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Tutte le avventure di Sandokan

Tutte le avventure di Sandokan

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Tutte le avventure di Sandokan

Longitud:
4,062 página
127 horas
Publicado:
Jan 10, 2011
ISBN:
9788854128941
Formato:
Libro

Descripción

I cicli completi della jungla e dei pirati della Malesia

• Le Tigri di Mompracem
• I misteri della jungla nera
• I pirati della Malesia
• Le due Tigri
• Il Re del Mare
• Alla conquista di un impero
• Sandokan alla riscossa
• La riconquista di Mompracem
• Il Bramino dell’Assam
• La caduta di un impero
• La rivincita di Yanez

A cura di Sergio Campailla
Edizioni integrali

Alla fine dell’Ottocento il giovane Salgari, innamorato del mare e dei suoi misteri, varca le frontiere della geografia e del classicismo e scopre una sorta di Neverland, un territorio colorato ed esotico, immenso e affascinante. È un’esplosione liberatrice di vitalità, nel segno del gioco e della trasgressione, per sé e per i suoi lettori. Nasce la leggenda corsara di Sandokan, l’eroe quasi immortale, e dei suoi formidabili tigrotti. Le isole di Mompracem e di Labuan, la giungla nera e il delta acquitrinoso del Gange, l’universo notturno dei sotterranei entrano nell’immaginario collettivo, con le risorse di un linguaggio tecnico di indubbia suggestione e un ritmo narrativo che valorizza i colpi di scena. Una fortuna popolare che continua sino a oggi, in una società così diversa da quella di allora, nella letteratura, nel cinema, nell’espressione artistica e musicale. Le Tigri di Mompracem, I misteri della jungla nera, I pirati della Malesia, Sandokan alla riscossa, La rivincita di Yanez: sono alcuni dei titoli divenuti ormai a tutti familiari. Con il ciclo di Sandokan, che accompagna l’evoluzione creativa dello scrittore, qui per la prima volta pubblicato nella sua interezza in un volume unico, il regno dell’infanzia non è più un intervallo iniziale da superare, ma un tempo perenne dell’avventura e dello spirito.

Emilio Salgari
(Verona 1862 – Torino 1911) compì l’apprendistato letterario collaborando a diversi giornali, come «La Nuova Arena», presso cui pubblicò anche i suoi primi racconti. Raggiunse un vastissimo successo di pubblico con una lunga serie di romanzi d’avventura ambientati in paesaggi esotici e centrati su eroi come Sandokan e il Corsaro Nero. Ma gli ultimi anni della sua vita furono tragici: le precarie condizioni economiche, la cattiva salute, la perdita progressiva dell’ispirazione narrativa e infine il ricovero della moglie in manicomio ridussero lo scrittore alla disperazione, fino al gesto drammatico con cui pose termine ai suoi giorni. Di Salgari la Newton Compton ha pubblicato, oltre a Tutte le avventure di Sandokan nella collana I Mammut, Le Tigri di Mompracem e Il Corsaro Nero anche in volume singoli.
Publicado:
Jan 10, 2011
ISBN:
9788854128941
Formato:
Libro

Sobre el autor

Emilio Salgari (21.8.1862 - 25.4.1911) war ein italienischer Schriftsteller, der Abenteuerromane und historische Romane verfasste. Salgaris Romane erlangten auch außerhalb Italiens große Popularität und galt er schon früh als italienischer Karl May.

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Tutte le avventure di Sandokan - Emilio Salgari

3

Prima edizione ebook: gennaio 2011

© 1976, 1977, 1994, 2010 Newton Compton editori s.r.l.

Roma, Casella postale 6214

ISBN 978-88-541-2894-1

www.newtoncompton.com

Realizzazione a cura di Corpotre, Roma

Prima edizione digitale: dicembre 2010


Edizione digitale realizzata da Simplicissimus Book Farm srl


Emilio Salgari

Tutte le avventure di Sandokan

I cicli completi della jungla e dei pirati della Malesia

A cura di Sergio Campailla

Edizioni integrali

Il caso Salgari

Ci sono due verità su Emilio Salgari. Da una parte, è un nome rimosso, che non si incontra mai, o quasi mai, nelle storie letterarie ufficiali; dall’altra, è un nome conosciuto, indipendentemente dal livello di cultura e dalle fasce d’età dei lettori, un nome conosciuto e anzi popolare, che è entrato, come pochi altri, nell’immaginario collettivo. In alcune fasi, il salgarismo ha assunto le proporzioni di un fenomeno sociale: e ci sono stati cultori e collezionisti salgariani, come – il paragone può indurre al sorriso – esiste una famiglia ideale di esteti stendhaliani. Con gli anni e con i decenni, la divaricazione si è fatta estrema, quasi che le due facce non appartenessero più alla stessa medaglia. Salgari è un autore sommerso, che riaffiora da una generazione all’altra, dimostrando un’intatta vitalità. Per fare un esempio, quando la RAI, sulla metà degli anni Settanta, mandò in onda lo sceneggiato a puntate diretto da Sergio Sollima sulle avventure di Sandokan, gli italiani, in crisi di infantilismo, con stupore si trovarono settimanalmente incollati ai teleschermi, e l’ascolto raggiunse il suo picco. Ancora oggi, alle nostre date alte di fine secolo, Salgari sarà pure nell’Indice dei testi proibiti dal buon gusto e dalla bella letteratura, ma il libro d’avventure in Italia continua a portare la sua firma.

A consultare i rari repertori, di lui non è nemmeno chiaro quanto esattamente abbia scritto: tra romanzi e racconti, secondo alcuni il numero totale è settanta opere, secondo altri un centinaio, secondo altri ancora duecentoquindici. Sono poi da tenere nel conto i titoli postumi, col marchio apposto dai figli, e le patacche di imitatori al di fuori della pregiata ditta familiare. Alla Biblioteca Nazionale di Roma ho contato più di cinquecento schede al nome Salgari, le ho contate con ostinazione e crescente invidia. Un vero eccesso, meritevole comunque di essere punito con l’emarginazione e l’ignominia. Salgari in sostanza è, per ragioni interne ed esterne, quello che gli americani chiamano un compulsive writer, uno scrittore coatto. Chiunque altro all’estero, con gli utili del copyright, avrebbe fatto vita poco meno che da nababbo, lui invece è riuscito a sopravvivere tra i debiti, e alla fine si è suicidato lasciando per testamento una lettera d’accusa contro la congrega degli editori infami. Tra tante favole scaturite dalla sua penna, questa è la più imbarazzante e aperta. Un’interpellanza parlamentare subito dopo la sua morte pose un problema che nessuno aveva voglia di risolvere.

Esiste, insomma, un caso Salgari, scrittore alternativo, di bassa estrazione, a cui è destinata, prima o poi, una lettura in un’ottica spregiudicata e moderna, fuori delle pastoie istituzionali e scolastiche. Da noi, oggi più che mai, la narrativa è colpita dal sospetto e veto teorico da parte di astuti eunuchi della penna, ma basta entrare in una libreria all’estero per accorgersi che il genere racconto è sempre in auge: nessuno si stupisce che Ken Follett o Tom Clancy riscuotano un successo mondiale con i loro libri etichettati come spy stories, o che Stephen King faccia altrettanto nel genere cosiddetto horror o il sudafricano Wilbur Smith nell’epica delle civiltà e dei viaggi. Questi libri, all’estero ma anche in Italia, sono best-seller fissi, prodotti da autori estremamente prolifici. Nessuno, analogamente, si stupisce della fortuna di film come I predatori dell’Arca perduta, interpretato da Harrison Ford, con avventure inverosimili in ambienti esotici, tesori nascosti, serpenti, fughe e colpi di scena continui; oppure delle pellicole spettacolari premiate da record di incassi di uno Steven Spielberg, maestro di marchingegni e di trovate tecniche, che si suole chiamare effetti speciali. Tutto questo appartiene al territorio della fiction, un territorio inesauribile della psiche. Che cosa c’entra Salgari con le storie di spie, con i romanzi e i film dell’orrore e dell’avventura contemporanei? È chiaro che questi riferimenti sono di prospettiva e che altri sono stati i suoi modelli: Verne, Stevenson... Voglio dire semplicemente che Salgari, tra fine Ottocento e inizi del Novecento, in una cultura aulica dominata da Carducci, da Pascoli e, nella prosa, da D’Annunzio, si è gettato a capofitto nei meandri della fiction, con l’ebbrezza di essere un battistrada e con l’illusione di aver trovato una miniera d’oro. Tant’è vero che i lettori gli davano corda e il suo editore Donath gli chiedeva per contratto quattro volumi l’anno.

Con la differenza che Salgari non disponeva dei mezzi dei futuri autori di best-seller, a cominciare dai mezzi di comunicazione di massa. In un’epoca senza televisione e ancora senza cinema, egli aveva intuito l’importanza di spalancare spazi altrimenti inaccessibili alle possibilità del nuovo pubblico della media e piccola borghesia, e in qualche modo di sottrarlo alla monotonia di un’esistenza statica, e lo faceva valorizzando due qualità che gli vanno riconosciute e che sono tutt’altro che frequenti nella nostra letteratura: la velocità del ritmo narrativo e il senso dell’immagine. Non a caso Salgari ha dato lavoro a una pleiade di illustratori, da De Maria a Gamba, a Della Valle, a Ergan: le edizioni di Salgari, pur approssimative e clandestine, sono state tradizionalmente edizioni arricchite da un complementare linguaggio figurativo, per ragazzi e non solo per ragazzi. Si spiega così perché il fumetto, il cinema e poi la televisione si siano impadroniti dei testi salgariani, registrando ogni volta un consenso di massa. Per tornare all’esempio sopra citato, quando uno strepitoso Kabir Bedi e un felicissimo Philippe Leroy hanno prestato il volto sul piccolo schermo a Sandokan e a Yanez, è stato come visualizzare degli archetipi, riscoprire uno strato originario della propria formazione.

Il guaio è che non solo Salgari faceva viaggiare gli altri con l’aiuto delle sue trame e delle sue descrizioni, ma era lui stesso un viaggiatore da fermo. Il caso Salgari si approfondisce nel suo rovescio negativo o almeno nel suo limite costituzionale, fa emergere il retroterra provinciale e povero. Salgari aveva frequentato l’Istituto Tecnico e Nautico di Venezia, ma con risultati poco brillanti e senza conseguire il brevetto di capitano di lungo corso. Era un capitano senza titolo e senza nave, un re senza scettro. Aveva fatto modeste esperienze di navigazione, presto interrotte definitivamente. Era un’epoca di nuovi orizzonti, l’epoca dei Conrad, dei Kipling, dei London e di tanti altri spiriti inquieti, per i quali viaggiare e scrivere erano la stessa cosa. Il primo racconto di Conrad, scritto tra il 1889 e il 1894, Almayer’s Folly, è ambientato nel Borneo, dove lo scrittore polacco-inglese era stato, come era stato in Malesia, nelle isole del Pacifico e nel Sud America. Kipling scriveva Il libro della Jungla e Il secondo libro della Jungla, ma addirittura era nato a Bombay, in India, e in India aveva vissuto per lunghi periodi. London, nato a San Francisco, errabondava all’infinito e a vent’anni partiva alla volta dell’Alaska per la mitica corsa all’oro, dopo di che scriveva Il richiamo della foresta. In quest’epoca, il veronese Salgari si inseriva dunque in un filone, e aveva la prontezza di sfruttare una moda diffusa, quella delle Indie, dell’Oriente e dell’esotico; ma il luogo strategico da cui governava la sua materia era prima Sampierdarena e poi un alloggio popolare di Torino, in cui – in mancanza di meglio – andava a chiudersi. Gli si rimprovera di non essere stato mai nel Borneo, lui che in innumerevoli pagine vi si è addentrato facendo da guida ai suoi lettori. Se è per questo, non è mai stato nemmeno in Alaska o nel Polo australe o nel Far West o nel Sahara, e così via, infatti non è mai arrivato oltre Brindisi; e ciò non gli ha impedito di ambientare i suoi libri in quei luoghi.

Con alcune conseguenze: Salgari ha cercato, come ha potuto, di documentarsi, e Mompracem e Labuan, per limitarsi a queste, sono effettivamente due isole dell’arcipelago malese. Ma egli eredita anche errori e fraintendimenti dalle sue fonti, quali il de Rienzi, sicché – per fare un altro esempio – il babirussa, il maiale cervino, non vive affatto nel Borneo; l’esplorazione di un paesaggio sconosciuto lo espone inevitabilmente a cantonate solenni. La sua geografia rimane di qualità fantastica, le distanze sono chimeriche, i personaggi si spostano tra il Borneo e Calcutta, tra Calcutta e Delhi come se fossero a due passi. Salgari è uno scrittore di fantasia, e in una cultura così poco provvista di senso della concretezza come quella italiana, non si imputerà proprio a lui questo carattere. Il fatto è più profondo. Le incaute simulazioni offrono il vantaggio di un massimo di libertà: un fiume, la giungla, i confini di uno Stato si potranno ridisegnare a tavolino, dietro l’angolo si potrà collocare tutto ciò che fa comodo, anche se assurdo; offrono un massimo di libertà, ma anche il pericolo costante del vuoto. Salgari procede spesso a marce forsennate, alla cieca, per convincere gli altri e se stesso; ma in fondo ha un vizio d’origine, una frustrazione, un complesso d’inferiorità. Un Conrad, un Kipling, un London, un Forster potevano raccontare quello che avevano visto con i loro occhi, mentre lui rimaneva uno scrittorello di provincia, un dilettante. Pietro Citati lo ha definito «un ingenuo, un innocente mitomane»; ma pur sempre un mitomane.

Salgari da ragazzo aveva sognato l’avventura, l’avventura romantica sul mare, ma la sua aspirazione, come quasi sempre succede, si era infranta crudelmente sugli scogli della realtà; e dato che gli rimaneva all’attivo la risorsa di conoscere meglio di altri in Italia il mare e la vita di bordo (non era forse quasi un capitano di lungo corso?), si era risolto a salpare navigando nei mari dell’immaginazione, finalmente senza condizionamenti. Per pochi privilegiati, viaggiare e scrivere si commutavano l’uno nell’altro; Salgari scriveva non potendo permettersi il lusso di viaggiare. La scrittura per lui acquista un valore più forte di risarcimento ed evasione. Salgari, a ben guardare, è un visionario a rischio, che si aiuta con l’alcool e si fa toccare dal demone della parapsicologia; il suo dramma può camuffarsi con i tratti di una capricciosa e bonaria bohème, può offrire segnali attraverso innocue manie, si mantiene latente e privato ed è per giunta inopportuno rispetto alle esibizioni edificanti di entusiasmo e alla prevalente destinazione giovanile, ma l’epilogo del suicidio lo porta in superficie e chiarisce con impetuosa obiettività la spinta alienante. Dopo tante biografie di letterati illustri, concepite su una complicità retorica, un’indagine sulla vita di Salgari potrà riservare sorprese e comunque fornire informazioni istruttive sulla condizione aleatoria dello scrittore.

Siccome ha bisogno dei suoi fantasmi, vi crede e vi cede con passione, il che è requisito indispensabile per riuscire a sua volta comunicativo. Salgari ha una sua mitologia, autonoma, in cui rifugiarsi; una mitologia che nei momenti migliori gli suggerisce squarci ariosi e carichi di mistero. Si rilegga la descrizione dell’immenso delta acquitrinoso del Gange all’inizio dei Misteri della jungla nera o, sempre nello stesso libro, l’altra descrizione del rito thug all’interno della pagoda nei sotterranei di Raimangal, tra sculture oniriche, danzatrici e strangolatori; o la rappresentazione dei cimiteri galleggianti lungo il corso del sacro fiume, con i funebri marabù dal becco robusto e dallo stomaco insaziabile appollaiati sui cadaveri che scorrono. Oppure si pensi alla curiosità e all’interesse, propri di una mentalità europea, prestati ai costumi locali, alle cerimonie religiose asiatiche. Ecco la scena dei fanatici che camminano sui carboni ardenti: «Alcuni attraversarono lo strato ardente di corsa; altri invece a passo lento, senza dare prova alcuna di dolore. Eppure dovevano ben sentire i morsi atroci dei carboni, perché i loro piedi fumavano e per l’aria si espandeva un nauseante odore di carne bruciata». O l’altra scena della vedova che deve essere immolata sulla pira, con il manti che dà fuoco alla catasta di bambù impregnati di olio di cocco profumato, i parenti che si rallegrano della felicità del defunto e «accorrono in aiuto dei sacrificatori», contro la vittima folle di terrore. O l’episodio dei Dayachi tagliatori di teste e cannibali, che fanno strage dei forzati naufraghi su una spiaggia e istupiditi dall’orgia recente; o la figura del fakiro scheletrico con la pianticella di mirto che gli cresce nel braccio anchilosato, come in un vaso. Sono, queste, pagine efficaci, degne di uno scrittore, perché uno scrittore di vocazione Salgari fu in verità, quali che siano stati i suoi difetti. Scrivendo quelle pagine probabilmente non poteva fare di meglio, e della sua bravura doveva aver coscienza ed eccitarsi.

Di questa mitologia faceva parte integrante il linguaggio, di cui Salgari, nonostante la fretta del lavoro e l’approssimazione, avvertì le lusinghe e le capacità evocative. Così sono entrati nell’immaginario il kriss dalla lama serpeggiante, i thugs satanici affiliati al culto della dea Kalì, i prahos corsari, il suono minaccioso del ramsinga, il banian gigantesco. C’è poi, accanto a quello esotico, un aspetto tecnico del linguaggio, da non sottovalutare, legato al vocabolario marinaresco e al regime di vita a bordo, alla navigazione, alle tempeste, agli arrembaggi, ai naufragi, che riconducono il racconto sul solco in cui lo scrittore dentro di sé si sentiva più autorizzato.

Il cosmo salgariano è perennemente attraversato da brividi, popolato da animali che sono creature sacrali, energie di una creatività primordiale: le tigri del Bengala, gli elefanti con la loro poderosa massa d’urto lanciati in corsa nella foresta vergine, il pitone da cui Tremal-Naik si salva stando aderente a terra con rigidità cadaverica per non farsi avvolgere dalle mortali spire, il cobra-capello, il bis cobra, i bufali, i rinoceronti, gli sciacalli, i bozza gri, i gaviali, gli axis, i kirrik... Salgari svolge il suo gioco illusionistico esibendo a piene mani apparizioni di un bestiario meraviglioso o da incubo. Per quanto riguarda poi la flora, la giungla è un labirinto inesauribile di manifestazioni incantate: ecco le colossali arenghe saccarifere, i cavoli palmisti, i pombo che producono arance grosse come la testa d’un bambino, i mangostani, gli upas che sotto la corteccia occultano il veleno che non perdona, e ancora i pipal, i palas, i palmizi tara...

Questa mitologia ha le sue formule magiche e, naturalmente, ha i suoi eroi, le colonne portanti dell’edificio, che sono Sandokan e Yanez. Questa coppia è genetica, esprime le tendenze fondamentali della fantasia salgariana, i due protagonisti stanno insieme non solo come amici ma in un rapporto di differenza e complementarità necessarie, come don Chisciotte e Sancho Panza, come il Gatto e la Volpe, come – perché no? – il forzuto Bud Spencer e lo scanzonato Terence Hill. Sandokan, che compare come un dio in cima alla rupe di Mompracem nel balenio della tempesta, è un uomo dotato di superpoteri, un superuomo, che però conserva un legame con l’animalità elementare: è la Tigre della Malesia, è una tigre assetata di sangue, che vede sangue, che sparge sangue; nelle Tigri di Mompracem combatte corpo a corpo con la tigre vera e ne dedica la pelle all’amata per cavalleresco omaggio. È febbrile e spesso farneticante, proclama la sua invulnerabilità, ad ogni istante inneggia a se stesso come a un’ineluttabile forza della natura. Può soccombere, ma non morire: a lui sono legati eventi eccezionali, come la resurrezione e il risveglio in mare dopo aver inghiottito un liquido che dà la morte apparente; e la lotta col pesce martello, durante una nuotata notturna con l’angoscia degli squali alle calcagna. È un pirata terribile, che semina distruzione e raccoglie e dissipa tesori immensi, ma è anche un vendicatore, della sua famiglia e del suo popolo. Salgari così coglie i vantaggi della trasgressione – egli sa che bisogna mettersi dall’altra parte, dalla parte proibita – e insieme della giustizia superiore: Sandokan è un vendicatore contro i thugs malefici, contro il perfido rajah dell’Assam, ma al di sopra di tutto contro l’imperialismo inglese e olandese. Diversamente da Kipling, Salgari inalbera la bandiera anticoloniale e si schiera dalla parte dei perdenti. Alla fine delle Due tigri la vicenda personale di Sandokan si innesta e culmina nell’avvenimento storico dell’insurrezione indiana del 1857 e nel capitolo vergognoso dell’assedio di Delhi: «Povera Delhi! Quanto sangue! Qui l’esercito inglese lascerà il suo onore».

Ma il superuomo Sandokan procede per automatismi, non ha facoltà di autocontrollo, e il suo controllo si chiama Yanez de Gomera, il suo opposto, il personaggio ironico e flemmatico, che fuma l’eterna sigaretta nelle situazioni disperate, potentissimo anche lui ma scaltro come Ulisse. Yanez è un grande attore: si traveste da ufficiale di marina, da Lord, da ambasciatore, suscita universale simpatia ed escogita i trucchi più rocamboleschi. Sandokan è di alta casta bornese, mentre Yanez è portoghese e in tal modo riscatta l’Europa e, una volta tanto al disopra dei pregiudizi e conflitti di razza, tra loro sono «fratellini». Un’altra concessione filoeuropea timidamente patriottica nel personaggio della fanciulla dai capelli d’oro, la Perla di Labuan, quella giovanissima Lady Marianna di cui Sandokan si innamora perdutamente, che è inglese sì, ma di madre italiana e lei stessa nata sotto il bel sole di Napoli. Del resto, già la bella Elena aveva scatenato la guerra di Troia; e già Romeo aveva scoperto quanto possa essere seducente Giulietta, nella faida tra Montecchi e Capuleti. Una più consistente concessione nazionalistica nel Corsaro Nero, cavaliere di Ventimiglia, e in Jolanda sua figlia.

Sulla sponda opposta stanno le figure del male: Lord Guillonk e Lord James Brooke, il capo dei thugs, Suyodhana, e il figlio di Suyodhana, che servono a mettere in moto la macchina e a tenere alta la tensione narrativa ed emotiva. Tuttavia bene e male talora si stancano di farsi la guerra e celebrano degli armistizi, i personaggi hanno atti reciproci di magnanimità che ricordano i cavalieri ariosteschi, Lord Guillonk si scopre parente di Sandokan e abbraccia platealmente il «nipote», il figlio di Suyodhana getta i panni di Sir Moreland ma alla fine del Re del Mare rinuncia alla sua vendetta per amore della figlia del nemico. Yanez è l’attore più metamorfico, ma tutti sono un po’ attori, si travestono, si inseguono e si assomigliano. Non mancano esempi di teatro nel teatro: laddove Ada è pazza per il trauma subito, e Sandokan per guarirla ricorre all’espediente di sceneggiare la sequenza degli eventi che hanno determinato quella pazzia; e l’altro episodio, di clamorosa imitazione shakespeariana, in Alla conquista di un impero, in cui Yanez, da attore trasformatosi in regista amletico, fa recitare alla compagnia di teatranti, dinanzi agli occhi del perverso Sindhia, la scena raccapricciante del tiranno che per impadronirsi del potere stermina tutti i membri della propria famiglia.

Sandokan e Yanez costituiscono, come ho detto, i prototipi dell’avventura salgariana. Tremal-Naik, protagonista dei Misteri della jungla nera, ricalca lo schema di Sandokan, ne è un doppio e un surrogato, allarga il quadro ma per rientrare e subordinarsi: come Sandokan è sottoposto a rianimazione nientemeno che dentro il cimitero, come lui si innamora di una adolescente.

Chi e com’era Ada? Questo il suo oleografico ritratto, che la dice lunga sull’autore e sulla sua psicologia: «Aveva neri e vivi gli occhi, candidi i denti, bruna la pelle, e dai suoi capelli d’un castano cupo, ondeggianti sulle spalle, veniva un dolce profumo che inebriava i sensi». E anche Ada muore come la Perla di Labuan, lasciando così fortunatamente liberi gli eroi di dedicarsi ad altre imprese senza l’ingombro di vincoli, per giunta coniugali. Il meccanismo si ripete per il Corsaro Nero che si invaghisce della figlia di Wan Guld, e si ripete all’infinito per virtù di amori, di conversioni, di veleni, di fughe, di rapimenti, di stratagemmi, di agnizioni. Si scopre che una bajadera è una principessa, che la Vergine della Pagoda è la cugina della Perla di Labuan; e Darma è la figlia della Vergine della Pagoda e la rimpiazza a tamburo battente persino nella funzione sacrificale... Si consideri peraltro come Salgari utilizzi con esiti moderni la tecnica dell’inseguimento, che è uno degli ingredienti tipici del cinema d’avventura contemporaneo. Tremal-Naik fugge nei sotterranei della pagoda attraverso passaggi segreti, acque sotterranee, scoppi di esplosivo e nuotate in apnea: «Durante quella immersione due volte Tremal-Naik tentò di rimontare a galla credendo ormai di aver percorso tutta la galleria e di essere giunto alla seconda caverna, ma urtò sempre contro la volta. Nel terzo tentativo, la sua testa finalmente emerse». Sembra di assistere alla proiezione di film ben noti, viene in mente una scena famosa interpretata da Paul Newman.

Una folla di personaggi maggiori, minori e comparse che ruotano attorno ai protagonisti non modifica tuttavia il carattere modulare e ripetitivo della struttura e del montaggio. Salgari organizza la sua materia in cicli, senza pudore, con la preoccupazione di risultati ogni volta spettacolari, ma il suo ciclo non è più quello della saga classica, anche in questo in fondo è un anticipatore e gli occorre un’interpretazione che gli renda giustizia con l’indulgenza dei nostri tempi scettici e massmediali. Il suo ciclo dei pirati si distribuisce e si moltiplica per esigenze di mercato in parte prima e seconda e terza, cerca affannosamente nuovi spazi: il deserto, il Polo, il Far West ecc.; i suoi stereotipi ritornanti, in linea genealogica e no, già fanno intravedere all’orizzonte i serial televisivi d’oggi: su un principio non troppo diverso proliferano le centinaia di puntate di Dallas e Dynasty, aggiornate nei fondali e nei nuovi miti della società consumistica.

Si potrebbe chiedere, a tale punto, che cosa di tutto questo sia penetrato in India e dintorni. Verificare con quale margine di estraneità e di rifiuto per autodifesa di fronte a questo armamentario da leggenda reagirebbe un ipotetico lettore di educazione orientale, vedendosi attribuire un’identità che storicamente non gli appartiene. Ma questo è già un altro discorso, e non tocca soltanto le fortune e le sfortune di un autore sconfessato come Salgari, coinvolge allo stesso titolo le sorti di autori canonici della nostra tradizione letteraria. Che cosa allora, scartando sul binario della letteratura alta, dell’epopea della Gerusalemme liberata si è affacciato oltre i mitici spalti di una città immaginaria, è entrato nel cerchio della coscienza ebraica? Questo riguarda il destino di incomunicabilità tra le diverse culture, in epoche di grandi distanze, di steccati e di chiusure.

Ma il leggendario è un tappeto volante che varca i confini e fruisce di franchigie. Il miracolo non ha bisogno di giustificazioni. Sarebbe sbagliato privarsi della memoria infantile perché non siamo più bambini. Allo stesso modo sarebbe sbagliato privarsi di Salgari, che rappresenta una quota umile del nostro patrimonio ideativo e letterario. Il complesso di superiorità non serve a niente, e maramaldeggiare su di lui non ci fa crescere. Salgari è autore che sa procurare un divertimento, al più, confinato alla letteratura amena per ragazzi. Come se fosse facile raccontare ai ragazzi.

SERGIO CAMPAILLA

Emilio Salgari: la vita e le opere

LA VITA

Nato a Verona il 21 agosto 1862, Emilio Salgari fu nella prima giovinezza appassionato lettore degli scrittori d’avventura allora più in voga: Verne, Stevenson, Boussenard, Mayne-Reid, Karl May. Egli frequentava contemporaneamente il Regio Istituto Tecnico e Nautico «P. Sarpi» di Venezia, con esiti non brillanti nelle materie scientifiche. Respinto due volte agli esami per ottenere il brevetto di capitano di lungo corso, interruppe gli studi nel 1881. Secondo la testimonianza di Emilio Firpo, «si limitò, in quell’anno, a imbarcarsi come turista a pagamento su uno di quei trabaccoli che facevano il piccolo cabotaggio commerciale sull’Adriatico, tra le coste italiane e quelle dalmate: fu sino a Brindisi per tornare, nel giro di tre mesi circa, a Venezia e poi nella città natale».

Maturò intanto la decisione di dedicarsi alla letteratura e nel 1883 esordì sul milanese «La Valigia. Giornale illustrato di viaggi» con il racconto in quattro puntate I selvaggi della Papuasia, siglato «S.E.». Quindi divenne redattore del quotidiano veronese «La Nuova Arena» e vi pubblicò a puntate Tay-See (poi rielaborato e ristampato col titolo La rosa del Dong-Giang), cui fecero seguito La Tigre della Malesia (che diventerà Le Tigri di Mompracem) e La favorita del Mahdi. Nel 1885 fu detenuto nel carcere-fortezza di Peschiera per aver ferito gravemente in duello un giornalista de «L’Adige», Giuseppe Biasioli.

È di questa fase il primo grande amore di Emilio Salgari: una fanciulla inglese di nobile famiglia, Veronica, che egli raffigurò nelle vesti delle romantiche eroine dei romanzi giovanili. Passato, grazie al successo di pubblico, al quotidiano concorrente della stessa città, «L’Arena», Salgari conobbe la giovane Ida Peruzzi (che subito ribattezzo «Aida») e dimenticò la ricca inglesina.

Dopo il matrimonio con Aida, avvenuto nel 1892, egli si stabilì dapprima a Cuorgné, poi a Torino e iniziò il suo vero lavoro di professionista della penna. Salgari riceveva inizialmente un compenso di 300-400 lire a romanzo. Per un lungo, fecondo periodo, pubblicò le sue opere presso tre editori contemporaneamente: Paravia di Torino, Treves di Milano e Donath di Genova. Quest’ultimo, un berlinese trapiantato in Italia, offrì a Salgari un compenso fisso di tremila lire per quattro romanzi all’anno. E poiché la famiglia dello scrittore si era notevolmente accresciuta con la nascita di quattro figli (a cui impose nomi esotici: Fatima, Nadir, Romero e Omar), la sua attività assunse ritmi quasi frenetici. Tutti i suoi romanzi, prima ancora d’essere pubblicati in volume, apparivano a puntate su quotidiani, spesso con episodi aggiunti in modo da renderne più sensazionale il procedimento narrativo.

Sul suo metodo di lavoro ha osservato Mario Spagnol: «I viaggi del capitano Salgari si compirono tra le placide costiere delle biblioteche. Usi e costumi di popoli, flora e fauna esotiche, paesaggi inusitati, fenomeni meteorici, bizarrie della natura, frammenti di mondi lontani Salgari li raccoglieva sui libri e sui giornali e minuziosamente li schedava. Non inventava nulla, arrivava a battezzare i suoi personaggi, quando non aveva a disposizione nomi autentici di persona, con nomi di luoghi e di cose per dar loro almeno una chance fonica di veridicità. Ogni animale, ogni pianta, ogni comparsa ed elemento scenico del grande presepio salgariano è garantito da una fonte».

Di più, a Villa Ugo, la minuscola dimora torinese dello scrittore, egli aveva ricostruito un campionario esotico perfettamente idoneo alle sue esigenze. C’era l’angolo-jungla, il separ-capanna indiana, il giardinetto-foresta del Borneo. E all’occorrenza le pozze della vicina campagna potevano essere trasformate dalla sua fantasia in infidi acquitrini, magari infestati di coccodrilli, gli isolotti sul Po in una Mompracem da idillio e le barchette del Valentino in veloci prahos malesi. Nel 1898 la famiglia del cavalier Salgari si trasferì a Sampierdarena, ma il tenore di vita non mutò, alternando momenti rosei ad altri in cui si cenava senza companatico.

Un nuovo editore, Bemporad di Firenze, richiese di pubblicare le opere di Salgari e questo determinò per lo scrittore un ritmo di produzione ancor più affannoso e confuso. Scriveva in maniera disordinata senza aver mai il tempo di rileggersi, di correggere sviste o ripetizioni.

Nei ricordi del figlio Omar, Emilio Salgari appare come pater familias buontempone, che organizza corse di gatti col carrettino attaccato o impone alla cameriera di partecipare al torneo casalingo di fioretto. Una scoperta tardiva del mondo della parapsicologia contribuì a turbare il suo equilibrio, superstizioni e presentimenti lo assalivano in modo sempre più frequente e violento, lo costringevano all’insonnia per varie notti consecutive. Ormai Salgari non poteva coricarsi se le lenzuola del suo lettone intarsiato di madreperla non venivano cosparse di essenze orientali: «solo così sapevano di foreste e di tropici, di alghe marine e di venti del Sud».

Sempre inseguiti dai creditori, i Salgari tornarono a trasferirsi a Torino, in un modesto alloggio popolare di Corso Casale.

Furono anni pieni di angoscia a cui lo scrittore reagì con un abuso di alcol e di fumo. Inoltre un grave indebolimento alla vista gli fece temere la cecità completa. E nello stesso tempo il totale disinteresse dei letterati piemontesi per la sua pur fervida opera e l’indebolirsi delle qualità di ideazione fantastica, che avevano sino ad allora contraddistinto la sua narrativa, lo rattristarono e lo costrinsero a chiudersi in se stesso. Infine si aggiunsero, ad aggravare maggiormente la situazione, le precarie condizioni mentali della moglie. Salgari tentò una prima volta il suicidio, ma fu salvato. Quando la moglie peggiorò e dovette essere internata in manicomio, Salgari soffrì l’umiliazione di non poterle garantire un’assistenza decorosa. Il 25 aprile 1911 pose termine alla sua esistenza, quarantanovenne, lasciando due lettere, una tenerissima di monito ai figli, l’altra di accusa agli editori che lo avevano sfruttato.

LE OPERE

Edizioni moderne

Il primo ciclo della jungla, edizione annotata a cura di M. Spagnol, prefaz. di P. Citati, Milano, Mondadori, 1969, 2 voll. con illustrazioni. Vol. I: Le tigri di Mompracem. I misteri della jungla nera. Vol. II: I pirati della Malesia. Le due tigri.

Il secondo ciclo della jungla, edizione annotata a cura di M. Spagnol con la collaborazione di G. Turcato, Milano, Mondadori, 1971, 3 voll. con illustrazioni. Vol. I: Il Re del Mare. Vol. II: Alla conquista di un impero. Vol. III: Sandokan alla riscossa.

Romanzi di guerriglia, edizione annotata a cura di M. Spagnol con la collaborazione di G. Turcato, Milano, Mondadori, 1974, 3 voll. con illustrazioni. Vol. I: La capitana dell’Yucatan. Vol. II: Le stragi delle Filippine. Vol. III: Il Fiore delle perle.

Tutti i racconti e le novelle di avventure, Milano, Mursia, 1977.

All’interno della collana Salgari & Co. sono pubblicati dalla casa editrice Viglongo di Torino i seguenti testi:

L’eroina di Port Arthur, 1990; La Tigre della Malesia, 1991; Le figlie dei Faraoni, 1991; I drammi della schiavitù, 1992; Il figlio del Corsaro Rosso, 1993; Gli strangolatori del Gange, 1994; Le meraviglie del Duemila, 1995; Il Corsaro Nero - Cento anni dopo, edizione del centenario, con saggi introduttivi di R. Antonetto, F. Pozzo, G. Viglongo, 1998; Racconti, vol. I, 1999; Racconti, vol. II, 2001; La «Stella Polare» ed il suo viaggio avventuroso, 2001; Racconti, vol. III, 2003; L’uomo di fuoco, 2003; Spada al vento, 2007.

Nelle edizioni Newton & Compton di Roma sono stati pubblicati a cura di Sergio Campailla:

«Il ciclo di Sandokan», 1994: Le Tigri di Mompracem; I misteri della jungla nera; I pirati della Malesia; Le due Tigri; Il Re del Mare; Alla conquista di un impero; Sandokan alla riscossa. Nel 1995: La caduta di un impero; La rivincita di Yanez; La riconquista di Mompracem; Il Bramino dell’Assam.

«Il ciclo dei Corsari», 1996: Il Corsaro Nero; La Regina dei Caraibi; Jolanda, la Figlia del Corsaro Nero; Il Figlio del Corsaro Rosso; Gli ultimi Filibustieri.

Il sotterraneo della morte, introd. di B. Traversetti, 1995.

Nelle Edizioni Mondolibri di Milano sono stati pubblicati, a cura di S. Campailla: Le Tigri di Mompracem, 2002; I misteri della jungla nera, 2003; I pirati della Malesia, 2003; Il Corsaro Nero, 2003.

Si veda anche:

Una tigre in redazione, a cura di S. Gonzato, introd. di G. Nascimbeni, Venezia, Marsilio, 1994.

Cronologia delle opere

1883. I selvaggi della Papuasia, in «La Valigia», nn. 6-8.

1883. Tay-See, in «Nuova Arena», nn. 9-10, ripubblicato col titolo di La Rosa del Dong-Giang, Livorno, 1897.

1884. La Tigre della Malesia, in «Nuova Arena», nn. 10-12 del 1883 e nn. 1-3 del 1884, ripubblicata in volume col titolo Le tigri di Mompracem, Genova, 1900.

1887. La favorita del Mahdi, Milano.

1888. Duemila leghe sotto l’America, Milano, 2 voll.

1892. La scimitarra di Budda, Milano.

1892. Il tesoro del Presidente del Paraguay, Torino.

1894. Gli amori di un selvaggio, in «La Provincia di Vicenza», 21 agosto 1893-13 novembre 1894 (anticipato come Gli strangolatori del Gange, in «Il Telefono», 1887); in vol. col titolo I misteri della jungla nera, Genova, 1895.

1894. I pescatori di balene, Milano.

1894. Le novelle marinaresche di Mastro Catrame, Torino.

1895. I naufraghi del Poplador, Milano.

1895. Al Polo Australe in velocipede, Torino.

1895. Un dramma nell’Oceano Pacifico, Firenze.

1896. I naufragatori dell’«Oregon», Torino.

1896. I pescatori di Trepang, Torino.

1896. Il re della prateria, Firenze.

1896. I pirati della Malesia, Genova.

1896. Attraverso l’Atlantico in pallone, Torino.

1896. I drammi della schiavitù, Roma.

1896. Nel paese dei ghiacci. I naufraghi dello Spitzberg. I cacciatori di foche alla baia di Baffin, Torino.

1897. Il capitano della Djumna, Genova.

1897. Le stragi delle Filippine, Genova.

1897. I Robinson italiani, Genova.

1898. Al Polo Nord, Genova.

1898. La Costa d’Avorio, Genova.

1898. La città dell’oro, Milano.

1899. Il tesoro della montagna azzurra, Milano.

1899. La capitana dell’Yucatan, Genova.

1899. Il Corsaro Nero, Genova.

1900. Una sfida al Polo, Firenze.

1900. Gli scorridori del mare, Genova.

1900. Avventure tra le Pelli Rosse, Torino.

1901. La scotennatrice, Firenze.

1901. La «Stella Polare» e il suo viaggio avventuroso, Genova, ripubblicata con varianti col titolo di Verso l’Atlantide con la «Stella polare», Milano, 1929.

1901. Il Fiore delle perle, Genova.

1901. La regina dei Caraibi, Genova.

1902. La giraffa bianca, Livorno.

1903. Sul mare delle perle, Livorno.

1903. I solitari dell’Oceano, Genova.

1903. I naviganti della Meloria, Torino.

1903. Le pantere d’Algeri, Genova.

1904. La gemma del fiume rosso, Livorno.

1904. I figli dell’aria, Genova.

1904. La città del re lebbroso, Genova.

1904. Le due trigri, Genova.

1904. Le grandi pesche nei Mari Centrali, Torino.

1904. L’uomo di fuoco, Genova.

1905. I minatori dell’Alaska, Genova.

1905. La perla sanguinosa, Genova, ripubblicata con varianti col titolo di Il gioiello maledetto, Lugano, 1910.

1905. La sovrana del Campo d’Oro, Genova.

1905. Le figlie dei Faraoni, Genova.

1905. Capitan Tempesta, Genova.

1905. La montagna di luce, Milano.

1905. Jolanda, la figlia del Corsaro Nero, Genova.

1906. Il Re del Mare, Genova.

1906. La stella dell’Araucania, Firenze.

1907. Le meraviglie del Duemila, Firenze.

1907. Alla conquista di un impero, Genova.

1907. Sandokan alla riscossa, Firenze.

1907. Il re dell’aria, Firenze.

1907. Le aquile della steppa, Genova.

1908. Il figlio del Corsaro Rosso, Firenze.

1908. La riconquista di Mompracem, Firenze.

1908. Gli ultimi filibustieri, Firenze.

1908. Cartagine in fiamme, Genova.

1908. Sull’Atlante, Firenze.

1908. Il re della montagna, Milano.

1908. Sulle frontiere del Far-West, Firenze.

1908. I predoni del Sahara, Genova.

1909. I corsari delle Bermude, Firenze.

1909. La bohème italiana. Una vendetta malese, Firenze.

1909. Il vascello maledetto, Milano.

1910. La crociera della Tuonante, Firenze.

1910. Gli orrori della Siberia, Milano.

1910. Storie rosse, Firenze.

1910. Il leone di Damasco, Firenze.

1910. Le selve ardenti, Milano.

Senza data. Il sotterraneo della morte, Milano.

Senza data. Il treno volante, Milano.

Senza data. Padre Crespel nel Labrador, Milano.

Opere postume

1911. Il Bramino dell’Assam, Firenze.

1911. La caduta di un impero, Firenze.

1913. La rivincita di Yanez, Firenze.

1921. I briganti del Riff, Firenze.

1922. Le avventure di Simon Wander, Firenze.

1922. Il tesoro misterioso, Firenze.

1924. La naufragatrice, Milano (prima versione col titolo L’eroina di Port Arthur, 1904, sotto lo pseudonimo di Capitano Guido Altieri).

1925. I cacciatori del Far West, in collaborazione con Luigi Motta, Milano.

1926. Il naufragio della Medusa, in collaborazione con Luigi Motta, Milano.

1928. Lo scettro di Sandokan, in collaborazione con Luigi Motta, Milano.

1928. Le ultime avventure di Sandokan, in collaborazione con Luigi Motta, Milano.

1929. Straodinarie avventure di Testa di Pietra, Milano.

1929. I cacciatori di foche. A bordo dell’«Italia Una», Milano.

1929. Le mie memorie, Milano.

1929. La gloria di Yanez, in collaborazione con Luigi Motta, Milano.

1929. Addio, Mompracem!, in collaborazione con Luigi Motta, Milano.

1947. Il continente misterioso, Milano.

1952. Sandokan, rajah della jungla nera, in collaborazione con Luigi Motta, Torino.

1954. Il maharajah di Jafnapatam (e Sul mare delle perle), Torino.

Senza data. Sandokan contro il leopardo di Sarawak, Milano.

A questi titoli è opportuno aggiungere altre opere di dubbia paternità, quali quelle attribuite a Nadir Salgari su trama del padre (I cannibali dell’Oceano Pacifico; Il fantasma di Sandokan; José il peruviano; Manoel de la Barrancas; I prigionieri delle Pampas; Lo schiavo del Madagascar; Song-Kay, il pescatore; Lo smeraldo di Ceylan); a Omar Salgari, sempre su trama del padre (La vendetta dei thugs; I predoni del gran deserto; L’indiana dei monti neri; Sandokan nel cerchio di fuoco; Sandokan nel labirinto infernale). Questi due ultimi titoli sono stati ristampati nel 1947 con attribuzione al solo Emilio Salgari (Milano, Carroccio).

Studi recenti

G. RAJOLA, Sandokan, mito e realtà, Roma, Edizioni Mediterranee, 1975.

G. ZACCARIA, Il romanzo d’appendice, Torino, Paravia, 1977.

AA.VV., Scrivere l’avventura: Emilio Salgari, Atti del Convegno nazionale, Torino, 1980.

M. SPAGNOL, «Filologie salgariane», in AA.VV., L’isola non trovata, Milano, Emme Edizioni, 1982.

G. TURCATO, Echi salgariani nella Torino del primo Novecento, in «Almanacco Piemontese», 1982.

G. ARPINO-R. ANTONETTO, Vita, tempeste, sciagure di Emilio Salgari, il padre degli eroi, Milano, Rizzoli, 1982.

B. TRAVERSETTI, Introduzione a Salgari, Roma-Bari, Laterza, 1989.

Catalogo della Mostra I pirati in biblioteca, Biblioteca Civica di Verona, dicembre 1991-febbraio 1992, a cura di S. Gonzato e P. Azzolini.

R. LEONARDI, Nella giungla di Salgari, Cinisello Balsamo, Edizioni Paoline, 1992.

La valle della luna: avventura, esotismo, orientalismo nell’opera di Emilio Salgari, a cura di E. Beseghi, Scandicci, La Nuova Italia, 1992.

V. SARTI, Nuova bibliografia salgariana, Torino, S. Pignatone, 1994.

P. PALLOTTINO, L’occhio della tigre, Palermo, Sellerio, 1994.

S. GONZATO, Emilio Salgari: demoni amori e tragedie di un capitano che navigò solo con la fantasia, Vicenza, Neri Pozza, 1995.

B. BASILE, De Amicis nei Pirati della Malesia?, in «Filologia e critica», XXI (1996), n. 3, pp. 482-486.

V. RODA, I fantasmi della ragione. Fantastico, scienza e fantascienza nella letteratura italiana tra Otto e Novecento, Napoli, Liguori, 1996.

F. POZZO, Nella giungla degli pseudonimi salgariani, Bari, Dedalo, 1997.

Il caso Salgari, Atti del Convegno di Napoli del 1995, Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa, introd. di C. Di Biase, Napoli, CUEN, 1997.

A. NIERO, Quell’inferno di ghiacci e tormenti. L’immagine della Siberia in Emilio Salgari, in «Quaderni di Lingue e letterature», XXII (1997), pp. 77-85.

F. POZZO, L’anomalo Far West di Salgari, in «Bollettino della biblioteca civica di Verona», III (1997), pp. 205-211.

Salgari l’ombra lunga dei paletuvieri. Salgariani e salgaristi in Friuli Venezia Giulia, Atti del Convegno nazionale di Udine del 1997, Udine, Marioni, 1998.

S. RUBINO, L’autore fantasma. L’industria culturale italiana e i falsi salgariani, in «Comunicazioni sociali», XX (1998), n. 1, pp. 90-109.

A. LAWSON LUCAS, La ricerca dell’ignoto: i romanzi d’avventura di Emilio Salgari, trad. it. di S. Rizzardi e F. Rusciadelli, Firenze, Olschki, 2000.

F. POZZO, Emilio Salgari e dintorni, premessa di A. Palermo, Napoli, Liguori, 2000.

G.P. MARCHI, La spada di sambuco: cinque percorsi salgariani, Verona, Fiorini, 2000.

S. CAMPAILLA, Il caso Salgari, in ID., Controcodice, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2001, pp. 87-96.

S. CAMPAILLA, L’avventura di Salgari, in ID., Controcodice, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2001, pp. 117-121.

C. GALLO, Sul tavolo di lavoro di Emilio Salgari: note sui preliminari geografici, cartografici, teorici e stilistici dello scrittore, in «Studi piemontesi», XXXII (2003), n. 2, pp. 413-431.

A. BISANTI, Il ritorno di Emilio Salgari, in «Critica letteraria», 2004, n. 2, pp. 363-397.

Viva Salgari!, testimonianze e memorie raccolte da G. Turcato, a cura di C. Gallo, Reggio Emilia, Aliberti, 2005.

I miei volumi corrono trionfanti, Atti del 1o Convegno internazionale sulla fortuna di Salgari all’estero, Torino 2003, a cura di E. Pollone, S. Re Fiorentin, P. Vagliani, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2005.

M. COLIN, La Littérature enfantine italienne dans la France de la Troisième République: De Amicis, Salgari, Collodi, in «Transalpina», 2005, n. 8, pp. 69-88.

M. TROPEA, Salgari e la storia. La storia antica: Le figlie dei Faraoni e Cartagine in fiamme, in «Moderna», 2006, n. 1-2, pp. 187-203.

P. ORVIETO, Il Polo, ovvero l’altrove paraletterario, in «Paragone», 2006, n. 66-68, pp. 54-75.

Emilio Salgari e la grande tradizione del romanzo d’avventura, a cura di L. Villa, Genova, ECIG, 2007.

A. LUZI, Emilio Salgari e Il Re del mare. Un romanzo tra esotismo e tecnologia, in «Rivista di Letteratura italiana», 2009, n. 1, pp. 41-49.

Salgari-Spezia: oltre l’avventura, Atti del Convegno (La Spezia 17 maggio 2008), Macerata, Stampalibri, 2010.

Personaggi e luoghi dei romanzi

PERSONAGGI

Protagonisti

SANDOKAN. Nasce la leggenda di Sandokan, che è la leggenda stessa dello scrittore Salgari al suo esordio. I meccanismi di identificazione scattano a cominciare dall’inizio del nome e disegnano da subito un ritratto a tutto tondo, per compensazione. Il terribile pirata «è di statura alta, slanciata, dalla muscolatura potente, dai lineamenti energici, maschi, fieri e d’una bellezza strana. Lunghi capelli gli cadono sugli omeri: una barba nerissima gli incornicia il volto leggermente abbronzato. Ha la fronte ampia, ombreggiata da due stupende sopracciglia dall’ardita arcata, una bocca piccola che mostra dei denti acuminati come quelli delle fiere e scintillanti come perle; due occhi nerissimi, d’un fulgore che affascina, che brucia, che fa chinare qualsiasi sguardo». Questa è l’intuizione fondamentale, che esprime il bisogno d’avventura del giovanissimo Salgari. Sandokan è selvaggio, come una belva nella foresta, ha la forza d’un leone, ma soprattutto il suo simbolo è la tigre: lui stesso è infatti la Tigre della Malesia. Le sue scorrerie di corsaro sono devastanti, tuttavia lo spinge un’ansia di vendetta, per le ingiustizie patite, da lui che è di rango reale e dagli umili della terra. È l’eroe per eccellenza del mondo salgariano. Anche quando gli anni passeranno, non perderà la sua energia e il suo carisma.

YANEZ. Yanez de Gomera è la spalla di Sandokan, ma degno di reggere la scena in qualsiasi circostanza, suo fratello di spirito e d’avventura. «Di media statura, robustissimo, dalla pelle bianchissima, i lineamenti regolari, gli occhi grigi, astuti, le labbra beffarde, e sottili, indizio di una ferrea volontà», all’origine della vicenda ha trentatré o trentaquattro anni. È portoghese, proviene dalla cultura europea e occidentale, ma la sua compromissione con i costumi asiatici rivela una crisi profonda, una diversità intelligente, un gusto per la novità e per l’esotismo. Infatti, a differenza di Sandokan, che è una massa poderosa ma statica pur nell’azione, Yanez è un ragionatore raffinato e un calcolatore, si adegua alle situazioni, persino con gusto metamorfico. Si traveste spesso, segno che molteplici personalità si confrontano e si alternano in lui. L’immancabile sigaretta sottolinea questa attitudine riflessiva e ironica, che fa da controcanto alla fatalità degli eventi. Nello svolgimento del ciclo acquista un peso crescente, sino ad arrivare alla personale «conquista di un impero».

LADY MARIANNA GUILLONK. Alla leggenda di Sandokan corrisponde, sul versante femminile, la leggenda di Lady Marianna, il prototipo dell’ideale di bellezza vagheggiato da Salgari. «Aveva una testolina ammirabile, con due occhi azzurri come l’acqua del mare, una fronte d’incomparabile precisione, sotto la quale spiccavano due sopracciglia leggiadramente arcuate e che quasi si toccavano. Una capigliatura bionda le scendeva in pittoresco disordine, come una pioggia d’oro, sul bianco busticino che copriva il seno». La sua fama la precede, e infiamma la fantasia dell’eroe, e dello scrittore. È un’adolescente, tra i sedici e i diciassette anni, ma sembra persino più giovane. Nata sulle rive del golfo di Napoli, da madre italiana e da padre inglese, cavalca come un’amazzone, ha l’audacia di partecipare a cacce pericolose. Possiede una voce dolcissima e suona la mandola. Con il suo incanto si è meritata l’appellativo di Perla di Labuan. Spiritualmente, è ostaggio dello zio Lord Guillonk. È una preda meravigliosa, che aspetta di essere liberata e divorata dall’eroe. La morte prematura consacrerà l’angelismo della sua figura.

LORD JAMES GUILLONK. Capitano di vascello dell’imperatrice Vittoria, è stato un intrepido lupo di mare, sulle acque d’Europa e d’Asia; e con la sua nave da guerra ha collaborato con il terribile James Brooke a sterminare i pirati malesi, ostacolo al commercio inglese. Ma soprattutto, è lo zio e l’unico parente della preziosissima Perla. Alla fine, stanco di razzie e di stragi, si è stabilito nell’isola di Labuan. «Di statura piuttosto alta e ben complessa. Dimostrava circa cinquanta anni, aveva il viso incorniciato da una barba rossiccia, ma che cominciava a incanutire, due occhi azzurri, profondi, e nell’insieme si comprendeva un uomo abituato a comandare». È freddo e crudele, ma non senza nobiltà: il nemico ideale per Sandokan, in una tenzone drammatica tra le ragioni del cuore e quelle dell’onore.

TIGROTTI. Sono «uomini coraggiosi fino alla pazzia e che ad un cenno di Sandokan non avrebbero esitato a saccheggiare il sepolcro di Maomettto, quantunque tutti maomettani». Ecco come con gusto esotico Salgari descrive la ciurma di pirati, una «legione di demoni», che all’inizio delle Tigri di Mompracem partecipa alla spedizione verso Labuan: «Vi erano dei malesi, di statura piuttosto bassa, vigorosi e agili come le scimmie, dalla faccia quadra e ossuta, dalla tinta fosca, uomini famosi per la loro audacia e ferocia; dei battias, dalla tinta ancor più fosca, noti per la loro passione per la carne umana, quantunque dotati di una civiltà relativamente assai avanzata; dei dayachi della vicina isola di Borneo, di alta statura, dai lineamenti belli, celebri per le loro stragi, che valsero loro il titolo di tagliatori di teste; dei siamesi, dal viso romboidale e gli occhi dai riflessi giallastri; dei cocincinesi, dalla tinta gialla e il capo adorno di una coda smisurata e poi degli indiani, dei bughisi, dei giavanesi, dei tagali delle Filippine e infine dei negritos con delle teste enormi ed i lineamenti ributtanti».

TREMAL-NAIK. Ecco il ritratto dell’eroe dei Misteri della jungla nera, il cacciatore di serpenti: «Un indiano d’atletica statura, le cui membra sviluppatissime e muscolose, dinotavano una forza non comune e un’agilità di quadrumane. Era un bel tipo di bengalese sui trent’anni, di tinta giallastra ed estremamente lucida, unta di recente con olio di cocco; aveva bei lineamenti, labbra piene senz’essere grosse e che lasciavano intravvedere un’ammirabile dentatura; naso ben tornito, fronte alta, screziata di linee di cenere, segno particolare dei settari di Siva. Tutto l’insieme esprimeva una energia rara ed un coraggio straordinario». Nei Pirati della Malesia il suo ritratto è così perfezionato: «Era un superbo indiano, alto cinque piedi e sei pollici, color del bronzo. Largo e robusto aveva il petto, muscolose le braccia e le gambe, fieri i lineamenti del volto e regolarissimi. Yanez, che aveva visto cinesi, malesi, giavanesi, africani, indiani, bughisi, macassaresi, tagalli, non ricordava di aver incontrato un uomo di colore così bello e così vigoroso. Non c’era che Sandokan che potesse superarlo».

KAMMAMURI. «Era questi di statura assai più bassa... ed assai esile, con gambe e braccia che somigliavano a bastoni nodosi ricoperti di cuoio. Il tipo fierissimo, lo sguardo fosco, il corto languti che coprivagli i fianchi, le buccole che pendevano dai suoi orecchi, tutto insomma lo davano a conoscere a prima vista per un maharatto, gente bellicosa dell’India occidentale». Figlio di eroi, è il servitore fedelissimo e ardito di Tremal-Naik, la sua scorta immancabile, quanto la tigre Darma e il cane Punthy, che completano questo pittoresco gruppo di famiglia. Di molteplice ingegno, nel Bramino dell’Assam si improvviserà cuoco per vigilare sui pasti destinati a Yanez e alla sua famiglia, insidiati dagli avvelenatori.

ADA. Ada Corishant, nata in India da genitori inglesi, è la Vergine della Pagoda, scelta dai thugs quale sacerdotessa della dea Kalì, inavvicinabile da uomo se non a prezzo della morte. Come la Perla di Labuan nelle Tigri di Mompracem, di cui si scoprirà essere cugina, rappresenta il mito femminino nei Misteri della jungla nera. «Fanciulla di meravigliosa bellezza», appare a Tremal-Naik in un’atmosfera di visione: «Poteva avere quattordici anni. La sua taglia era graziosa e di forme superbamente eleganti. Aveva i lineamenti d’una purezza antica, animati dalla scintillante espressione della donna anglo-indiana. La pelle era rosea, d’una morbidezza impareggiabile; gli occhi grandi, neri e scintillanti come diamanti; un naso diritto che nulla aveva d’indiano, labbra sottili, coralline, schiuse ad un melanconico sorriso che lasciava scorgere due file di denti d’abbagliante bianchezza; una opulenta capigliatura d’un castano cupo, fuligginoso, separata sulla fronte da un mazzetto di grosse perle, era raccolta in nodi ed intrecciata con fiori di sciambaga dal soave profumo».

SIR JAMES BROOKE. È un personaggio storico. Nato a Secrore, sobborgo di Benares (India) nel 1803, si stabilì nel Borneo, dove organizzò per il sultano del Brunei la repressione di una rivolta di Dayachi e ne fu ripagato con la nomina a rajah di Sarawak, carica che detenne sino alla morte, nel 1868. Combatté la pirateria, tanto che Salgari gli dà l’appellativo di Sterminatore dei pirati e il ruolo di nemico irriducibile di Sandokan. «Malgrado avesse varcato la cinquantina da qualche anno e gli strapazzi di una vita agitatissima, era un uomo ancor vegeto, robusto, la cui indomabile energia traspariva dallo sguardo vivo, brillante. Certe rughe però che solcavano la sua fronte e la bianchezza dei capelli, annunciavano che una rapida vecchiaia già avanzavasi». Divenne anche governatore di Labuan. Fu oggetto di aspre controversie e imputazioni in Europa.

SUYODHANA. Il capo dei thugs strangolatori, una mente infernale che prima vuole bruciare sul rogo la Vergine della pagoda, poi progetta di far uccidere da Tremal-Naik il padre di Ada per creare un ostacolo insuperabile tra i due amanti. È il nemico mortale e irriducibile di Sandokan.

SURAMA. Venduta ai thugs per farne una bajadera, è in realtà la figlia dell’ex rajah dell’Assam. Il destino le riserva non poche sorprese: col suo fascino riesce nella prodezza di legarsi con vincolo matrimoniale a Yanez, a cui dà un figlio. La rhani «era una splendida donna appena venticinquenne, dalla pelle leggermente abbronzata, dai lineamenti dolci e fini, con occhi nerissimi, profondi, e capelli ancora più neri e assai lunghi, intrecciati con fiori di mussenda dalla tinta sanguigna ed ornati di perle dei banchi di Manahar. Indossava un magnifico vestito di seta rosa, tutto ricami d’oro, e portava lunghi calzoni di seta bianca che facevano vivamente spiccare le rosse babbucce a punta rialzata, anche quelle ricamate in oro con piccoli diamanti».

SOAREZ. È il figlio di Yanez e di Surama, dunque l’erede dell’impero dell’Assam. «Non aveva che due anni, ma era già assai sviluppato per quell’età. La sua pelle era leggermente diafana, con quei riflessi madreperlacei che si riscontrano sui volti delle creole americane di Cuba e di Portorico, dovuti al sangue incrociato. I capelli erano nerissimi come quelli di sua madre, tutti inanellati e già assai lunghi». Buon sangue non mente; e già a guardarlo mentre dorme nella sua principesca culla, si direbbe che «sogna future battaglie».

DARMA. È la figlia di Tremal-Naik e porta il nome della sua tigre. «Una bellissima fanciulla di forse quindici anni, dal corpo flessuoso come una palma, con lunghi capelli neri, un po’ inanellati, la pelle del viso leggermente abbronzata e vellutata come quella delle donne indiane, ma assai più chiara, i lineamenti perfetti che sembravano più caucasici che indù... Indossava un costume mezzo europeo e mezzo indiano, che le dava una grazia unica, composta d’un busticino di broccatello, con ricami d’oro, d’un’ampia fascia di cascemir che le cadeva sulle anche ben arrotondate e d’una sottanina piuttosto corta che lasciava vedere i calzoncini di seta bianca che le scendevano fino sulle scarpettine di pelle rossa, a punta rialzata». Il suo cuore batte per Sir Moreland, anglo-indiano come lei.

SIR MORELAND. «Un bel giovane, di forse venticinque anni, di statura piuttosto alta e slanciata, con due occhi nerissimi, che parevano avessero dentro il fuoco, una barbetta nera che gli dava un aspetto fiero e... aveva la pelle assai abbronzata. Si sarebbe detto che aveva nelle vene più sangue indiano o malese che europeo, malgrado la purezza dei suoi lineamenti che erano più caucasei che indù». Comandante della guarnigione di Kohong, si batte eroicamente, ma il suo incrociatore è affondato e viene fatto prigioniero da Yanez. Il suo cuore batte per le grazie di Darma, anglo-indiana come lui, ma nasconde un terribile segreto.

SINDHYA. È il figlio di Suyodhana, il terribile capo dei settari della dea Kalì, di cui prosegue le infernali trame che sconvolgono l’Assam. La sua malvagità ha un tratto patologico: è stato internato in manicomio e, fuggito, è una furia scatenata dall’ossessione del potere. «Su un ammasso di ricchissimi tappeti e cuscini... stava coricato un indiano dalla pelle appena abbronzata, che poteva avere quarant’anni come sessanta. Il suo viso era consunto, la sua fronte solcata di rughe profonde, i suoi occhi nerissimi animati da uno strano lampo, quel lampo che si scorge nelle pupille dei pazzi».

Personaggi minori (in ordine di apparizione)

RAGNO DI MARE. È il marinaio di vedetta sull’albero della nave di Sandokan. Esempio di fedeltà assoluta, per proteggere il suo amato capo muore fulminato da un colpo di fucile destinato a Sandokan.

GIRO-BATOL. Il giavanese Giro-Batol ha la responsabilità di guidare il praho che fiancheggia quello comandato da Sandokan. Si fa uccidere da valoroso in un arrembaggio alla testa dei suoi uomini.

PATAN. «Un malese di statura piuttosto alta, dalle membra poderose, la tinta olivastra e vestito d’un semplice sottanino rosso adorno di alcune piume». È un formidabile cannoniere. Sandokan gli assegna il compito di seguirlo da vicino e di farsi uccidere al primo abbordaggio. Destino che il pirata accetta senza batter ciglio.

SABAU. Un malese tra i più valorosi, con «una profonda ferita attraverso il viso», destinato, dopo la morte di Patan, a subentrargli nelle operazioni di comando.

IL FAKIRO NIMPOR. Lo incontra Trremal-Naik in cima alla gradinata di una grande pagoda della vecchia e pittoresca Calcutta: «Quel miserabile indiano, quella vittima del fanatismo religioso e della superstizione indiana, faceva davvero orrore. Era più che un uomo, uno scheletro. Il suo volto incartapecorito, era coperto da una barba, fitta, incolta, che gli giungeva sotto la cintura, e coperto di bizzarri tatuaggi rossi e neri raffiguranti per lo più bene o male dei serpentelli, mentre la sua fronte era impiastricciata di cenere. I suoi capelli del pari lunghissimi e che forse mai avevano conosciuto l’uso dei pettini e delle forbici, formavano come una specie di criniera, pullulante certo d’insetti. Il corpo, spaventosamente magro, era quasi nudo, non portando che un piccolo perizoma largo appena quattro dita». Tuttavia, la cosa che più colpisce in lui è il braccio sinistro, che nella mano anchilosata regge un piccolo mirto sacro come in un vaso.

BHÂRATA. Sergente dei sipai, uomo di fiducia del capitano Macpherson: «un bengalese robusto di forma tozza, dai lineamenti arditi, e dallo sguardo fiero». Finge anche di essere il suo capitano, per meglio difenderne gli interessi. Preso ostaggio, svolgerà un ruolo importante nella spedizione nei sotterranei di Raimangal.

CAPITANO MACPHERSON. Questo capitano scozzese ha un grande dolore: quattro anni prima, gli è stata rapita dai thugs la figlioletta Ada. Infatti il suo vero nome è Harry Corishant. Così lo descrive Salgari: «Poteva avere trentacinque o trentasei anni e portava la divisa di capitano dei sipai, ricca d’ornamenti d’oro e d’argento. Era di statura alta, di complessione robusta, di carnagione bronzina ma assai meno carica di quella degli indiani. Si indovinava l’europeo, da lunghi anni esposto ai calori del sole tropicale. Il suo volto era fiero, ornato d’una lunga barba nera, ma la sua fronte era solcata da precoci rughe. Gli occhi erano grandi, melanconici, ma che talvolta scintillavano d’ardire».

NEGAPATNAN. È lo strangolatore che davanti al capitano Macpherson si vanta di essere stato alla testa di tutte le imprese dei thugs e soprattutto di essere stato lui a rapire Ada Corishant.

VINDHYA. È un fakiro appartenente alla casta dei ramanandys, cioè gli adoratori di Rama. «Al pari di quei fakiri portava capelli assai lunghi ed imbrattati di fango rossastro, ma arrotolati attorno al capo in modo da formare una massa enorme somigliante ad un parruccone; la sua barba era rasa, però sotto il mento aveva lasciato crescere un sottile pizzo il quale ormai era diventato così lungo da toccare quasi il suolo. Più che un pizzo, sembrava una coda di maiale, essendo quei peli attortigliati. Portava inoltre tre segni sulla fronte fatti con cenere e sterco di mucca, tre altri alle cavità del petto, ed altrettanti sulle braccia e sulle ginocchia aveva una pezzuola bagnata per rinfrescarsi». Ha fatto parte della setta di thugs, ma per vendicarsi delle malefatte subite da Suyodhana, aiuta Tremal-Naik a entrare nei sotterranei di Raimangal, che nessuno conosce bene come lui. Durante la spedizione, colpito da una palla al cranio, il suo cadavere galleggerà nelle acque del fiume.

SAMBIGLIONG. Un Dayaco di proporzioni erculee, divenuto il mastro della Marianna, ottimo cannoniere, che da un’avventura e l’altra si mette in luce per la sua fedeltà e audacia. Nelle Due Tigri è presentato come malese.

LUOGOTENENTE CHURCHILL. Luogotenente di marina a capo del fortino che domina la città di James Brooke. È alto, con lunghi baffi rossi e cortese. Fa da guida a Yanez, che chiede di visitare Tremal-Naik prigioniero.

HIRUNDO. Ha la caratteristica di essere il più giovane dei Dayachi, astuto e fedele, a cui Sandokan assegna incarichi delicati. Così lo rappresenta Salgari: «Un bel giovanotto, color di bronzo, ben piantato, collo sguardo vivo».

CAPITANO MAC CLINTOCK. È il capitano della Young-India, un tre-alberi su cui è imbarcato Kammamuri alla volta di Sarawak. Ha la disgrazia di naufragare sugli scogli di Mompracem e poi di essere ucciso con tutto il suo equipaggio dai Tigrotti di Sandokan.

MASTRO BILL. È il nostromo della Young-India che prima del naufragio sugli scogli di Mompracem, dialoga con Kammamuri, ansioso di raggiungere il suo padrone a Sarawak.

PRINCIPE HASSIN. Nipote di Muda-Hassin e grande rivale di James Brooke, da cui è stato spodestato, «non aveva in quell’epoca che trent’anni. Era di statura alta, di portamento maestoso, con una bella testa coperta da lunghi e neri capelli, con un viso leggermente abbronzato, adorno d’una barba fuligginosa ma rada e due occhi ardenti ed intelligentissimi. Portava in capo il turbante verde dei sultani del Borneo e indosso una lunga zimarra di seta bianca, stretta ai fianchi da una larga fascia di seta rossa, dalle cui pieghe uscivano le impugnature di due kriss, distintivo dei grandi capi, mentre al fianco pendevagli una golok, pesante sciabola malese, affilatissima, di ferro battuto».

CAPITANO JOHN FOSTER. È il capitano del piroscafo di Sua Maestà Britannica, che un baldanzoso Yanez sequestra, mentre i passeggeri danzano alle note di un valzer di Strauss.

SIR WILLIAM HARDEL. È l’ambasciatore inglese che si appresta a insediarsi a Varauni, a cui Yanez però gioca un brutto tiro: «Un uomo, che indossava una casacca rossa ad alamari d’oro, calzoni di tela candidissima entro alti stivali alla scudiera, con due lunghi favoriti biondi che gli scendevano lungo le gote».

LUCY WAN HARTER. «Una bionda miss tutta vestita di bianco e con ricchi pizzi sedeva al pianoforte, e guardava da vera inglese, più con curiosità che con apprensione, la scena che stava per succedere»: è la pianista, in realtà olandese, che sull’allegro piroscafo riceve l’attenzione galante di Yanez in versione di nababbo indiano.

IL BRAMINO. «A giudicarlo di primo acchito non doveva avere più di trent’anni. Aveva i lineamenti piuttosto angolosi, la fronte bassa come l’hanno tutti i paria dell’India». È un bramino, o piuttosto un falso bramino, anzi forse un paria truffatore, con gli occhi dotati di potere ipnotico, che congiura contro il regno di Yanez, capace di occultarsi sotto dei tappeti in sotterranei simili a cloache e a nascondere sotto le vesti un micidiale minute-snake per colpire mortalmente l’avversario.

VECCHIO BANIANO. «Un vecchio dalla lunga barba e gli occhi scintillanti come quelli dei serpenti. Era magrissimo, e si avvolgeva maestosamente in un vecchio dugbah che un giorno doveva essere stato giallo, ma che in quel momento non mostrava che delle larghe macchie bianche e molti buchi». Il baniano è stato sino a poco tempo prima un commerciante, un cacciatore di topi, capace di mangiare i roditori «allo spiedo ed anche in salsa piccante», rovinato tuttavia da misteriosi intrusi che hanno invaso le cloache della città. Dato che è un esperto conoscitore di quelle fogne, si mette al servizio di Yanez e svolgerà un ruolo importante nella cattura del Bramino dell’Assam.

HELD. «Un bel giovane di ventisei o vent’otto anni, alto, piuttosto magro, dallo sguardo intelligentissimo e vivo, colla fronte spaziosa ed il viso roseo come quello di una fanciulla, adorno d’una barbetta tagliata a punta»: è il signor Held, il medico di bordo del Re del Mare, che ha accettato di rimanere con Sandokan e che con le sue cure guarisce il ferito Sir Moreland.

TANGUSA. Intendente di Tremal-Naik, un meticcio che viene sottoposto dai Dayachi in rivolta al terribile supplizio delle formiche gialle, ma viene salvato da Yanez e curato con gli unguenti miracolosi di Kibitang.

KIBITANG. È una sorta di medico di bordo della Marianna, esperto nel curare ogni genere di ferite.

IL PELLEGRINO

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