risalto il carattere straziante della do- manda Chi?,\Chi sono io? Si potrebbe affer- mare che, in questo caso estremo, la domanda chi sono io? & privata del sostegno della do- manda che cosa sono io? L’ipseitd si @ in qual- che forma dissociata dalla medesimezza. Se co- desto & proprio il senso di queste esperienze di pensiero molto presenti nella letteratura con- temporanea, possiamo affermare che la vita or- dinaria si muove tra i due poli della corrispon- denza quasi totale tra ipseita e medesimezza, e della loro dissociazione quasi totale. Non mi soffermerd ulteriormente su questa dialettica, in modo da concentrarmi sulla do- manda centrale: quale insegnamento pud rica- vare una filosofia della persona da questa dia- lettica dell’identita personale? Pid esattamente, la mediazione narrativa ci consente di ritrova- te, e nel caso arricchire, la struttura ternaria che costituisce la cellula melodica di tutto que- 67 sto studio? Non vorrei arrendermi allo spirito di sistema, inventandomi false risposte. Mi li- miterd quindi a successive analogie, senza vo- lerne ricavare uno stretto parallelismo. Direi, in primo luogo, che al termine inizia- Je della nostra struttura ternaria dell’ ethos per- sonale, la stima di sé, corrisponde il concetto di identita narrativa, con il quale definisco la coesione di una persona nella concatenazione di una vita umana. La persona designa se stessa nel tempo come I’unita narrativa di una vita — vita che riflette la dialettica di coesione e dispersio- ne esibita dall’intreccio. In questo modo, la fi- losofia della persona potrebbe essere emanci- pata dai falsi problemi originati dal sostanziali- smo greco. L’identita narrativa si sottrae all’aut-aut del sostanzialismo: o l’immutabilita di un nocciolo intemporale, 0 1a dispersione nelle impressioni, come si pud osservare in Hume e in Nietzsche. In secondo luogo, l’elemento dell’alterita — che figura, sotto il titolo di sollecitudine, come secondo momento nella struttura ternaria ini. ziale — ha il suo corrispettivo narrativo nella costituzione stessa dell’identita narrativa. E questo in tre forme differenti. Innanzitutto, Videntita narrativa di una vita integra la disper- sione, I’alterita, rivelata dalla nozione di even- 68 to in forza del suo carattere contingente e alea- torio. Quindi, e questo @ forse ancor pid impor- tante, ogni storia di vita, lungi dall’essere chiu- sa in se stessa, si ritrova inviluppata in tutte le storie di vita con le quali ognuno @ mischiato. Si pud dire che la storia della mia vita & segmento della storia di altre vite umane, ad iniziare da quella dei miei genitori, proseguen- do con quella dei miei amici e, perché no, dei miei avversari, Quel che abbiamo sopra afferma- to dell’azione in quanto interazione ha il suo ri- flesso in questo concetto di inviluppamento del- le storie. Attingo questo termine dal suggesti- vo titolo dell’opera di Wilhelm Schappe, Invi- luppati dentro alle storie. Per ultimo, Vele- mento dell’alterita @ connesso al ruolo della finzione nella costituzione della nostra identita. Riconosciamo noi stessi mediante le storie fit- tizie dei personaggi storici, dei personaggi del- le leggende o del romanzo. In questo senso, la finzione & un ampio campo di sperimentazione per il lavoro, interminabile, di identificazione che noi svolgiamo su noi stessi. Vorrei osservare, in terzo luogo, che V’ap- proccio narrativo qui delineato vale sia per le 28. W. Schappe, In Geschicthen verstrikt, B. Heymann, Wiesbaden 1976. 69 istituzioni che per le persone, considerate indi- vidualmente © in interazione. Le stesse istitu- zioni hanno una identita solo narrativa. Que- sto & vero tanto per I’istituzione del linguaggio — che si sviluppa in base al ritmo della tradi- zione e dell’innovazione — quanto per tutte le istituzioni della pratica quotidiana, i cui ‘mo- delli di eccellenza’ sono, al contempo, prodotti della storia e modelli transistorici. Non dird niente del racconto in quanto istituzione, me- diante i formalismi narrativi posti in rilievo dall’analisi strutturale dei racconti: il racconto, in tal senso, & esso stesso una istituzione disci- plinata da canoni per i quali vale Ia dialettica temporale dell’ identita. Desidererei insistere su un ultimo punto: le istituzioni — nel senso pid esatto del termine, quando applichiamo loro la regola di giustizia -, nella misura in cui posso- no considerarsi degli ampi sistemi di distribu- zione di ruoli, non hanno che un identita narra- tiva. A questo proposito, parecchie discussioni sull’identita nazionale possono apparire com- pletamente distorte a causa del misconosci- mento della sola identita che pertiene alle per- sone e alle comunita: l’identita narrativa, con la sua dialettica di cambiamento e manteni- mento di sé attraverso il giuramento e la pro- messa. Non ricerchiamo sostanze fisse dietro a 70 queste comunit2, ma non neghiamo loro la ca- pacita di mantenersi in relazione, attraverso una fedelta creatrice, agli eventi fondatori che le instaurano nel tempo. Mi arresto nell’istante in cui il mio cammi- no mi riporta al punto di partenza: I’ ethos della persona ritmato dalla struttura ternaria: stima di sé, sollecitudine per l’altro, auspicio di vive- re all’interno di istituzioni giuste. ' nN